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Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi, Parte 24

Parte 24

Lo sfogo poetico non calmò gli animi, né abolì i risentimenti. I contadini ritenevano il divieto una cosa assurda, e si rifiutarono di tenerne conto. Mi cercavano come prima, per farsi curare: soltanto, venivano da me la sera, a buio, e si guardavano attorno, prima di battere al mio uscio, per assicurarsi che la strada fosse deserta, e non ci fossero spie. Rimandarli senza occuparmi di loro mi era praticamente impossibile, tanto insistevano, e tanto pesava la ragione maggiore della necessità. Della loro assoluta segretezza e solidarietà ero certo: si sarebbero fatti ammazzare piuttosto che tradirmi. Ma tuttavia la mia arte medica si trovava per forza ad essere molto ridotta: dovevo limitarmi a dei consigli; distribuivo io stesso le medicine più comuni di cui avevo fatto provvista; per le altre non potevo scrivere ricette, o le facevo soltanto per quelli che le mandavano a qualche parente, a Napoli, perché le facesse spedire. Non potevo più fare fasciature, né quei piccoli interventi chirurgici che, essendo visibili, avrebbero rivelato a tutti il nostro segreto. Questa necessità di nascondersi teneva gli animi accesi. La noia era scomparsa dal paese: il divieto era cascato come un sasso di fantasia nell'acqua morta della vita monotona dei signori. Il dottor Gibilisco trionfava. Fosse egli stato, o no, il deus ex machina (che non ho mai saputo), la sua gioia era completa. I sentimenti del vecchio dottor Milillo erano più complessi e contraddittori. Dal punto di vista del suo orgoglio e del suo interesse professionale, si rallegrava di aver perso la mia concorrenza: ma, da buono ex nittiano e antico liberale, non poteva fare a meno di disapprovare apertamente l'arbitrio della questura. Egli era, in fondo, il più fortunato, perché godeva insieme di due diversi piaceri: quello materiale del suo vantaggio, e quello morale di poter esprimere onestamente la sua deplorazione, e la sua amicizia. Per donna Caterina l'avvenuto era una grave sconfitta: i suoi progetti andavano in fumo; la sua passione dominante era umiliata di fronte ai suoi nemici. Faceva fuoco e fiamme. - Se quello scemo di mio fratello, - arrivava a dire, - che è sempre troppo debole, non si muove, andrò io stessa a Matera, a parlare al prefetto -. Era la mia principale alleata. Don Luigino, lui, non sapeva come comportarsi. Spinto dalla sorella, e dall'opinione popolare, avrebbe voluto agire, far valere le sue aderenze, «per il bene del paese» : ma temeva, pigliando partito, di inimicarsi le autorità, e questo lo tratteneva dal far nulla, se non dallo schierarsi, almeno a parole, nella fazione di donna Caterina. I signori erano dunque divisi, come guelfi e ghibellini; e gli uni si trovavano a far lega col popolo, mentre gli altri restavano soli, ma con l'appoggio potente del Sacro Romano Impero di Matera. Don Luigino si barcamenava, tra quei venti contrari: era il podestà, il tutore della legge, qualunque essa fosse: ma della legge aveva uno strano concetto. Una sera mandò una sua fantesca a chiamarmi: la sua bambina aveva mal di gola, doveva essere certamente una difterite. Gli feci rispondere che non sarei andato, perché mi era vietato. Mi rimandò la sua ambasceria: da lui potevo andare, perché egli, come podestà, era superiore ai regolamenti. Gli dissi che gli avrei guardato la bambina, a condizione di poter trattare nello stesso modo, col suo consenso, qualunque contadino ne avesse bisogno. Curassi intanto la bambina, e poi si sarebbe visto: darmi una esplicita autorizzazione non poteva, ma chiudere un occhio, sì. La difterite della bambina non era, naturalmente, che una delle tante malattie immaginarie del padre. Così si stabilì quel modus vivendi, che durò poi sempre, per cui io facevo il medico a mezzo, con un mezzo consenso non esplicito, e soltanto fin dove la cosa potesse essere tenuta segreta. Avrei preferito smettere del tutto, e non pensare più ad altro che ai quadri: ma era impossibile, finché fossi rimasto a Gagliano. Naturalmente, questa situazione illegale e nascosta aveva i suoi inconvenienti: tanto che ci fu ancora qualche episodio che minacciò di riaccendere i furori così faticosamente sopiti.

