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Uno, nessuno e centomila - Pirandello, LIBRO QUARTO (2)

LIBRO QUARTO (2)

Ah, il piacere della storia, signori! Nulla piú riposante della storia. Tutto nella vita vi cangia continuamente sotto gli occhi; nulla di certo; e quest'ansia senza requie di sapere come si determineranno i casi, di vedere come si stabiliranno i fatti che vi tengono in tanta ambascia e in tanta agitazione! Tutto determinato, tutto stabilito, all'incontro, nella storia: per quanto dolorose le vicende e tristi i casi, eccoli lí, ordinati, almeno, fissati in trenta, quaranta paginette di libro: quelli, e lí; che non cangeranno mai piú almeno fino a tanto che un malvagio spirito critico non avrà la mala contentezza di buttare all'aria quella costruzione ideale, ove tutti gli elementi si tenevano a vicenda cosí bene congegnati, e voi vi riposavate ammirando come ogni effetto seguiva obbediente alla sua causa con perfetta logica e ogni avvenimento si svolgeva preciso e coerente in ogni suo particolare, col signor duca di Nevers, che il giorno tale, anno tale, ecc. ecc.

Per non guastare tutto, dovetti ricondurmi alla sospesa, temporanea e costernata realtà del signor notaro Stampa.

«Io, già,» m'affrettai a dirgli. «Sarei io, signor notaro. E la casa, lei non ha difficoltà, è vero? ad ammettere che è mia, come tutta l'eredità del fu Francesco Antonio Moscarda mio padre. Già! E che è sfitta adesso questa casa, signor notaro. Oh piccola, sa... Saranno cinque o sei stanze, con due corpi bassi - si dice cosí? - Belli, i corpi bassi... Sfitta dunque, signor notaro; da poterne disporre a piacer mio. Ora dunque lei...»

E qui mi chinai e a bassa voce, con molta serietà, confidai al signor notaro l'atto che intendevo fare e che qui, per ora, non posso riferire, perché - gli dissi: «Deve restare tra me e lei, signor notaro, sotto il segreto professionale, fintanto che parrà a me. Siamo intesi?»

Intesi. Ma il signor notaro mi avvertí che per fare quell'atto gli bisognavano alcuni dati e documenti per cui mi toccava andare al banco, da Quantorzo. Mi sentii contrariato; tuttavia m'alzai. Come mi mossi, una maledetta voglia mi sorse di domandare al signor notaro:

«Come cammino? Scusi: mi sappia dire almeno come mi vede camminare!»

Mi trattenni a stento. Ma non potei fare a meno di voltarmi, nell'aprir l'uscio a vetri, e di dirgli con un sorriso di compassione: «Già, col mio passo, grazie!»

«Come dice?» domandò, stordito, il signor notaro.

«Ah, niente, dico che me ne vado col mio passo, signor notaro. Ma sa che una volta io ho veduto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava. Lei ora va a guardare il muso a un cavallo per vederlo ridere, e poi viene a dirmi che non l'ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaro? Con le natiche. Le assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche, sí, alle volte, di certe cose che vede o che gli passano per il capo. Se lei vuol vederlo ridere il cavallo, gli guardi le natiche e si stia bene!»

Capisco che non c'entrava dirgli cosí. Capisco tutto io. Ma se mi rimetto nelle condizioni d'animo in cui mi trovavo allora, che a vedermi addosso gli occhi della gente mi pareva di sottostare a un'orribile sopraffazione pensando che tutti quegli occhi mi davano un'immagine che non era certo quella che io mi conoscevo ma un'altra che io non potevo né conoscere né impedire; altro che dirle, mi veniva di farle, di farle, le pazzie, come rotolarmi per le strade o sorvolarle a passo di ballo, ammiccando di qua, cacciando fuori la lingua e facendo sberleffi di là... E invece andavo cosí serio, cosí serio, io, per via. E anche voi, che bellezza, andate tutti cosí serii...

IV. La strada maestra

Mi toccò dunque andare al banco per quelle carte della casa di cui aveva bisogno il signor notaro.

Erano mie quelle carte, senza dubbio, poiché mia era la casa, e potevo disporne. Ma se ci pensate bene, quelle carte, benché mie, non avrei potuto averle se non di furto o strappandole di mano con violenza pazzesca a un altro che agli occhi di tutti n'era il legittimo proprietario: voglio dire al signor usurajo Vitangelo Moscarda. Per me, questo, era evidente, perché io lo vedevo bene fuori, vivo negli altri e non in me, quel signor usurajo Vitangelo Moscarda. Ma per gli altri che in me non vedevano invece se non quell'usurajo per gli altri io, là al banco, andavo a rubarle a me stesso quelle carte o a strapparmele di mano pazzescamente. Potevo dir forse che non ero io? o che io ero un altro? Né era in nessun modo da ragionare un atto che agli occhi di tutti voleva appunto apparire contrario a me stesso e incoerente.

