Capitolo 9. Psicanalisi
3 maggio 1915
Ho finalmente finito la mia cura con la psicanalisi. Sono passati sei mesi e mi sento peggio di prima. Devo ancora dire addio al mio dottore. A Trieste, dopo lo scoppio della guerra, mi annoio e allora scrivo. Penso che scrivere mi servirà a guarire, questa volta. È tutta colpa del dottore… E pensare che io che mi fidavo di lui!
Le cure del dottor S. servono solo a ingannare donne stupide. Sono tutte illusioni! Sapete qual era, secondo lui, la mia malattia? Quella di cui parlava Sofocle, la malattia di Edipo: io amavo mia madre e volevo uccidere mio padre. Che bugia, che falsità! I miei ricordi e le mie emozioni per lui erano un segno della mia guarigione. Io invece inventavo per lui immagini e sogni da raccontare. Raccontavo della gelosia verso mio fratello, che poteva giocare a casa invece che andare a scuola. Raccontavo i pensieri su mia madre, che nei sogni era sempre uguale alla fotografia che ho vicino al letto. Secondo il dottore io amavo sempre donne simili a mia madre. E si chiedeva perché ora, che avevo capito tutto, non mi sentivo guarito. Non volevo proprio capirlo, diceva lui! Così, per prenderlo in giro, inventavo altri sogni. Facevo finta di sognare mia madre e raccontavo bugie. Mi divertivo.
Secondo lui avevo sempre bisogno di odiare qualcuno. Prima mio padre, che forse sul letto di morte mi aveva dato veramente uno schiaffo. Poi Malfenti, mio suocero, poi mia moglie, che avevo tradito. E poi avevo odiato anche Guido, secondo il caro dottore. Insomma, il rapporto con il mio dottore era una lotta continua. E lo pagavo anche!
Un giorno ho incontrato per strada il dottor S. Mi ha chiesto se avevo deciso di lasciare la cura. È stato gentile, perché voleva che tornassi da lui. Gli ho detto che avevo affari importanti e problemi di famiglia e che sarei tornato presto.
– Studi il suo animo, signor Cosini. Vedrà che è cambiato. La aspetto.
In verità con il suo aiuto, studiando il mio animo, ho solo guadagnato nuove malattie! Ora devo guarire dalla sua cura. Non penso ai sogni e non penso ai ricordi. Per colpa di sogni e ricordi la mia mente è diventata inquieta. Non voglio diventare pazzo, quindi basta con queste stupide cure.
15 maggio 2015
Abbiamo passato due giorni di festa a Lucinico nella nostra casa per le vacanze. Mio figlio Alfio doveva prendere aria buona. Sono stato un intero pomeriggio da solo a guardare il fiume Isonzo sulla riva. Le nuvole si muovevano veloci al vento ma il sole era caldo. Mi sentivo bene e riflettevo. Per un attimo non mi sentivo debole né incapace. Sorridevo alla vita e alla mia malattia. Nella mia vita le donne avevano una parte molto importante. Sono vecchio e le donne non mi guardano più. Ma io le guardo, eccome se le guardo!
Teresina, la figlia del contadino, abitava vicino alla nostra casa per le vacanze. Il padre aveva perso la moglie da due anni e Teresina, la più grande dei figli, era diventata come una mamma. Era grossa e lavorava molto. Guidava l'asino e trasportava l'erba. L'anno prima era ancora una bambina, ma quest'anno era cresciuta. La faccia rotonda, la pelle scura, i piedi nudi… era il simbolo della salute! Le guardavo le gambe scure e giovani.
– Non hai ancora uno sposo? Devi averne uno!
– Se ne prendo uno sarà più giovane di lei!
– E quando penserai ai vecchi, Teresina?
– Quando sarò vecchia anch'io!
– Ma allora i vecchi non ti vorranno! Ascoltami, io li conosco.
Ma lei era già andata via, lontana, con l'asino, illuminata dal sole. Io ero in ombra, come tutti i vecchi.
26 giugno 1915
La guerra è arrivata proprio qui! Finora ascoltavo le storie di guerra come fossero racconti di storia. Non ero preoccupato, fino a quel momento. La guerra è arrivata e la mia vita è diventata un disastro. Di colpo mi ha portato via tutta la famiglia e anche gli Olivi. Da un giorno all'altro grandi novità. Da ieri sono più tranquillo perché dopo un mese ho avuto notizie sulla mia famiglia. Sono sani e salvi a Torino. Non speravo più di rivederli. Passo tutta la giornata in ufficio. Non ho niente da fare ma gli Olivi, padre e figlio, sono partiti, perché cittadini italiani. E i miei lavoratori sono andati in guerra a combattere. In questo stato mi sento lontano dalla malattia e dalla salute. Cammino per le strade tristi della mia città. Sono fortunato perché non vado in guerra e perché ogni giorno posso mangiare. Rispetto a tutti gli altri mi sento felice.