Una sera arrivò da Gaglianello un giovane, accompagnato da altri contadini, con un braccio legato. Si era ferito con un falcetto fra due dita: quando gli tolsi il legaccio il sangue schizzò violento contro il muro: era tagliata l'arteria interdigitale: bisognava cercarne il moncone con una pinza, e legarla: ma non potevo fare io stesso questa piccola operazione, perché si sarebbe risaputo. Mandai dunque il giovane dal dottor Milillo, e gli scrissi un biglietto, offrendomi come assistente all'intervento: credevo cioè che egli si prestasse a coprirmi col suo nome, e a lasciarmi fare quello di cui temevo non fosse capace. Ma il vecchio quasi si offese, e mi mandò a rispondere che sapeva far da sé, e non aveva bisogno di aiuti. L'indomani per tempo, vidi tornare da. me il giovane della sera, su un asino, accompagnato dal fratello maggiore. Era pallido come la cera, aveva perso sangue tutta la notte. Guardai la sua mano: il vecchio chirurgo si era accontentato di dar un punto a caso alla pelle: non aveva neppure cercato l'arteria tagliata. Quello che sarebbe stato facile la sera prima, era ora difficile: e io personalmente non potevo intervenire, vietato, nell'opera altrui. Poiché i contadini non volevano tornare da Milillo né da Gibilisco, non restava loro che prendere la macchina, la 509 dell'americano, e farsi portare al più presto a Stigliano o più lontano, in cerca di un chirurgo migliore. E così fecero: ma prima di salire sull'automobile, il fratello maggiore, un uomo deciso e ardito, raccolse una folla di contadini, e, sulla piazza e davanti al municipio, gridò a lungo le sue lagnanze per lo stato di cose attuale, e imprecò e minacciò contro i signori e il podestà, e quelli di Roma. Fu una scena memorabile: i contadini lo approvavano; e si ebbe un'altra giornata torbida. La Giulia non dava nessuna. importanza al divieto. - Fai quello che vuoi, - mi diceva, - che ti possono fare? E poi, se non ti lasciano fare il medico, tu curerai lo stesso. Dovresti fare lo stregone. Ora hai imparato tutto, sai tutto. E quello non te lo possono impedire.

In quei mesi, in verità, tra gli insegnamenti della Giulia, delle altre donne che mi venivano per casa, e quello che vedevo ogni giorno nelle famiglie dei contadini e al letto dei malati, ero diventato maestro in tutto quello che concerne la magia popolare, e le sue applicazioni alla medicina: e avrei potuto davvero seguire il consiglio della Santarcangelese: che ella mi dava, del resto, seriamente, coi cattivi, languidi e freddi occhi posati su di me: - Dovresti fare lo stregone -. Con uguale serietà, Giulia mi diceva, quando mi sentiva cantare: - Peccato che non hai fatto il prete: hai una così bella voce -. Per lei, il prete era un attore, che cantava per tutti, in modo degno, le lodi di Dio. Prete, medico e mago: per la Giulia avrei assommato tutte le virtù del Rofé orientale, del guaritore sacro.

La magia popolare cura un po' tutte le malattie; e, quasi sempre, per la sola virtù di formule e di incantesimi. Ve ne sono di particolari, specifiche per un male determinato, e di generiche. Alcune sono, a quel che credo, di origine locale; altre appartengono al corpus classico dei formulari magici, capitate quaggiù chissà quando e chissà per che vie. Di questi amuleti classici, il più comune era l'abracadabra. Visitando i malati, mi accadeva molto spesso di vedere, in generale appeso al collo con una cordicella, un fogliolino di carta, o una piccola piastrina di metallo, con su scritta, o incisa, la formula triangolare:

A AB A BR ABRA

ABRAC ABRACA ABRACAD

ABRACADA ABRACADAB ABRACADABR

ABRACADABRA

I contadini, dapprincipio, cercavano di nascondere questo amuleto, e quasi si scusavano con me di portarlo: perché sapevano che i medici hanno l'abitudine di disprezzare queste superstizioni, e di tuonare contro di esse, in nome della ragione e della scienza. E fanno benissimo, là dove la ragione e la scienza possono assumere lo stesso carattere magico della volgare magia: ma qui, esse non sono ancora, e forse non saranno mai, divinità ascoltate e adorate.

Perciò io rispettavo gli abracadabra, ne onoravo l'antichità e l'oscura, misteriosa semplicità, preferivo essere loro alleato che loro nemico, e i contadini me ne erano grati, e forse ne traevano davvero vantaggio. Del resto, le pratiche magiche di quaggiù sono tutte innocue: e i contadini non ci vedono nessuna contraddizione con la medicina ufficiale. L'abitudine di dare a ogni malato, per ogni malattia, anche quando non è necessario, una ricetta, e una abitudine magica: tanto più se la ricetta era scritta, come un tempo, in latino, o almeno con calligrafia incomprensibile. La maggior parte delle ricette basterebbe a guarire i malati, se, senza essere spedite, fossero appese al collo con una cordicella, come un abracadabra.

Di oggetti a virtù generica, oltre agli abracadabra, ce n'erano moltissimi e svariatissimi: segni cabalistici, astrologici, immagini di santi, Madonne di Viggiano, monete, denti di lupo, ossi di rospo, e così via: tutto un armamentario tradizionale. Più originali sono le cure delle singole malattie. I vermi dei bambini si incantano, per sola virtù di parole. Si dice:

Lunedì santo Martedì santo Mercoledì santo Giovedì santo Venerdì santo Sabato santo Domenica è Pasqua Ogni verme in terra casca!

E poi, tornando indietro

Sabato santo Venerdì santo Giovedì santo Mercoledì santo Martedì santo Lunedì santo Domenica è Pasqua Ogni verme in terra casca!

