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Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro, PARTE SECONDA - 3. Con i guanti

PARTE SECONDA - 3. Con i guanti

Pasotti, per far la burla più completa, rimproverò sua moglie di avere riferito al signor Giacomo il discorso di don Giuseppe circa la convenienza di quel tale matrimonio. La povera sorda cadde dalle nuvole, non sapeva né di discorsi né di matrimoni, protestò ch'era una calunnia, scongiurò suo marito di non crederci, si disperò, quasi, perché il Controllore mostrava conservar un sospetto. Il maligno uomo si preparava un divertimento squisito; dire al signor Giacomo e a don Giuseppe che sua moglie desiderava rimediare al mal fatto e metter pace, farli trovare tutti e tre insieme a casa sua, star ad ascoltare dietro un uscio la deliziosa scena che seguirebbe fra il signor Giacomo irritato, don Giuseppe atterrito, la Barborin addolorata e sorda. Ma il disegno gli fallì perché sua moglie non poté stare alle mosse e corse al «Palazz» a giustificarsi.

Ella trovò don Giuseppe e la Maria in uno stato di agitazione straordinaria. Era capitato loro qualche cosa di grosso che la Maria avrebbe voluto dire e don Giuseppe no. Cedette il padrone a patto che la Maria non gridasse, che si facesse intendere a segni. Trovando contrasto anche su questa condizione, diventò addirittura, nella sua prudenza, furibondo e la serva non insistette. Siccome era corsa voce d'un caso di colèra a Lugano nella persona d'un tale venuto da Milano, dove il male c'era, don Giuseppe aveva subito disposto che le provviste per cucina si facessero a Porlezza invece che a Lugano; e ne aveva incaricato il Giacomo Panighèt, il postino che portava le lettere in Valsolda non tre volte il giorno, come ora si portano, ma due volte la settimana, com'era la beata consuetudine del piccolo mondo antico. Ora, cinque minuti prima che venisse la signora Pasotti, il Giacomo Panighèt aveva portato il solito canestro e nel canestro s'era trovata, sotto i cavoli, una letterina diretta a don Giuseppe. Diceva così:

Lei che giuoca a primiera con don Franco Maironi, lo avverta che l'aria di Lugano è molto migliore di quella di Oria. Tivano

