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Da Costa a Costa - Season 4, Stagione 4 - Episodio 4 (2)

Stagione 4 - Episodio 4 (2)

Bernie Sanders è oggi il favorito di queste primarie. Questo non vuol dire che vincerà sicuramente, bensì che oggi sembra posizionato meglio di tutti i suoi avversari: è il candidato che genera più entusiasmo tra gli elettori, soprattutto tra i giovani, e quello con la proposta politica più riconoscibile; riesce a raccogliere molti più fondi di quasi tutti i suoi avversari, e tra poco esploreremo un po' anche quel quasi; è stato il più votato nei caucus dell'Iowa e ha vinto le primarie in New Hampshire; i sondaggi dicono che probabilmente sarà anche il candidato che otterrà più delegati nel Super Tuesday, cioè quel martedì di marzo in cui andranno a votare ben 14 Stati contemporaneamente, e si assegnerà oltre il 30 per cento del totale dei delegati a disposizione. Ripeto, questo non vuol dire che Sanders sicuramente vincerà le primarie: ma oggi l'uomo da battere è sicuramente lui. Sanders sostiene di essere il candidato che più di tutti gli altri può battere Trump, perché l'entusiasmo e la mobilitazione provocati dalla sua candidatura porteranno ad allargare l'elettorato, a coinvolgere nel processo democratico tante persone che oggi ne sono escluse, creando quindi una nuova ampia coalizione di elettori che superi numericamente quella del Partito Repubblicano.

Anche la candidatura di Sanders però ha qualche limite, e alcuni di questi limiti li avete ascoltati poco fa dalle parole di una delle tante persone con cui ho parlato in questi giorni. Le sue proposte più radicali, per esempio quelle sulla sanità, incontrano un certo scetticismo anche dentro il Partito Democratico, mentre sono viste con aperta ostilità e preoccupazione da molti di quelli che stanno fuori dal partito. Se in Europa consideriamo normale che un politico di centrosinistra possa definirsi “socialista”, negli Stati Uniti il socialismo è ancora innanzitutto il socialismo reale, quello dell'Unione Sovietica. Sanders insiste per questo, nel definirsi un socialista democratico, ma molti elettori temono che i Repubblicani possano accusarlo di essere un'estremista antiamericano, magari aggrappandosi alla militanza politica giovanile di Sanders, alle sue vecchie dichiarazioni indulgenti con Fidel Castro o alla storia del viaggio di nozze che nel 1988, tra tutti i posti del mondo, decise di fare proprio in Unione Sovietica, a Mosca. Molti temono anche che avere Sanders come candidato alla presidenza possa danneggiare i candidati del partito alla Camera e al Senato, alcuni dei quali devono competere in Stati molto conservatori, visto che a novembre si vota anche per rinnovare il Congresso.

C'è un altro fattore che è emerso da molte delle mie conversazioni in Iowa e in New Hampshire, ma anche dalle cronache di queste settimane. Tantissimi elettori Democratici che oggi non sostengono Bernie Sanders, dicono che comunque lo voterebbero a novembre se lui dovesse vincere le primarie. Anche quelli che sono più scettici: la persona che vi ho fatto ascoltare prima mi ha detto “darei per scontata una sua sconfitta, ma lo voterei e gli darei anche una mano”. Il punto, però, è che non si può dire lo stesso – o meglio, non si può dire lo stesso con la stessa certezza – per una parte consistente delle persone che oggi sostengono Bernie Sanders. Voterebbero un altro candidato, se il loro preferito dovesse perdere?

I think that this is really important because today, if we don't cast our votes today, we might not get a chance to vote for the people that we want. Much like the last election. And it was it was not good at all. And we very much had some candidates. One in particular, of course, down our throat that the country wasn't thrilled about. And I'm very passionate about what Bernie Sanders wants for us. And I want. I want to cast my vote and make it count tonight, because I'm afraid if I leave it to other people, they might choose something I don't want.