La guerra e io ci siamo incontrati in modo violento. Eravamo tutti a Lucinico. Appena svegli, Augusta mi ha detto che mia figlia, sempre più bella e simile ad Ada, voleva delle rose. Sono uscito senza giacca né cappello, per andare a piedi in campagna. Respiravo aria buona. Arrivato al campo di patate dove Teresina, i fratelli e suo padre lavoravano, ho chiesto al padre se potevo tagliare qualche rosa dal suo giardino.
– Ma lei non ha sentito niente?
– Cosa?
– Dicono che è scoppiata la guerra!
– Lo sappiamo tutti! Da un anno circa, – ho risposto.
– Non parlo di quella guerra. Parlo di quella con il confine italiano. Non sa nulla?
– Ma no, cosa dice? Se io non so nulla vuol dire che non è vero! Vengo da Trieste e lì si dice che la guerra non arriverà da noi. Lo dicono anche a Roma.
– Bene, allora. Sono più tranquillo. Potremo mangiare queste belle patate. Bene, bene. Ci sono tanti bugiardi al mondo!
– Se anche arriva la guerra di certo non sarà combattuta qui!
Se la notizia era vera, Lucinico si trovava troppo vicina al confine. Forse era meglio tornare a Trieste. Dovevo parlarne con Augusta.
Tornando indietro ho incontrato un plotone di soldati che marciava verso Lucinico. Ho camminato un po' dietro di loro. Ero molto inquieto e volevo essere a casa e bere il mio caffè. Ho girato per una strada e di colpo un soldato, con il fucile puntato, mi ha fermato.
– Zurüch! Indietro!
Ho cambiato strada. Volevo tornare a casa e bere il mio caffè! Arrivato sopra alla collina c'era il plotone di soldati di prima. Alcuni riposavano sotto gli alberi, altri facevano la guardia, altri ancora leggevano una mappa con un ufficiale. Non avevo nemmeno il cappello per salutarli. Così ho fatto un bel sorriso e sono andato vicino all'ufficiale, che si è messo a urlare.
– Was will der dumme Kerl hier? Cosa vuole quello stupido?
Ho cambiato ancora strada ma l'ufficiale mi ha fermato con il fucile puntato. Che maleducato! Per farlo ridere gli ho detto che mi aspettava il mio caffè, a casa. Lui non rideva. Gli ho detto anche che c'era anche mia moglie, che mi aspettava.
– Auch Ihre Frau wird von anderen gegessen werden. Anche vostra moglie sarà mangiata da altri.
Mi ha ordinato di andarmene per sempre da Lucinico.
– Haben Sie verstanden? Avete capito?
– Devo prendere la mia giacca e il cappello a casa. Dove devo passare?
L'ufficiale ha urlato: se gli chiedevo ancora qualcosa mi sparava.
– Wo der Teufel Sie tragen will! Vada dove il diavolo la porterà!
Ha ordinato a un soldato di portarmi giù dalla collina. Dovevo sparire per sempre e andare verso Gorizia.
– Marsch! Avanti, in marcia!
Il soldato era più gentile e voleva da me notizie sulla guerra. Nemmeno i soldati avevano capito bene cosa stava succedendo. Mi ha consigliato di non tornare più a Lucinico e di andare invece a Trieste. Qui potevo chiedere un permesso speciale per la mia famiglia.
– A Trieste? Senza giacca senza cappello e… senza caffè?
– Subito. La strada più veloce va per Trieste.
Così sono partito verso Gorizia, per prendere il treno di mezzogiorno per Trieste. Non mangiavo e non fumavo da ore. Mi sentivo leggero. Camminando, stanco, sono arrivato a Gorizia. Ho provato a telefonare ad Augusta ma nessuno mi rispondeva. Mi hanno spiegato che Lucinico non rispondeva a nessuna telefonata dalla mattina. Lucinico era sulla linea del fuoco, era chiaro! Dovevo correre in stazione e andare dai miei.
Durante il viaggio è scoppiata la guerra. Il treno viaggiava bene, senza problemi. Mi dispiaceva di aver lasciato i miei in quel modo strano, senza spiegare nulla. Chissà cosa pensavano di me... Allora lì la guerra non era ancora arrivata, per fortuna. Sicuramente Augusta e i bimbi erano in viaggio. Mi sentivo tranquillo, così tranquillo che mi sono addormentato. Arrivato a Trieste era ormai notte. Mi sono svegliato per la fame. In altri momenti mi sarei arrabbiato molto di non poter mangiare qualcosa ma quel giorno sentivo tutto il peso di un fatto storico così importante.