Seguitavo a camminare, come vedete, con perfetta coscienza su la strada maestra della pazzia, che era la strada appunto della mia realtà, quale mi s'era ormai lucidissimamente aperta davanti, con tutte le immagini di me, vive, specchiate e procedenti meco. Ma io ero pazzo perché ne avevo appunto questa precisa e specchiante coscienza, voi che pur camminate per questa medesima strada senza volervene accorgere, voi siete savii, e tanto piú quanto piú forte gridate a chi vi cammina accanto:

«Io, questo? io, cosí? Tu sei cieco! tu sei pazzo!»

V. Sopraffazione

Il furto, intanto, non era possibile, almeno lí per lí. Non sapevo dove stessero quelle carte. L'ultimo dei subalterni di Quantorzo o di Firbo era in quella banca piú padrone di me. Quando vi entravo, invitato per la firma, gl'impiegati non alzavano nemmeno gli occhi dai loro registri, e se qualcuno mi guardava, chiarissimamente con lo sguardo dimostrava di non tenermi in nessun conto. Eppure lí lavoravano tutti con tanto zelo per me, per ribadire sempre piú con quel loro assiduo lavoro il tristo concetto che in paese si aveva di me, ch'io fossi un usurajo. E a nessuno passava per il capo ch'io potessi di quel loro zelo, non che esser grato e disposto a compiacerli della mia lode, sentirmi offeso. Ah che rigido e attediato squallore in quella banca! Tutti quei tramezzi vetrati che correvano lungo i tre stanzoni in fila, tramezzi di vetro diacciato, con cinque sportellini gialli in ciascuno, come gialla era la cornice e gialla l'intelaiatura delle ampie lastre; e qua e là macchie d'inchiostro, qua e là qualche striscia di carta incollata sulla rottura d'una lastra; e il pavimento di vecchi mattoni di terracotta, strusciato in mezzo, lungo la fila dei tre stanzoni; strusciato davanti a ogni sportellino: triste corridojo, con quei vetri dei tramezzi di qua e i vetri delle due ampie finestre di là, per ogni stanzone, impolverati; e quelle filze di cifre nei muri, a penna, a lapis, sopra i tavolini sporchi d'inchiostro, tra una finestra e l'altra, sotto le cornici scrostate di certe telacce affumicate qua e là gonfie e polverose, appese lí; e un tanfo di vecchio da per tutto, misto con quello acre della carta dei registri e con quell'alido esalante da un forno giú a pianterreno. E la malinconia disperata di quelle poche seggiole d'antica foggia, presso i tavolini, su cui nessuno sedeva, che tutti scostavano e lasciavano lí, fuori di posto, dove e come per quelle povere seggiole inutili era certo un'offesa e una pena esser lasciate. Tante volte, entrando, m'era venuto di far notare: «Ma perché queste seggiole? Che condanna è la loro, di stare qua, se nessuno se ne serve?

Me n'ero trattenuto, non già perché avessi avvertito a tempo che in un luogo come quello la pietà per le seggiole avrebbe fatto strabiliare tutti e rischiavo fors'anche d'apparir cinico: me n'ero trattenuto, avvertendo invece che avrei fatto ridere di me per quel badare a una cosa che certamente sarebbe sembrata stravagante a chi sapeva quanto poco badassi agli affari. Quel giorno, entrando, trovai i commessi affollati nell'ultimo stanzone, che si squaccheravano di tanto in tanto in risate assistendo a un diverbio tra Stefano Firbo e un certo Turolla, burlato da tutti anche per il modo con cui si vestiva. Una giacca lunga, diceva quel povero Turolla, a lui cosí corto, lo avrebbe fatto sembrare piú corto. E diceva bene. Ma non s'accorgeva intanto, cosí tracagnotto e serio serio, con quei mustacchioni da brigadiere, come gli stava ridicola di dietro la giacchettina accorciata, che gli scopriva le natiche sode. Ora lí lí per piangere, avvilito, congestionato, frustato dalle risate dei colleghi, alzava un braccino e badava a dire a Firbo:

«Oh Dio, come le piglia lei le parole!»

Firbo gli era sopra e gli gridava in faccia, scrollandolo furiosamente per quel braccio levato:

«Ma che conosci? che conosci? tu neanche lo conosci; eppure ti somiglia!»

Come venni a sapere che si trattava di un tale che aveva chiesto un prestito alla banca, presentato appunto dal Turolla che diceva di conoscerlo per un brav'uomo, mentre Firbo sosteneva il contrario, mi sentii stravolgere da un impeto di ribellione. Ignorando la tortura segreta del mio spirito, nessuno poté intenderne la ragione, e tutti restarono quasi basiti quand'io, strappando indietro due o tre di quei commessi: «E tu?» gridai a Firbo, «che conosci tu? con qual diritto vuoi importi cosí a un altro?»

Firbo si voltò sbalordito a guardarmi e, quasi non credendo a se stesso nel vedermi cosí addosso, gridò:

«Sei pazzo?»

