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Pirandello, V. Scialle Nero

V. Scialle Nero

Gerlando non si staccò dalla sponda del letto, né giorno né notte, per tutto il tempo che Eleonora vi giacque tra la vita e la morte.

Quando finalmente dal letto poté esser messa a sedere sul seggiolone, parve un'altra donna: diafana, quasi esangue. Si vide innanzi Gerlando, che sembrava uscito anch'esso da una mortale malattia, e premurosi attorno i parenti di lui. Li guardava coi begli occhi neri ingranditi e dolenti nella pallida magrezza, e le pareva che ormai nessuna relazione esistesse più tra essi e lei, come se ella fosse or ora tornata, nuova e diversa, da un luogo remoto, dove ogni vincolo fosse stato infranto, non con essi soltanto, ma con tutta la vita di prima.

Respirava con pena; a ogni menomo rumore il cuore le balzava in petto e le batteva con tumultuosa repenza; una stanchezza greve la opprimeva.

Allora, col capo abbandonato su la spalliera del seggiolone, gli occhi chiusi, si rammaricava dentro di sé di non esser morta. Che stava più a farci, lì? perché ancora quella condanna per gli occhi di veder quei visi attorno e quelle cose, da cui già si sentiva tanto, tanto lontana? Perché quel ravvicinamento con le apparenze opprimenti e nauseanti della vita passata, ravvicinamento che talvolta le pareva diventasse più brusco, come se qualcuno la spingesse di dietro, per costringerla a vedere, a sentir la presenza, la realtà viva e spirante della vita odiosa, che più non le apparteneva?

Credeva fermamente che non si sarebbe rialzata mai più da quel seggiolone; credeva che da un momento all'altro sarebbe morta di crepacuore. E no, invece; dopo alcuni giorni, poté levarsi in piedi, muovere, sorretta, qualche passo per la camera; poi, col tempo, anche scendere la scala e recarsi all'aperto, a braccio di Gerlando e della serva. Prese infine l'abitudine di recarsi sul tramonto fino all'orlo del ciglione che limitava a mezzogiorno il podere. S'apriva di là la magnifica vista della piaggia sottostante all'altipiano, fino al mare laggiù. Vi si recò i primi giorni accompagnata, al solito, da Gerlando e da Gesa; poi, senza Gerlando; infine, sola.

Seduta su un masso, all'ombra d'un olivo centenario, guardava tutta la riviera lontana che s'incurvava appena, a lievi lunate, a lievi seni, frastagliandosi sul mare che cangiava secondo lo spirare dei venti; vedeva il sole ora come un disco di fuoco affogarsi lentamente tra le brume muffose sedenti sul mare tutto grigio, a ponente, ora calare in trionfo su le onde infiammate, tra una pompa meravigliosa di nuvole accese; vedeva nell'umido cielo crepuscolare sgorgar liquida e calma la luce di Giove, avvivarsi appena la luna diafana e lieve; beveva con gli occhi la mesta dolcezza della sera imminente, e respirava, beata, sentendosi penetrare fino in fondo all'anima il fresco, la quiete, come un conforto sovrumano. Intanto, di là, nella casa colonica, il vecchio mezzadro e la moglie riprendevano a congiurare a danno di lei, istigando il figliuolo a provvedere a' suoi casi. - Perché la lasci sola? - badava a dirgli il padre. - Non t'accorgi che lei, ora, dopo la malattia, t'è grata dell'affezione che le hai dimostrata? Non la lasciare un momento, cerca d'entrarle sempre più nel cuore; e poi… e poi ottieni che la serva non si corichi più nella stessa camera con lei. Ora lei sta bene e non ne ha più bisogno, la notte.

Gerlando, irritato, si scrollava tutto, a questi suggerimenti.

- Ma neanche per sogno! Ma se non le passa più neanche per il capo che io possa… Ma che! Mi tratta come un figliuolo… Bisogna sentire che discorsi mi fa! Si sente già vecchia, passata e finita per questo mondo. Che!