La Maria mostrò silenziosamente alla Pasotti il canestro ancora pieno, le rappresentò con una mimica efficace la scoperta della lettera, gliela diede a leggere. Appena la sorda ebbe letto incominciò una bizzarra, indescrivibile azione muta di tutti e tre. La Maria e don Giuseppe rappresentavano a furia di gesti e di occhiacci la loro sorpresa e il loro terrore; la Pasotti, tra sgomenta e smarrita, li guardava a bocca aperta, col foglio in mano, come se avesse capito; in fatto capiva solamente che la lettera doveva essere spaventosa. Ebbe un lampo, tese il foglio a don Giuseppe con la sinistra, puntando l'indice della destra sulla parola Franco , incrocio quindi i polsi con una mimica interrogativa; e poiché i due, riconosciuta la figura delle manette, si sbracciavano a far di sì col capo, diede in ismanie per l'affezione grande che portava a Luisa e, senza curarsi più del suo proprio affare, spiegò per segni, come se anche gli altri due fossero stati sordi, che sarebbe corsa subito a Oria, da don Franco, e gli avrebbe recato lo scritto. Si cacciò la carta in tasca e prese la corsa senza quasi salutare né don Giuseppe né la Maria che si provarono inutilmente, mezzo spiritati, di afferrarla, di trattenerla, di raccomandarle ogni precauzione possibile. Ella sgusciò loro di mano e si mise a trottare, scuotendo il suo alto cappellone, trascinando per terra la sua vecchia sottana grigia, verso Oria, dove arrivò tutta scalmanata, con la testa piena di gendarmi, di perquisizioni, d'arresti, di terrori e di pianti. Salì le scale del giardinetto Ribera, entrò difilata in sala, vide gente, riconobbe il Ricevitore e l'I. R. Commissario di Porlezza, si sgomentò dubitando che fossero lì per il terribile colpo, ma vide pure la signora Bianconi, il signor Giacomo Puttini e respirò. Il Commissario, seduto al posto d'onore, sul canapè grande, presso l'ingegnere in capo, parlava molto, con grande facilità e brio, guardando di preferenza Franco come se Franco fosse il solo per il quale valesse la pena di spendere fiato e spirito. Franco stava in una poltrona, muto, ingrugnato quale chi sta in casa altrui e sente un puzzo che non può convenientemente fuggire né maledire. Si discorreva della campagna di Crimea e il Commissario magnificava il piano degli alleati di attaccare il colosso in un punto vitale per le sue ambizioni, parlava della barbarie russa e persino dell'Autocrata in modo da far rabbrividire Franco per il timore di un'alleanza anglo-franco-austriaca e da far strabiliare il Carlascia che aveva le idee del 1849 e vedeva nello Czar un grosso amicone di casa. «E Lei, signor primo deputato politico», disse il Commissario volgendo il suo giallastro sorriso ironico al signor Giacomo, «cosa ne dice Lei?» Il signor Giacomo batté gli occhietti e, palpatesi alquanto le ginocchia, rispose: «Mi, signor Commissario riveritissimo, de Russia né de Franza né de Inghilterra no me ne intendo e no me ne intrigo. Lasso che i se la despàta. Ma mi, ghe digo la verità, me fa pecà el poro can del Papuzza. Lü xe quieto come un polesin e questi ghe fà momò: lü no ciama agiuto e quei core in zinquanta a giutarlo, e intanto i ghe xe adosso tuti, e magna che te magna, el poro Papuzza, sia ch'el vinza, sia ch'el perda, el me resta in camisa». Con questo nomignolo di Papuzza (babbuccia), il signor Giacomo designava venetamente il Turco. Era la personificazione della Turchia in un turco ideale, con tanto di turbante, di barba, di pancia e di babbucce. Nella sua qualità di uomo pacifico e di semi-libero pensatore, il Puttini aveva un debole per il pigro, placido e bonario Papuzza.

«Stia tranquillo», disse ridendo il Commissario. «Il suo amico Papuzza se la caverà benone. Siamo amici di Papuzza anche noi e non lo lasceremo mutilare né svenare.» Franco non si tenne dal brontolare con tanto di cipiglio: «Sarebbe però una bella ingratitudine verso la Russia!»