Questa doppia formula, ascendente e discendente, va pronunziata tre volte di seguito davanti al malato. E i vermi, incantati, muoiono, e il bambino guarisce. È certamente una formula antichissima, contaminazione di uno scongiuro romano arcaico, che ci resta fra i primi documenti della lingua latina, con un elemento cristiano. L'itterizia si chiama, qui, il «male dell'arco»: la malattia dell'arcobaleno, perché per essa l'uomo cambia di colore, e in lui, come nello spettro del sole, prevale il color giallo. Come si prende il male dell'arco? L'arcobaleno cammina per il cielo, e appoggia sulla terra i suoi due piedi, muovendoli qua e là per la campagna. Se avviene che i piedi dell'arco calpestino dei panni posti ad asciugare, chi indosserà quei panni prenderà, attraverso la virtù che vi è stata infusa, i colori dell'arco, e si ammalerà. Si dice anche (ma la prima ipotesi patogenetica è la più diffusa e credibile) che bisogna guardarsi dall'orinare contro l'arcobaleno: il getto arcuato del liquido somigliando e riflettendo l'iride arcuata del cielo, l'uomo intero diventerà una specie d'iride gialla. Per combattere l'itterizia, il malato deve essere portato, alla prima alba, su un colle fuori del paese. Un coltello dal manico nero deve essergli appoggiato sulla fronte, dapprima verticalmente, poi orizzontalmente, in modo che ne venga una specie di croce. Nello stesso modo, appoggiando diversamente il coltello, devono farsi delle croci su tutte le giunture del corpo; mentre si pronuncia, ad ogni croce, un semplice scongiuro. L'operazione va ripetuta tre volte, senza omettere nessuna giuntura; e per tre mattine consecutive. L'arco allora si ritira, di colore in colore, e il viso del malato ritorna bianco. La formula contro l'erisipela non serve da sola: ma soltanto associata all'argento. I contadini conservano in casa un vecchio scudo, per quest'uso; e non ho mai visto nessuno di questi malati, quaggiù assai frequenti, senza incontrare, appoggiata sulla pelle gonfia e rossa, la grossa moneta. Ci sono formule per saldare le ossa, per i mali di denti, di ventre, di testa; per scaricare i dolori su qualcun altro, o su qualche animale, o pianta, o oggetto; per liberarsi dal malocchio, e dagli incanti. Ma qui, dalla medicina, si passa insensibilmente al suo contrario, ai modi per fare ammalare e morire; oppure all'altra e così importante branca della magia popolare, all'arte di costringere all'amore, o di liberare dall'amore. Di quest'ultimo ramo fui certamente, come ho detto, molte volte spettatore, e forse ancor piú di frequente, oggetto e vittima: e se, lì per lì, non mi accorsi di nulla, chi potrebbe esser certo che da quei filtri ed incanti non mi sia venuta poi, molto più tardi, tanta infelice capacità di passione? Intanto dovevo piuttosto difendermi dagli assalti diretti di qualche strega, come la Maria C., che mi mandava a chiamare, fingendo che la sua bambina fosse malata, quando il marito (che era stato già in prigione per assassinio per gelosia) era nei campi. Era la stessa che aveva fatto morire di male misterioso il marito della vedova: la piccola, dicevano tutti, era figlia di quel morto: una bella bambina dall'aria civile. La madre era tale da fare davvero paura: piccolissima e tozza, aveva una fronte bassa tanto, che l'attaccatura dei capelli, blu-neri e lisci, in due grandi bande separate da una riga diritta, quasi toccava le sopracciglia, anch'esse folte e scure. Sotto, c'era un piccolo viso di animale selvatico, dal naso corto, con le narici aperte, e una piccola bocca carnosa, dai bianchi denti aguzzi. Ma quel viso pallido, in tutto quel nero di capelli e di ciglia, era riempito dagli occhi, pieni di follia, enormi, lontani, larghi nelle tempie, chiarissimi, azzurro-verdi, che facevano pensare a un lago dai bordi pericolosi di sabbie mobili, tra putridi alberi tropicali.

- Dovresti fare lo stregone; ormai sai curare anche alla nostra maniera -. Io continuavo celatamente a fare il medico: avendo cura però di non contraddire le pratiche magiche. Qui, dove tutti i rapporti fra le cose sono influssi e magia, anche la medicina ha potere soltanto per il suo contenuto magico, pur restando corretta e rigorosa e scientifica, né sposandosi ad atteggiamenti misteriosi. Il chinino, purtroppo, ha perduto ogni potere, perché appartiene, per i contadini, a una scienza screditata, incomprensiva e pretensiosa. Ci voleva molta autorità per farlo accettare, e preso così a malincuore, agiva poco: preferivo sostituirlo con medicine nuove, più potenti in sé e più ricche d'influenza; come 1'atebrina e la plasmochina, che mi servirono sempre meravigliosamente, perché agivano insieme e come sostanze chimiche e come influenze magiche. Tolto il chinino, tutte le medicine sono accolte dai contadini con fiducia: soltanto, non si trovavano, o erano troppo care; o servivano a un abituale sfruttamento da parte di medici e farmacisti. Nelle vecchie farmacie polverose di questi paesi, dove pur esse esistano, non si sa mai se la medicina preparata corrisponde alla ricetta, o non sia, nel migliore dei casi, un intruglio di polveri inerti. È meglio dunque ricorrere sempre alle specialità, che sono care; e anche così la cosa non va senza inconvenienti. Il figlio della Parroccola era malato. Aveva una pustola maligna: il carbonchio è qui assai frequente, in questo mondo pieno di animali; e ne vidi moltissimi casi. Lo visitai verso sera: avevo finito la mia piccola scorta di siero, e in paese non ce n'era. Dissi alla madre di non perdere tempo, di andare, per le scorciatoie, a Sant'Arcangelo, a cercare il siero in farmacia. - Hai denaro? - le chiesi. - Ho trenta lire. Mi hanno pagato ora i carabinieri, per il mio lavoro di lavandaia -. Sapevo che le fiale costavano otto e settantacinque l'una: il denaro dunque bastava. - Prendine tre, così saremo tranquilli -. Il carbonchio è una brutta malattia che guarisce soltanto col siero, dato senza economia. Era sera: la Parroccola non osava mettersi per strada la notte. - Ci sono gli spiriti sul sentiero, non mi lasceranno passare -. Ma partì lo stesso, molto prima dell'alba, e seppe correre, con quelle sue gambe tozze, con la fretta di una madre ansiosa. Dieci chilometri l'andata, dieci chilometri il ritorno: la mattina era a casa. Ma le fiale erano due sole. Me ne stupii, ed essa mi raccontò che il farmacista le aveva chiesto quanto denaro aveva. - Trenta lire. - Allora puoi prendere due fiale. Sai leggere? Costano quindici lire l'una. C'è scritto sopra -. C'era scritto sopra «8,75». Di questi mezzi si serve il diritto feudale della piccola borghesia di questi paesi. Per fortuna, le due fiale bastarono.