- Vecchia? - interloquiva la madre. - Certo, non è più una bambina; ma vecchia neppure; e tu…

- Ti levano la terra! - incalzava il padre. - Te l'ho già detto: sei rovinato, in mezzo a una strada. Senza figli, morta la moglie, la dote torna ai parenti di lei. E tu avrai fatto questo bel guadagno; avrai perduto la scuola e tutto questo tempo, così, senza nessuna soddisfazione… Neanche un pugno di mosche! Pensaci, pensaci a tempo: già troppo ne hai perduto… Che speri?

- Con le buone, - riprendeva, manierosa, la madre. - Tu devi andarci con le buone, e magari dirglielo: «Vedi? che n'ho avuto io, di te? t'ho rispettato, come tu hai voluto; ma ora pensa un po' a me, tu: come resto io? che farò, se tu mi lasci così?». Alla fin fine, santo Dio, non deve andare alla guerra!

- E puoi soggiungere, - tornava a incalzare il padre, - puoi soggiungere: «Vuoi far contento tuo fratello che t'ha trattata così? farmi cacciar via di qua come un cane, da lui?». È la santa verità, questa, bada! Come un cane sarai cacciato, a pedate, e io e tua madre, poveri vecchi, con te.

Gerlando non rispondeva nulla. Ai consigli della madre provava quasi un sollievo, ma irritante, come una vellicazione; le previsioni del padre gli movevano la bile, lo accendevano d'ira. Che fare? Vedeva la difficoltà dell'impresa e ne vedeva pure la necessità impellente. Bisognava a ogni modo tentare.

Eleonora, adesso, sedeva a tavola con lui. Una sera, a cena, vedendolo con gli occhi fissi su la tovaglia, pensieroso, gli domandò:

- Non mangi? che hai?

Quantunque da alcuni giorni egli s'aspettasse questa domanda provocata dal suo stesso contegno, non seppe sul punto rispondere come aveva deliberato, e fece un gesto vago con la mano. - Che hai? - insistette Eleonora.

- Nulla, - rispose, impacciato, Gerlando. - Mio padre, al solito…

- Daccapo con la scuola? - domandò lei sorridendo, per spingerlo a parlare.

- No: peggio, - diss'egli. - Mi pone… mi pone davanti tante ombre, m'affligge col… col pensiero del mio avvenire, poiché lui è vecchio, dice, e io così, senza né arte né parte: finché ci sei tu, bene; ma poi… poi, niente, dice… - Di' a tuo padre, - rispose allora, con gravità, Eleonora, socchiudendo gli occhi, quasi per non vedere il rossore di lui, - di' a tuo padre che non se ne dia pensiero. Ho provveduto io a tutto, digli, e che stia dunque tranquillo. Anzi, giacché siamo a questo discorso, senti: se io venissi a mancare d'un tratto - siamo della vita e della morte - nel secondo cassetto del canterano, nella mia camera, troverai in una busta gialla una carta per te. - Una carta? - ripeté Gerlando, non sapendo che dire, confuso di vergogna.

Eleonora accennò di sì col capo, e soggiunse:

- Non te ne curare.

Sollevato e contento, Gerlando, la mattina dopo, riferí ai genitori quanto gli aveva detto Eleonora; ma quelli, specialmente il padre, non ne furono per nulla soddisfatti.

- Carta? Imbrogli!

Che poteva essere quella carta? Il testamento: la donazione cioè del podere al marito. E se non era fatta in regola e con tutte le forme? Il sospetto era facile, atteso che si trattava della scrittura privata d'una donna, senza l'assistenza d'un notajo. E poi, non si doveva aver da fare col cognato, domani, uomo di legge, imbroglione?

- Processi, figlio mio? Dio te ne scampi e liberi! La giustizia non è per i poverelli. E quello là, per la rabbia, sarà capace di farti bianco il nero e nero il bianco.

