×

Ми використовуємо файли cookie, щоб зробити LingQ кращим. Відвідавши сайт, Ви погоджуєтесь з нашими cookie policy.


image

Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi, Parte 10

Parte 10

Ne conoscevo ormai molti, di questi contadini di Gagliano, che a prima vista parevano tutti uguali, piccoli, bruciati dal sole, con gli occhi neri che non brillano, e non sembra che guardino, come finestre vuote di una stanza buia. Alcuni li avevo incontrati nelle mie brevi passeggiate, o mi avevano salutato dall'uscio delle case, la sera; ma la maggior parte erano venuti a cercarmi perché li curassi. Mi ero dovuto rassegnare a questa nuova funzione di medico: ma soprattutto nei primi giorni, come avviene ai principianti, avevo grandissime preoccupazioni per la sorte dei miei malati e per il senso fastidioso della mia pochezza. La loro straordinaria, ingenua fiducia chiedeva un ricambio: mi avveniva, a mio malgrado, di assumere su di me i loro mali, di sentirli quasi come una mia colpa. Potevo, per fortuna, valermi di una sufficiente preparazione di studi, ma mi mancava la pratica, i mezzi di ricerca e di cura, ed ero, debbo confessarlo, lontanissimo dalla mentalità scientifica fatta di freddezza e di distacco. Vivevo, si può dire, in continue angoscie. Tanto più cara e preziosa mi riuscì perciò una breve visita di mia sorella, donna di grande intelligenza e operosa bontà, e, per di più, medico valentissimo, che mi portò dei libri, dei trattati sulla malaria, delle riviste, degli strumenti, delle medicine, e mi incoraggiò e consigliò nelle mie incertezze. Avevo saputo della sua venuta inaspettata da un telegramma, giunto appena in tempo perché mandassi l'automobile a prenderla alla fermata dell'autobus, al bivio sul Sauro. Era, questa macchina, l'unica esistente a Gagliano, una vecchia 509 sgangherata. Apparteneva a un meccanico, un «americano», un uomo grande, grosso e biondo, con un berretto da ciclista, noto in paese per una sua gigantesca particolarità anatomica, simile a quella attribuita dalla leggenda, in Francia, al Presidente Herriot, che rendeva forse desiderabili, ma certamente pericolosi alle donne i contatti con lui. Nonostante questo, o forse appunto per questo, gli si attribuivano molti successi nella sua lista di don Giovanni paesano: ed era difficile alle sue disgraziate amanti tener a lungo celati alla gelosia di sua moglie e alla curiosità divertita del paese i loro illeciti amori. La macchina l'aveva comprata con i suoi ultimi risparmi di New York, ripromettendosene grandi guadagni, perché rispondeva a una reale necessità pubblica. Ma non faceva che uno o due viaggi alla settimana, e quasi unicamente per accompagnare il podestà nelle sue corse alla prefettura di Matera, o per qualche servigio ai carabinieri o all'Ufficiale Esattoriale, e di rado andava a Stigliano per accompagnare qualche malato o per ritirare delle merci. Un grande problema, che occupava in quel tempo l'animo dei reggitori del paese, era se non si dovesse adoperare l'automobile invece del mulo per andare ogni giorno a ritirare la posta: in questo modo si sarebbe avuto una specie, di servizio regolare anche per i viaggiatori che venivano con l'autobus o che dovevano partire. Ma poiché il tempo e il lavoro in questi paesi non contano e non costano, tra il mulo e la macchina c'era una piccola differenza di spesa: e poi c'erano forse delle difficoltà dovute a parentele o a comparaggi: il problema era sempre rimandato a domani, e quando io partii non era ancora risolto. Soltanto, qualche volta, quando doveva aspettare qualcuno che arrivasse, il meccanico ritirava i sacchi della posta al passaggio, e la cerimonia della distribuzione avveniva qualche ora prima. Lo si sapeva in paese, e una piccola folla aspettava, ogni volta, il ritorno della macchina, davanti alla chiesa. Quando, dalla svolta, giungeva il suo rumore di ferraglia sconquassata, tutti le si facevano incontro, per godere lo spettacolo e sentire subito le novità. Fu dunque in mezzo a questo pubblico ansioso che io vidi scendere dall'automobile la figura familiare di mia sorella, che non vedevo da molto tempo e che mi pareva venire da una remota lontananza. I suoi gesti chiari, il suo vestito semplice, il tono schietto della sua voce, l'aperto sorriso erano