La Parroccola era poverissima: non possedeva nulla, altro che il suo gran letto, e le sue misere grazie di zambra. Avrebbe dovuto avere medici e medicine gratuite: avrebbe dovuto essere nell'elenco dei poveri. Questo elenco esisteva, nascosto in qualche scaffale del municipio: ma, in questo paese di generale e completa miseria, era brevissimo: forse quattro o cinque nomi. Con i pretesti più vari, non si riconosceva a nessuno la qualità di povero: altrimenti, chi avrebbe pagato il debito tributo a medici e farmacisti, autori essi stessi non controllati dell'elenco? Anche questo era uno dei mali antichi, sanzionati dall'uso, inevitabili, legati allo Stato, contro cui non c'è modo di difendersi. - Se si sapesse leggere e scrivere, non ci potrebbero così derubare. Ora ci sono le scuole, ma non ci si insegna nulla. Quelli di Roma preferiscono che noi si resti come bestie -. Tuttavia questi contadini taglieggiati, quelli stessi che facevano un giorno di strada a piedi, da Senise, per venire a vendere due lire di «lacci», o che una volta portarono fin da Metaponto una cesta di arance bellissime, costate ai coltivatori qualche morto della perniciosa maligna delle rive del mare, si spogliarono dell'oro nella «giornata della fede». Di ori, veramente, ce n'erano ben pochi in paese: razziati a poco a poco, dai mercanti d'oro, che girano ogni anno per i villaggi più remoti, soprattutto nei mesi di maggio e di giugno, poco prima del raccolto del grano, quando i contadini hanno finito le scorte, sono indebitati, e non sanno come fare per tirare avanti. Fu fatto credere a tutti che consegnare l'oro era obbligatorio, che chissà quali pene sarebbero venute a chi non l'avesse dato; che anche il Papa aveva ordinato di dare tutto l'oro delle chiese: ed essi lo portarono, rassegnati a questa nuova vessazione, sull'altare della Patria. Anche la Giulia, anche la Parroccola si privarono del loro anello nuziale, ricordo dei loro antichi matrimoni, e dei mariti scomparsi di là dal mare.

Il marito della Giulia era partito, con il figlio, il primo dei diciassette che la Santarcangelese avrebbe avuto poi, per l'Argentina, e non se ne era poi mai saputo più nulla. Ma un giorno la Giulia ricevette una lettera, e me la portò perché gliela leggessi. Era scritta in un linguaggio misto di italiano e di spagnolo, e veniva da Civitavecchia. Era quel primo figlio, perduto da quasi vent'anni, cresciuto a Buenos Aires, che scriveva di essersi arruolato per andare in Abissinia. Si era ricordato della madre. Non le parlava del padre: diceva che sperava di avere una licenza, prima di partire dall'Italia, per venirla a conoscere e a salutare. La licenza non venne, il giovane mandò una sua fotografia, e scrisse di tanto in tanto dall'Africa. Io gli rispondevo, sotto dettato della Giulia. Giunse infine una lettera, dove egli diceva che la guerra sarebbe presto finita, e pregava sua madre di trovargli, a Gagliano, una ragazza per moglie. Stava a lei di sceglierla. appena tornato, l'avrebbe sposata. Anche su questo giovane, partito prima di ogni possibile ricordo infantile, l'America era passata, come sugli altri emigrati, senza lasciar traccia; ed egli sarebbe tornato ad un paese che non aveva mai visto, per sposare una donna ignota, scelta dalla madre strega, di cui sapeva soltanto il nome. La Giulia, che conosceva tutto il palese e il nascosto di tutte le donne di Gagliano, scelse per suo figlio una contadina non bella, ma robusta e ritrosissima, che stava quasi di faccia a casa mia, e attese, con la sposa, il ritorno e le nozze.


