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Da Costa a Costa - Season 4, Stagione 4 - Episodio 1 (2)

Stagione 4 - Episodio 1 (2)

Quindi si decise che finché gli occupanti sarebbero stati pacifici, il governo li avrebbe lasciati in pace. Tra la fine del 1969 e l'inizio del 1970, l'occupazione funzionò grazie al lavoro degli attivisti e al sostegno di migliaia di persone che inviarono aiuti e assegni da tutto il paese. Il gruppo rock dei Creedence Clearwater Revival donò una barca agli occupanti, barca che fu chiamata “Clearwater”. Un ristorante di New York spedì sull'isola 200 tacchini surgelati, per il giorno del Ringraziamento. Alcuni personaggi famosi visitarono l'isola e usarono la loro visibilità per sostenere la causa degli indiani, come Anthony Quinn, Jane Fonda e Marlon Brando, che qualche anno dopo, nel 1972, avrebbe rifiutato il premio Oscar per il Padrino mandando sul palco al suo posto una giovane nativa americana, a leggere un comunicato politico.

All'inizio del 1970, però, le cose sull'isola peggiorarono. Mentre scemava lentamente l'interesse della stampa, gli occupanti cominciarono a fare una certa fatica nell'organizzare la vita della comunità: d'altra parte le questioni logistiche diventavano sempre più complesse da risolvere, mentre sul piano culturale non si poteva proseguire all'infinito con i corsi di scultura e di lavorazione dei pellami. Nelle settimane di maggiore visibilità della protesta, poi, l'isola aveva attrattoanche hippie e senzatetto che cercavano soprattutto un posto relativamente sicuro in cui dormire, e non erano così interessati alla causa degli indiani. L'inverno si era fatto poi sempre più rigido, le provviste arrivavano con sempre maggiori difficoltà e le persone che potevano farlo cominciarono a lasciare l'isola per tornare nelle loro case in California: soprattutto gli studenti, che tornarono a frequentare le lezioni all'università. Insomma, ci fu un certo turnover tra gli abitanti dell'isola, e il turnover comportava anche una minore adesione all'ideale che aveva innescato l'occupazione. Le risse diventarono più frequenti, l'atmosfera generale dell'isola si fece sempre più selvaggia e caotica, l'organizzazione cominciò a mostrare delle crepe. Chi arrivava sull'isola a gennaio del 1970 vedeva molta più sporcizia di prima. La nave dei Creedence Clearwater Revival era ancora ormeggiata, ma non c'era più nessuno che sapesse guidarla; molti dei tacchini surgelati che erano stati donati per il Ringraziamento erano rimasti sparsi a terra come rifiuti, a marcire.

Alcuni attivisti accusarono i leader della protesta, su tutti Oakes, di passare più tempo fuori sull'isola che sull'isola, a cercare visibilità per se stessi: Oakes e i suoi rispondevano che il tempo che passavano fuori dall'isola era necessario a cercare risorse e sostegno per l'occupazione, ma la distanza e la sfiducia aumentarono progressivamente. Qualcuno cominciò ad avanzare dei sospetti sull'utilizzo degli assegni ricevuti dall'esterno a titolo di donazione. Poi avvenne il peggio. Alla fine di gennaio, la figlia tredicenne di Richard Oakes, Yvonne, cadde dalle scale e sbatté la testa: morì cinque giorni dopo, e Oakes lasciò l'isola col resto della sua famiglia per non tornare più. Molti anni dopo, gli ex occupanti avevano ancora la voce rotta raccontando questo episodio agli autori del documentario “We hold the rock”.