Questa è un'attivista per Bernie Sanders che ho incontrato in Iowa, che mi ha detto che è importante votare e partecipare alle primarie perché altrimenti il partito finirebbe per imporre qualcuno che loro non vogliono, come è accaduto nel 2016. Il riferimento è a Hillary Clinton, la candidata dei Democratici nel 2016, che viene fischiata dai sostenitori di Sanders ogni volta che viene citata in un discorso politico. Gli stessi sostenitori di Sanders, per restare alle ultime settimane, hanno portato una bara fuori da una cena di raccolta fondi di Joe Biden, un uomo che ha perso tragicamente la moglie e due figli, come simbolo della morte della sua candidatura; hanno aggredito verbalmente i sindacalisti del Nevada che avevano espresso perplessità sulle sue proposte e il padre di una ragazzina uccisa a Parkland, in Florida, perché ha deciso di sostenere Bloomberg alla luce del suo noto sostegno alla lotta contro le armi da fuoco. Persino Elizabeth Warren, che certo non è una moderata, è stata contestata perché toglierebbe voti e spazio a Sanders, che ha più possibilità di vincere di lei. E mentre ero in New Hampshire, a una cena con i candidati organizzata dal partito, durante il discorso di Pete Buttigieg i sostenitori di Sanders gli hanno urlato contro un nomignolo: “Wall Street Pete”.

Esattamente come ci si potrebbe aspettare da un moderno partito di centrosinistra, infatti, un'altra cosa di cui mi sono accorto è che un pezzo del Partito Democratico sta ancora combattendo la campagna elettorale per le primarie del 2016, dividendosi tra chi sostiene che Hillary Clinton fosse una buona candidata, azzoppata dalle critiche e dalle contestazioni ricevute fino alla fine da una parte dei sostenitori di Sanders, e da chi invece sostiene che Hillary Clinton fosse una pessima candidata e, al contrario, Donald Trump sarebbe stato sconfitto se Bernie Sanders fosse stato il candidato del partito. C'è un'ostilità evidente che non coinvolge tutti gli elettori, capiamoci, ma ne coinvolge una minoranza significativa, rilevante: ed è un'ostilità asimmetrica, perché la parte più battagliera dei sostenitori di Sanders ce l'ha con il resto del partito molto ma molto di più di quanto il resto del partito ce l'abbia con Sanders e con i suoi.

Questo succede anche perché il candidato di cui parliamo, Bernie Sanders, in realtà critica i suoi avversari, come è normale fare in campagna elettorale, ma lo fa senza colpi bassi; tra i suoi sostenitori e attivisti ci sono anche, ovviamente, tantissime persone accoglienti, entusiaste, tolleranti e aperte al confronto. Mentre mi trovavo in New Hampshire ho parlato anche con un ragazzo italiano che vive in Massachusetts e fa il volontario per il comitato di Bernie Sanders: si chiama Enrico Fiori. Mi sono fatto raccontare quali fossero i suoi compiti ma, soprattutto, cosa ci facesse da quelle parti: perché avesse deciso di dare una mano a Sanders durante il glaciale inverno del New Hampshire.

Io facevo già base a Cambridge vicino a Boston e vivevo lì da fine agosto sostanzialmente qui. Avendo già un pregresso di esperienza negli Stati Uniti, in qualche modo ero già un pochettino parte di quello che era il contesto sociale. In ottobre sono andato sul sito internet della campagna di Bernie Sanders, che ha una pagina tenuta molto bene, con tutti gli eventi nella propria zona, basta inserire il proprio ZIP code e vengono fuori tutti gli eventi in zona, e sono andato le prime volte a un "debate watch", a vedere un dibattito con il gruppo della campagna di Sanders di Cambridge. E da lì sono stato invitato ad andare a un "phone bank" che sono degli incontri semplicemente per fare delle telefonate a potenziali elettori attraverso un software sviluppato dalla campagna. E da lì sono entrato più in contatto. Ho iniziato ad andare tutti i lunedì a questi incontri. E poi, con l'avvicinarsi delle elezioni da metà ottobre hanno iniziato ad organizzare autobus che da Boston venivano in New Hampshire per fare quello che loro chiamano canvassing, porta a porta per la campagna.

Ho chiesto quindi a Enrico cosa pensassero i suoi colleghi attivisti e volontari americani del fatto che un ragazzo italiano, che non ha la cittadinanza e quindi non è coinvolto direttamente da questa scelta, avesse deciso di dar loro una mano.