Il treno era fermo a Sassonia di Trieste. Non vedevo il mare, era buio e c'era un po' di nebbia, ma sentivo che era molto vicino. Qua e là si vedevano molti incendi. La gente correva per strada. A casa mi sono sdraiato sul letto, stanchissimo. Nella testa avevo speranze e dubbi che lottavano tra loro. Prima di cadere nel sonno e nel mondo dei sogni, ho pensato a cose positive.
Ora so che la mia famiglia è sana e salva e sono più tranquillo. Non ho molto da fare. L'attività commerciale è ferma, non si vende e non si compra. Il commercio tornerà con la pace. L'Olivi si è trasferito in Svizzera. Io sto fermo e non faccio nulla.
24 marzo 1916
Da maggio dell'anno scorso non ho più toccato questo diario. Dalla Svizzera il dottor S. mi scrive pregandomi di mandargli le cose nuove che ho scritto. Che cosa strana… Non mi fa problemi mandargli queste parole, così capirà cosa penso di lui e delle sue cure. Ho poco tempo, in questo periodo, la mia attività commerciale occupa quasi tutte le giornate ma al dottor S. voglio dire la verità, ho le idee chiare. Lui crede che gli spedirò i miei pensieri sulle malattie, i miei sogni, le mie paure. Invece leggerà la descrizione di una salute ottima, perfetta: io sono guarito! Non voglio fare psicanalisi e non ne ho bisogno. Sono fortunato rispetto a tutti gli altri, certo. Non sono sano al confronto con gli altri che stanno male: sono proprio io che sono sano, assolutamente sano e guarito da ogni male.
Non sono mai stato malato. Non ho mai avuto bisogno di cure. Dolore e amore: la vita, insomma. La vita non è una malattia solo perché fa male. Dico la verità: per capire la mia salute ho dovuto sopportare tanti cambiamenti. Ho dovuto lottare e vincere. Il mio commercio mi ha guarito e voglio che il dottor S. lo sappia. Prima, fino al mese di agosto dell'anno scorso, sono rimasto immobile e fermo a guardare il mondo che si disperava. Poi ho cominciato a comprare. A comprare qualsiasi cosa, perché in guerra tutto cambia. Comprare significava essere forti, vincere su tutto, anche sulla guerra: questa è stata la mia fortuna! Olivi, che non era a Trieste in quel periodo, non mi avrebbe permesso di fare così. Era troppo pericoloso. Invece ho avuto ragione. Facevo affari con l'oro, con l'incenso, con tanto altro. Mentre compravo e avevo il denaro tra le mani mi sentivo invincibile, forte, in piena salute. Il mio animo era pieno di speranza. Che vittoria!
Il dottore vede la mia vita come un segno della malattia. Invece è la vita stessa che è come la malattia. Ha dei giorni di crisi e dei giorni di salute, ha dei momenti migliori e dei momenti peggiori. Però è diversa dalle altre malattie perché la vita è sempre mortale: la vita non può avere una cura alla fine. Non possiamo volere così tanto. La vita è inquinata fin dalle radici e non sopporta le cure. L'uomo vuole sostituire alberi e animali, ha inquinato l'aria. Ogni piccolo spazio sarà occupato dall'uomo e noi non avremo più aria. Ogni tentativo di guarire e di cercare la salute piena è inutile. Tutti siamo malati.
L'animale può migliorare se stesso e il suo corpo. La rondine per esempio ha reso più forte il muscolo per volare, per poter emigrare. Il cavallo è diventato più grande per essere più forte e ha trasformato il suo piede per correre meglio. Tutti gli animali si sono trasformati e migliorati, senza perdere la loro salute. L'uomo no. L'uomo non si è migliorato nel corpo. L'uomo inventa ordigni per fare del male agli altri uomini. Diventa sempre più furbo e sempre più debole. Chi ha inventato questi ordigni era sano e nobile, ma l'uomo che li usa non lo è quasi mai. Più è furbo e più diventa debole. Da qui nasce la malattia.
Questi ordigni creano nuovi malati. Non serve la psicanalisi per capire tutto questo! Forse, per tornare alla salute, è necessario un disastro. Un grandissimo disastro, prodotto dagli ordigni, che servirà per farci tornare alla salute. Un uomo un giorno, nella sua stanza segreta, inventerà un esplosivo senza paragoni per far scoppiare la Terra. Gli altri esplosivi a confronto di questo saranno come dei giocattoli che non fanno male a nessuno. E allora ci sarà di sicuro un altro uomo, simile a tutti gli altri ma un po' più malato rispetto a loro, che prenderà questo esplosivo e andrà fino al centro della Terra. Lo metterà nel punto dove l'effetto dello scoppio sarà massimo. Ci sarà una grande esplosione. E la Terra tornerà a essere una nebulosa che si muove nello spazio. Una nebulosa senza malattie.