Parte 24 Part 24

Lo sfogo poetico non calmò gli animi, né abolì i risentimenti. I contadini ritenevano il divieto una cosa assurda, e si rifiutarono di tenerne conto. Mi cercavano come prima, per farsi curare: soltanto, venivano da me la sera, a buio, e si guardavano attorno, prima di battere al mio uscio, per assicurarsi che la strada fosse deserta, e non ci fossero spie. Rimandarli senza occuparmi di loro mi era praticamente impossibile, tanto insistevano, e tanto pesava la ragione maggiore della necessità. Della loro assoluta segretezza e solidarietà ero certo: si sarebbero fatti ammazzare piuttosto che tradirmi. Ma tuttavia la mia arte medica si trovava per forza ad essere molto ridotta: dovevo limitarmi a dei consigli; distribuivo io stesso le medicine più comuni di cui avevo fatto provvista; per le altre non potevo scrivere ricette, o le facevo soltanto per quelli che le mandavano a qualche parente, a Napoli, perché le facesse spedire. But nevertheless my medical art was necessarily very limited: I had to limit myself to advice; I myself distributed the most common medicines I had stocked up on; for the others I couldn't write recipes, or I only made them for those who sent them to some relative in Naples to have them sent. Non potevo più fare fasciature, né quei piccoli interventi chirurgici che, essendo visibili, avrebbero rivelato a tutti il nostro segreto. Questa necessità di nascondersi teneva gli animi accesi. La noia era scomparsa dal paese: il divieto era cascato come un sasso di fantasia nell'acqua morta della vita monotona dei signori. Il dottor Gibilisco trionfava. Fosse egli stato, o no, il deus ex machina (che non ho mai saputo), la sua gioia era completa. Whether or not he was the deus ex machina (which I never knew), his joy was complete. I sentimenti del vecchio dottor Milillo erano più complessi e contraddittori. Dal punto di vista del suo orgoglio e del suo interesse professionale, si rallegrava di aver perso la mia concorrenza: ma, da buono ex nittiano e antico liberale, non poteva fare a meno di disapprovare apertamente l'arbitrio della questura. Egli era, in fondo, il più fortunato, perché godeva insieme di due diversi piaceri: quello materiale del suo vantaggio, e quello morale di poter esprimere onestamente la sua deplorazione, e la sua amicizia. Per donna Caterina l'avvenuto era una grave sconfitta: i suoi progetti andavano in fumo; la sua passione dominante era umiliata di fronte ai suoi nemici. Faceva fuoco e fiamme. - Se quello scemo di mio fratello, - arrivava a dire, - che è sempre troppo debole, non si muove, andrò io stessa a Matera, a parlare al prefetto -. Era la mia principale alleata. Don Luigino, lui, non sapeva come comportarsi. Spinto dalla sorella, e dall'opinione popolare, avrebbe voluto agire, far valere le sue aderenze, «per il bene del paese» : ma temeva, pigliando partito, di inimicarsi le autorità, e questo lo tratteneva dal far nulla, se non dallo schierarsi, almeno a parole, nella fazione di donna Caterina. Urged on by his sister, and by popular opinion, he would have liked to act, to assert his allegiance, "for the good of the country": but he was afraid, by taking sides, of making enemies of the authorities, and this kept him from doing anything, except take sides, at least in words, in the faction of Donna Caterina. I signori erano dunque divisi, come guelfi e ghibellini; e gli uni si trovavano a far lega col popolo, mentre gli altri restavano soli, ma con l'appoggio potente del Sacro Romano Impero di Matera. Don Luigino si barcamenava, tra quei venti contrari: era il podestà, il tutore della legge, qualunque essa fosse: ma della legge aveva uno strano concetto. Una sera mandò una sua fantesca a chiamarmi: la sua bambina aveva mal di gola, doveva essere certamente una difterite. Gli feci rispondere che non sarei andato, perché mi era vietato. Mi rimandò la sua ambasceria: da lui potevo andare, perché egli, come podestà, era superiore ai regolamenti. Gli dissi che gli avrei guardato la bambina, a condizione di poter trattare nello stesso modo, col suo consenso, qualunque contadino ne avesse bisogno. Curassi intanto la bambina, e poi si sarebbe visto: darmi una esplicita autorizzazione non poteva, ma chiudere un occhio, sì. La difterite della bambina non era, naturalmente, che una delle tante malattie immaginarie del padre. Così si stabilì quel modus vivendi, che durò poi sempre, per cui io facevo il medico a mezzo, con un mezzo consenso non esplicito, e soltanto fin dove la cosa potesse essere tenuta segreta. Avrei preferito smettere del tutto, e non pensare più ad altro che ai quadri: ma era impossibile, finché fossi rimasto a Gagliano. Naturalmente, questa situazione illegale e nascosta aveva i suoi inconvenienti: tanto che ci fu ancora qualche episodio che minacciò di riaccendere i furori così faticosamente sopiti.