Alcuni me l'hanno chiesto, però in generale, soprattutto all'interno di un contesto come quello della campagna di Sanders, c'è per quella che è la mia percezione una voglia di inclusione, che ha fatto sì che anche semplicemente la persona coordinatrice dei volontarii della campagna fosse così contenta che fossi andato in qualche modo anche a distanza dalla data delle elezioni, perché adesso siamo in 30-40 ogni incontro, ma lì al phone bank magari eravamo in cinque ad ottobre. E quindi anche soltanto la presenza di un'altra persona era era un asset. Quando sono venuto in New Hampshire e ho conosciuto altre persone era sempre più forte la voglia di stare insieme e la felicità perché ci fossi, che qualsiasi tipo di questione riguardo alla mia provenienza, anzi, era qualcosa di visto bene. Ed è questa una mia esperienza un po' forse che va anche al di là della campagna Sanders, lo potreste estendere un po agli Stati Uniti: la mia esperienza è sempre stata quella di essere comunque benvenuto, anche quando avevo fatto le superiori. C'è sempre una voglia comunque di inclusione.

Viaggiando in Iowa e in New Hampshire mi sono convinto che soprattutto da marzo in poi l'esito delle primarie del Partito Democratico sarà deciso in una certa parte da quale di questi due aspetti della proposta di Bernie Sanders prevarrà sull'altro: l'accoglienza riservata ai convertiti o l'intolleranza con cui si trattano a volte gli avversari interni. Me ne sono convinto perché pur pensando che Sanders oggi sia il favorito, non bisogna dimenticare che per diventare ufficialmente il candidato del partito bisogna ottenere il 51 per cento dei delegati eletti con le primarie. Non basta la maggioranza relativa, insomma: serve la maggioranza assoluta. Se Sanders vuole vincere le primarie non potrà fare a meno di cercare di attrarre a sé almeno una parte delle persone che oggi preferiscono Warren, Biden, Buttigieg e gli altri; ma è difficile attrarre queste persone se fino a un momento prima hai definito il loro candidato un corrotto, un buono a nulla, o un uomo col quale è difficile persino stare nello stesso partito, come ha detto Alexandria Ocasio-Cortez, che sostiene Sanders, a proposito di di Joe Biden.

Vedete, in un altro momento storico, questo genere di divisioni avrebbe creato l'occasione perfetta per un altro candidato: avrebbero creato il contesto ideale perché qualcun altro, libero da questo tipo di rapporti e recriminazioni complicate, raccogliesse il sostegno di tutti gli altri. Eppure nel Partito Democratico non sta succedendo. Ho visto da vicino quanto Joe Biden sia visto con affetto dagli elettori del partito, e sono convinto che nei prossimi stati in cui si voterà potrà fare sicuramente meglio di quanto ha fatto in Iowa e in New Hampshire, ma ho visto anche l'età media molto alta ai suoi comizi e il poco, pochissimo entusiasmo che riesce a generare la sua candidatura negli elettori. Ho visto molte persone ammaliate dall'efficacia retorica di Pete Buttigieg e dal suo messaggio positivo, ottimista, unificante, ma ne ho viste anche di preoccupate dalla sua inesperienza e dal fatto che possa rivelarsi un avversario troppo fragile e rischioso da opporre a un candidato che oggi appare forte come Donald Trump.

Anche per questo motivo, nonostante ufficialmente non fosse in competizione nelle primarie in Iowa e in New Hampshire, sopra ogni dibattito, sopra ogni iniziativa e sopra ogni incontro aleggiava uno spettro, una presenza, un candidato di cui sentiremo parlare moltissimo nelle prossime settimane: Michael Bloomberg.