quelli a me ben noti, che le avevo sempre conosciuto: ma dopo i lunghi mesi di solitudine, e i giorni trascorsi a Grassano e a Gagliano, essi apparivano come la presenza improvvisa e reale di un mondo di memoria. Quei gesti diritti allo scopo, quella facilità di movimenti appartenevano a un luogo separato da questo in cui vivevo, e in cui parevano impossibili, da un infinito intervallo. Di questa differenza fisica ed elementare non avevo fino allora potuto rendermi conto: il suo arrivo era quello di un'ambasciatrice di un altro Stato in un paese straniero, da questa parte dei monti. Dopo che ci fummo abbracciati, che mi ebbe portati i saluti di mia madre, di mio padre e dei fratelli, e ci trovammo soli, fuori degli sguardi della gente, nella cucina della vedova, io cominciai a interrogarla con impazienza, e Luisa, mia sorella, mi raccontò i grandi e piccoli avvenimenti familiari e privati e pubblici occorsi durante la mia assenza, e quello che facevano i miei amici e le persone a me care, e quello che si diceva in Italia, mi parlò dei quadri e dei libri, e dei pensieri della gente. Erano le cose che più mi stavano a cuore, a cui tornavo continuamente, ogni giorno, col sentimento, e che mi parevano vicinissime: ma ora, al sentirle presenti, mi apparivano ad un tratto appartenenti a un altro tempo, sembravano seguire un altro ritmo, obbedire ad altre leggi incomprensibili qui, e lontane più che l'India e la Cina. Capivo ad un tratto come questi due tempi fossero, fra loro, incomunicabili; come queste due civiltà non potessero avere nessun rapporto se non miracoloso. E mi rendevo conto del perché i contadini guardino il forestiero del nord come qualcuno che viene da un al di là, come un dio straniero. Mia sorella veniva da Torino, e poteva fermarsi soltanto quattro o cinque giorni. - Purtroppo ho dovuto perdere un gran tempo in viaggio, - mi disse, - perché dovevo passare a Matera per far vistare il mio permesso di visitarti a quella questura. Perciò, invece che fare la strada più rapida, con cui sarei venuta in due giorni, per Napoli e Potenza, ho dovuto mettercene tre, passando da Bari, e di qui a Matera. A Matera ho perso una giornata per aspettare l'autobus. Che paese, quello! Da quel poco che ho visto di Gagliano, arrivando, mi pare che non ci sia male: in tutti i modi non potrebbe essere peggio di Matera -. Era spaventata e piena di orrore per quello che vi aveva visto. Io pensavo, e glielo dissi, che la vivezza della sua reazione fosse dovuta soltanto al fatto che non era mai stata da queste parti, e che proprio a Matera era avvenuto il suo primo incontro con questa natura e questa umanità desolata. - Non conoscevo questi paesi, ma in qualche modo me li immaginavo, - mi rispose. - Ma Matera, come l'ho vista, non potevo immaginarla. - Arrivai a Matera, - mi raccontò, - verso le undici del mattino. Avevo letto nella guida che è una città pittoresca, che merita di essere visitata, che c'è un museo di arte antica e delle curiose abitazioni trogloditiche. Ma quando uscii dalla stazione, un edificio moderno e piuttosto lussuoso, e mi guardai attorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c'era. Ero su una specie di altopiano deserto, circondato da monticciuoli brulli, spelacchiati, di terra grigiastra seminata di pietrame. In questo deserto sorgevano, sparsi qua e là, otto o dieci grandi palazzi di marmo, come quelli che si costruiscono ora a Roma, l'architettura di Piacentini, con portali, architravi suntuosi, solenni scritte latine e colonne lucenti al sole. Alcuni di essi non erano finiti e parevano abbandonati, paradossali e mostruosi in quella natura disperata. Uno squallido quartiere di casette da impiegati, costruite in fretta e già in preda al decadimento e alla sporcizia, collegava i palazzi e chiudeva, da quel lato, l'orizzonte. Sembrava l'ambizioso progetto di una città coloniale, improvvisato a caso, e interrotto sul principio per qualche pestilenza, o piuttosto lo scenario di cattivo gusto di un teatro all'aperto per una tragedia dannunziana. Questi enormi palazzi imperiali e novecenteschi erano la Questura, la Prefettura, le Poste, il Municipio, la Caserma dei Carabinieri, il Fascio, la Sede delle Corporazioni, l'Opera Balilla, e così via. Ma dov'era la città? Matera non si vedeva.