Il Commissario tacque, e la signora Peppina propose, con un tatto insolito, di andare a vedere i fiori. «Meglio!», fece l'ingegnere, assai contento che si troncasse quel dialogo. Nel passar della sala nel giardinetto, il Commissario prese familiarmente il braccio di Franco e gli disse all'orecchio: «Ha ragione, sa, dell'ingratitudine, ma certe cose noi impiegati non le possiamo dire». Franco, a cui il tocco della Imperial Regia mano bruciava, fu sorpreso di questa uscita. Se colui avesse avuto una faccia più italiana, gli avrebbe creduto; con quella faccia calmucca non gli credette e lasciò cader il discorso. Lo ripigliò l'altro, sottovoce, affacciandosi alla ringhiera verso il lago e fingendo di guardar il ficus repens che veste la muraglia. «Si guardi anche Lei», diss'egli, «da certe parole. C'è delle bestie che possono interpretar male.» E accennò leggermente col capo al Ricevitore. «Se ne guardi, se ne guardi!» «Grazie», rispose Franco, asciutto, «ma non credo che avrò bisogno di guardarmi.» «Non si sa, non si sa, non si sa», sussurrò il Commissario, e toltosi di là, andò, seguito da Franco, dove il Ricevitore e l'ingegnere discorrevano di tinche presso la scaletta che scende al secondo ripiano del giardinetto. Lì presso c'era il famoso vaso rosso di gelsomini. «Questo rosso sta male, signor Maironi», disse il bestione ex abrupto , e diede un colpo all'aria con la mano come per dire «via!». In quel momento Luisa si affacciò al giardino dalla sala e chiamò suo marito. Il Commissario si voltò al suo zelante accolito e gli disse bruscamente: «Lasci stare!» La Pasotti partiva e voleva salutare Franco. Questi desiderava farla uscire per il giardino ma ella, volendo evitare le cerimonie con quegli altri signori, preferì di scender per la scala interna e Franco l'accompagnò fino alla porta di strada, ch'era aperta. Con suo grande stupore, la Pasotti, invece di uscire, chiuse la porta e si mise a fargli una mimica concitata, affatto inintelligibile, accompagnandola di sospiri tronchi e di stralunamenti d'occhi: dopo di che si levò di tasca una lettera e gliela porse. Franco lesse, si strinse nelle spalle e intascò la carta. Poi, siccome la Pasotti consigliava, con la sua mimica disperata, fuga fuga, Lugano Lugano, la rassicurò con un gesto sorridendo. Colei gli afferrò ancora una volta le mani, scosse ancora con un fremito di supplica, il cappellone inclinato a destra e i due lunghi riccioli neri. Poi spalancò gli occhi, porse le labbra in fuori quanto poté, si calcò l'indice sul naso nel segno del silenzio. «Anca con Pasott!», diss'ella; e furono le sole sue parole durante tutta questa spiegazione; dopo le quali scappò. Franco risalì le scale, pensando ai casi suoi. Poteva essere un falso allarme, poteva essere una cosa seria. Ma perché mai lo si sarebbe arrestato? Cercò di ricordare se avesse in casa qualche cosa di compromettente e non trovò nulla. Pensò ad una perfidia della nonna ma cacciò subito quest'idea, se ne rimproverò e rimise ogni decisione a più tardi, quando avrebbe parlato a sua moglie. Ritornò nel giardinetto dove il Commissario, appena lo vide, gli chiese di mostrargli certe dalie che la signora Peppina vantava. Udito che le dalie erano nell'orto, propose a Franco di accompagnarvelo. Potevano andar soli; tanto, gli altri erano profani. Franco accettò. Il contegno di quel piccolo birro inguantato già pareva molto strano; avrebbe pur voluto capire se potesse in qualche modo accordarsi con l'avvertimento misterioso. «Senta, signor Maironi», disse risolutamente il Commissario quando Franco ebbe chiuso dietro a sé l'uscio dell'orto. «Le voglio dire una parola.» Franco, che stava scendendo i due scalini appoggiati alla soglia della porta, si fermò e aggrottò le sopracciglia. «Venga qua!», soggiunse l'altro, imperioso. «Ciò che sto per fare è forse contro il mio dovere ma lo faccio egualmente. Sono troppo amico della signora marchesa Sua nonna per non farlo. Lei corre un gravissimo pericolo.»