We both we both supported Mike Bloomberg when he ran for mayor. He was the best mayor in New York City has ever had in my life. Yeah. Now he is so Bloomberg, obviously, he's still sort of working his way into that campaign, but he's got a strong record. He's clearly got great organizational skills. He's got the money that it will take to compete. And honestly, he has a way of getting under Donald Trump's skin, which will because Trump is a chaos candidate. You've either got to deal with that chaos or you've got to turn it back on.[00:00] And that's what he seems to be good at.[00:00] Michael Bloomberg è stato un sindaco di New York molto apprezzato, e sta investendo in queste primarie più soldi di qualsiasi altro candidato: ma molti più soldi.[00:00] Fin qui Bloomberg ha speso in spot pubblicitari e propaganda elettorale più di tutti gli altri candidati messi insieme, Trump compreso, e di questo passo finirà per spendere più di quanto nel 2016 abbiano speso Hillary Clinton e Donald Trump messi insieme.[00:00] Alcuni elettori vedono la sua candidatura come l'esempio di tutto quello che oggi non funziona nella politica americana, dove una persona molto ricca può bruciare le tappe e ottenere in pochi mesi il sostegno e la visibilità che altri candidati impiegano anni e anni per costruire; altri invece vedono in questa grande capacità di spesa un asset, un segno di forza, e pensano quindi che Bloomberg possa sfidare Trump con delle armi che nessun altro candidato del Partito Democratico può avere.[00:00] Come avrete intuito, insomma, le divisioni e le discussioni sono destinate a proseguire.[00:00] Comunque vadano le cose nelle prossime settimane, quello che ho capito da questo viaggio in Iowa e in New Hampshire è questo, innanzitutto: il Partito Democratico non ha mai detestato così tanto un avversario politico come detesta Trump, ma allo stesso tempo non è mai stato così diviso sul come affrontare quell'avversario e come cercare di batterlo.[00:00] In questo momento il Partito Democratico sta giocando innanzitutto contro se stesso, contro le sue divisioni, contro i suoi dubbi e contro il suo trauma.[00:00] E l'esito di questa discussione avrà sicuramente conseguenze molto profonde e, chissà, forse pericolose in vista della campagna elettorale più importante, quella che si giocherà dall'estate in poi, per il voto di novembre.[00:00] Quali saranno queste conseguenze, e se saranno o meno irreparabili, lo scopriremo molto presto.


Stagione 4 - Episodio 4 (2)

Bernie Sanders è oggi il favorito di queste primarie. Bernie Sanders is now the favorite of these primaries. Questo non vuol dire che vincerà sicuramente, bensì che oggi sembra posizionato meglio di tutti i suoi avversari: è il candidato che genera più entusiasmo tra gli elettori, soprattutto tra i giovani, e quello con la proposta politica più riconoscibile; riesce a raccogliere molti più fondi di quasi tutti i suoi avversari, e tra poco esploreremo un po' anche quel quasi; è stato il più votato nei caucus dell'Iowa e ha vinto le primarie in New Hampshire; i sondaggi dicono che probabilmente sarà anche il candidato che otterrà più delegati nel Super Tuesday, cioè quel martedì di marzo in cui andranno a votare ben 14 Stati contemporaneamente, e si assegnerà oltre il 30 per cento del totale dei delegati a disposizione. Ripeto, questo non vuol dire che Sanders sicuramente vincerà le primarie: ma oggi l'uomo da battere è sicuramente lui. Sanders sostiene di essere il candidato che più di tutti gli altri può battere Trump, perché l'entusiasmo e la mobilitazione provocati dalla sua candidatura porteranno ad allargare l'elettorato, a coinvolgere nel processo democratico tante persone che oggi ne sono escluse, creando quindi una nuova ampia coalizione di elettori che superi numericamente quella del Partito Repubblicano.

Anche la candidatura di Sanders però ha qualche limite, e alcuni di questi limiti li avete ascoltati poco fa dalle parole di una delle tante persone con cui ho parlato in questi giorni. Le sue proposte più radicali, per esempio quelle sulla sanità, incontrano un certo scetticismo anche dentro il Partito Democratico, mentre sono viste con aperta ostilità e preoccupazione da molti di quelli che stanno fuori dal partito. Se in Europa consideriamo normale che un politico di centrosinistra possa definirsi “socialista”, negli Stati Uniti il socialismo è ancora innanzitutto il socialismo reale, quello dell'Unione Sovietica. Sanders insiste per questo, nel definirsi un socialista democratico, ma molti elettori temono che i Repubblicani possano accusarlo di essere un'estremista antiamericano, magari aggrappandosi alla militanza politica giovanile di Sanders, alle sue vecchie dichiarazioni indulgenti con Fidel Castro o alla storia del viaggio di nozze che nel 1988, tra tutti i posti del mondo, decise di fare proprio in Unione Sovietica, a Mosca. Molti temono anche che avere Sanders come candidato alla presidenza possa danneggiare i candidati del partito alla Camera e al Senato, alcuni dei quali devono competere in Stati molto conservatori, visto che a novembre si vota anche per rinnovare il Congresso.