Una sera arrivò da Gaglianello un giovane, accompagnato da altri contadini, con un braccio legato. Si era ferito con un falcetto fra due dita: quando gli tolsi il legaccio il sangue schizzò violento contro il muro: era tagliata l'arteria interdigitale: bisognava cercarne il moncone con una pinza, e legarla: ma non potevo fare io stesso questa piccola operazione, perché si sarebbe risaputo. Mandai dunque il giovane dal dottor Milillo, e gli scrissi un biglietto, offrendomi come assistente all'intervento: credevo cioè che egli si prestasse a coprirmi col suo nome, e a lasciarmi fare quello di cui temevo non fosse capace. Ma il vecchio quasi si offese, e mi mandò a rispondere che sapeva far da sé, e non aveva bisogno di aiuti. L'indomani per tempo, vidi tornare da. me il giovane della sera, su un asino, accompagnato dal fratello maggiore. Era pallido come la cera, aveva perso sangue tutta la notte. Guardai la sua mano: il vecchio chirurgo si era accontentato di dar un punto a caso alla pelle: non aveva neppure cercato l'arteria tagliata. I looked at his hand: the old surgeon had contented himself with giving a stitch at random to the skin: he hadn't even looked for the cut artery. Quello che sarebbe stato facile la sera prima, era ora difficile: e io personalmente non potevo intervenire, vietato, nell'opera altrui. Poiché i contadini non volevano tornare da Milillo né da Gibilisco, non restava loro che prendere la macchina, la 509 dell'americano, e farsi portare al più presto a Stigliano o più lontano, in cerca di un chirurgo migliore. E così fecero: ma prima di salire sull'automobile, il fratello maggiore, un uomo deciso e ardito, raccolse una folla di contadini, e, sulla piazza e davanti al municipio, gridò a lungo le sue lagnanze per lo stato di cose attuale, e imprecò e minacciò contro i signori e il podestà, e quelli di Roma. Fu una scena memorabile: i contadini lo approvavano; e si ebbe un'altra giornata torbida. La Giulia non dava nessuna. importanza al divieto. - Fai quello che vuoi, - mi diceva, - che ti possono fare? E poi, se non ti lasciano fare il medico, tu curerai lo stesso. Dovresti fare lo stregone. Ora hai imparato tutto, sai tutto. E quello non te lo possono impedire.

In quei mesi, in verità, tra gli insegnamenti della Giulia, delle altre donne che mi venivano per casa, e quello che vedevo ogni giorno nelle famiglie dei contadini e al letto dei malati, ero diventato maestro in tutto quello che concerne la magia popolare, e le sue applicazioni alla medicina: e avrei potuto davvero seguire il consiglio della Santarcangelese: che ella mi dava, del resto, seriamente, coi cattivi, languidi e freddi occhi posati su di me: - Dovresti fare lo stregone -. Con uguale serietà, Giulia mi diceva, quando mi sentiva cantare: - Peccato che non hai fatto il prete: hai una così bella voce -. Per lei, il prete era un attore, che cantava per tutti, in modo degno, le lodi di Dio. Prete, medico e mago: per la Giulia avrei assommato tutte le virtù del Rofé orientale, del guaritore sacro.

La magia popolare cura un po' tutte le malattie; e, quasi sempre, per la sola virtù di formule e di incantesimi. Ve ne sono di particolari, specifiche per un male determinato, e di generiche. Alcune sono, a quel che credo, di origine locale; altre appartengono al corpus classico dei formulari magici, capitate quaggiù chissà quando e chissà per che vie. Di questi amuleti classici, il più comune era l'abracadabra. Visitando i malati, mi accadeva molto spesso di vedere, in generale appeso al collo con una cordicella, un fogliolino di carta, o una piccola piastrina di metallo, con su scritta, o incisa, la formula triangolare:

A AB A BR ABRA

ABRAC ABRACA ABRACAD

ABRACADA ABRACADAB ABRACADABR

ABRACADABRA

I contadini, dapprincipio, cercavano di nascondere questo amuleto, e quasi si scusavano con me di portarlo: perché sapevano che i medici hanno l'abitudine di disprezzare queste superstizioni, e di tuonare contro di esse, in nome della ragione e della scienza. E fanno benissimo, là dove la ragione e la scienza possono assumere lo stesso carattere magico della volgare magia: ma qui, esse non sono ancora, e forse non saranno mai, divinità ascoltate e adorate.

Perciò io rispettavo gli abracadabra, ne onoravo l'antichità e l'oscura, misteriosa semplicità, preferivo essere loro alleato che loro nemico, e i contadini me ne erano grati, e forse ne traevano davvero vantaggio. Del resto, le pratiche magiche di quaggiù sono tutte innocue: e i contadini non ci vedono nessuna contraddizione con la medicina ufficiale. L'abitudine di dare a ogni malato, per ogni malattia, anche quando non è necessario, una ricetta, e una abitudine magica: tanto più se la ricetta era scritta, come un tempo, in latino, o almeno con calligrafia incomprensibile. La maggior parte delle ricette basterebbe a guarire i malati, se, senza essere spedite, fossero appese al collo con una cordicella, come un abracadabra.

Di oggetti a virtù generica, oltre agli abracadabra, ce n'erano moltissimi e svariatissimi: segni cabalistici, astrologici, immagini di santi, Madonne di Viggiano, monete, denti di lupo, ossi di rospo, e così via: tutto un armamentario tradizionale. Più originali sono le cure delle singole malattie. I vermi dei bambini si incantano, per sola virtù di parole. Si dice:

Lunedì santo Martedì santo Mercoledì santo Giovedì santo Venerdì santo Sabato santo Domenica è Pasqua Ogni verme in terra casca!

E poi, tornando indietro

Sabato santo Venerdì santo Giovedì santo Mercoledì santo Martedì santo Lunedì santo Domenica è Pasqua Ogni verme in terra casca!