- Pensai di sbrigare subito le mie faccende. Andai alla Questura, splendida di marmi di fuori, e dentro sporca e infetta, con delle stanzucce mal scopate, piene di polvere e di spazzature. Mi ricevette, per vistare il mio permesso di visitarti, il vice-questore, che è anche il capo della polizia politica. Io pensai di protestare perché ti avevano mandato in un paese malarico, e, preoccupata per la tua salute, chiesi se non fosse possibile trasferirti in una sede più salubre. Un commissario che era presente mi interruppe brusco: «La malaria? Non esiste. Sono tutte storie. Ce ne sarà un caso all'anno. Suo fratello starà benissimo dov'è». Ma quando seppe che ero medichessa, rimase zitto; e il vice-questore mi rispose in tutt'altro tono. «La malaria, - mi disse, - c'è dappertutto. Potremmo trasferire suo fratello, se lo desidera, ma troverebbe le stesse condizioni che a Gagliano. Di tutti i paesi della nostra provincia, uno solo si può considerare non malarico: Stigliano, perché è a quasi mille metri sul mare: forse più tardi si potrà mandarlo lì, ma per ora, per molte ragioni, è impossibile. - (A Stigliano, ho capito, ci mandavano i fascisti dissidenti). - Suo fratello non si muova. Ci stiamo noi, qui a Matera, e non siamo dei confinati. E non creda che qua sia meglio, per la malaria, di lassù. Se ci possiamo star noi, ci può restare pure lui, signorina». A questo argomento non c'era davvero nulla da rispondere. Non insistetti oltre, e uscii. Volevo comprarti uno stetoscopio che avevo dimenticato di portare da Torino, e che sapevo ti occorreva per la tua pratica medica. Negozi speciali non ce n'erano, pensai di cercarlo in farmacia. Tra quei palazzi e quelle casette economiche c'erano delle botteghe, e trovai due farmacie, le sole, mi dissero, della città. Non soltanto non tenevano, né l'una né l'altra, quello che cercavo; ma non ne avevano, i due farmacisti, nemmeno la più pallida idea. «Stetoscopio? E cos'è?» Quando io ebbi ben spiegato che era un semplice strumento per ascoltare il cuore, fatto come un corno acustico, generalmente di legno, eccetera, mi dissero che forse una cosa simile avrei potuta trovarla a Bari, ma che lì a Matera non se n'era mai sentito parlare. Era mezzogiorno, mi feci indicare un ristorante, il migliore di tutti, mi dissero. Infatti, ad un tavolo stavano già melanconicamente seduti davanti a una tovaglia sporca, il vicequestore con altri funzionari di polizia, con l'aria annoiata e gli anelli per le salviette dei clienti abituali. Tu sai che io sono di poche pretese: ma ho dovuto alzarmi con la fame. E mi misi finalmente a cercare la città. Allontanatami ancora un poco dalla stazione, arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall'altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera. Ma di lassù dov'ero io non se ne vedeva quasi nulla, per l'eccessiva ripidezza della costa, che scendeva quasi a picco. Vedevo soltanto, affacciandomi, delle terrazze e dei sentieri, che coprivano all'occhio le case sottostanti. Di faccia c'era un monte pelato e brullo, di un brutto colore grigiastro, senza segno di coltivazione, né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo scorreva un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca e impaludata fra i sassi del greto. Il fiume e il monte avevano un'aria cupa e cattiva, che faceva stringere il cuore. La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune, dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca, Santa Maria de Idris, che pareva ficcata nella terra. Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi: Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l'inferno di Dante. E cominciai anch'io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo. La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così quelle si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone: ognuna di esse ha sul davanti una facciata; alcune sono anche belle, con qualche modesto ornato settecentesco. Queste facciate finte, per l'inclinazione della costiera, sorgono in basso a filo del monte, e in alto sporgono un poco: in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto. Le porte erano aperte per il caldo. Io guardavo passando, e vedevo l'interno delle grotte, che non prendono altra luce e aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall'alto, attraverso botole e scalette. Dentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento stavano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha, in genere, una sola di quelle grotte per tutta abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini e bestie. Così vivono ventimila persone. Di bambini ce n'era un'infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di miseria: eppure sono abituata, e il mio mestiere, a vedere ogni giorno diecine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l'avevo mai neppure immaginato. Ho visto dei bambini seduti sull'uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma. Sapevo che ce n'era, quaggiù: ma vederlo così, nel sudiciume e nella miseria, è un'altra cosa. Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria. Le donne, che mi vedevano guardare per le porte, m'invitavano a entrare: e ho visto, in quelle grotte scure e puzzolenti, dei bambini sdraiati in terra, sotto delle coperte a brandelli, che battevano i denti dalla febbre. Altri si trascinavano a stento, ridotti pelle e ossa dalla dissenteria. Ne ho visti anche di quelli con le faccine di cera, che mi parevano malati di qualcosa di ancor peggio che la malaria, forse qualche malattia tropicale, forse il Kala Azar, la febbre nera. Le donne, magre, con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi, mi salutavano gentili e sconsolate: a me pareva, in quel sole accecante, di esser capitata in mezzo a una città colpita dalla peste. Continuavo a scendere verso il fondo del pozzo, verso la chiesa, e una gran folla di bambini mi seguiva, a pochi passi di distanza, e andava a mano a mano crescendo. Gridavano qualcosa, ma io non riuscivo a capire quello che dicessero in quel loro dialetto incomprensibile. Continuavo a scendere, e quelli mi inseguivano e non cessavano di chiamarmi. Pensai che volessero l'elemosina e mi fermai: e allora soltanto distinsi le parole che quelli gridavano ormai in coro: «Signorina, dammi 'u chini! Signorina, dammi il chinino!» Distribuii quel po' di spiccioli che avevo, perché si comprassero delle caramelle: ma non era questo che volevano, e continuavano, tristi e insistenti, a chiedere il chinino. Eravamo intanto arrivati al fondo della buca, a Santa Maria de Idris, che è una bella chiesetta barocca, e alzando gli occhi vidi finalmente apparire, come un muro obliquo, tutta Matera. Di lì sembra quasi una città vera. Le facciate di tutte le grotte, che sembrano case, bianche e allineate, pareva mi guardassero, coi buchi delle porte, come neri occhi. È davvero una città bellissima, pittoresca e impressionante. C'è anche un bel museo, con dei vasi greci figurati, e delle statuette e delle monete antiche, trovate nei dintorni. Mentre lo visitavo, i bambini erano ancora là fuori al sole, e aspettavano che io portassi il chinino.