«Io?», disse Franco, freddamente. «Quale?» Franco aveva rapida e sicura l'intuizione del pensiero altrui. Le parole del Commissario si accordavano bene con quelle portategli dalla Pasotti; pure egli sentì, in quel momento, che il piccolo birro aveva un tradimento nel cuore. «Quale?», rispose costui. «Mantova!» Franco udì senza batter ciglio il formidabile nome, sinonimo di segrete e di forche. «Io non posso aver paura di Mantova», diss'egli. «Non ho fatto nulla per andar a Mantova.» «Eppure!» «Di che cosa mi accusano?», ripeté Franco. «Questo lo sentirà se resta qui», rispose il Commissario, pigiando sulle ultime parole. «E adesso vediamo le dalie.» «Non ho fatto nulla», tornò a dire Franco. «Non mi muovo.» «Vediamo queste dalie, vediamo queste dalie!», insistette il Commissario. Parve a Franco che avrebbe dovuto ringraziar quell'uomo e non poté farlo. Gli mostrò i suoi fiori con quel tanto di cortesia che occorreva, con perfetta tranquillità; e lo ricondusse dall'orto in casa, discorrendo di non so qual professore Maspero, di non so qual segreto per combattere l' oïdium . In sala si discorreva di un altro peggiore oïdium . La signora Peppina aveva in corpo una terribile paura del colèra. Riconosceva, sì, che il colèra ammoniva ogni buon cristiano di mettersi in grazia di Dio e che quando si è in grazia di Dio è una fortuna di andar all'altro mondo: «Ma però, anca la pell, neh! Quella cara pelascia! A pensà che l'è domà vüna!». «Il colèra», disse Luisa, «se avesse giudizio, potrebbe fare bellissime cose; ma non ne ha.» «Vede», sussurrò alla signora Peppina, mentre il Biancòn si alzava per andare incontro al Commissario di ritorno con Franco, «il colèra è capace di portar via Lei e di lasciar qui Suo marito.» A questa uscita stravagante la signora Peppina ebbe un sussulto di spavento, fece «Esüsmaria!» e poi capì di essersi tradita, di non aver mostrato per il suo Carlascia quella tenerezza di cui parlava sempre, afferrò il ginocchio della sua vicina e si piegò a dirle sottovoce, rossa come un papavero: «Citto, citto, citto!» Ma Luisa non badava più a lei; un'occhiata di Franco le aveva detto ch'era successo qualche cosa. Partita tutta quella gente, lo zio Piero si mise a leggere la Gazzetta di Milano e Luisa disse a suo marito: «Sono le tre, andiamo a svegliar Maria». Quando fu con lui nella camera dell'alcova, invece di aprir le imposte, gli domandò cosa fosse accaduto. Franco le raccontò tutto, dal biglietto della Pasotti allo strano contegno, alla strana confidenza del Commissario.

Luisa lo ascoltò molto seria ma senza dar segno di timore. Esaminò il biglietto misterioso. Ella e Franco sapevano che fra gli agenti governativi di Porlezza v'era un galantuomo il quale nel 1849 e nel 1850 aveva salvato parecchi patrioti avvertendoli segretamente; ma sapevano pure che quel galantuomo là non conosceva l'ortografia né la grammatica. Il biglietto portato dalla Pasotti era correttissimo. Quanto al Commissario, si sapeva che era uno dei più tristi e maligni arnesi del Governo. Luisa approvò la risposta di suo marito. «Giurerei che ti vogliono far partire», diss'ella. Franco lo pensava pure ma senza trovarne un ragionevole perché. Luisa ne aveva bene in mente uno, suggeritole dal suo disprezzo per la nonna. Il Commissario era un buon amico della nonna, l'aveva detto egli stesso per un raffinamento, secondo lei, di astuzia. Nel guanto del Commissario vi era l'artiglio della nonna. Non Franco solo ma tutti si volevano colpire; e si volevano colpire nella persona di colui che sosteneva la famiglia con le proprie fatiche, col proprio generoso cuore. Ella sapeva, per discorsi riferitile dalle solite lingue odiose, che la nonna detestava lo zio Piero perché lo zio Piero aveva dato modo a suo nipote di ribellarsi a lei e di vivere nella ribellione, abbastanza comodamente. Ora si cercava un pretesto di colpirlo. La fuga del nipote sarebbe stata una confessione e, per un Governo come l'austriaco, un buon pretesto di colpir lo zio. Luisa non lo disse subito, solamente lasciò capire che aveva un'idea; allora suo marito gliela fece, poco a poco, metter fuori. Uditala, ci credette nel suo cuore ma protestò a parole, cercò difender la nonna da un'accusa troppo poco fondata e troppo mostruosa. Comunque la cosa fosse, marito e moglie si accordavano interamente nella risoluzione di non muoversi, di aspettare gli avvenimenti. Perciò non stettero più a fare né a discutere supposizioni. Luisa si alzò, andò ad aprire le imposte, si voltò a guardar sorridendo suo marito nella luce; gli stese la mano ch'egli strinse e scosse col cuore caldo e la lingua impedita. Pareva loro di esser soldati condotti per una via quieta al rombo lontano del cannone, a Dio sa qual sorte.