E inoltre, quella carta, c'era davvero, là, nel cassetto del canterano? O glie l'aveva detto per non esser molestata? - Tu l'hai veduta? No. E allora? Ma, ammesso che te la faccia vedere, che ne capisci tu? che ne capiamo noi? Mentre con un figliuolo… là! Non ti lasciare infinocchiare: da' ascolto a noi! Carne! carne! che carta!

Così un giorno Eleonora, mentre se ne stava sotto a quell'olivo sul ciglione, si vide all'improvviso accanto Gerlando, venuto furtivamente. Era tutta avvolta in un ampio scialle nero. Sentiva freddo, quantunque il febbrajo fosse così mite, che già pareva primavera. La vasta piaggia, sotto, era tutta verde di biade; il mare, in fondo, placidissimo, riteneva insieme col cielo una tinta rosea un po' sbiadita, ma soavissima, e le campagne in ombra parevano smaltate. Stanca di mirare, nel silenzio, quella meravigliosa armonia di colori, Eleonora aveva appoggiato il capo al tronco dell'olivo. Dallo scialle nero tirato sul capo si scopriva soltanto il volto, che pareva anche più pallido.

- Che fai? - le domandò Gerlando. - Mi sembri una Madonna Addolorata.

- Guardavo… gli rispose lei, con un sospiro, socchiudendo gli occhi.

Ma lui riprese:

- Se vedessi come… come stai bene così, con codesto scialle nero…

- Bene? - disse Eleonora, sorridendo mestamente. - Sento freddo!

- No, dico, bene di… di… di figura, - spiegò egli, balbettando, e sedette per terra accanto al masso.

Eleonora, col capo appoggiato al tronco, richiuse gli occhi, sorrise per non piangere, assalita dal rimpianto della sua gioventú perduta così miseramente. A diciott'anni, sì, era stata pur bella, tanto! A un tratto, mentre se ne stava così assorta, s'intese scuotere leggermente. - Dammi una mano, - le chiese egli da terra, guardandola con occhi lustri.

Ella comprese; ma finse di non comprendere.

- La mano? Perché? - gli domandò. - Io non posso tirarti su: non ho più forza, neanche per me… È già sera, andiamo.

E si alzò.

- Non dicevo per tirarmi su, - spiegò di nuovo Gerlando, da terra. - Restiamo qua, al bujo; è tanto bello…

Così dicendo, fu lesto ad abbracciarle i ginocchi, sorridendo nervosamente, con le labbra aride.

- No! - gridò lei. - Sei pazzo? Lasciami!

Per non cadere, s'appoggiò con le braccia a gli omeri di lui e lo respinse indietro. Ma lo scialle, a quell'atto, si svolse, e, com'ella se ne stava curva su lui sorto in ginocchio, lo avvolse, lo nascose dentro. - No: ti voglio! ti voglio! - diss'egli, allora, com'ebbro, stringendola vieppiù con un braccio, mentre con l'altro le cercava, più su, la vita, avvolto nell'odore del corpo di lei. Ma ella, con uno sforzo supremo, riuscí a svincolarsi; corse fino all'orlo del ciglione; si voltò; gridò: - Mi butto!

In quella, se lo vide addosso, violento; si piegò indietro, precipitò giù dal ciglione.

Egli si rattenne a stento, allibito, urlando, con le braccia levate. Udí un tonfo terribile, giù. Sporse il capo. Un mucchio di vesti nere, tra il verde della piaggia sottostante. E lo scialle, che s'era aperto al vento, andava a cadere mollemente, così aperto, più in là. Con le mani tra i capelli, si voltò a guardare verso la casa campestre; ma fu colpito negli occhi improvvisamente dall'ampia faccia pallida della Luna sorta appena dal folto degli olivi lassù; e rimase atterrito a mirarla, come se quella dal cielo avesse veduto e lo accusasse.