La morte di Yvonne Oakes fu un trauma pesantissimo per tutti gli abitanti dell'isola. Il clima dell'occupazione, già compromesso, cambiò radicalmente. Lo strazio che ne seguì diventò uno spartiacque. Tutto quello che prima funzionava, nei rapporti tra le persone e nel funzionamento della vita sull'isola, smise di funzionare. Persino il fatto che il governo non volesse sgomberarli con la forza era visto con qualche fastidio e nervosismo dagli attivisti: avere un nemico chiaro avrebbe aiutato l'occupazione, invece gli indiani ad Alcatraz erano sempre più soli, e sempre più tristi, a fare i conti peraltro con gli stessi problemi concreti che avevano portato il governo americano ad abbandonare l'isola e chiudere la prigione. Dopo la partenza di Oakes di fatto i principali leader del movimento cominciarono a comportarsi in modo autonomo, e gestire personalmente rapporti e colloqui con i politici locali di San Francisco e con gli emissari del governo. Anche la stampa cominciò a raccontare il deterioramento delle condizioni di vita sull'isola, con toni da “Signore delle mosche”: i bambini sporchi vagavano per l'isola senza niente da fare, c'erano persone ubriache e drogate dappertutto, e il servizio di sicurezza auto-organizzato si comportava come una gang di bulli.

Le cose si trascinarono ancora per mesi, e a giugno del 1970 un grosso incendio distrusse la residenza del guardiano dell'isola, cioè il quartier generale dell'occupazione, e l'interno del faro. Quando la Guardia costiera arrivò sull'isola al solo scopo di riparare il faro, che era utile alla navigazione, fu respinta da un gruppo di occupanti armati e dovette fare dietrofront. Poco dopo lo scafo di una barca per turisti fu colpito da una freccia con una punta metallica lanciata dall'isola. Anche l'opinione pubblica, a quel punto, cominciò a cambiare idea sull'occupazione di Alcatraz.

Le cose sembravano sul punto di risolversi anche perché a luglio del 1970, un mese dopo l'incendio del faro, il presidente Nixon fece un annuncio storico. Il governo federale non avrebbe più avuto l'obiettivo di cancellare le tribù indiane, come in passato, ma avrebbe garantito loro il diritto all'autodeterminazione. Nixon decise di restituire grandi pezzi di terra alle tribù dei nativi americani, e disse che stava per iniziare una nuova fase nei rapporti tra il governo americano e le popolazioni indigene statunitensi.

A margine di questa svolta, agli occupanti di Alcatraz fu presentata una nuova proposta per l'isola. Il governo avrebbe demolito diversi edifici legati al carcere e avrebbe costruito un centro culturale indiano e un museo dei nativi americani, mettendoli sotto il controllo dell'ente nazionale dei parchi e assumendo un gran numero di impiegati indiani. Era una buona offerta, che peraltro riprendeva e accoglieva una richiesta che gli indiani avevano fatto prima di cominciare l'occupazione. Ma gli occupanti la respinsero, e non solo perché i leader rimasti sull'isola a fronte di tutte quelle enormi difficoltà erano i più intransigenti, e nemmeno perché la vita sempre più difficile sull'isola li aveva incattiviti. Alcatraz era diventata un simbolo, e sui simboli non si possono fare compromessi. Per molti dei pochi attivisti rimasti, l'obiettivo dell'occupazione di Alcatraz era diventato l'occupazione di Alcatraz.

Qualche mese dopo due grandi petroliere si scontrarono vicino al Golden Gate Bridge, provocando la fuoriuscita nell'oceano di tre milioni di litri di petrolio. L'incidente non era stato causato dal mancato funzionamento del faro di Alcatraz, ma colpì ulteriormente un'opinione pubblica sempre più preoccupata per le conseguenze dell'occupazione, che a quel punto aveva perso non solo ogni forma di sostegno ma anche ogni forma di rivendicazione ideale. Rinunciando a ogni possibilità di arrivare a un accordo, l'amministrazione Nixon staccò la fornitura di energia elettrica dell'isola. A giugno del 1971 la Guardia costiera raggiunse l'isola e gli ultimi occupanti rimasti si arresero e abbandonarono Alcatraz. Erano rimasti in quindici: sei uomini, cinque donne e quattro bambini. L'occupazione di Alcatraz era finita.

Anche se l'occupazione ebbe un finale molto amaro, ispirò una generazione di attivisti nelle comunità dei nativi americani. Molte delle successive iniziative di protesta promosse dai nativi americani in giro per il paese furono organizzate e proposte da persone che avevano partecipato all'occupazione di Alcatraz nelle sue fasi iniziali. L'occupazione aveva disperso la nebbia che fin lì aveva avvolto la causa degli indiani d'America e la loro perenne invisibilità, contribuendo tra l'altro ad arrivare alle importanti concessioni da parte del governo di cui abbiamo parlato poco fa. Nonostante questo, però, le condizioni dei nativi americani sono ancora oggi problematiche, come raccontava qualche anno fa questo servizio del Washington Post.

Oggi circa tre milioni di persone negli Stati Uniti si definiscono native americane. Di queste un terzo vive in tre stati, quelle con le riserve più grandi: la California, l'Arizona e l'Oklahoma, ma gran parte di loro da tempo ha abbandonato nelle riserve e abita nelle città. Come vi dicevo all'inizio di quest'episodio, gli indiani sono probabilmente la più derelitta delle minoranze etniche statunitensi. Hanno la più alta percentuale di abbandono scolastico, di mortalità infantile, di suicidi e di gravidanze precoci, e la più bassa aspettativa di vita. Se le vite dei nativi americani che vivono nelle città devono fare i conti con le discriminazioni comuni a tutte le altre minoranze etniche, ma con un potere mediatico e una rappresentanza infinitamente più fragile, le vite di chi abita ancora nelle riserve sono particolarmente alienate. Io ho visitato la riserva Navajo in Arizona, qualche mese fa, e quello che ho visto mi ha colpito particolarmente.

Le condizioni in cui vivono gli indiani nelle riserve sono lontanissime dall'immaginario bucolico con cui siamo portati a immaginarli in Europa, fatto di capanne colorate e rapporto romantico con la natura. Gli accampamenti sono assembramenti di baracche, simili a quelli che nelle città europee siamo abituati a vedere nei campi rom, e le condizioni di vita sono squallide. C'è un grosso problema di obesità e c'è un ancora più grosso problema di alcolismo, molto più grave che nel resto della popolazione. Dal 2006 al 2010 le morti legate all'alcol sono state l'11 per cento di tutte le morti tra i nativi americani, un tasso più che doppio rispetto al resto degli americani. E l'abuso di alcol, come sappiamo, corrisponde a un aumento della criminalità, della violenza domestica, degli incidenti stradali, delle spese sanitarie e dei suicidi.

Una delle poche floride industrie nelle riserve, oltre al turismo, è quella del gioco d'azzardo: i governi delle nazioni indiane negli anni hanno deciso di investire sui casinò per garantirsi facilmente dei ricavi, e oggi molti turisti americani e non raggiungono i casino gestiti dai nativi americani per scommettere. Il gioco d'azzardo però è un'arma a doppio taglio. Da una parte stimola l'economia, fa aumentare il turismo, riduce la disoccupazione e quindi la dipendenza dal welfare. Dall'altra parte crea enormi rendite di posizione e alimenta i rischi di inefficenze e corruzione, perché di fatto è un'attività che crea ricavi senza nessuna produzione, senza industria, senza accompagnare alla crescita economica una crescita strutturale, diversificata, distribuita, delle opportunità e della prosperità. Alcuni leader tribali indiani hanno rifiutato l'apertura di casinò sul loro territorio, e in passato hanno detto che il gioco d'azzardo distrugge dall'interno le loro comunità.

Le voci che abbiamo ascoltato arrivano da un breve documentario del New York Times del 2018 che comprende solo voci di giovani nativi americani, si intitola “A Conversation With Native Americans on Race” e lo trovate su YouTube. Dura sei minuti e in sei minuti apre una fessura dentro alla dimensione unica di smarrimento che sperimenta nel corso della propria vita chi ha una storia così martoriata e disintegrata eppure così ignorata. Ascoltando le loro parole, ma anche visitando le riserve, è difficile non cedere al pensiero tragico che per le persone di questa comunità, l'unico modo per vivere una vita dignitosa nel 2020 sia una resa: l'assimilazione, la decisione di lasciarsi alle spalle la storia della propria terra, delle proprie famiglie. Ma basta pensarci un secondo di più per rendersi conto di come questa scelta non comporterebbe solo l'ennesima lacerazione, l'ennesima rinuncia violenta alla propria identità, ma sarebbe semplicemente impossibile: perché in un paese come gli Stati Uniti d'America la propria identità non è un dettaglio, non si può omettere o nascondere, non si può decidere nemmeno volendolo di ignorarla, di non darle peso, di fare come se non ci fosse, e non solo perché ognuno di noi ce l'ha scritta in faccia.

Molto più di quanto sia possibile immaginare in una società come la nostra, che è ancora straordinariamente omogenea dal punto di vista etnico, negli Stati Uniti il dibattito politico, la produzione culturale, il mercato del lavoro e anche la propaganda elettorale ruotano attorno all'identità. Si parla di identità ovunque e sempre, nelle canzoni e nei bar, nelle università e sui giornali, e i criteri identitari orientano le scelte dei governi così come quelle dei consumi: non c'è niente in America che non possa essere letto a partire dalla questione razziale. C'è un costante dibattito sulle identità in America, e questa è naturalmente una cosa opportuna e benvenuta, perché permette di ragionare sulle cose, capirne le ragioni ed eventualmente cambiarle; ma comporta per chi vi partecipa un'esposizione di sé molto intima e personale, e quindi spesso una sensibilità e una radicalità, che noi europei facciamo fatica a capire. Perché noi parliamo di pensioni, di tasse o di lavoro, e finisce lì, e peraltro sono temi che spesso e volentieri ci fanno arrabbiare, ma quando gli americani parlano di pensioni, di tasse o di lavoro, lo fanno sapendo che quelle questioni li investono in modo straordinariamente più personale, perché spesso e volentieri riguardano il colore della loro pelle o quella del loro vicino di casa, e quindi la loro condizione generale al di là della questione particolare, delle pensioni, delle tasse, o del lavoro, nonché le loro comunità in senso storico, la loro famiglia, le loro tradizioni, la loro storia. È iniziata la campagna elettorale che ci porterà alle presidenziali del 3 novembre, e per mesi sentiremo parlare – anche dentro Da Costa a Costa – di elettori neri, bianchi e latini. Di elettori identificati e catalogati, in qualche modo, innanzitutto per la loro identità etnica. È allo stesso tempo giusto e sbagliato. È sbagliato perché ovviamente l'etnia non dovrebbe essere un destino, essere neri non vuol dire avere le stesse idee e le stesse esigenze, così come essere bianchi o latini; ma allo stesso tempo è giusto, o meglio è comprensibile, perché purtroppo negli Stati Uniti essere neri, così come essere latini, vuol dire spesso avere proprio le medesime idee ed esigenze. A fronte di questa situazione si è sviluppata poi quella che in America chiamano identity politics, e cioè quell'insieme di strategie di mobilitazione, di consenso e di governo che si rivolgono a singole comunità con argomenti identitari – non solo etnici ma anche di genere e di orientamento sessuale – e che secondo alcuni alimentano la frammentazione del dibattito politico. Ecco quello che voglio dirvi, quindi: che ci piaccia o no, questa dimensione c'è. E un racconto che non ne tenga conto sarebbe un racconto incompleto, fuorviante, che non aggiungerebbe granché alla comprensione di quello che avviene a un oceano di distanza da noi. Vorrei quindi che questa prima puntata di Da Costa a Costa, servisse anche a questo, oltre a ricordare la storia dell'occupazione di Alcatraz: a pensarci. A farci caso. A ricordarci cosa c'è dietro queste definizioni che a volte usiamo in modo sbrigativo. A fare da promemoria, ogni volta che durante quest'anno parleremo di identità, e quindi, di persone.

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