PARTE SECONDA - 3. Con i guanti PART TWO - 3. With Gloves

Pasotti, per far la burla più completa, rimproverò sua moglie di avere riferito al signor Giacomo il discorso di don Giuseppe circa la convenienza di quel tale matrimonio. La povera sorda cadde dalle nuvole, non sapeva né di discorsi né di matrimoni, protestò ch'era una calunnia, scongiurò suo marito di non crederci, si disperò, quasi, perché il Controllore mostrava conservar un sospetto. Il maligno uomo si preparava un divertimento squisito; dire al signor Giacomo e a don Giuseppe che sua moglie desiderava rimediare al mal fatto e metter pace, farli trovare tutti e tre insieme a casa sua, star ad ascoltare dietro un uscio la deliziosa scena che seguirebbe fra il signor Giacomo irritato, don Giuseppe atterrito, la Barborin addolorata e sorda. Ma il disegno gli fallì perché sua moglie non poté stare alle mosse e corse al «Palazz» a giustificarsi.

Ella trovò don Giuseppe e la Maria in uno stato di agitazione straordinaria. Era capitato loro qualche cosa di grosso che la Maria avrebbe voluto dire e don Giuseppe no. Cedette il padrone a patto che la Maria non gridasse, che si facesse intendere a segni. Trovando contrasto anche su questa condizione, diventò addirittura, nella sua prudenza, furibondo e la serva non insistette. Siccome era corsa voce d'un caso di colèra a Lugano nella persona d'un tale venuto da Milano, dove il male c'era, don Giuseppe aveva subito disposto che le provviste per cucina si facessero a Porlezza invece che a Lugano; e ne aveva incaricato il Giacomo Panighèt, il postino che portava le lettere in Valsolda non tre volte il giorno, come ora si portano, ma due volte la settimana, com'era la beata consuetudine del piccolo mondo antico. Ora, cinque minuti prima che venisse la signora Pasotti, il Giacomo Panighèt aveva portato il solito canestro e nel canestro s'era trovata, sotto i cavoli, una letterina diretta a don Giuseppe. Diceva così:

Lei che giuoca a primiera con don Franco Maironi, lo avverta che l'aria di Lugano è molto migliore di quella di Oria. Tivano