Questa doppia formula, ascendente e discendente, va pronunziata tre volte di seguito davanti al malato. E i vermi, incantati, muoiono, e il bambino guarisce. È certamente una formula antichissima, contaminazione di uno scongiuro romano arcaico, che ci resta fra i primi documenti della lingua latina, con un elemento cristiano. L'itterizia si chiama, qui, il «male dell'arco»: la malattia dell'arcobaleno, perché per essa l'uomo cambia di colore, e in lui, come nello spettro del sole, prevale il color giallo. Come si prende il male dell'arco? L'arcobaleno cammina per il cielo, e appoggia sulla terra i suoi due piedi, muovendoli qua e là per la campagna. Se avviene che i piedi dell'arco calpestino dei panni posti ad asciugare, chi indosserà quei panni prenderà, attraverso la virtù che vi è stata infusa, i colori dell'arco, e si ammalerà. Si dice anche (ma la prima ipotesi patogenetica è la più diffusa e credibile) che bisogna guardarsi dall'orinare contro l'arcobaleno: il getto arcuato del liquido somigliando e riflettendo l'iride arcuata del cielo, l'uomo intero diventerà una specie d'iride gialla. Per combattere l'itterizia, il malato deve essere portato, alla prima alba, su un colle fuori del paese. Un coltello dal manico nero deve essergli appoggiato sulla fronte, dapprima verticalmente, poi orizzontalmente, in modo che ne venga una specie di croce. Nello stesso modo, appoggiando diversamente il coltello, devono farsi delle croci su tutte le giunture del corpo; mentre si pronuncia, ad ogni croce, un semplice scongiuro. L'operazione va ripetuta tre volte, senza omettere nessuna giuntura; e per tre mattine consecutive. L'arco allora si ritira, di colore in colore, e il viso del malato ritorna bianco. La formula contro l'erisipela non serve da sola: ma soltanto associata all'argento. I contadini conservano in casa un vecchio scudo, per quest'uso; e non ho mai visto nessuno di questi malati, quaggiù assai frequenti, senza incontrare, appoggiata sulla pelle gonfia e rossa, la grossa moneta. Ci sono formule per saldare le ossa, per i mali di denti, di ventre, di testa; per scaricare i dolori su qualcun altro, o su qualche animale, o pianta, o oggetto; per liberarsi dal malocchio, e dagli incanti. Ma qui, dalla medicina, si passa insensibilmente al suo contrario, ai modi per fare ammalare e morire; oppure all'altra e così importante branca della magia popolare, all'arte di costringere all'amore, o di liberare dall'amore. Di quest'ultimo ramo fui certamente, come ho detto, molte volte spettatore, e forse ancor piú di frequente, oggetto e vittima: e se, lì per lì, non mi accorsi di nulla, chi potrebbe esser certo che da quei filtri ed incanti non mi sia venuta poi, molto più tardi, tanta infelice capacità di passione? Intanto dovevo piuttosto difendermi dagli assalti diretti di qualche strega, come la Maria C., che mi mandava a chiamare, fingendo che la sua bambina fosse malata, quando il marito (che era stato già in prigione per assassinio per gelosia) era nei campi. Era la stessa che aveva fatto morire di male misterioso il marito della vedova: la piccola, dicevano tutti, era figlia di quel morto: una bella bambina dall'aria civile. La madre era tale da fare davvero paura: piccolissima e tozza, aveva una fronte bassa tanto, che l'attaccatura dei capelli, blu-neri e lisci, in due grandi bande separate da una riga diritta, quasi toccava le sopracciglia, anch'esse folte e scure. Sotto, c'era un piccolo viso di animale selvatico, dal naso corto, con le narici aperte, e una piccola bocca carnosa, dai bianchi denti aguzzi. Ma quel viso pallido, in tutto quel nero di capelli e di ciglia, era riempito dagli occhi, pieni di follia, enormi, lontani, larghi nelle tempie, chiarissimi, azzurro-verdi, che facevano pensare a un lago dai bordi pericolosi di sabbie mobili, tra putridi alberi tropicali.

- Dovresti fare lo stregone; ormai sai curare anche alla nostra maniera -. Io continuavo celatamente a fare il medico: avendo cura però di non contraddire le pratiche magiche. Qui, dove tutti i rapporti fra le cose sono influssi e magia, anche la medicina ha potere soltanto per il suo contenuto magico, pur restando corretta e rigorosa e scientifica, né sposandosi ad atteggiamenti misteriosi. Here, where all relationships between things are influences and magic, even medicine has power only for its magical content, while remaining correct and rigorous and scientific, nor marrying mysterious attitudes. Il chinino, purtroppo, ha perduto ogni potere, perché appartiene, per i contadini, a una scienza screditata, incomprensiva e pretensiosa. Ci voleva molta autorità per farlo accettare, e preso così a malincuore, agiva poco: preferivo sostituirlo con medicine nuove, più potenti in sé e più ricche d'influenza; come 1'atebrina e la plasmochina, che mi servirono sempre meravigliosamente, perché agivano insieme e come sostanze chimiche e come influenze magiche. Tolto il chinino, tutte le medicine sono accolte dai contadini con fiducia: soltanto, non si trovavano, o erano troppo care; o servivano a un abituale sfruttamento da parte di medici e farmacisti. Nelle vecchie farmacie polverose di questi paesi, dove pur esse esistano, non si sa mai se la medicina preparata corrisponde alla ricetta, o non sia, nel migliore dei casi, un intruglio di polveri inerti. È meglio dunque ricorrere sempre alle specialità, che sono care; e anche così la cosa non va senza inconvenienti. Il figlio della Parroccola era malato. Aveva una pustola maligna: il carbonchio è qui assai frequente, in questo mondo pieno di animali; e ne vidi moltissimi casi. Lo visitai verso sera: avevo finito la mia piccola scorta di siero, e in paese non ce n'era. Dissi alla madre di non perdere tempo, di andare, per le scorciatoie, a Sant'Arcangelo, a cercare il siero in farmacia. - Hai denaro? - le chiesi. - Ho trenta lire. Mi hanno pagato ora i carabinieri, per il mio lavoro di lavandaia -. Sapevo che le fiale costavano otto e settantacinque l'una: il denaro dunque bastava. - Prendine tre, così saremo tranquilli -. Il carbonchio è una brutta malattia che guarisce soltanto col siero, dato senza economia. Era sera: la Parroccola non osava mettersi per strada la notte. - Ci sono gli spiriti sul sentiero, non mi lasceranno passare -. Ma partì lo stesso, molto prima dell'alba, e seppe correre, con quelle sue gambe tozze, con la fretta di una madre ansiosa. Dieci chilometri l'andata, dieci chilometri il ritorno: la mattina era a casa. Ma le fiale erano due sole. Me ne stupii, ed essa mi raccontò che il farmacista le aveva chiesto quanto denaro aveva. - Trenta lire. - Allora puoi prendere due fiale. Sai leggere? Costano quindici lire l'una. C'è scritto sopra -. C'era scritto sopra «8,75». Di questi mezzi si serve il diritto feudale della piccola borghesia di questi paesi. Per fortuna, le due fiale bastarono.