Parte 10 Part 10 Parte 10

Ne conoscevo ormai molti, di questi contadini di Gagliano, che a prima vista parevano tutti uguali, piccoli, bruciati dal sole, con gli occhi neri che non brillano, e non sembra che guardino, come finestre vuote di una stanza buia. Alcuni li avevo incontrati nelle mie brevi passeggiate, o mi avevano salutato dall'uscio delle case, la sera; ma la maggior parte erano venuti a cercarmi perché li curassi. Mi ero dovuto rassegnare a questa nuova funzione di medico: ma soprattutto nei primi giorni, come avviene ai principianti, avevo grandissime preoccupazioni per la sorte dei miei malati e per il senso fastidioso della mia pochezza. I had had to resign myself to this new function as a doctor: but especially in the early days, as happens to beginners, I had great worries about the fate of my patients and about the annoying sense of my smallness. La loro straordinaria, ingenua fiducia chiedeva un ricambio: mi avveniva, a mio malgrado, di assumere su di me i loro mali, di sentirli quasi come una mia colpa. Their extraordinary, naive trust asked for a replacement: I happened, in spite of myself, to take on their ills, to feel them almost as my fault. Potevo, per fortuna, valermi di una sufficiente preparazione di studi, ma mi mancava la pratica, i mezzi di ricerca e di cura, ed ero, debbo confessarlo, lontanissimo dalla mentalità scientifica fatta di freddezza e di distacco. Vivevo, si può dire, in continue angoscie. Tanto più cara e preziosa mi riuscì perciò una breve visita di mia sorella, donna di grande intelligenza e operosa bontà, e, per di più, medico valentissimo, che mi portò dei libri, dei trattati sulla malaria, delle riviste, degli strumenti, delle medicine, e mi incoraggiò e consigliò nelle mie incertezze. Avevo saputo della sua venuta inaspettata da un telegramma, giunto appena in tempo perché mandassi l'automobile a prenderla alla fermata dell'autobus, al bivio sul Sauro. Era, questa macchina, l'unica esistente a Gagliano, una vecchia 509 sgangherata. Apparteneva a un meccanico, un «americano», un uomo grande, grosso e biondo, con un berretto da ciclista, noto in paese per una sua gigantesca particolarità anatomica, simile a quella attribuita dalla leggenda, in Francia, al Presidente Herriot, che rendeva forse desiderabili, ma certamente pericolosi alle donne i contatti con lui. It belonged to a mechanic, an "American", a large, stout, blond man with a cycling cap, known in the village for one of his gigantic anatomical peculiarities, similar to that attributed by legend, in France, to President Herriot, which made contacts with him perhaps desirable, but certainly dangerous for women. Nonostante questo, o forse appunto per questo, gli si attribuivano molti successi nella sua lista di don Giovanni paesano: ed era difficile alle sue disgraziate amanti tener a lungo celati alla gelosia di sua moglie e alla curiosità divertita del paese i loro illeciti amori. Despite this, or perhaps precisely because of this, many successes were credited to him in his list of village Don Giovanni: and it was difficult for his unfortunate mistresses to keep their illicit love affairs hidden for long from the jealousy of his wife and the amused curiosity of the village. La macchina l'aveva comprata con i suoi ultimi risparmi di New York, ripromettendosene grandi guadagni, perché rispondeva a una reale necessità pubblica. Ma non faceva che uno o due viaggi alla settimana, e quasi unicamente per accompagnare il podestà nelle sue corse alla prefettura di Matera, o per qualche servigio ai carabinieri o all'Ufficiale Esattoriale, e di rado andava a Stigliano per accompagnare qualche malato o per ritirare delle merci. Un grande problema, che occupava in quel tempo l'animo dei reggitori del paese, era se non si dovesse adoperare l'automobile invece del mulo per andare ogni giorno a ritirare la posta: in questo modo si sarebbe avuto una specie, di servizio regolare anche per i viaggiatori che venivano con l'autobus o che dovevano partire. Ma poiché il tempo e il lavoro in questi paesi non contano e non costano, tra il mulo e la macchina c'era una piccola differenza di spesa: e poi c'erano forse delle difficoltà dovute a parentele o a comparaggi: il problema era sempre rimandato a domani, e quando io partii non era ancora risolto. Soltanto, qualche volta, quando doveva aspettare qualcuno che arrivasse, il meccanico ritirava i sacchi della posta al passaggio, e la cerimonia della distribuzione avveniva qualche ora prima. Only sometimes, when he had to wait for someone to arrive, the mechanic would collect the bags of mail at the crossing, and the distribution ceremony would take place a few hours earlier. Lo si sapeva in paese, e una piccola folla aspettava, ogni volta, il ritorno della macchina, davanti alla chiesa. Quando, dalla svolta, giungeva il suo rumore di ferraglia sconquassata, tutti le si facevano incontro, per godere lo spettacolo e sentire subito le novità. When, from the turn, came her noise of shattered iron, everyone came towards her, to