La Maria mostrò silenziosamente alla Pasotti il canestro ancora pieno, le rappresentò con una mimica efficace la scoperta della lettera, gliela diede a leggere. Appena la sorda ebbe letto incominciò una bizzarra, indescrivibile azione muta di tutti e tre. La Maria e don Giuseppe rappresentavano a furia di gesti e di occhiacci la loro sorpresa e il loro terrore; la Pasotti, tra sgomenta e smarrita, li guardava a bocca aperta, col foglio in mano, come se avesse capito; in fatto capiva solamente che la lettera doveva essere spaventosa. Ebbe un lampo, tese il foglio a don Giuseppe con la sinistra, puntando l'indice della destra sulla parola Franco , incrocio quindi i polsi con una mimica interrogativa; e poiché i due, riconosciuta la figura delle manette, si sbracciavano a far di sì col capo, diede in ismanie per l'affezione grande che portava a Luisa e, senza curarsi più del suo proprio affare, spiegò per segni, come se anche gli altri due fossero stati sordi, che sarebbe corsa subito a Oria, da don Franco, e gli avrebbe recato lo scritto. Si cacciò la carta in tasca e prese la corsa senza quasi salutare né don Giuseppe né la Maria che si provarono inutilmente, mezzo spiritati, di afferrarla, di trattenerla, di raccomandarle ogni precauzione possibile. Ella sgusciò loro di mano e si mise a trottare, scuotendo il suo alto cappellone, trascinando per terra la sua vecchia sottana grigia, verso Oria, dove arrivò tutta scalmanata, con la testa piena di gendarmi, di perquisizioni, d'arresti, di terrori e di pianti. Salì le scale del giardinetto Ribera, entrò difilata in sala, vide gente, riconobbe il Ricevitore e l'I. R. Commissario di Porlezza, si sgomentò dubitando che fossero lì per il terribile colpo, ma vide pure la signora Bianconi, il signor Giacomo Puttini e respirò. Il Commissario, seduto al posto d'onore, sul canapè grande, presso l'ingegnere in capo, parlava molto, con grande facilità e brio, guardando di preferenza Franco come se Franco fosse il solo per il quale valesse la pena di spendere fiato e spirito. Franco stava in una poltrona, muto, ingrugnato quale chi sta in casa altrui e sente un puzzo che non può convenientemente fuggire né maledire. Si discorreva della campagna di Crimea e il Commissario magnificava il piano degli alleati di attaccare il colosso in un punto vitale per le sue ambizioni, parlava della barbarie russa e persino dell'Autocrata in modo da far rabbrividire Franco per il timore di un'alleanza anglo-franco-austriaca e da far strabiliare il Carlascia che aveva le idee del 1849 e vedeva nello Czar un grosso amicone di casa. «E Lei, signor primo deputato politico», disse il Commissario volgendo il suo giallastro sorriso ironico al signor Giacomo, «cosa ne dice Lei?» Il signor Giacomo batté gli occhietti e, palpatesi alquanto le ginocchia, rispose: «Mi, signor Commissario riveritissimo, de Russia né de Franza né de Inghilterra no me ne intendo e no me ne intrigo. Lasso che i se la despàta. Ma mi, ghe digo la verità, me fa pecà el poro can del Papuzza. Lü xe quieto come un polesin e questi ghe fà momò: lü no ciama agiuto e quei core in zinquanta a giutarlo, e intanto i ghe xe adosso tuti, e magna che te magna, el poro Papuzza, sia ch'el vinza, sia ch'el perda, el me resta in camisa». Con questo nomignolo di Papuzza (babbuccia), il signor Giacomo designava venetamente il Turco. Era la personificazione della Turchia in un turco ideale, con tanto di turbante, di barba, di pancia e di babbucce. Nella sua qualità di uomo pacifico e di semi-libero pensatore, il Puttini aveva un debole per il pigro, placido e bonario Papuzza.

«Stia tranquillo», disse ridendo il Commissario. «Il suo amico Papuzza se la caverà benone. Siamo amici di Papuzza anche noi e non lo lasceremo mutilare né svenare.» Franco non si tenne dal brontolare con tanto di cipiglio: «Sarebbe però una bella ingratitudine verso la Russia!»