La Parroccola era poverissima: non possedeva nulla, altro che il suo gran letto, e le sue misere grazie di zambra. La Parroccola was very poor: she owned nothing, other than her big bed, and her miserable zambra graces. Avrebbe dovuto avere medici e medicine gratuite: avrebbe dovuto essere nell'elenco dei poveri. Questo elenco esisteva, nascosto in qualche scaffale del municipio: ma, in questo paese di generale e completa miseria, era brevissimo: forse quattro o cinque nomi. Con i pretesti più vari, non si riconosceva a nessuno la qualità di povero: altrimenti, chi avrebbe pagato il debito tributo a medici e farmacisti, autori essi stessi non controllati dell'elenco? Under the most varied pretexts, no one was recognized as poor: otherwise, who would have paid due tribute to doctors and pharmacists, themselves uncontrolled authors of the list? Anche questo era uno dei mali antichi, sanzionati dall'uso, inevitabili, legati allo Stato, contro cui non c'è modo di difendersi. This too was one of the ancient evils, sanctioned by custom, inevitable, tied to the state, against which there is no defense. - Se si sapesse leggere e scrivere, non ci potrebbero così derubare. Ora ci sono le scuole, ma non ci si insegna nulla. Quelli di Roma preferiscono che noi si resti come bestie -. Tuttavia questi contadini taglieggiati, quelli stessi che facevano un giorno di strada a piedi, da Senise, per venire a vendere due lire di «lacci», o che una volta portarono fin da Metaponto una cesta di arance bellissime, costate ai coltivatori qualche morto della perniciosa maligna delle rive del mare, si spogliarono dell'oro nella «giornata della fede». Di ori, veramente, ce n'erano ben pochi in paese: razziati a poco a poco, dai mercanti d'oro, che girano ogni anno per i villaggi più remoti, soprattutto nei mesi di maggio e di giugno, poco prima del raccolto del grano, quando i contadini hanno finito le scorte, sono indebitati, e non sanno come fare per tirare avanti. Fu fatto credere a tutti che consegnare l'oro era obbligatorio, che chissà quali pene sarebbero venute a chi non l'avesse dato; che anche il Papa aveva ordinato di dare tutto l'oro delle chiese: ed essi lo portarono, rassegnati a questa nuova vessazione, sull'altare della Patria. Anche la Giulia, anche la Parroccola si privarono del loro anello nuziale, ricordo dei loro antichi matrimoni, e dei mariti scomparsi di là dal mare.

Il marito della Giulia era partito, con il figlio, il primo dei diciassette che la Santarcangelese avrebbe avuto poi, per l'Argentina, e non se ne era poi mai saputo più nulla. Ma un giorno la Giulia ricevette una lettera, e me la portò perché gliela leggessi. Era scritta in un linguaggio misto di italiano e di spagnolo, e veniva da Civitavecchia. Era quel primo figlio, perduto da quasi vent'anni, cresciuto a Buenos Aires, che scriveva di essersi arruolato per andare in Abissinia. Si era ricordato della madre. Non le parlava del padre: diceva che sperava di avere una licenza, prima di partire dall'Italia, per venirla a conoscere e a salutare. La licenza non venne, il giovane mandò una sua fotografia, e scrisse di tanto in tanto dall'Africa. Io gli rispondevo, sotto dettato della Giulia. Giunse infine una lettera, dove egli diceva che la guerra sarebbe presto finita, e pregava sua madre di trovargli, a Gagliano, una ragazza per moglie. Stava a lei di sceglierla. appena tornato, l'avrebbe sposata. Anche su questo giovane, partito prima di ogni possibile ricordo infantile, l'America era passata, come sugli altri emigrati, senza lasciar traccia; ed egli sarebbe tornato ad un paese che non aveva mai visto, per sposare una donna ignota, scelta dalla madre strega, di cui sapeva soltanto il nome. La Giulia, che conosceva tutto il palese e il nascosto di tutte le donne di Gagliano, scelse per suo figlio una contadina non bella, ma robusta e ritrosissima, che stava quasi di faccia a casa mia, e attese, con la sposa, il ritorno e le nozze.