Mi venne, non so come, di buttargli in faccia una risposta ingegnosa, che agghiacciò tutti:

«Sí; come tua moglie, che ti conviene tener chiusa al manicomio!»

Mi si parò davanti pallido e convulso:

«Com'hai detto? Mi conviene?»

Diedi una spallata e seccato dello sgomento che teneva tutti e, nello stesso tempo, entro di me come improvvisamente assordito dalla coscienza dell'inopportunità di quella mia intromissione, gli risposi piano, per troncare: «Ma sí, lo sai bene.»

E non potei udire, come se dopo queste parole fossi diventato subito, non so, di pietra, ciò che Firbo mi gridò tra i denti prima di scappar via sulle furie. So che sorridevo mentre Quantorzo, sopravvenuto all'alterco, mi trascinava via con sé nella stanzetta della direzione. Sorridevo per dimostrare che di quella violenza non c'era piú bisogno e che tutto era finito, quantunque sentissi bene in me, che in quel momento, pur mentre sorridevo, avrei potuto uccidere qualcuno, tanto la concitata severità di Quantorzo mi irritava. Nella stanzetta della direzione mi misi a guardare intorno, stupito io stesso che lo strano stordimento in cui ero cosí di colpo caduto non m'impedisse di percepire lucidamente e precisamente le cose, fin quasi ad avere la tentazione di riderne, uscendo apposta, tra quella fiera riprensione che Quantorzo mi dava, in qualche domanda di curiosità infantile su questo o quell'oggetto della stanza. E intanto, non so, quasi automaticamente pensavo che a Stefano Firbo, da piccolo, avevano dato i bottoni alla schiena e che sebbene la gobba non gli si vedesse, tutta la cassa del corpo era però da gobbo: eh sí, su quelle esili e lunghe zampe da uccello: ma elegante; sí sí: un falso gobbo elegante; ben riuscito.

E, cosí pensando, mi parve chiaro tutt'a un tratto ch'egli dovesse valersi della sua non comune intelligenza per vendicarsi contro tutti coloro che, da piccoli, non avevano avuto come lui i bottoni alla schiena. Pensavo queste cose, ripeto, come se le pensasse un altro in me, quello che d'improvviso era diventato cosí stranamente freddo e svagato, non tanto per opporre a difesa, se occorresse, quella freddezza, quanto per rappresentare una parte, dietro la quale mi conveniva tenere ancora nascosto ciò che della spaventosa verità, che già mi s'era chiarita, m'avveniva sempre piú di scoprire: "Ma sí! è qui tutto," pensavo, "in questa sopraffazione. Ciascuno vuole imporre agli altri quel mondo che ha dentro, come se fosse fuori, e che tutti debbano vederlo a suo modo, e che gli altri non possano esservi se non come li vede lui." Mi ritornavano davanti agli occhi le stupide facce di tutti quei commessi, e seguitavo a pensare:

"Ma sí! Ma sí! Che realtà può essere quella che la maggioranza degli uomini riesce a costituire in sé? Misera, labile, incerta. E i sopraffattori, ecco, ne approfittano! O piuttosto, s'illudono di poterne profittare, facendo subire o accettare quel senso e quel valore ch'essi dànno a se stessi, agli altri, alle cose, per modo che tutti vedano e sentano, pensino e parlino a modo loro." Mi levai da sedere; m'avvicinai alla finestra con un gran refrigerio; poi mi voltai verso Quantorzo che, interrotto nel meglio del suo discorso, stava a guardarmi con tanto d'occhi; e, seguitando il pensiero che mi torturava, dissi: «Ma che! ma che! s'illudono!» «Chi s'illude?» «Quelli che vogliono sopraffare il signor Firbo, per esempio! S'illudono perché in verità poi, caro mio, non riescono a imporre altro che parole. Parole, capisci. parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure cosí le cosiddette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono. Per esempio: usurajo! Per esempio: pazzo! Ma di' un po': come si può star quieti a pensare che c'è uno che s'affanna a persuadere agli altri che tu sei come ti vede lui, e a fissarti nella stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di te e ad impedire che gli altri ti vedano e ti giudichino altrimenti? Ebbi appena il tempo di notare lo sbalordimento di Quantorzo, che mi rividi davanti Stefano Firbo. Gli scorsi subito negli occhi che m'era diventato in pochi istanti nemico. E nemico subito anch'io, allora; nemico, perché non capiva che, se crude erano state le mie parole, il sentimento che poc'anzi aveva fatto impeto in me, non era contro di lui direttamente; tanto vero che di quelle parole ero pronto a chiedergli scusa. Già come ubriaco, feci di piú. Com'egli, venendomi a petto, torbido e minaccioso, mi disse: «Voglio che tu mi renda conto di ciò che hai detto per mia moglie!»

M'inginocchiai. «Ma sí! Guarda!» gli gridai, «cosí!»

E toccai con la fronte il pavimento.