Il Commissario tacque, e la signora Peppina propose, con un tatto insolito, di andare a vedere i fiori. «Meglio!», fece l'ingegnere, assai contento che si troncasse quel dialogo. Nel passar della sala nel giardinetto, il Commissario prese familiarmente il braccio di Franco e gli disse all'orecchio: «Ha ragione, sa, dell'ingratitudine, ma certe cose noi impiegati non le possiamo dire». Franco, a cui il tocco della Imperial Regia mano bruciava, fu sorpreso di questa uscita. Se colui avesse avuto una faccia più italiana, gli avrebbe creduto; con quella faccia calmucca non gli credette e lasciò cader il discorso. Lo ripigliò l'altro, sottovoce, affacciandosi alla ringhiera verso il lago e fingendo di guardar il ficus repens che veste la muraglia. «Si guardi anche Lei», diss'egli, «da certe parole. C'è delle bestie che possono interpretar male.» E accennò leggermente col capo al Ricevitore. «Se ne guardi, se ne guardi!» «Grazie», rispose Franco, asciutto, «ma non credo che avrò bisogno di guardarmi.» «Non si sa, non si sa, non si sa», sussurrò il Commissario, e toltosi di là, andò, seguito da Franco, dove il Ricevitore e l'ingegnere discorrevano di tinche presso la scaletta che scende al secondo ripiano del giardinetto. Lì presso c'era il famoso vaso rosso di gelsomini. «Questo rosso sta male, signor Maironi», disse il bestione ex abrupto , e diede un colpo all'aria con la mano come per dire «via!». In quel momento Luisa si affacciò al giardino dalla sala e chiamò suo marito. Il Commissario si voltò al suo zelante accolito e gli disse bruscamente: «Lasci stare!» La Pasotti partiva e voleva salutare Franco. Questi desiderava farla uscire per il giardino ma ella, volendo evitare le cerimonie con quegli altri signori, preferì di scender per la scala interna e Franco l'accompagnò fino alla porta di strada, ch'era aperta. Con suo grande stupore, la Pasotti, invece di uscire, chiuse la porta e si mise a fargli una mimica concitata, affatto inintelligibile, accompagnandola di sospiri tronchi e di stralunamenti d'occhi: dopo di che si levò di tasca una lettera e gliela porse. Franco lesse, si strinse nelle spalle e intascò la carta. Poi, siccome la Pasotti consigliava, con la sua mimica disperata, fuga fuga, Lugano Lugano, la rassicurò con un gesto sorridendo. Colei gli afferrò ancora una volta le mani, scosse ancora con un fremito di supplica, il cappellone inclinato a destra e i due lunghi riccioli neri. Poi spalancò gli occhi, porse le labbra in fuori quanto poté, si calcò l'indice sul naso nel segno del silenzio. «Anca con Pasott!», diss'ella; e furono le sole sue parole durante tutta questa spiegazione; dopo le quali scappò. Franco risalì le scale, pensando ai casi suoi. Poteva essere un falso allarme, poteva essere una cosa seria. Ma perché mai lo si sarebbe arrestato? Cercò di ricordare se avesse in casa qualche cosa di compromettente e non trovò nulla. Pensò ad una perfidia della nonna ma cacciò subito quest'idea, se ne rimproverò e rimise ogni decisione a più tardi, quando avrebbe parlato a sua moglie. Ritornò nel giardinetto dove il Commissario, appena lo vide, gli chiese di mostrargli certe dalie che la signora Peppina vantava. Udito che le dalie erano nell'orto, propose a Franco di accompagnarvelo. Potevano andar soli; tanto, gli altri erano profani. Franco accettò. Il contegno di quel piccolo birro inguantato già pareva molto strano; avrebbe pur voluto capire se potesse in qualche modo accordarsi con l'avvertimento misterioso. «Senta, signor Maironi», disse risolutamente il Commissario quando Franco ebbe chiuso dietro a sé l'uscio dell'orto. «Le voglio dire una parola.» Franco, che stava scendendo i due scalini appoggiati alla soglia della porta, si fermò e aggrottò le sopracciglia. «Venga qua!», soggiunse l'altro, imperioso. «Ciò che sto per fare è forse contro il mio dovere ma lo faccio egualmente. Sono troppo amico della signora marchesa Sua nonna per non farlo. Lei corre un gravissimo pericolo.»