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V. Scialle Nero

Gerlando non si staccò dalla sponda del letto, né giorno né notte, per tutto il tempo che Eleonora vi giacque tra la vita e la morte.

Quando finalmente dal letto poté esser messa a sedere sul seggiolone, parve un'altra donna: diafana, quasi esangue. Si vide innanzi Gerlando, che sembrava uscito anch'esso da una mortale malattia, e premurosi attorno i parenti di lui. Li guardava coi begli occhi neri ingranditi e dolenti nella pallida magrezza, e le pareva che ormai nessuna relazione esistesse più tra essi e lei, come se ella fosse or ora tornata, nuova e diversa, da un luogo remoto, dove ogni vincolo fosse stato infranto, non con essi soltanto, ma con tutta la vita di prima.

Respirava con pena; a ogni menomo rumore il cuore le balzava in petto e le batteva con tumultuosa repenza; una stanchezza greve la opprimeva.

Allora, col capo abbandonato su la spalliera del seggiolone, gli occhi chiusi, si rammaricava dentro di sé di non esser morta. Che stava più a farci, lì? perché ancora quella condanna per gli occhi di veder quei visi attorno e quelle cose, da cui già si sentiva tanto, tanto lontana? Perché quel ravvicinamento con le apparenze opprimenti e nauseanti della vita passata, ravvicinamento che talvolta le pareva diventasse più brusco, come se qualcuno la spingesse di dietro, per costringerla a vedere, a sentir la presenza, la realtà viva e spirante della vita odiosa, che più non le apparteneva?

Credeva fermamente che non si sarebbe rialzata mai più da quel seggiolone; credeva che da un momento all'altro sarebbe morta di crepacuore. E no, invece; dopo alcuni giorni, poté levarsi in piedi, muovere, sorretta, qualche passo per la camera; poi, col tempo, anche scendere la scala e recarsi all'aperto, a braccio di Gerlando e della serva. Prese infine l'abitudine di recarsi sul tramonto fino all'orlo del ciglione che limitava a mezzogiorno il podere. S'apriva di là la magnifica vista della piaggia sottostante all'altipiano, fino al mare laggiù. Vi si recò i primi giorni accompagnata, al solito, da Gerlando e da Gesa; poi, senza Gerlando; infine, sola.

Seduta su un masso, all'ombra d'un olivo centenario, guardava tutta la riviera lontana che s'incurvava appena, a lievi lunate, a lievi seni, frastagliandosi sul mare che cangiava secondo lo spirare dei venti; vedeva il sole ora come un disco di fuoco affogarsi lentamente tra le brume muffose sedenti sul mare tutto grigio, a ponente, ora calare in trionfo su le onde infiammate, tra una pompa meravigliosa di nuvole accese; vedeva nell'umido cielo crepuscolare sgorgar liquida e calma la luce di Giove, avvivarsi appena la luna diafana e lieve; beveva con gli occhi la mesta dolcezza della sera imminente, e respirava, beata, sentendosi penetrare fino in fondo all'anima il fresco, la quiete, come un conforto sovrumano. Intanto, di là, nella casa colonica, il vecchio mezzadro e la moglie riprendevano a congiurare a danno di lei, istigando il figliuolo a provvedere a' suoi casi. - Perché la lasci sola? - badava a dirgli il padre. - Non t'accorgi che lei, ora, dopo la malattia, t'è grata dell'affezione che le hai dimostrata? Non la lasciare un momento, cerca d'entrarle sempre più nel cuore; e poi… e poi ottieni che la serva non si corichi più nella stessa camera con lei. Ora lei sta bene e non ne ha più bisogno, la notte.

Gerlando, irritato, si scrollava tutto, a questi suggerimenti.

- Ma neanche per sogno! Ma se non le passa più neanche per il capo che io possa… Ma che! Mi tratta come un figliuolo… Bisogna sentire che discorsi mi fa! Si sente già vecchia, passata e finita per questo mondo. Che!