C'è un altro fattore che è emerso da molte delle mie conversazioni in Iowa e in New Hampshire, ma anche dalle cronache di queste settimane. Tantissimi elettori Democratici che oggi non sostengono Bernie Sanders, dicono che comunque lo voterebbero a novembre se lui dovesse vincere  le primarie. Anche quelli che sono più scettici: la persona che vi ho fatto ascoltare prima mi ha detto “darei per scontata una sua sconfitta, ma lo voterei e gli darei anche una mano”. Even those who are more skeptical: the person I listened to earlier told me "I would take his defeat for granted, but I would vote for him and I would also give him a hand". Il punto, però, è che non si può dire lo stesso – o meglio, non si può dire lo stesso con la stessa certezza – per una parte consistente delle persone che oggi sostengono Bernie Sanders. Voterebbero un altro candidato, se il loro preferito dovesse perdere?

I think that this is really important because today, if we don't cast our votes today, we might not get a chance to vote for the people that we want. Much like the last election. And it was it was not good at all. And we very much had some candidates. One in particular, of course, down our throat that the country wasn't thrilled about. And I'm very passionate about what Bernie Sanders wants for us. And I want. I want to cast my vote and make it count tonight, because I'm afraid if I leave it to other people, they might choose something I don't want.

Questa è un'attivista per Bernie Sanders che ho incontrato in Iowa, che mi ha detto che è importante votare e partecipare alle primarie perché altrimenti il partito finirebbe per imporre qualcuno che loro non vogliono, come è accaduto nel 2016. Il riferimento è a Hillary Clinton, la candidata dei Democratici nel 2016, che viene fischiata dai sostenitori di Sanders ogni volta che viene citata in un discorso politico. Gli stessi sostenitori di Sanders, per restare alle ultime settimane, hanno portato una bara fuori da una cena di raccolta fondi di Joe Biden, un uomo che ha perso tragicamente la moglie e due figli, come simbolo della morte della sua candidatura; hanno aggredito verbalmente i sindacalisti del Nevada che avevano espresso perplessità sulle sue proposte e il padre di una ragazzina uccisa a Parkland, in Florida, perché ha deciso di sostenere Bloomberg alla luce del suo noto sostegno alla lotta contro le armi da fuoco. Sanders' own supporters, to stay in the last few weeks, brought a coffin out of a fundraising dinner of Joe Biden, a man who tragically lost his wife and two children, as a symbol of the death of his candidacy; verbally assaulted Nevada trade unionists who had expressed concern about his proposals and the father of a girl killed in Parkland, Florida, because he decided to support Bloomberg in light of his well-known support for the fight against firearms. Persino Elizabeth Warren, che certo non è una moderata, è stata contestata perché toglierebbe voti e spazio a Sanders, che ha più possibilità di vincere di lei. E mentre ero in New Hampshire, a una cena con i candidati organizzata dal partito, durante il discorso di Pete Buttigieg i sostenitori di Sanders gli hanno urlato contro un nomignolo: “Wall Street Pete”.

Esattamente come ci si potrebbe aspettare da un moderno partito di centrosinistra, infatti, un'altra cosa di cui mi sono accorto è che un pezzo del Partito Democratico sta ancora combattendo la campagna elettorale per le primarie del 2016, dividendosi tra chi sostiene che Hillary Clinton fosse una buona candidata, azzoppata dalle critiche e dalle contestazioni ricevute fino alla fine da una parte dei sostenitori di Sanders, e da chi invece sostiene che Hillary Clinton fosse una pessima candidata e, al contrario, Donald Trump sarebbe stato sconfitto se Bernie Sanders fosse stato il candidato del partito. C'è un'ostilità evidente che non coinvolge tutti gli elettori, capiamoci, ma ne coinvolge una minoranza significativa, rilevante: ed è un'ostilità asimmetrica, perché la parte più battagliera dei sostenitori di Sanders ce l'ha con il resto del partito molto ma molto di più di quanto il resto del partito ce l'abbia con Sanders e con i suoi.