enjoy the show and immediately hear the news. Fu dunque in mezzo a questo pubblico ansioso che io vidi scendere dall'automobile la figura familiare di mia sorella, che non vedevo da molto tempo e che mi pareva venire da una remota lontananza. I suoi gesti chiari, il suo vestito semplice, il tono schietto della sua voce, l'aperto sorriso erano quelli a me ben noti, che le avevo sempre conosciuto: ma dopo i lunghi mesi di solitudine, e i giorni trascorsi a Grassano e a Gagliano, essi apparivano come la presenza improvvisa e reale di un mondo di memoria. Quei gesti diritti allo scopo, quella facilità di movimenti appartenevano a un luogo separato da questo in cui vivevo, e in cui parevano impossibili, da un infinito intervallo. Those purposeful gestures, that ease of movement, belonged to a place separated from this one where I lived, and in which they seemed impossible, by an infinite interval. Di questa differenza fisica ed elementare non avevo fino allora potuto rendermi conto: il suo arrivo era quello di un'ambasciatrice di un altro Stato in un paese straniero, da questa parte dei monti. I had not until then been able to realize this physical and elementary difference: her arrival was that of an ambassador from another state in a foreign country, on this side of the mountains. Dopo che ci fummo abbracciati, che mi ebbe portati i saluti di mia madre, di mio padre e dei fratelli, e ci trovammo soli, fuori degli sguardi della gente, nella cucina della vedova, io cominciai a interrogarla con impazienza, e Luisa, mia sorella, mi raccontò i grandi e piccoli avvenimenti familiari e privati e pubblici occorsi durante la mia assenza, e quello che facevano i miei amici e le persone a me care, e quello che si diceva in Italia, mi parlò dei quadri e dei libri, e dei pensieri della gente. Erano le cose che più mi stavano a cuore, a cui tornavo continuamente, ogni giorno, col sentimento, e che mi parevano vicinissime: ma ora, al sentirle presenti, mi apparivano ad un tratto appartenenti a un altro tempo, sembravano seguire un altro ritmo, obbedire ad altre leggi incomprensibili qui, e lontane più che l'India e la Cina. Capivo ad un tratto come questi due tempi fossero, fra loro, incomunicabili; come queste due civiltà non potessero avere nessun rapporto se non miracoloso. E mi rendevo conto del perché i contadini guardino il forestiero del nord come qualcuno che viene da un al di là, come un dio straniero. Mia sorella veniva da Torino, e poteva fermarsi soltanto quattro o cinque giorni. - Purtroppo ho dovuto perdere un gran tempo in viaggio, - mi disse, - perché dovevo passare a Matera per far vistare il mio permesso di visitarti a quella questura. Perciò, invece che fare la strada più rapida, con cui sarei venuta in due giorni, per Napoli e Potenza, ho dovuto mettercene tre, passando da Bari, e di qui a Matera. A Matera ho perso una giornata per aspettare l'autobus. Che paese, quello! Da quel poco che ho visto di Gagliano, arrivando, mi pare che non ci sia male: in tutti i modi non potrebbe essere peggio di Matera -. Era spaventata e piena di orrore per quello che vi aveva visto. She was frightened and horrified at what she had seen there. Io pensavo, e glielo dissi, che la vivezza della sua reazione fosse dovuta soltanto al fatto che non era mai stata da queste parti, e che proprio a Matera era avvenuto il suo primo incontro con questa natura e questa umanità desolata. - Non conoscevo questi paesi, ma in qualche modo me li immaginavo, - mi rispose. - Ma Matera, come l'ho vista, non potevo immaginarla. - Arrivai a Matera, - mi raccontò, - verso le undici del mattino. Avevo letto nella guida che è una città pittoresca, che merita di essere visitata, che c'è un museo di arte antica e delle curiose abitazioni trogloditiche. Ma quando uscii dalla stazione, un edificio moderno e piuttosto lussuoso, e mi guardai attorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c'era. Ero su una specie di altopiano deserto, circondato da monticciuoli brulli, spelacchiati, di terra grigiastra seminata di pietrame. In questo deserto sorgevano, sparsi qua e là, otto o dieci grandi palazzi di marmo, come quelli che si costruiscono ora a Roma, l'architettura di Piacentini, con portali, architravi suntuosi, solenni scritte latine e colonne lucenti al sole. Alcuni di essi non erano finiti e parevano abbandonati, paradossali e mostruosi in quella natura disperata. Uno squallido quartiere di casette da impiegati, costruite in fretta e già in preda al decadimento e alla sporcizia, collegava i palazzi e chiudeva, da quel lato, l'orizzonte. Sembrava l'ambizioso progetto di una città coloniale, improvvisato a caso, e interrotto sul principio per qualche pestilenza, o piuttosto lo scenario di cattivo gusto di un teatro all'aperto per una tragedia dannunziana. Questi enormi palazzi imperiali e novecenteschi erano la Questura, la Prefettura, le Poste, il Municipio, la Caserma dei Carabinieri, il Fascio, la Sede delle Corporazioni, l'Opera Balilla, e così via. Ma dov'era la città? Matera non si vedeva.