- Vecchia? - interloquiva la madre. - Certo, non è più una bambina; ma vecchia neppure; e tu…

- Ti levano la terra! - incalzava il padre. - Te l'ho già detto: sei rovinato, in mezzo a una strada. Senza figli, morta la moglie, la dote torna ai parenti di lei. E tu avrai fatto questo bel guadagno; avrai perduto la scuola e tutto questo tempo, così, senza nessuna soddisfazione… Neanche un pugno di mosche! Pensaci, pensaci a tempo: già troppo ne hai perduto… Che speri?

- Con le buone, - riprendeva, manierosa, la madre. - Tu devi andarci con le buone, e magari dirglielo: «Vedi? che n'ho avuto io, di te? t'ho rispettato, come tu hai voluto; ma ora pensa un po' a me, tu: come resto io? che farò, se tu mi lasci così?». Alla fin fine, santo Dio, non deve andare alla guerra!

- E puoi soggiungere, - tornava a incalzare il padre, - puoi soggiungere: «Vuoi far contento tuo fratello che t'ha trattata così? farmi cacciar via di qua come un cane, da lui?». È la santa verità, questa, bada! Come un cane sarai cacciato, a pedate, e io e tua madre, poveri vecchi, con te.

Gerlando non rispondeva nulla. Ai consigli della madre provava quasi un sollievo, ma irritante, come una vellicazione; le previsioni del padre gli movevano la bile, lo accendevano d'ira. Che fare? Vedeva la difficoltà dell'impresa e ne vedeva pure la necessità impellente. Bisognava a ogni modo tentare.

Eleonora, adesso, sedeva a tavola con lui. Una sera, a cena, vedendolo con gli occhi fissi su la tovaglia, pensieroso, gli domandò:

- Non mangi? che hai?

Quantunque da alcuni giorni egli s'aspettasse questa domanda provocata dal suo stesso contegno, non seppe sul punto rispondere come aveva deliberato, e fece un gesto vago con la mano. - Che hai? - insistette Eleonora.

- Nulla, - rispose, impacciato, Gerlando. - Mio padre, al solito…

- Daccapo con la scuola? - domandò lei sorridendo, per spingerlo a parlare.

- No: peggio, - diss'egli. - Mi pone… mi pone davanti tante ombre, m'affligge col… col pensiero del mio avvenire, poiché lui è vecchio, dice, e io così, senza né arte né parte: finché ci sei tu, bene; ma poi… poi, niente, dice… - Di' a tuo padre, - rispose allora, con gravità, Eleonora, socchiudendo gli occhi, quasi per non vedere il rossore di lui, - di' a tuo padre che non se ne dia pensiero. Ho provveduto io a tutto, digli, e che stia dunque tranquillo. Anzi, giacché siamo a questo discorso, senti: se io venissi a mancare d'un tratto - siamo della vita e della morte - nel secondo cassetto del canterano, nella mia camera, troverai in una busta gialla una carta per te. - Una carta? - ripeté Gerlando, non sapendo che dire, confuso di vergogna.

Eleonora accennò di sì col capo, e soggiunse:

- Non te ne curare.

Sollevato e contento, Gerlando, la mattina dopo, riferí ai genitori quanto gli aveva detto Eleonora; ma quelli, specialmente il padre, non ne furono per nulla soddisfatti.

- Carta? Imbrogli!

Che poteva essere quella carta? Il testamento: la donazione cioè del podere al marito. E se non era fatta in regola e con tutte le forme? Il sospetto era facile, atteso che si trattava della scrittura privata d'una donna, senza l'assistenza d'un notajo. E poi, non si doveva aver da fare col cognato, domani, uomo di legge, imbroglione?

- Processi, figlio mio? Dio te ne scampi e liberi! La giustizia non è per i poverelli. E quello là, per la rabbia, sarà capace di farti bianco il nero e nero il bianco.