«Io?», disse Franco, freddamente. «Quale?» Franco aveva rapida e sicura l'intuizione del pensiero altrui. Le parole del Commissario si accordavano bene con quelle portategli dalla Pasotti; pure egli sentì, in quel momento, che il piccolo birro aveva un tradimento nel cuore. «Quale?», rispose costui. «Mantova!» Franco udì senza batter ciglio il formidabile nome, sinonimo di segrete e di forche. «Io non posso aver paura di Mantova», diss'egli. «Non ho fatto nulla per andar a Mantova.» «Eppure!» «Di che cosa mi accusano?», ripeté Franco. «Questo lo sentirà se resta qui», rispose il Commissario, pigiando sulle ultime parole. «E adesso vediamo le dalie.» «Non ho fatto nulla», tornò a dire Franco. «Non mi muovo.» «Vediamo queste dalie, vediamo queste dalie!», insistette il Commissario. Parve a Franco che avrebbe dovuto ringraziar quell'uomo e non poté farlo. Gli mostrò i suoi fiori con quel tanto di cortesia che occorreva, con perfetta tranquillità; e lo ricondusse dall'orto in casa, discorrendo di non so qual professore Maspero, di non so qual segreto per combattere l' oïdium . In sala si discorreva di un altro peggiore oïdium . La signora Peppina aveva in corpo una terribile paura del colèra. Riconosceva, sì, che il colèra ammoniva ogni buon cristiano di mettersi in grazia di Dio e che quando si è in grazia di Dio è una fortuna di andar all'altro mondo: «Ma però, anca la pell, neh! Quella cara pelascia! A pensà che l'è domà vüna!». «Il colèra», disse Luisa, «se avesse giudizio, potrebbe fare bellissime cose; ma non ne ha.» «Vede», sussurrò alla signora Peppina, mentre il Biancòn si alzava per andare incontro al Commissario di ritorno con Franco, «il colèra è capace di portar via Lei e di lasciar qui Suo marito.» A questa uscita stravagante la signora Peppina ebbe un sussulto di spavento, fece «Esüsmaria!» e poi capì di essersi tradita, di non aver mostrato per il suo Carlascia quella tenerezza di cui parlava sempre, afferrò il ginocchio della sua vicina e si piegò a dirle sottovoce, rossa come un papavero: «Citto, citto, citto!» Ma Luisa non badava più a lei; un'occhiata di Franco le aveva detto ch'era successo qualche cosa. Partita tutta quella gente, lo zio Piero si mise a leggere la Gazzetta di Milano e Luisa disse a suo marito: «Sono le tre, andiamo a svegliar Maria». Quando fu con lui nella camera dell'alcova, invece di aprir le imposte, gli domandò cosa fosse accaduto. Franco le raccontò tutto, dal biglietto della Pasotti allo strano contegno, alla strana confidenza del Commissario.

Luisa lo ascoltò molto seria ma senza dar segno di timore. Esaminò il biglietto misterioso. Ella e Franco sapevano che fra gli agenti governativi di Porlezza v'era un galantuomo il quale nel 1849 e nel 1850 aveva salvato parecchi patrioti avvertendoli segretamente; ma sapevano pure che quel galantuomo là non conosceva l'ortografia né la grammatica. Il biglietto portato dalla Pasotti era correttissimo. Quanto al Commissario, si sapeva che era uno dei più tristi e maligni arnesi del Governo. Luisa approvò la risposta di suo marito. «Giurerei che ti vogliono far partire», diss'ella. Franco lo pensava pure ma senza trovarne un ragionevole perché. Luisa ne aveva bene in mente uno, suggeritole dal suo disprezzo per la nonna. Il Commissario era un buon amico della nonna, l'aveva detto egli stesso per un raffinamento, secondo lei, di astuzia. Nel guanto del Commissario vi era l'artiglio della nonna. Non Franco solo ma tutti si volevano colpire; e si volevano colpire nella persona di colui che sosteneva la famiglia con le proprie fatiche, col proprio generoso cuore. Ella sapeva, per discorsi riferitile dalle solite lingue odiose, che la nonna detestava lo zio Piero perché lo zio Piero aveva dato modo a suo nipote di ribellarsi a lei e di vivere nella ribellione, abbastanza comodamente. Ora si cercava un pretesto di colpirlo. La fuga del nipote sarebbe stata una confessione e, per un Governo come l'austriaco, un buon pretesto di colpir lo zio. Luisa non lo disse subito, solamente lasciò capire che aveva un'idea; allora suo marito gliela fece, poco a poco, metter fuori. Uditala, ci credette nel suo cuore ma protestò a parole, cercò difender la nonna da un'accusa troppo poco fondata e troppo mostruosa. Comunque la cosa fosse, marito e moglie si accordavano interamente nella risoluzione di non muoversi, di aspettare gli avvenimenti. Perciò non stettero più a fare né a discutere supposizioni. Luisa si alzò, andò ad aprire le imposte, si voltò a guardar sorridendo suo marito nella luce; gli stese la mano ch'egli strinse e scosse col cuore caldo e la lingua impedita. Pareva loro di esser soldati condotti per una via quieta al rombo lontano del cannone, a Dio sa qual sorte.