Questo succede anche perché il candidato di cui parliamo, Bernie Sanders, in realtà critica i suoi avversari, come è normale fare in campagna elettorale, ma lo fa senza colpi bassi; tra i suoi sostenitori e attivisti ci sono anche, ovviamente, tantissime persone accoglienti, entusiaste, tolleranti e aperte al confronto. Mentre mi trovavo in New Hampshire ho parlato anche con un ragazzo italiano che vive in Massachusetts e fa il volontario per il comitato di Bernie Sanders: si chiama Enrico Fiori. Mi sono fatto raccontare quali fossero i suoi compiti ma, soprattutto, cosa ci facesse da quelle parti: perché avesse deciso di dare una mano a Sanders durante il glaciale inverno del New Hampshire.

Io facevo già base a Cambridge vicino a Boston e vivevo lì da fine agosto sostanzialmente qui. Avendo già un pregresso di esperienza negli Stati Uniti, in qualche modo ero già un pochettino parte di quello che era il contesto sociale. In ottobre sono andato sul sito internet della campagna di Bernie Sanders, che ha una pagina tenuta molto bene, con tutti gli eventi nella propria zona, basta inserire il proprio ZIP code e vengono fuori tutti gli eventi in zona, e sono andato le prime volte a un "debate watch", a vedere un dibattito con il gruppo della campagna di Sanders di Cambridge. E da lì sono stato invitato ad andare a un "phone bank" che sono degli incontri semplicemente per fare delle telefonate a potenziali elettori attraverso un software sviluppato dalla campagna. E da lì sono entrato più in contatto. Ho iniziato ad andare tutti i lunedì a questi incontri. E poi, con l'avvicinarsi delle elezioni da metà ottobre hanno iniziato ad organizzare autobus che da Boston venivano in New Hampshire per fare quello che loro chiamano canvassing, porta a porta per la campagna.

Ho chiesto quindi a Enrico cosa pensassero i suoi colleghi attivisti e volontari americani del fatto che un ragazzo italiano, che non ha la cittadinanza e quindi non è coinvolto direttamente da questa scelta, avesse deciso di dar loro una mano.

Alcuni me l'hanno chiesto, però in generale, soprattutto all'interno di un contesto come quello della campagna di Sanders, c'è per quella che è la mia percezione una voglia di inclusione, che ha fatto sì che anche semplicemente la persona coordinatrice dei volontarii della campagna fosse così contenta che fossi andato in qualche modo anche a distanza dalla data delle elezioni, perché adesso siamo in 30-40 ogni incontro, ma lì al phone bank magari eravamo in cinque ad ottobre. E quindi anche soltanto la presenza di un'altra persona era era un asset. Quando sono venuto in New Hampshire e ho conosciuto altre persone era sempre più forte la voglia di stare insieme e la felicità perché ci fossi, che qualsiasi tipo di questione riguardo alla mia provenienza, anzi, era qualcosa di visto bene. Ed è questa una mia esperienza un po' forse che va anche al di là della campagna Sanders, lo potreste estendere un po agli Stati Uniti: la mia esperienza è sempre stata quella di essere comunque benvenuto, anche quando avevo fatto le superiori. C'è sempre una voglia comunque di inclusione.

Viaggiando in Iowa e in New Hampshire mi sono convinto che soprattutto da marzo in poi l'esito delle primarie del Partito Democratico sarà deciso in una certa parte da quale di questi due aspetti della proposta di Bernie Sanders prevarrà sull'altro: l'accoglienza riservata ai convertiti o l'intolleranza con cui si trattano a volte gli avversari interni. Me ne sono convinto perché pur pensando che Sanders oggi sia il favorito, non bisogna dimenticare che per diventare ufficialmente il candidato del partito bisogna ottenere il 51 per cento dei delegati eletti con le primarie. Non basta la maggioranza relativa, insomma: serve la maggioranza assoluta. Se Sanders vuole vincere le primarie non potrà fare a meno di cercare di attrarre a sé almeno una parte delle persone che oggi preferiscono Warren, Biden, Buttigieg e gli altri; ma è difficile attrarre queste persone se fino a un momento prima hai definito il loro candidato un corrotto, un buono a nulla, o un uomo col quale è difficile persino stare nello stesso partito, come ha detto Alexandria Ocasio-Cortez, che sostiene Sanders, a proposito di di Joe Biden.