E inoltre, quella carta, c'era davvero, là, nel cassetto del canterano? O glie l'aveva detto per non esser molestata? - Tu l'hai veduta? No. E allora? Ma, ammesso che te la faccia vedere, che ne capisci tu? che ne capiamo noi? Mentre con un figliuolo… là! Non ti lasciare infinocchiare: da' ascolto a noi! Carne! carne! che carta!

Così un giorno Eleonora, mentre se ne stava sotto a quell'olivo sul ciglione, si vide all'improvviso accanto Gerlando, venuto furtivamente. Era tutta avvolta in un ampio scialle nero. Sentiva freddo, quantunque il febbrajo fosse così mite, che già pareva primavera. La vasta piaggia, sotto, era tutta verde di biade; il mare, in fondo, placidissimo, riteneva insieme col cielo una tinta rosea un po' sbiadita, ma soavissima, e le campagne in ombra parevano smaltate. Stanca di mirare, nel silenzio, quella meravigliosa armonia di colori, Eleonora aveva appoggiato il capo al tronco dell'olivo. Dallo scialle nero tirato sul capo si scopriva soltanto il volto, che pareva anche più pallido.

- Che fai? - le domandò Gerlando. - Mi sembri una Madonna Addolorata.

- Guardavo… gli rispose lei, con un sospiro, socchiudendo gli occhi.

Ma lui riprese:

- Se vedessi come… come stai bene così, con codesto scialle nero…

- Bene? - disse Eleonora, sorridendo mestamente. - Sento freddo!

- No, dico, bene di… di… di figura, - spiegò egli, balbettando, e sedette per terra accanto al masso.

Eleonora, col capo appoggiato al tronco, richiuse gli occhi, sorrise per non piangere, assalita dal rimpianto della sua gioventú perduta così miseramente. A diciott'anni, sì, era stata pur bella, tanto! A un tratto, mentre se ne stava così assorta, s'intese scuotere leggermente. - Dammi una mano, - le chiese egli da terra, guardandola con occhi lustri.

Ella comprese; ma finse di non comprendere.

- La mano? Perché? - gli domandò. - Io non posso tirarti su: non ho più forza, neanche per me… È già sera, andiamo.

E si alzò.

- Non dicevo per tirarmi su, - spiegò di nuovo Gerlando, da terra. - Restiamo qua, al bujo; è tanto bello…

Così dicendo, fu lesto ad abbracciarle i ginocchi, sorridendo nervosamente, con le labbra aride.

- No! - gridò lei. - Sei pazzo? Lasciami!

Per non cadere, s'appoggiò con le braccia a gli omeri di lui e lo respinse indietro. Ma lo scialle, a quell'atto, si svolse, e, com'ella se ne stava curva su lui sorto in ginocchio, lo avvolse, lo nascose dentro. - No: ti voglio! ti voglio! - diss'egli, allora, com'ebbro, stringendola vieppiù con un braccio, mentre con l'altro le cercava, più su, la vita, avvolto nell'odore del corpo di lei. Ma ella, con uno sforzo supremo, riuscí a svincolarsi; corse fino all'orlo del ciglione; si voltò; gridò: - Mi butto!

In quella, se lo vide addosso, violento; si piegò indietro, precipitò giù dal ciglione.

Egli si rattenne a stento, allibito, urlando, con le braccia levate. Udí un tonfo terribile, giù. Sporse il capo. Un mucchio di vesti nere, tra il verde della piaggia sottostante. E lo scialle, che s'era aperto al vento, andava a cadere mollemente, così aperto, più in là. Con le mani tra i capelli, si voltò a guardare verso la casa campestre; ma fu colpito negli occhi improvvisamente dall'ampia faccia pallida della Luna sorta appena dal folto degli olivi lassù; e rimase atterrito a mirarla, come se quella dal cielo avesse veduto e lo accusasse.

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