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Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi, Parte 22

Parte 22

L'eclisse era un segno del cielo. Un sole malato di peste guardava col suo occhio velato un mondo che aveva iniziato la sua guerra di dissoluzione. C'era un peccato, sotto; non soltanto quello che si commetteva in quei giorni, i massacri coi gas asfissianti che facevano scuotere la testa ai contadini, che sanno che ogni colpa si sconta; ma un peccato più fondamentale, di quelli per cui tutti pagano, gli innocenti con i colpevoli. Il sole si oscurava per avvertircene: - Un triste futuro ci aspetta, - dicevano tutti.

I giorni erano freddi e smorti; il sole si levava pallido, come a fatica, sui monti bianchi. Cacciati dal gelo e dalla fame, i lupi si avvicinavano al paese. Barone li sentiva da lontano, con un suo senso misterioso, ed entrava in uno stato d'inquietudine e di agitazione straordinaria. Correva per la casa ringhiando, il pelo gli si rizzava; grattava la porta con le unghie per chiedere di uscire. Gli aprivo, ed egli spariva nella notte, e fino al mattino non lo rivedevo più. Non ho mai capito se in quella sua esaltazione per i lupi ci fosse odio, o terrore, o piuttosto amore e desiderio, se quelle fughe notturne erano cacce, o convegno di amici antichissimi nella foresta. Certo, in quelle notti, la tramontana portava il rumore della canea, degli abbaiamenti strani, qua e là per le valli. Barone tornava al mattino, stanco per essere stato chissà dove, bagnato e sporco di fango. Si sdraiava vicino al fuoco, e mi guardava, con un solo occhio aperto, di sotto in su. Qualche lupo attraversò anche il paese: si trovavano, il mattino, le sue peste sulla neve. Una sera ne vidi uno io stesso, dalla mia terrazza: un grosso cane magro, che usci improvvisamente dal buio, si fermò un momento alla luce di una lampada dondolante per il vento, alzò il muso ad annusare l'aria, e a passo lento e tranquillo ritornò a dileguarsi nell'ombra. Era un buon tempo, quello, per i cacciatori. Qualcuno partì, per prendere parte a battute al cinghiale, oltre Accettura; si diceva che ce ne fossero molti: ma a Gagliano quell'anno non se ne prese nessuno. I più, profittando del riposo dei campi, uscivano con le loro giacche di velluto e il fucile ben lustro, a caccia di volpi e di lepri, e tornavano spesso con il carniere pieno. Con l'osso della zampa posteriore destra del lepre, svuotato del midollo con un ferro rovente, si fanno dei bocchini per i sigari, che i vecchi fumano con religiosa precauzione, perché il freddo dell'aria non li incrini, fino a che diventino di un bel nero lucido. Un vecchio contadino, che avevo curato di non so più che male, volle regalarmi il suo bocchino, di un colore venerabile, per essere stato fumato da lui per vent'anni. Quando si seppe in paese che avevo gradito questo regalo, tutti andarono a gara a offrirmi quegli ossicini, già forati o ancora grezzi: e cominciai anch'io, con perseveranza, ad annerirli, fumando i miei poveri sigari Roma su e giù per la strada del paese. Non arrivavano i giornali né la posta, per la neve che chiudeva le strade: l'isola fra i burroni aveva perso ogni contatto con la terra. Il mutarsi dei giorni era un semplice variare di nuvole e di sole: il nuovo anno giaceva immobile, come un tronco addormentato. Nell'uguaglianza delle ore, non c'è posto né per la memoria né per la speranza: passato e futuro sono come due stagni morti. Tutto il domani, fino alla fine dei tempi, tendeva a diventare anche per me quel vago «crai» contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo. Come talvolta il linguaggio inganna, con le sue interne contraddizioni! In questa landa atemporale, il dialetto possiede delle misure del tempo più ricche che quelle di alcuna lingua; di là da quell'immobile, eterno crai, ogni giorno del futuro ha un suo proprio nome. Crai è domani, e sempre; ma il giorno dopo domani è pescrai e il giorno dopo ancora è pescrille; poi viene pescruflo, e poi maruflo e maruflone; ed il settimo giorno è maruflicchio. Ma questa esattezza di termini ha più che altro un valore di ironia. Queste parole non si usano tanto per indicare questo o quel giorno, ma piuttosto tutte insieme come un elenco, e il loro stesso suono è grottesco: sono come una riprova della inutilità di voler distinguere nelle eterne nebbie del crai. Certo anch'io cominciavo a non attendermi nulla da nessuno dei futuri marufli o marufloni o maruflicchi. Nulla interrompeva la solitudine delle mie sere nella cucina fumosa, se non a volte la visita dei carabinieri di ronda, che venivano ad assicurarsi pro forma se c'ero, e a bere un bicchiere di vino. Il padrone di casa mi aveva avvertito che sarei stato spesso disturbato dal rumore del trappeto, il frantoio che era sotto alle mie stanze; ci si entrava dall'orto, per una porticina di fianco agli scalini che portavano in casa. Avrebbe lavorato anche di notte, il trappeto, mi aveva detto. Quando girava la vecchia mola di pietra, trascinata in tondo da un asino bendato, la casa tremava, e un rombo continuo saliva dal pavimento. Ma il raccolto delle olive quell'anno fu così scarso, che il trappeto macinò in tutto per due o tre giorni, e poi rimase zitto e fermo come prima, e le mie sere non furono più disturbate. Soltanto una volta, dopo cena, arrivarono da me il brigadiere e l'avvocato P. per giocare a carte. Dissero che mi sapevano solo, e immaginavano che sarei stato contento di un po' di compagnia: pensavano di venire spesso, e che avremmo passato insieme delle belle ore. Io tremavo al pensiero che la cosa potesse diventare una abitudine quotidiana, che mi costringesse a passare il mio tempo nelle noiose insulsaggini del gioco delle carte: in quel tempo preferivo star solo a leggere o a lavorare.

To rede and dryve the night away For me thoughte it better play Then plyen either at chesse or tables.

Tuttavia apprezzando la loro buona intenzione, feci buon viso a cattivo gioco, e passammo la sera ad un interminabile ramino. Non tornarono più. Don Luigino aveva saputo subito di questa visita da qualcuno dei suoi accoliti. A me non disse nulla: ma fece al brigadiere una terribile scenata, sulla piazza, accusandolo di fraternizzare con i confinati, e minacciando di denunciarlo e di farlo trasferire. Così nessuno, oltre i malati, e i contadini (che erano liberi di frequentarmi, perché non erano considerati, veramente, degli uomini), osò più venirmi a trovare, tranne il dottor Milillo, che amava gli atteggiamenti indipendenti, e, nella sua qualità di vecchio zio, non aveva nulla da temere dal nipote.

Ero, così, libero di me, e del mio tempo. Se non avevo la compagnia dei signori, avevo quella dei bambini. Ce n'erano moltissimi, di tutte le età, e usavano battere al mio uscio ad ogni ora del giorno. Quello che li aveva attratti, dapprincipio, era Barone, questo essere infantile e meraviglioso. Poi li aveva colpiti la mia pittura, e non finivano di stupirsi delle immagini che apparivano, come per incanto, sulla tela, e che erano proprio le case, le colline e i visi dei contadini. Erano diventati miei amici: entravano liberamente in casa, posavano per i miei quadri, orgogliosi di vedersi dipinti. Si informavano di quando sarei andato a dipingere nella campagna; e arrivavano in frotta a prendermi a casa. Ce n'era sempre, allora, una ventina, e tutti consideravano massimo onore portarmi la cassetta, il cavalletto, la tela: e per questo onore si disputavano e si picchiavano, finché io non intervenivo, come un dio inappellabile, a scegliere e giudicare. Il preferito andava con la cassetta, l'oggetto più pesante, e perciò più degno e ambito, fiero e felice come un paladino, con un passo di gloria. Uno, un ragazzo di otto o dieci anni, Giovanni Fanelli, pallido, con dei grandi occhi neri e un collo lungo e sottile, dalla pelle bianca come quella di una donna, si era più di tutti entusiasmato per la pittura. Tutti i bambini mi chiedevano in regalo i vecchi tubi di colore vuoti, e i vecchi pennelli spelati, e se ne servivano per i loro giochi. Giovanni ne ebbe anch'egli la sua parte, ma ne fece tutt'altro uso: senza dirmi nulla, in segreto, si era messo a fare il pittore. Era attentissimo a tutto quello che facevo: mi vedeva preparare la tela con l'imprimitura, tirarla sui telai: queste operazioni, poiché io le facevo, gli parevano tanto essenziali all'arte come il fatto del dipingere. Egli cercò dunque degli stecchi di legno, e riuscì a connetterli insieme: su questi telai asimmetrici e irregolari, tese qualche pezzo di vecchia camicia trovata chissà dove, e ci impiastrò su non so che pappa, a simboleggiare l'imprimitura. Arrivato a questo punto, gli pareva di aver fatto il più. Coi fondi dei tubi vuoti e i rimasugli della mia tavolozza, e i pennelli frusti, dipingeva su quelle sue tele, cercando di imitare la corsa e il modo della mia pennellata. Era un bambino timido, arrossiva facilmente, e non avrebbe osato, per quanto ne avesse un gran desiderio, farmi vedere le sue opere. Avvertito dagli altri, le vidi. Non erano le solite pitture infantili, né delle imitazioni. Erano cose informi, macchie di colore non prive d'incanto. Non so se Giovanni Fanelli sia diventato o potesse diventare un pittore: ma certo non vidi mai in nessuno quella sua fiducia in una rivelazione che dovesse venire da sola, dal lavoro; quel suo credere nella ripetizione della tecnica come di una infallibile formula magica, o come di un lavoro della terra, che, arata e seminata, porta il suo frutto.

Questi ragazzi, gli stessi che a Natale giravano in frotte al suono dei cupi-cupi, o che si incontravano per le vie, pronti a fuggire, come stormi di uccelli, non avevano un capo, come a Grassano il Capitano. Erano vivaci, intelligenti e tristi. Quasi tutti erano vestiti di cenci malamente rattoppati, con le vecchie giacche dei fratelli maggiori, dalle maniche troppo lunghe rimboccate sui polsi; scalzi o con delle grosse scarpe da uomo bucate. Pallidi tutti, gialli per la malaria, magri, con gli sguardi intenti, neri e vuoti, profondissimi. Ce n'era di tutti i caratteri, ingenui e astuti, candidi e malvagi, ma tutti pieni di movimento, con gli occhi accesi come di febbre: tutti vivi di una vita precoce, che si sarebbe poi spenta con gli anni, nella monotona prigione del tempo. Mobili e silenziosi, me li vedevo comparire attorno da ogni parte, pieni di una muta fedeltà, e di desideri non espressi. Tutto quello che io possedevo o facevo, li riempiva di estatica ammirazione. I più piccoli oggetti che io buttavo, fino alle scatole vuote o ai pezzi di carta, erano per loro tesori che si disputavano in lotte accanite. Correvano a farmi, non richiesti, ogni sorta di servigi: andavano pei campi, e tornavano la sera a portarmi dei mazzetti di asparagi selvatici, o dei funghi del legno, insipidi e tigliosi, che, in mancanza di altri migliori, quaggiù si usano mangiare. Andavano lontano, verso Gaglianello, e mi riportavano i frutti amari dell'arancio selvatico, da una pianta che era laggiù, la sola di tutto il paese, perché li dipingessi. Mi erano amici, ma pieni di pudore, ritrosia e diffidenza, avvezzi naturalmente al silenzio, e a nascondere il loro pensiero; immersi in quel fuggente misterioso mondo animale nel quale vivevano, come piccole capre svelte e fugaci. Uno di essi, Giovannino, un ragazzo bianco e nero, con degli occhi rotondi e un viso stupito sotto il cappello da uomo, figlio di un pastore, non si separava mai da una sua capra fulva, con gli occhi gialli, che lo seguiva dappertutto come un cagnolino. Quando veniva a casa mia con gli altri bambini, anche la capra Nennella entrava nella mia cucina, annusando, desiderosa di sale. Barone aveva imparato a rispettarla: quando si usciva a dipingere, Nennella seguiva saltellando la fila dei ragazzi, mentre il cane correva innanzi abbaiando di felice intrattenibile libertà. Quando ci fermavamo, Giovannino restava a guardarmi lavorare, abbracciando il collo di Nennella, finché la capra si liberava con un balzo e correva lontano a brucare qualche cespuglio di ginestra. Io poi mandavo via i ragazzi, perché non mi infastidissero, e quelli si allontanavano a malincuore, e tornavano verso sera, quando già gli sciami delle zanzare mi fischiavano attorno, e gli ultimi raggi del sole arrivavano lunghi e rosati, per vedere il quadro finito, e riportarlo trionfalmente a casa. Ora che la neve copriva la terra, questi cortei infantili erano finiti: ma i bambini mi venivano a cercare in casa, restavano a scaldarsi al fuoco della cucina, o mi chiedevano di salire a giocare sulla terrazza. Tre o quattro soprattutto mi erano quasi sempre attorno. Il più piccolo era il figlio della Parroccola, che abitava in un tugurio a pochi metri da casa mia. Aveva forse un cinque anni, una grossa testa rotonda, col naso corto e la bocca carnosa, su un corpicino esile. La Parroccola, sua madre, così chiamata perché anch'essa aveva un grosso testone, che la faceva assomigliare al bastone pastorale del parroco, era una delle streghe contadine del paese: la più modesta di tutte, la più brutta e la più bonaria. Quel suo faccione, con il largo naso piatto, le due enormi narici aperte, la boccaccia sgangherata, i capelli radi, la pelle ruvida e giallastra, era davvero mostruoso; e di corpo era piccola e tozza, infagottata negli stracci sotto il velo. Ma era una buona donna. Campava facendo la lavandaia, e non negava, al bisogno, le sue grazie, in un suo letto grande come una piazza, a qualche carabiniere o a qualche giovanotto. La vedevo ogni giorno sull'uscio, di faccia a casa mia; e le dicevo, per scherzo, che mi piaceva, e che speravo non mi avrebbe rifiutato. La Parroccola arrossiva di piacere, per quanto poteva arrossire quella sua pelle spessa come una buccia, e mi diceva: - Non faccio per te, don Carlo. Io so' zambra! - La Parroccola era zambra, cioè rozza e contadina; ma, con quel suo viso da orchessa, tuttavia gentile. Il bambino era il solo dei suoi che avesse con sé: gli altri erano morti o lontani; e le somigliava.

Un altro dei miei fedeli era Michelino, un ragazzo di una diecina d'anni, avido, astuto e melanconico, con degli occhi neri e opachi, eredità di antichissimi pianti, che parevano l'immagine vera di quel paese desolato. Ma più di tutti mi cercavano i figli del sarto, specialmente il più piccolo, Tonino, un ragazzino minuto, svelto, arguto e timido, con una piccola testa bruna rasata e degli occhietti vivi come capocchie di spilli. