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Pirandello, III. Scialle Nero

III. Scialle Nero

Il fratello fu irremovibile.

Ne' pochi giorni che occorsero per le pubblicazioni di rito, prima del matrimonio, s'accaní nello scandalo. Per prevenir le beffe che s'aspettava da tutti, prese ferocemente il partito d'andar sbandendo la sua vergogna, con orribili crudezze di linguaggio. Pareva impazzito; e tutti lo commiseravano.

Gli toccò, tuttavia, a combattere un bel po' col mezzadro, per farlo condiscendere alle nozze del figliuolo. Quantunque d'idee larghe, il vecchio, dapprima, parve cascasse dalle nuvole: non voleva creder possibile una cosa simile. Poi disse:

- Vossignoria non dubiti: me lo pesterò sotto i piedi; sa come? come si pigia l'uva. O piuttosto, facciamo così: glielo consegno, legato mani e piedi; e Vossignoria si prenderà tutta quella soddisfazione che vuole. Il nerbo, per le nerbate, glielo procuro io, e glielo tengo prima apposta tre giorni in molle, perché picchi più sodo.

Quando però comprese che il padrone non intendeva questo, ma voleva altro, il matrimonio, trasecolò di nuovo:

- Come! Che dice, Vossignoria? Una signorona di quella fatta col figlio d'un vile zappaterra? E oppose un reciso rifiuto.

- Mi perdoni. Ma la signorina aveva il giudizio e l'età; conosceva il bene e il male; non doveva far mai con mio figlio quello che fece. Debbo parlare? Se lo tirava sù in casa tutti i giorni. Vossignoria m'intende… Un ragazzaccio… A quell'età, non si ragiona, non si bada… Ora ci posso perdere così il figlio, che Dio sa quanto mi costa? La signorina. Con rispetto parlando, gli può esser madre…

Il Bandi dovette promettere la cessione in dote del podere e un assegno giornaliero alla sorella.

Così il matrimonio fu stabilito; e, quando ebbe luogo, fu un vero avvenimento per quella cittaduzza.

Parve che tutti provassero un gran piacere nel far pubblicamente strazio dell'ammirazione, del rispetto per tanti anni tributati a quella donna; come se tra l'ammirazione e il rispetto, di cui non la stimavano più degna, e il dileggio, con cui ora la accompagnavano a quelle nozze vergognose, non ci potesse esser posto per un po' di commiserazione. La commiserazione era tutta per il fratello; il quale, s'intende, non volle prender parte alla cerimonia. Non vi prese parte neanche il D'Andrea, scusandosi che doveva tener compagnia, in quel triste giorno, al suo povero Giorgio. Un vecchio medico della città, ch'era già stato di casa dei genitori d'Eleonora, e a cui il D'Andrea, venuto di fresco dagli studii, con tutti i fumi e le sofisticherie della novissima terapeutica, aveva tolto gran parte della clientela, si profferse per testimonio e condusse con sé un altro vecchio, suo amico, per secondo testimonio. Con essi Eleonora si recò in vettura chiusa al Municipio; poi in una chiesetta fuorimano, per la cerimonia religiosa.

In un'altra vettura era lo sposo, Gerlando, torbido e ingrugnato, coi genitori. Questi, parati a festa, stavano su di sé, gonfi e serii, perché, alla fin fine, il figlio sposava una vera signora, sorella d'un avvocato, e gli recava in dote una campagna con una magnifica villa, e denari per giunta. Gerlando, per rendersi degno del nuovo stato, avrebbe seguitato gli studii. Al podere avrebbe atteso lui, il padre, che se n'intendeva. La sposa era un po' anzianotta? Tanto meglio! L'erede già c'era per via. Per legge di natura ella sarebbe morta prima, e Gerlando allora sarebbe rimasto libero e ricco.

Queste e consimili riflessioni facevano anche, in una terza vettura, i testimonii dello sposo, contadini amici del padre, in compagnia di due vecchi zii materni. Gli altri parenti e amici dello sposo innumerevoli, attendevano nella villa, tutti parati a festa, con gli abiti di panno turchino, gli uomini; con le mantelline nuove e i fazzoletti dai colori più sgargianti, le donne; giacché il mezzadro, d'idee larghe, aveva preparato un trattamento proprio coi fiocchi. Al municipio, Eleonora, prima d'entrare nell'aula dello stato civile, fu assalita da una convulsione di pianto; lo sposo che si teneva discosto, in crocchio coi parenti, fu spinto da questi ad accorrere; ma il vecchio medico lo pregò di non farsi scorgere, di star lontano, per il momento. Non ben rimessa ancora da quella crisi violenta, Eleonora entrò nell'aula; si vide accanto quel ragazzo, che l'impaccio e la vergogna rendevano più ispido e goffo; ebbe un impeto di ribellione; fu per gridare: - No! No! - e lo guardò come per spingerlo a gridar così anche lui. Ma poco dopo dissero sì tutti e due, come condannati a una pena inevitabile. Sbrigata in gran fretta l'altra funzione nella chiesetta solitaria, il triste corteo s'avviò alla villa. Eleonora non voleva staccarsi dai due vecchi amici; ma le fu forza salire in vettura con lo sposo e coi suoceri.

Strada facendo, non fu scambiata una parola nella vettura.

Il mezzadro e la moglie parevano sbigottiti: alzavano di tanto in tanto gli occhi per guardar di sfuggita la nuora; poi si scambiavano uno sguardo e riabbassavano gli occhi. Lo sposo guardava fuori, tutto ristretto in sé, aggrottato.

In villa, furono accolti con uno strepitoso sparo di mortaretti e grida festose e battimani. Ma l'aspetto e il contegno della sposa raggelarono tutti i convitati, per quanto ella si provasse anche a sorridere a quella buona gente, che intendeva farle festa a suo modo, come usa negli sposalizi. Chiese presto licenza di ritirarsi sola; ma nella camera in cui aveva dormito durante la villeggiatura, trovando apparecchiato il letto nuziale, s'arrestò di botto, su la soglia: - lì? con lui? No! Mai! Mai! - E, presa da ribrezzo, scappò in un'altra camera: vi si chiuse a chiave; cadde a sedere su una seggiola, premendosi forte, forte, il volto con tutt'e due le mani. Le giungevano, attraverso l'uscio, le voci, le risa dei convitati, che aizzavano di là Gerlando, lodandogli, più che la sposa, il buon parentado che aveva fatto e la bella campagna. Gerlando se ne stava affacciato al balcone e, per tutta risposta, pieno d'onta, scrollava di tratto in tratto le poderose spalle. Onta sì, provava onta d'esser marito a quel modo, di quella signora: ecco! E tutta la colpa era del padre, il quale, per quella maledetta fissazione della scuola, lo aveva fatto trattare al modo d'un ragazzaccio stupido e inetto dalla signorina, venuta in villeggiatura, abilitandola a certi scherzi che lo avevano ferito. Ed ecco, intanto, quel che n'era venuto. Il padre non pensava che alla bella campagna. Ma lui, come avrebbe vissuto d'ora in poi, con quella donna che gl'incuteva tanta soggezione, e che certo gliene voleva per la vergogna e il disonore? Come avrebbe ardito d'alzar gli occhi in faccia a lei? E, per giunta, il padre pretendeva ch'egli seguitasse a frequentar la scuola! Figurarsi la baja che gli avrebbero data i compagni! Aveva venti anni più di lui, la moglie, e pareva una montagna, pareva…

Mentre Gerlando si travagliava con queste riflessioni, il padre e la madre attendevano agli ultimi preparativi del pranzo. Finalmente l'uno e l'altra entrarono trionfanti nella sala, dove già la mensa era apparecchiata. Il servizio da tavola era stato fornito per l'avvenimento da un trattore della città che aveva anche inviato un cuoco e due camerieri per servire il pranzo. Il mezzadro venne a trovar Gerlando al balcone e gli disse:

- Va' ad avvertire tua moglie che a momenti sarà pronto. - Non ci vado, gnornò! - grugní Gerlando, pestando un piede. - Andateci voi.

- Spetta a te, somarone! - gli gridò il padre. - Tu sei il marito: va'! - Grazie tante… Gnornò! non ci vado! - ripeté Gerlando, cocciuto, schermendosi.

Allora il padre, irato, lo tirò per il bavero della giacca e gli diede uno spintone.

- Ti vergogni, bestione? Ti ci sei messo, prima? E ora ti vergogni? Va'! È tua moglie!

I convitati accorsero a metter pace, a persuadere Gerlando a andare.

- Che male c'è? Le dirai che venga a prendere un boccone…

- Ma se non so neppure come debba chiamarla! - gridò Gerlando, esasperato.

Alcuni convitati scoppiarono a ridere, altri furono pronti a trattenere il mezzadro che s'era lanciato per schiaffeggiare il figlio imbecille che gli guastava così la festa preparata con tanta solennità e tanta spesa. - La chiamerai col suo nome di battesimo, - gli diceva intanto, piano e persuasiva, la madre. - Come si chiama? Eleonora, è vero? e tu chiamala Eleonora. Non è tua moglie? Va', figlio mio, va'… E, così dicendo, lo avviò alla camera nuziale. Gerlando andò a picchiare all'uscio. Picchiò una prima volta, piano. Attese. Silenzio.

Come le avrebbe detto? Doveva proprio darle del tu, così alla prima? Ah, maledetto impiccio! E perché, intanto, ella non rispondeva? Forse non aveva inteso. Ripicchiò più forte. Attese. Silenzio.

Allora, tutto impacciato, si provò a chiamare a bassa voce, come gli aveva suggerito la madre. Ma gli venne fuori un Eneolora così ridicolo, che subito, come per cancellarlo, chiamò forte, franco:

- Eleonora!

Intese alla fine la voce di lei che domandava dietro l'uscio di un'altra stanza: - Chi è?

S'appressò a quell'uscio, col sangue tutto rimescolato. - Io, - disse - io Ger… Gerlando… È pronto.

- Non posso, - rispose lei. - Fate senza di me.

Gerlando tornò in sala, sollevato da un gran peso.

- Non viene! Dice che non viene! Non può venire!

- Viva il bestione! - esclamò allora il padre, che non lo chiamava altrimenti. - Le hai detto ch'era in tavola? E perché non l'hai forzata a venire? La moglie s'interpose: fece intendere al marito che sarebbe stato meglio, forse, lasciare in pace la sposa, per quel giorno. I convitati approvarono.

- L'emozione… il disagio… si sa! Ma il mezzadro che s'era inteso di dimostrare alla nuora che, all'occorrenza, sapeva far l'obbligo suo, rimase imbronciato e ordinò con mala grazia che il pranzo fosse servito. C'era il desiderio dei piatti fini, ch'ora sarebbero venuti in tavola, ma c'era anche in tutti quei convitati una seria costernazione per tutto quel superfluo che vedevano luccicar sulla tovaglia nuova, che li abbagliava: quattro bicchieri di diversa forma e forchette e forchettine, coltelli e coltellini, e certi pennini, poi, dentro gl'involtini di cartavelina. Seduti ben discosti dalla tavola, sudavano anche per i grevi abiti di panno della festa, e si guardavano nelle facce dure, arsicce, svisate dall'insolita pulizia; e non osavano alzar le grosse mani sformate dai lavori della campagna per prendere quelle forchette d'argento (la piccola o la grande?) e quei coltelli, sotto gli occhi dei camerieri che, girando coi serviti, con quei guanti di filo bianco incutevano loro una terribile soggezione.

Il mezzadro, intanto, mangiando, guardava il figlio e scrollava il capo, col volto atteggiato di derisoria commiserazione:

- Guardatelo, guardatelo! - borbottava tra sé. - Che figura ci fa, lì solo, spajato, a capo tavola? Come potrà la sposa aver considerazione per uno scimmione così fatto? Ha ragione, ha ragione di vergognarsi di lui. Ah, se fossi stato io al posto suo!

Finito il pranzo fra la musoneria generale, i convitati, con una scusa o con un'altra, andarono via. Era già quasi sera.

- E ora? - disse il padre a Gerlando, quando i due camerieri finirono di sparecchiar la tavola, e tutto nella villa ritornò tranquillo. - Che farai, ora? Te la sbroglierai tu!

E ordinò alla moglie di seguirlo nella casa colonica, ove abitavano, poco discosto dalla villa.

Rimasto solo, Gerlando si guardò attorno, aggrondato, non sapendo che fare.

Sentí nel silenzio la presenza di quella che se ne stava chiusa di là. Forse, or ora, non sentendo più alcun rumore, sarebbe uscita dalla stanza. Che avrebbe dovuto far lui, allora?

Ah, come volentieri se ne sarebbe scappato a dormire nella casa colonica, presso la madre, o anche giù all'aperto. Sotto un albero, magari!

E se lei intanto s'aspettava d'esser chiamata? Se, rassegnata alla condanna che aveva voluto infliggerle il fratello, si riteneva in potere di lui, suo marito, e aspettava che egli la… sì, la invitasse a…

Tese l'orecchio. Ma no: tutto era silenzio. Forse s'era già addormentata. Era già bujo. Il lume della luna entrava, per il balcone aperto, nella sala.

Senza pensar d'accendere il lume, Gerlando prese una seggiola e si recò a sedere al balcone, che guardava tutt'intorno, dall'alto, l'aperta campagna declinante al mare laggiù in fondo, lontano. Nella notte chiara splendevano limpide le stelle maggiori; la luna accendeva sul mare una fervida fascia d'argento; dai vasti piani gialli di stoppia si levava tremulo il canto dei grilli, come un fitto, continuo scampanellìo. A un tratto, un assiolo, da presso, emise un chiú languido, accorante; da lontano un altro gli rispose, come un'eco, e tutti e due seguitarono per un pezzo a singultar così, nella chiara notte. Con un braccio appoggiato alla ringhiera del balcone, egli allora, istintivamente, per sottrarsi all'oppressione di quell'incertezza smaniosa, fermò l'udito a quei due chiú che si rispondevano nel silenzio incantato dalla luna; poi, scorgendo laggiù in fondo un tratto del muro che cingeva tutt'intorno il podere, pensò che ora tutta quella terra era sua; suoi quegli alberi: olivi, mandorli, carrubi, fichi, gelsi; sua quella vigna. Aveva ben ragione d'esserne contento il padre, che d'ora in poi non sarebbe stato più soggetto a nessuno. Alla fin fine, non era tanto stramba l'idea di fargli seguitare gli studii. Meglio lì, meglio a scuola, che qua tutto il giorno, in compagnia della moglie. A tenere a posto quei compagni che avessero voluto ridere alle sue spalle, ci avrebbe pensato lui. Era un signore, ormai, e non gl'importava più se lo cacciavano via dalla scuola. Ma questo non sarebbe accaduto. Anzi egli si proponeva di studiare d'ora innanzi con impegno, per potere un giorno, tra breve, figurare tra i «galantuomini» del paese, senza più sentirne soggezione, e parlare e trattare con loro, da pari a pari. Gli bastavano altri quattro anni di scuola per aver la licenza dell'Istituto tecnico: e poi, perito agronomo o ragioniere. Suo cognato allora, il signor avvocato, che pareva avesse buttato là, ai cani, la sorella, avrebbe dovuto fargli tanto di cappello. Sissignori. E allora egli avrebbe avuto tutto il diritto di dirgli: «Che mi hai dato? A me, quella vecchia? Io ho studiato, ho una professione da signore e potevo aspirare a una bella giovine, ricca e di buoni natali come lei!».

Così pensando, s'addormentò con la fronte sul braccio appoggiato alla ringhiera. I due chiú seguitavano, l'uno qua presso, l'altro lontano, il loro alterno lamentío voluttuoso; la notte chiara pareva facesse tremolar su la terra il suo velo di luna sonoro di grilli, e arrivava ora da lontano, come un'oscura rampogna, il borboglìo profondo del mare. A notte avanzata, Eleonora apparve, come un'ombra, su la soglia del balcone. Non s'aspettava di trovarvi il giovine addormentato. Ne provò pena e timore insieme. Rimase un pezzo a pensare se le convenisse svegliarlo per dirgli quanto aveva tra sé stabilito e toglierlo di lì; ma, sul punto di scuoterlo, di chiamarlo per nome, sentí mancarsi l'animo e si ritrasse pian piano, come un'ombra, nella camera dond'era uscita.



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III. Scialle Nero

Il fratello fu irremovibile.

Ne' pochi giorni che occorsero per le pubblicazioni di rito, prima del matrimonio, s'accaní nello scandalo. Per prevenir le beffe che s'aspettava da tutti, prese ferocemente il partito d'andar sbandendo la sua vergogna, con orribili crudezze di linguaggio. Pareva impazzito; e tutti lo commiseravano.

Gli toccò, tuttavia, a combattere un bel po' col mezzadro, per farlo condiscendere alle nozze del figliuolo. Quantunque d'idee larghe, il vecchio, dapprima, parve cascasse dalle nuvole: non voleva creder possibile una cosa simile. Poi disse:

- Vossignoria non dubiti: me lo pesterò sotto i piedi; sa come? come si pigia l'uva. O piuttosto, facciamo così: glielo consegno, legato mani e piedi; e Vossignoria si prenderà tutta quella soddisfazione che vuole. Il nerbo, per le nerbate, glielo procuro io, e glielo tengo prima apposta tre giorni in molle, perché picchi più sodo.

Quando però comprese che il padrone non intendeva questo, ma voleva altro, il matrimonio, trasecolò di nuovo:

- Come! Che dice, Vossignoria? Una signorona di quella fatta col figlio d'un vile zappaterra? E oppose un reciso rifiuto.

- Mi perdoni. Ma la signorina aveva il giudizio e l'età; conosceva il bene e il male; non doveva far mai con mio figlio quello che fece. Debbo parlare? Se lo tirava sù in casa tutti i giorni. Vossignoria m'intende… Un ragazzaccio… A quell'età, non si ragiona, non si bada… Ora ci posso perdere così il figlio, che Dio sa quanto mi costa? La signorina. Con rispetto parlando, gli può esser madre…

Il Bandi dovette promettere la cessione in dote del podere e un assegno giornaliero alla sorella.

Così il matrimonio fu stabilito; e, quando ebbe luogo, fu un vero avvenimento per quella cittaduzza.

Parve che tutti provassero un gran piacere nel far pubblicamente strazio dell'ammirazione, del rispetto per tanti anni tributati a quella donna; come se tra l'ammirazione e il rispetto, di cui non la stimavano più degna, e il dileggio, con cui ora la accompagnavano a quelle nozze vergognose, non ci potesse esser posto per un po' di commiserazione. La commiserazione era tutta per il fratello; il quale, s'intende, non volle prender parte alla cerimonia. Non vi prese parte neanche il D'Andrea, scusandosi che doveva tener compagnia, in quel triste giorno, al suo povero Giorgio. Un vecchio medico della città, ch'era già stato di casa dei genitori d'Eleonora, e a cui il D'Andrea, venuto di fresco dagli studii, con tutti i fumi e le sofisticherie della novissima terapeutica, aveva tolto gran parte della clientela, si profferse per testimonio e condusse con sé un altro vecchio, suo amico, per secondo testimonio. Con essi Eleonora si recò in vettura chiusa al Municipio; poi in una chiesetta fuorimano, per la cerimonia religiosa.

In un'altra vettura era lo sposo, Gerlando, torbido e ingrugnato, coi genitori. Questi, parati a festa, stavano su di sé, gonfi e serii, perché, alla fin fine, il figlio sposava una vera signora, sorella d'un avvocato, e gli recava in dote una campagna con una magnifica villa, e denari per giunta. Gerlando, per rendersi degno del nuovo stato, avrebbe seguitato gli studii. Al podere avrebbe atteso lui, il padre, che se n'intendeva. La sposa era un po' anzianotta? Tanto meglio! L'erede già c'era per via. Per legge di natura ella sarebbe morta prima, e Gerlando allora sarebbe rimasto libero e ricco.

Queste e consimili riflessioni facevano anche, in una terza vettura, i testimonii dello sposo, contadini amici del padre, in compagnia di due vecchi zii materni. Gli altri parenti e amici dello sposo innumerevoli, attendevano nella villa, tutti parati a festa, con gli abiti di panno turchino, gli uomini; con le mantelline nuove e i fazzoletti dai colori più sgargianti, le donne; giacché il mezzadro, d'idee larghe, aveva preparato un trattamento proprio coi fiocchi. Al municipio, Eleonora, prima d'entrare nell'aula dello stato civile, fu assalita da una convulsione di pianto; lo sposo che si teneva discosto, in crocchio coi parenti, fu spinto da questi ad accorrere; ma il vecchio medico lo pregò di non farsi scorgere, di star lontano, per il momento. Non ben rimessa ancora da quella crisi violenta, Eleonora entrò nell'aula; si vide accanto quel ragazzo, che l'impaccio e la vergogna rendevano più ispido e goffo; ebbe un impeto di ribellione; fu per gridare: - No! No! - e lo guardò come per spingerlo a gridar così anche lui. Ma poco dopo dissero sì tutti e due, come condannati a una pena inevitabile. Sbrigata in gran fretta l'altra funzione nella chiesetta solitaria, il triste corteo s'avviò alla villa. Eleonora non voleva staccarsi dai due vecchi amici; ma le fu forza salire in vettura con lo sposo e coi suoceri.

Strada facendo, non fu scambiata una parola nella vettura.

Il mezzadro e la moglie parevano sbigottiti: alzavano di tanto in tanto gli occhi per guardar di sfuggita la nuora; poi si scambiavano uno sguardo e riabbassavano gli occhi. Lo sposo guardava fuori, tutto ristretto in sé, aggrottato.

In villa, furono accolti con uno strepitoso sparo di mortaretti e grida festose e battimani. Ma l'aspetto e il contegno della sposa raggelarono tutti i convitati, per quanto ella si provasse anche a sorridere a quella buona gente, che intendeva farle festa a suo modo, come usa negli sposalizi. Chiese presto licenza di ritirarsi sola; ma nella camera in cui aveva dormito durante la villeggiatura, trovando apparecchiato il letto nuziale, s'arrestò di botto, su la soglia: - lì? con lui? No! Mai! Mai! - E, presa da ribrezzo, scappò in un'altra camera: vi si chiuse a chiave; cadde a sedere su una seggiola, premendosi forte, forte, il volto con tutt'e due le mani. Le giungevano, attraverso l'uscio, le voci, le risa dei convitati, che aizzavano di là Gerlando, lodandogli, più che la sposa, il buon parentado che aveva fatto e la bella campagna. Gerlando se ne stava affacciato al balcone e, per tutta risposta, pieno d'onta, scrollava di tratto in tratto le poderose spalle. Onta sì, provava onta d'esser marito a quel modo, di quella signora: ecco! E tutta la colpa era del padre, il quale, per quella maledetta fissazione della scuola, lo aveva fatto trattare al modo d'un ragazzaccio stupido e inetto dalla signorina, venuta in villeggiatura, abilitandola a certi scherzi che lo avevano ferito. Ed ecco, intanto, quel che n'era venuto. Il padre non pensava che alla bella campagna. Ma lui, come avrebbe vissuto d'ora in poi, con quella donna che gl'incuteva tanta soggezione, e che certo gliene voleva per la vergogna e il disonore? Come avrebbe ardito d'alzar gli occhi in faccia a lei? E, per giunta, il padre pretendeva ch'egli seguitasse a frequentar la scuola! Figurarsi la baja che gli avrebbero data i compagni! Aveva venti anni più di lui, la moglie, e pareva una montagna, pareva…

Mentre Gerlando si travagliava con queste riflessioni, il padre e la madre attendevano agli ultimi preparativi del pranzo. Finalmente l'uno e l'altra entrarono trionfanti nella sala, dove già la mensa era apparecchiata. Il servizio da tavola era stato fornito per l'avvenimento da un trattore della città che aveva anche inviato un cuoco e due camerieri per servire il pranzo. Il mezzadro venne a trovar Gerlando al balcone e gli disse:

- Va' ad avvertire tua moglie che a momenti sarà pronto. - Non ci vado, gnornò! - grugní Gerlando, pestando un piede. - Andateci voi.

- Spetta a te, somarone! - gli gridò il padre. - Tu sei il marito: va'! - Grazie tante… Gnornò! non ci vado! - ripeté Gerlando, cocciuto, schermendosi.

Allora il padre, irato, lo tirò per il bavero della giacca e gli diede uno spintone.

- Ti vergogni, bestione? Ti ci sei messo, prima? E ora ti vergogni? Va'! È tua moglie!

I convitati accorsero a metter pace, a persuadere Gerlando a andare.

- Che male c'è? Le dirai che venga a prendere un boccone…

- Ma se non so neppure come debba chiamarla! - gridò Gerlando, esasperato.

Alcuni convitati scoppiarono a ridere, altri furono pronti a trattenere il mezzadro che s'era lanciato per schiaffeggiare il figlio imbecille che gli guastava così la festa preparata con tanta solennità e tanta spesa. - La chiamerai col suo nome di battesimo, - gli diceva intanto, piano e persuasiva, la madre. - Come si chiama? Eleonora, è vero? e tu chiamala Eleonora. Non è tua moglie? Va', figlio mio, va'… E, così dicendo, lo avviò alla camera nuziale. Gerlando andò a picchiare all'uscio. Picchiò una prima volta, piano. Attese. Silenzio.

Come le avrebbe detto? Doveva proprio darle del tu, così alla prima? Ah, maledetto impiccio! E perché, intanto, ella non rispondeva? Forse non aveva inteso. Ripicchiò più forte. Attese. Silenzio.

Allora, tutto impacciato, si provò a chiamare a bassa voce, come gli aveva suggerito la madre. Ma gli venne fuori un Eneolora così ridicolo, che subito, come per cancellarlo, chiamò forte, franco:

- Eleonora!

Intese alla fine la voce di lei che domandava dietro l'uscio di un'altra stanza: - Chi è?

S'appressò a quell'uscio, col sangue tutto rimescolato. - Io, - disse - io Ger… Gerlando… È pronto.

- Non posso, - rispose lei. - Fate senza di me.

Gerlando tornò in sala, sollevato da un gran peso.

- Non viene! Dice che non viene! Non può venire!

- Viva il bestione! - esclamò allora il padre, che non lo chiamava altrimenti. - Le hai detto ch'era in tavola? E perché non l'hai forzata a venire? La moglie s'interpose: fece intendere al marito che sarebbe stato meglio, forse, lasciare in pace la sposa, per quel giorno. I convitati approvarono.

- L'emozione… il disagio… si sa! Ma il mezzadro che s'era inteso di dimostrare alla nuora che, all'occorrenza, sapeva far l'obbligo suo, rimase imbronciato e ordinò con mala grazia che il pranzo fosse servito. C'era il desiderio dei piatti fini, ch'ora sarebbero venuti in tavola, ma c'era anche in tutti quei convitati una seria costernazione per tutto quel superfluo che vedevano luccicar sulla tovaglia nuova, che li abbagliava: quattro bicchieri di diversa forma e forchette e forchettine, coltelli e coltellini, e certi pennini, poi, dentro gl'involtini di cartavelina. Seduti ben discosti dalla tavola, sudavano anche per i grevi abiti di panno della festa, e si guardavano nelle facce dure, arsicce, svisate dall'insolita pulizia; e non osavano alzar le grosse mani sformate dai lavori della campagna per prendere quelle forchette d'argento (la piccola o la grande?) e quei coltelli, sotto gli occhi dei camerieri che, girando coi serviti, con quei guanti di filo bianco incutevano loro una terribile soggezione.

Il mezzadro, intanto, mangiando, guardava il figlio e scrollava il capo, col volto atteggiato di derisoria commiserazione:

- Guardatelo, guardatelo! - borbottava tra sé. - Che figura ci fa, lì solo, spajato, a capo tavola? Come potrà la sposa aver considerazione per uno scimmione così fatto? Ha ragione, ha ragione di vergognarsi di lui. Ah, se fossi stato io al posto suo!

Finito il pranzo fra la musoneria generale, i convitati, con una scusa o con un'altra, andarono via. Era già quasi sera.

- E ora? - disse il padre a Gerlando, quando i due camerieri finirono di sparecchiar la tavola, e tutto nella villa ritornò tranquillo. - Che farai, ora? Te la sbroglierai tu!

E ordinò alla moglie di seguirlo nella casa colonica, ove abitavano, poco discosto dalla villa.

Rimasto solo, Gerlando si guardò attorno, aggrondato, non sapendo che fare.

Sentí nel silenzio la presenza di quella che se ne stava chiusa di là. Forse, or ora, non sentendo più alcun rumore, sarebbe uscita dalla stanza. Che avrebbe dovuto far lui, allora?

Ah, come volentieri se ne sarebbe scappato a dormire nella casa colonica, presso la madre, o anche giù all'aperto. Sotto un albero, magari!

E se lei intanto s'aspettava d'esser chiamata? Se, rassegnata alla condanna che aveva voluto infliggerle il fratello, si riteneva in potere di lui, suo marito, e aspettava che egli la… sì, la invitasse a…

Tese l'orecchio. Ma no: tutto era silenzio. Forse s'era già addormentata. Era già bujo. Il lume della luna entrava, per il balcone aperto, nella sala.

Senza pensar d'accendere il lume, Gerlando prese una seggiola e si recò a sedere al balcone, che guardava tutt'intorno, dall'alto, l'aperta campagna declinante al mare laggiù in fondo, lontano. Nella notte chiara splendevano limpide le stelle maggiori; la luna accendeva sul mare una fervida fascia d'argento; dai vasti piani gialli di stoppia si levava tremulo il canto dei grilli, come un fitto, continuo scampanellìo. A un tratto, un assiolo, da presso, emise un chiú languido, accorante; da lontano un altro gli rispose, come un'eco, e tutti e due seguitarono per un pezzo a singultar così, nella chiara notte. Con un braccio appoggiato alla ringhiera del balcone, egli allora, istintivamente, per sottrarsi all'oppressione di quell'incertezza smaniosa, fermò l'udito a quei due chiú che si rispondevano nel silenzio incantato dalla luna; poi, scorgendo laggiù in fondo un tratto del muro che cingeva tutt'intorno il podere, pensò che ora tutta quella terra era sua; suoi quegli alberi: olivi, mandorli, carrubi, fichi, gelsi; sua quella vigna. Aveva ben ragione d'esserne contento il padre, che d'ora in poi non sarebbe stato più soggetto a nessuno. Alla fin fine, non era tanto stramba l'idea di fargli seguitare gli studii. Meglio lì, meglio a scuola, che qua tutto il giorno, in compagnia della moglie. A tenere a posto quei compagni che avessero voluto ridere alle sue spalle, ci avrebbe pensato lui. Era un signore, ormai, e non gl'importava più se lo cacciavano via dalla scuola. Ma questo non sarebbe accaduto. Anzi egli si proponeva di studiare d'ora innanzi con impegno, per potere un giorno, tra breve, figurare tra i «galantuomini» del paese, senza più sentirne soggezione, e parlare e trattare con loro, da pari a pari. Gli bastavano altri quattro anni di scuola per aver la licenza dell'Istituto tecnico: e poi, perito agronomo o ragioniere. Suo cognato allora, il signor avvocato, che pareva avesse buttato là, ai cani, la sorella, avrebbe dovuto fargli tanto di cappello. Sissignori. E allora egli avrebbe avuto tutto il diritto di dirgli: «Che mi hai dato? A me, quella vecchia? Io ho studiato, ho una professione da signore e potevo aspirare a una bella giovine, ricca e di buoni natali come lei!».

Così pensando, s'addormentò con la fronte sul braccio appoggiato alla ringhiera. I due chiú seguitavano, l'uno qua presso, l'altro lontano, il loro alterno lamentío voluttuoso; la notte chiara pareva facesse tremolar su la terra il suo velo di luna sonoro di grilli, e arrivava ora da lontano, come un'oscura rampogna, il borboglìo profondo del mare. A notte avanzata, Eleonora apparve, come un'ombra, su la soglia del balcone. Non s'aspettava di trovarvi il giovine addormentato. Ne provò pena e timore insieme. Rimase un pezzo a pensare se le convenisse svegliarlo per dirgli quanto aveva tra sé stabilito e toglierlo di lì; ma, sul punto di scuoterlo, di chiamarlo per nome, sentí mancarsi l'animo e si ritrasse pian piano, come un'ombra, nella camera dond'era uscita.

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