Ebbi subito orrore del mio atto, o meglio, ch'egli potesse credere con Quantorzo che mi fossi inginocchiato per lui. Li guardai ridendo, e tónfete, tónfete, ancora due volte a terra, la fronte.

«Tu, non io, capisci? davanti a tua moglie, capisci? dovresti star cosí! E io, e lui, e tutti quanti, davanti ai cosí detti pazzi, cosí!»

Balzai in piedi, friggendo. I due si guardarono negli occhi, spaventati. L'uno domandò all'altro: «Ma che dice?»

«Parole nuove!» gridai. «Volete ascoltarle? Andate, andate là, dove li tenete chiusi: andate, andate a sentirli parlare! Li tenete chiusi perché cosí vi conviene!»

Afferrai Firbo per il bavero della giacca e lo scrollai, ridendo:

«Capisci, Stefano? Non ce l'ho mica soltanto con te! Tu ti sei offeso. No, caro mio! Che diceva di te tua moglie? Che sei un libertino, un ladro, un falsario, un impostore, e che non fai altro che dire bugie! Non è vero. Nessuno può crederlo. Ma prima che tu la chiudessi, eh? stavamo tutti ad ascoltarla, spaventati. Vorrei sapere perché!»

Firbo mi guardò appena, si voltò a Quantorzo come a chiedergli consiglio con scimunita angustia e disse:

«Oh bella! Ma appunto perché nessuno poteva crederlo!»

«Ah no, caro!» gli gridai. «Guardami bene negli occhi!»

«Che intendi dire?»

«Guardami negli occhi!» gli ripetei. «Non dico che sia vero! Stai tranquillo.»

Si sforzò a guardarmi, smorendo.

«Lo vedi?» gli gridai allora, «lo vedi? tu stesso! lo hai anche tu, ora, lo spavento negli occhi!»

«Ma perché mi stai sembrando pazzo!» mi urlò in faccia, esasperato.

Scoppiai a ridere, e risi a lungo, a lungo, senza potermi frenare, notando la paura, lo scompiglio che quella mia risata cagionava a tutt'e due. M'arrestai d'un tratto, spaventato a mia volta dagli occhi con cui mi guardavano. Quel che avevo fatto, quel che dicevo non aveva certo né ragione né senso per loro. Per ripigliarmi, dissi bruscamente:

«Alle corte. Ero venuto qua, oggi, per domandarvi conto d'un certo Marco di Dio. Vorrei sapere com'è che costui da anni non paga piú la pigione, e ancora non gli si fanno gli atti per cacciarlo via. Non m'aspettavo di vederli cascare, a questa domanda, in un piú grande stupore. Si guardarono come per trovare ciascuno nella vista dell'altro un sostegno che li aiutasse a sorreggere l'impressione che ricevevano di me, o piuttosto, d'un essere sconosciuto che insospettatamente scoprivano in me all'improvviso. «Ma che dici? che discorsi fai?» domandò Quantorzo.»

«Non vi raccapezzate? Marco di Dio. Paga o non paga la pigione?»

Seguitarono a guardarsi a bocca aperta. Scoppiai di nuovo a ridere; poi d'un tratto mi feci serio e dissi come a un altro che mi stésse di fronte, spuntato lí per lí davanti a loro: «Quando mai tu ti sei occupato di codeste cose?»

Piú che mai stupiti, quasi atterriti, rivolsero gli occhi a cercare in me chi aveva proferito le parole ch'essi avevano pensato e che stavano per dirmi. Ma come! Le avevo dette io?

«Sí» seguitai, serio. «Tu sai bene che tuo padre lo lasciò lí per tanti anni senza molestarlo, questo Marco di Dio. Come t'è venuto in mente, adesso?» Posai una mano su la spalla di Quantorzo e con un'altr'aria, non meno seria, ma gravata d'un'angosciosa stanchezza, soggiunsi: «T'avverto, caro mio, che non sono mio padre.» Poi mi voltai a Firbo e, posandogli l'altra mano sulla spalla: «Voglio che tu gli faccia subito gli atti. Lo sfratto immediato. Il padrone sono io, e comando io. Voglio poi l'elenco delle mie case con gli incartamenti di ciascuna. Dove sono?» Parole chiare. Domande precise. Marco di Dio. Lo sfratto. L'elenco delle case. Gl'incartamenti. Ebbene, non mi capivano. Mi guardavano come due insensati. E dovetti ripetere piú volte quel che volevo e farmi condurre allo scaffale dove si trovava l'incartamento di quella casa che bisognava al notaro Stampa. Quando fui nello stanzino ov'era quello scaffale, presi per le braccia Firbo e Quantorzo, che mi avevano condotto lí come due automi, e li misi fuori, richiudendo l'uscio alle loro spalle. Sono sicuro che dietro quell'uscio rimasero ancora un pezzo a guardarsi negli occhi, istupiditi, e che poi uno disse all'altro: «Dev'essersi impazzito!»