Vedete, in un altro momento storico, questo genere di divisioni avrebbe creato l'occasione perfetta per un altro candidato: avrebbero creato il contesto ideale perché qualcun altro, libero da questo tipo di rapporti e recriminazioni complicate, raccogliesse il sostegno di tutti gli altri. Eppure nel Partito Democratico non sta succedendo. Ho visto da vicino quanto Joe Biden sia visto con affetto dagli elettori del partito, e sono convinto che nei prossimi stati in cui si voterà potrà fare sicuramente meglio di quanto ha fatto in Iowa e in New Hampshire, ma ho visto anche l'età media molto alta ai suoi comizi e il poco, pochissimo entusiasmo che riesce a generare la sua candidatura negli elettori. Ho visto molte persone ammaliate dall'efficacia retorica di Pete Buttigieg e dal suo messaggio positivo, ottimista, unificante, ma ne ho viste anche di preoccupate dalla sua inesperienza e dal fatto che possa rivelarsi un avversario troppo fragile e rischioso da opporre a un candidato che oggi appare forte come Donald Trump.

Anche per questo motivo, nonostante ufficialmente non fosse in competizione nelle primarie in Iowa e in New Hampshire, sopra ogni dibattito, sopra ogni iniziativa e sopra ogni incontro aleggiava uno spettro, una presenza, un candidato di cui sentiremo parlare moltissimo nelle prossime settimane: Michael Bloomberg.

We both we both supported Mike Bloomberg when he ran for mayor. He was the best mayor in New York City has ever had in my life. Yeah. Now he is so Bloomberg, obviously, he's still sort of working his way into that campaign, but he's got a strong record. He's clearly got great organizational skills. He's got the money that it will take to compete. And honestly, he has a way of getting under Donald Trump's skin, which will because Trump is a chaos candidate. You've either got to deal with that chaos or you've got to turn it back on.[00:00] And that's what he seems to be good at.[00:00] Michael Bloomberg è stato un sindaco di New York molto apprezzato, e sta investendo in queste primarie più soldi di qualsiasi altro candidato: ma molti più soldi.[00:00] Fin qui Bloomberg ha speso in spot pubblicitari e propaganda elettorale più di tutti gli altri candidati messi insieme, Trump compreso, e di questo passo finirà per spendere più di quanto nel 2016 abbiano speso Hillary Clinton e Donald Trump messi insieme.[00:00] Alcuni elettori vedono la sua candidatura come l'esempio di tutto quello che oggi non funziona nella politica americana, dove una persona molto ricca può bruciare le tappe e ottenere in pochi mesi il sostegno e la visibilità che altri candidati impiegano anni e anni per costruire; altri invece vedono in questa grande capacità di spesa un asset, un segno di forza, e pensano quindi che Bloomberg possa sfidare Trump con delle armi che nessun altro candidato del Partito Democratico può avere.[00:00] Come avrete intuito, insomma, le divisioni e le discussioni sono destinate a proseguire.[00:00] Comunque vadano le cose nelle prossime settimane, quello che ho capito da questo viaggio in Iowa e in New Hampshire è questo, innanzitutto: il Partito Democratico non ha mai detestato così tanto un avversario politico come detesta Trump, ma allo stesso tempo non è mai stato così diviso sul come affrontare quell'avversario e come cercare di batterlo.[00:00] In questo momento il Partito Democratico sta giocando innanzitutto contro se stesso, contro le sue divisioni, contro i suoi dubbi e contro il suo trauma.[00:00] E l'esito di questa discussione avrà sicuramente conseguenze molto profonde e, chissà, forse pericolose in vista della campagna elettorale più importante, quella che si giocherà dall'estate in poi, per il voto di novembre.[00:00] Quali saranno queste conseguenze, e se saranno o meno irreparabili, lo scopriremo molto presto.