- Pensai di sbrigare subito le mie faccende. Andai alla Questura, splendida di marmi di fuori, e dentro sporca e infetta, con delle stanzucce mal scopate, piene di polvere e di spazzature. Mi ricevette, per vistare il mio permesso di visitarti, il vice-questore, che è anche il capo della polizia politica. Io pensai di protestare perché ti avevano mandato in un paese malarico, e, preoccupata per la tua salute, chiesi se non fosse possibile trasferirti in una sede più salubre. Un commissario che era presente mi interruppe brusco: «La malaria? Non esiste. Sono tutte storie. Ce ne sarà un caso all'anno. Suo fratello starà benissimo dov'è». Ma quando seppe che ero medichessa, rimase zitto; e il vice-questore mi rispose in tutt'altro tono. «La malaria, - mi disse, - c'è dappertutto. Potremmo trasferire suo fratello, se lo desidera, ma troverebbe le stesse condizioni che a Gagliano. Di tutti i paesi della nostra provincia, uno solo si può considerare non malarico: Stigliano, perché è a quasi mille metri sul mare: forse più tardi si potrà mandarlo lì, ma per ora, per molte ragioni, è impossibile. - (A Stigliano, ho capito, ci mandavano i fascisti dissidenti). - Suo fratello non si muova. Ci stiamo noi, qui a Matera, e non siamo dei confinati. E non creda che qua sia meglio, per la malaria, di lassù. Se ci possiamo star noi, ci può restare pure lui, signorina». A questo argomento non c'era davvero nulla da rispondere. Non insistetti oltre, e uscii. Volevo comprarti uno stetoscopio che avevo dimenticato di portare da Torino, e che sapevo ti occorreva per la tua pratica medica. Negozi speciali non ce n'erano, pensai di cercarlo in farmacia. Tra quei palazzi e quelle casette economiche c'erano delle botteghe, e trovai due farmacie, le sole, mi dissero, della città. Non soltanto non tenevano, né l'una né l'altra, quello che cercavo; ma non ne avevano, i due farmacisti, nemmeno la più pallida idea. «Stetoscopio? E cos'è?» Quando io ebbi ben spiegato che era un semplice strumento per ascoltare il cuore, fatto come un corno acustico, generalmente di legno, eccetera, mi dissero che forse una cosa simile avrei potuta trovarla a Bari, ma che lì a Matera non se n'era mai sentito parlare. Era mezzogiorno, mi feci indicare un ristorante, il migliore di tutti, mi dissero. Infatti, ad un tavolo stavano già melanconicamente seduti davanti a una tovaglia sporca, il vicequestore con altri funzionari di polizia, con l'aria annoiata e gli anelli per le salviette dei clienti abituali. In fact, at one table they were already sitting melancholy in front of a dirty tablecloth, the deputy commissioner with other police officers, looking bored and wearing the towel rings of the regulars. Tu sai che io sono di poche pretese: ma ho dovuto alzarmi con la fame. E mi misi finalmente a cercare la città. Allontanatami ancora un poco dalla stazione, arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall'altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera. Ma di lassù dov'ero io non se ne vedeva quasi nulla, per l'eccessiva ripidezza della costa, che scendeva quasi a picco. Vedevo soltanto, affacciandomi, delle terrazze e dei sentieri, che coprivano all'occhio le case sottostanti. Di faccia c'era un monte pelato e brullo, di un brutto colore grigiastro, senza segno di coltivazione, né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo scorreva un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca e impaludata fra i sassi del greto. Il fiume e il monte avevano un'aria cupa e cattiva, che faceva stringere il cuore. La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune, dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca, Santa Maria de Idris, che pareva ficcata nella terra. Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi: Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l'inferno di Dante. E cominciai anch'io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo. La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così quelle si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone: ognuna di esse ha sul davanti una facciata; alcune sono anche belle, con qualche modesto ornato settecentesco. Queste facciate finte, per l'inclinazione della costiera, sorgono in basso a filo del monte, e in alto sporgono un poco: in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto. These fake facades, due to the inclination of the coast, rise below the edge of the mountain, and above they protrude a little: in that narrow space between the facades and the slope the streets pass, and at the same time they are pavements for those who leave the houses of above and roofs for those below. Le porte erano aperte per il caldo. Io guardavo passando, e vedevo l'interno delle grotte, che non prendono altra luce e aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall'alto, attraverso botole e scalette. Dentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento stavano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha, in genere, una sola di quelle grotte per tutta abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini e bestie. Così vivono ventimila persone. Di bambini ce n'era un'infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di miseria: eppure sono abituata, e il mio mestiere, a vedere ogni giorno diecine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l'avevo mai neppure immaginato. Ho visto dei bambini seduti sull'uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma. Sapevo che ce n'era, quaggiù: ma vederlo così, nel sudiciume e nella miseria, è un'altra cosa. I knew there was some down here: but seeing it like this, in filth and misery, is something else. Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria. Le donne, che mi vedevano guardare per le porte, m'invitavano a entrare: e ho visto, in quelle grotte scure e puzzolenti, dei bambini sdraiati in terra, sotto delle coperte a brandelli, che battevano i denti dalla febbre. Altri si trascinavano a stento, ridotti pelle e ossa dalla dissenteria. Others shuffled along, skin and bones with dysentery. Ne ho visti anche di quelli con le faccine di cera, che mi parevano malati di qualcosa di ancor peggio che la malaria, forse qualche malattia tropicale, forse il Kala Azar, la febbre nera. Le donne, magre, con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi, mi salutavano gentili e sconsolate: a me pareva, in quel sole accecante, di esser capitata in mezzo a una città colpita dalla peste. The women, thin, with undernourished and dirty infants clinging to withered breasts, greeted me kindly and disconsolately: in that blinding sun it seemed to me that I had fallen into the middle of a city struck by the plague. Continuavo a scendere verso il fondo del pozzo, verso la chiesa, e una gran folla di bambini mi seguiva, a pochi passi di distanza, e andava a mano a mano crescendo. Gridavano qualcosa, ma io non riuscivo a capire quello che dicessero in quel loro dialetto incomprensibile. Continuavo a scendere, e quelli mi inseguivano e non cessavano di chiamarmi. Pensai che volessero l'elemosina e mi fermai: e allora soltanto distinsi le parole che quelli gridavano ormai in coro: «Signorina, dammi 'u chini! Signorina, dammi il chinino!» Distribuii quel po' di spiccioli che avevo, perché si comprassero delle caramelle: ma non era questo che volevano, e continuavano, tristi e insistenti, a chiedere il chinino. Eravamo intanto arrivati al fondo della buca, a Santa Maria de Idris, che è una bella chiesetta barocca, e alzando gli occhi vidi finalmente apparire, come un muro obliquo, tutta Matera. Di lì sembra quasi una città vera. Le facciate di tutte le grotte, che sembrano case, bianche e allineate, pareva mi guardassero, coi buchi delle porte, come neri occhi. È davvero una città bellissima, pittoresca e impressionante. C'è anche un bel museo, con dei vasi greci figurati, e delle statuette e delle monete antiche, trovate nei dintorni. Mentre lo visitavo, i bambini erano ancora là fuori al sole, e aspettavano che io portassi il chinino.