LIBRO QUARTO (2) LIVRO QUATRO (2)

Ah, il piacere della storia, signori! Nulla piú riposante della storia. Tutto nella vita vi cangia continuamente sotto gli occhi; nulla di certo; e quest'ansia senza requie di sapere come si determineranno i casi, di vedere come si stabiliranno i fatti che vi tengono in tanta ambascia e in tanta agitazione! Tutto determinato, tutto stabilito, all'incontro, nella storia: per quanto dolorose le vicende e tristi i casi, eccoli lí, ordinati, almeno, fissati in trenta, quaranta paginette di libro: quelli, e lí; che non cangeranno mai piú almeno fino a tanto che un malvagio spirito critico non avrà la mala contentezza di buttare all'aria quella costruzione ideale, ove tutti gli elementi si tenevano a vicenda cosí bene congegnati, e voi vi riposavate ammirando come ogni effetto seguiva obbediente alla sua causa con perfetta logica e ogni avvenimento si svolgeva preciso e coerente in ogni suo particolare, col signor duca di Nevers, che il giorno tale, anno tale, ecc. ecc.

Per non guastare tutto, dovetti ricondurmi alla sospesa, temporanea e costernata realtà del signor notaro Stampa.

«Io, già,» m'affrettai a dirgli. «Sarei io, signor notaro. E la casa, lei non ha difficoltà, è vero? ad ammettere che è mia, come tutta l'eredità del fu Francesco Antonio Moscarda mio padre. Già! E che è sfitta adesso questa casa, signor notaro. Oh piccola, sa... Saranno cinque o sei stanze, con due corpi bassi - si dice cosí? - Belli, i corpi bassi... Sfitta dunque, signor notaro; da poterne disporre a piacer mio. Ora dunque lei...»

E qui mi chinai e a bassa voce, con molta serietà, confidai al signor notaro l'atto che intendevo fare e che qui, per ora, non posso riferire, perché - gli dissi: «Deve restare tra me e lei, signor notaro, sotto il segreto professionale, fintanto che parrà a me. Siamo intesi?»

Intesi. Ma il signor notaro mi avvertí che per fare quell'atto gli bisognavano alcuni dati e documenti per cui mi toccava andare al banco, da Quantorzo. Mi sentii contrariato; tuttavia m'alzai. Come mi mossi, una maledetta voglia mi sorse di domandare al signor notaro:

«Come cammino? Scusi: mi sappia dire almeno come mi vede camminare!»

Mi trattenni a stento. Ma non potei fare a meno di voltarmi, nell'aprir l'uscio a vetri, e di dirgli con un sorriso di compassione: «Già, col mio passo, grazie!»

«Come dice?» domandò, stordito, il signor notaro.

«Ah, niente, dico che me ne vado col mio passo, signor notaro. Ma sa che una volta io ho veduto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava. Lei ora va a guardare il muso a un cavallo per vederlo ridere, e poi viene a dirmi che non l'ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaro? Con le natiche. Le assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche, sí, alle volte, di certe cose che vede o che gli passano per il capo. Se lei vuol vederlo ridere il cavallo, gli guardi le natiche e si stia bene!»

Capisco che non c'entrava dirgli cosí. Capisco tutto io. Ma se mi rimetto nelle condizioni d'animo in cui mi trovavo allora, che a vedermi addosso gli occhi della gente mi pareva di sottostare a un'orribile sopraffazione pensando che tutti quegli occhi mi davano un'immagine che non era certo quella che io mi conoscevo ma un'altra che io non potevo né conoscere né impedire; altro che dirle, mi veniva di farle, di farle, le pazzie, come rotolarmi per le strade o sorvolarle a passo di ballo, ammiccando di qua, cacciando fuori la lingua e facendo sberleffi di là... E invece andavo cosí serio, cosí serio, io, per via. E anche voi, che bellezza, andate tutti cosí serii...

IV. La strada maestra

Mi toccò dunque andare al banco per quelle carte della casa di cui aveva bisogno il signor notaro.

Erano mie quelle carte, senza dubbio, poiché mia era la casa, e potevo disporne. Ma se ci pensate bene, quelle carte, benché mie, non avrei potuto averle se non di furto o strappandole di mano con violenza pazzesca a un altro che agli occhi di tutti n'era il legittimo proprietario: voglio dire al signor usurajo Vitangelo Moscarda. Per me, questo, era evidente, perché io lo vedevo bene fuori, vivo negli altri e non in me, quel signor usurajo Vitangelo Moscarda. Ma per gli altri che in me non vedevano invece se non quell'usurajo per gli altri io, là al banco, andavo a rubarle a me stesso quelle carte o a strapparmele di mano pazzescamente. Potevo dir forse che non ero io? o che io ero un altro? Né era in nessun modo da ragionare un atto che agli occhi di tutti voleva appunto apparire contrario a me stesso e incoerente.

Seguitavo a camminare, come vedete, con perfetta coscienza su la strada maestra della pazzia, che era la strada appunto della mia realtà, quale mi s'era ormai lucidissimamente aperta davanti, con tutte le immagini di me, vive, specchiate e procedenti meco. Ma io ero pazzo perché ne avevo appunto questa precisa e specchiante coscienza, voi che pur camminate per questa medesima strada senza volervene accorgere, voi siete savii, e tanto piú quanto piú forte gridate a chi vi cammina accanto:

«Io, questo? io, cosí? Tu sei cieco! tu sei pazzo!»

V. Sopraffazione

Il furto, intanto, non era possibile, almeno lí per lí. Non sapevo dove stessero quelle carte. L'ultimo dei subalterni di Quantorzo o di Firbo era in quella banca piú padrone di me. Quando vi entravo, invitato per la firma, gl'impiegati non alzavano nemmeno gli occhi dai loro registri, e se qualcuno mi guardava, chiarissimamente con lo sguardo dimostrava di non tenermi in nessun conto. Eppure lí lavoravano tutti con tanto zelo per me, per ribadire sempre piú con quel loro assiduo lavoro il tristo concetto che in paese si aveva di me, ch'io fossi un usurajo. E a nessuno passava per il capo ch'io potessi di quel loro zelo, non che esser grato e disposto a compiacerli della mia lode, sentirmi offeso. Ah che rigido e attediato squallore in quella banca! Tutti quei tramezzi vetrati che correvano lungo i tre stanzoni in fila, tramezzi di vetro diacciato, con cinque sportellini gialli in ciascuno, come gialla era la cornice e gialla l'intelaiatura delle ampie lastre; e qua e là macchie d'inchiostro, qua e là qualche striscia di carta incollata sulla rottura d'una lastra; e il pavimento di vecchi mattoni di terracotta, strusciato in mezzo, lungo la fila dei tre stanzoni; strusciato davanti a ogni sportellino: triste corridojo, con quei vetri dei tramezzi di qua e i vetri delle due ampie finestre di là, per ogni stanzone, impolverati; e quelle filze di cifre nei muri, a penna, a lapis, sopra i tavolini sporchi d'inchiostro, tra una finestra e l'altra, sotto le cornici scrostate di certe telacce affumicate qua e là gonfie e polverose, appese lí; e un tanfo di vecchio da per tutto, misto con quello acre della carta dei registri e con quell'alido esalante da un forno giú a pianterreno. E la malinconia disperata di quelle poche seggiole d'antica foggia, presso i tavolini, su cui nessuno sedeva, che tutti scostavano e lasciavano lí, fuori di posto, dove e come per quelle povere seggiole inutili era certo un'offesa e una pena esser lasciate. Tante volte, entrando, m'era venuto di far notare: «Ma perché queste seggiole? Che condanna è la loro, di stare qua, se nessuno se ne serve?

Me n'ero trattenuto, non già perché avessi avvertito a tempo che in un luogo come quello la pietà per le seggiole avrebbe fatto strabiliare tutti e rischiavo fors'anche d'apparir cinico: me n'ero trattenuto, avvertendo invece che avrei fatto ridere di me per quel badare a una cosa che certamente sarebbe sembrata stravagante a chi sapeva quanto poco badassi agli affari. Quel giorno, entrando, trovai i commessi affollati nell'ultimo stanzone, che si squaccheravano di tanto in tanto in risate assistendo a un diverbio tra Stefano Firbo e un certo Turolla, burlato da tutti anche per il modo con cui si vestiva. Una giacca lunga, diceva quel povero Turolla, a lui cosí corto, lo avrebbe fatto sembrare piú corto. E diceva bene. Ma non s'accorgeva intanto, cosí tracagnotto e serio serio, con quei mustacchioni da brigadiere, come gli stava ridicola di dietro la giacchettina accorciata, che gli scopriva le natiche sode. Ora lí lí per piangere, avvilito, congestionato, frustato dalle risate dei colleghi, alzava un braccino e badava a dire a Firbo:

«Oh Dio, come le piglia lei le parole!»

Firbo gli era sopra e gli gridava in faccia, scrollandolo furiosamente per quel braccio levato:

«Ma che conosci? che conosci? tu neanche lo conosci; eppure ti somiglia!»

Come venni a sapere che si trattava di un tale che aveva chiesto un prestito alla banca, presentato appunto dal Turolla che diceva di conoscerlo per un brav'uomo, mentre Firbo sosteneva il contrario, mi sentii stravolgere da un impeto di ribellione. Ignorando la tortura segreta del mio spirito, nessuno poté intenderne la ragione, e tutti restarono quasi basiti quand'io, strappando indietro due o tre di quei commessi: «E tu?» gridai a Firbo, «che conosci tu? con qual diritto vuoi importi cosí a un altro?»

Firbo si voltò sbalordito a guardarmi e, quasi non credendo a se stesso nel vedermi cosí addosso, gridò:

«Sei pazzo?»

Mi venne, non so come, di buttargli in faccia una risposta ingegnosa, che agghiacciò tutti:

«Sí; come tua moglie, che ti conviene tener chiusa al manicomio!»

Mi si parò davanti pallido e convulso:

«Com'hai detto? Mi conviene?»

Diedi una spallata e seccato dello sgomento che teneva tutti e, nello stesso tempo, entro di me come improvvisamente assordito dalla coscienza dell'inopportunità di quella mia intromissione, gli risposi piano, per troncare: «Ma sí, lo sai bene.»

E non potei udire, come se dopo queste parole fossi diventato subito, non so, di pietra, ciò che Firbo mi gridò tra i denti prima di scappar via sulle furie. So che sorridevo mentre Quantorzo, sopravvenuto all'alterco, mi trascinava via con sé nella stanzetta della direzione. Sorridevo per dimostrare che di quella violenza non c'era piú bisogno e che tutto era finito, quantunque sentissi bene in me, che in quel momento, pur mentre sorridevo, avrei potuto uccidere qualcuno, tanto la concitata severità di Quantorzo mi irritava. Nella stanzetta della direzione mi misi a guardare intorno, stupito io stesso che lo strano stordimento in cui ero cosí di colpo caduto non m'impedisse di percepire lucidamente e precisamente le cose, fin quasi ad avere la tentazione di riderne, uscendo apposta, tra quella fiera riprensione che Quantorzo mi dava, in qualche domanda di curiosità infantile su questo o quell'oggetto della stanza. E intanto, non so, quasi automaticamente pensavo che a Stefano Firbo, da piccolo, avevano dato i bottoni alla schiena e che sebbene la gobba non gli si vedesse, tutta la cassa del corpo era però da gobbo: eh sí, su quelle esili e lunghe zampe da uccello: ma elegante; sí sí: un falso gobbo elegante; ben riuscito.

E, cosí pensando, mi parve chiaro tutt'a un tratto ch'egli dovesse valersi della sua non comune intelligenza per vendicarsi contro tutti coloro che, da piccoli, non avevano avuto come lui i bottoni alla schiena. Pensavo queste cose, ripeto, come se le pensasse un altro in me, quello che d'improvviso era diventato cosí stranamente freddo e svagato, non tanto per opporre a difesa, se occorresse, quella freddezza, quanto per rappresentare una parte, dietro la quale mi conveniva tenere ancora nascosto ciò che della spaventosa verità, che già mi s'era chiarita, m'avveniva sempre piú di scoprire: "Ma sí! è qui tutto," pensavo, "in questa sopraffazione. Ciascuno vuole imporre agli altri quel mondo che ha dentro, come se fosse fuori, e che tutti debbano vederlo a suo modo, e che gli altri non possano esservi se non come li vede lui." Mi ritornavano davanti agli occhi le stupide facce di tutti quei commessi, e seguitavo a pensare:

"Ma sí! Ma sí! Che realtà può essere quella che la maggioranza degli uomini riesce a costituire in sé? Misera, labile, incerta. E i sopraffattori, ecco, ne approfittano! O piuttosto, s'illudono di poterne profittare, facendo subire o accettare quel senso e quel valore ch'essi dànno a se stessi, agli altri, alle cose, per modo che tutti vedano e sentano, pensino e parlino a modo loro." Mi levai da sedere; m'avvicinai alla finestra con un gran refrigerio; poi mi voltai verso Quantorzo che, interrotto nel meglio del suo discorso, stava a guardarmi con tanto d'occhi; e, seguitando il pensiero che mi torturava, dissi: «Ma che! ma che! s'illudono!» «Chi s'illude?» «Quelli che vogliono sopraffare il signor Firbo, per esempio! S'illudono perché in verità poi, caro mio, non riescono a imporre altro che parole. Parole, capisci. parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure cosí le cosiddette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono. Per esempio: usurajo! Per esempio: pazzo! Ma di' un po': come si può star quieti a pensare che c'è uno che s'affanna a persuadere agli altri che tu sei come ti vede lui, e a fissarti nella stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di te e ad impedire che gli altri ti vedano e ti giudichino altrimenti? Ebbi appena il tempo di notare lo sbalordimento di Quantorzo, che mi rividi davanti Stefano Firbo. Gli scorsi subito negli occhi che m'era diventato in pochi istanti nemico. E nemico subito anch'io, allora; nemico, perché non capiva che, se crude erano state le mie parole, il sentimento che poc'anzi aveva fatto impeto in me, non era contro di lui direttamente; tanto vero che di quelle parole ero pronto a chiedergli scusa. Già come ubriaco, feci di piú. Com'egli, venendomi a petto, torbido e minaccioso, mi disse: «Voglio che tu mi renda conto di ciò che hai detto per mia moglie!»

M'inginocchiai. «Ma sí! Guarda!» gli gridai, «cosí!»

E toccai con la fronte il pavimento.

Ebbi subito orrore del mio atto, o meglio, ch'egli potesse credere con Quantorzo che mi fossi inginocchiato per lui. Li guardai ridendo, e tónfete, tónfete, ancora due volte a terra, la fronte.

«Tu, non io, capisci? davanti a tua moglie, capisci? dovresti star cosí! E io, e lui, e tutti quanti, davanti ai cosí detti pazzi, cosí!»

Balzai in piedi, friggendo. I due si guardarono negli occhi, spaventati. L'uno domandò all'altro: «Ma che dice?»

«Parole nuove!» gridai. «Volete ascoltarle? Andate, andate là, dove li tenete chiusi: andate, andate a sentirli parlare! Li tenete chiusi perché cosí vi conviene!»

Afferrai Firbo per il bavero della giacca e lo scrollai, ridendo:

«Capisci, Stefano? Non ce l'ho mica soltanto con te! Tu ti sei offeso. No, caro mio! Che diceva di te tua moglie? Che sei un libertino, un ladro, un falsario, un impostore, e che non fai altro che dire bugie! Non è vero. Nessuno può crederlo. Ma prima che tu la chiudessi, eh? stavamo tutti ad ascoltarla, spaventati. Vorrei sapere perché!»

Firbo mi guardò appena, si voltò a Quantorzo come a chiedergli consiglio con scimunita angustia e disse:

«Oh bella! Ma appunto perché nessuno poteva crederlo!»

«Ah no, caro!» gli gridai. «Guardami bene negli occhi!»

«Che intendi dire?»

«Guardami negli occhi!» gli ripetei. «Non dico che sia vero! Stai tranquillo.»

Si sforzò a guardarmi, smorendo.

«Lo vedi?» gli gridai allora, «lo vedi? tu stesso! lo hai anche tu, ora, lo spavento negli occhi!»

«Ma perché mi stai sembrando pazzo!» mi urlò in faccia, esasperato.

Scoppiai a ridere, e risi a lungo, a lungo, senza potermi frenare, notando la paura, lo scompiglio che quella mia risata cagionava a tutt'e due. M'arrestai d'un tratto, spaventato a mia volta dagli occhi con cui mi guardavano. Quel che avevo fatto, quel che dicevo non aveva certo né ragione né senso per loro. Per ripigliarmi, dissi bruscamente:

«Alle corte. Ero venuto qua, oggi, per domandarvi conto d'un certo Marco di Dio. Vorrei sapere com'è che costui da anni non paga piú la pigione, e ancora non gli si fanno gli atti per cacciarlo via. Non m'aspettavo di vederli cascare, a questa domanda, in un piú grande stupore. Si guardarono come per trovare ciascuno nella vista dell'altro un sostegno che li aiutasse a sorreggere l'impressione che ricevevano di me, o piuttosto, d'un essere sconosciuto che insospettatamente scoprivano in me all'improvviso. «Ma che dici? che discorsi fai?» domandò Quantorzo.»

«Non vi raccapezzate? Marco di Dio. Paga o non paga la pigione?»

Seguitarono a guardarsi a bocca aperta. Scoppiai di nuovo a ridere; poi d'un tratto mi feci serio e dissi come a un altro che mi stésse di fronte, spuntato lí per lí davanti a loro: «Quando mai tu ti sei occupato di codeste cose?»

Piú che mai stupiti, quasi atterriti, rivolsero gli occhi a cercare in me chi aveva proferito le parole ch'essi avevano pensato e che stavano per dirmi. Ma come! Le avevo dette io?

«Sí» seguitai, serio. «Tu sai bene che tuo padre lo lasciò lí per tanti anni senza molestarlo, questo Marco di Dio. Come t'è venuto in mente, adesso?» Posai una mano su la spalla di Quantorzo e con un'altr'aria, non meno seria, ma gravata d'un'angosciosa stanchezza, soggiunsi: «T'avverto, caro mio, che non sono mio padre.» Poi mi voltai a Firbo e, posandogli l'altra mano sulla spalla: «Voglio che tu gli faccia subito gli atti. Lo sfratto immediato. Il padrone sono io, e comando io. Voglio poi l'elenco delle mie case con gli incartamenti di ciascuna. Dove sono?» Parole chiare. Domande precise. Marco di Dio. Lo sfratto. L'elenco delle case. Gl'incartamenti. Ebbene, non mi capivano. Mi guardavano come due insensati. E dovetti ripetere piú volte quel che volevo e farmi condurre allo scaffale dove si trovava l'incartamento di quella casa che bisognava al notaro Stampa. Quando fui nello stanzino ov'era quello scaffale, presi per le braccia Firbo e Quantorzo, che mi avevano condotto lí come due automi, e li misi fuori, richiudendo l'uscio alle loro spalle. Sono sicuro che dietro quell'uscio rimasero ancora un pezzo a guardarsi negli occhi, istupiditi, e che poi uno disse all'altro: «Dev'essersi impazzito!»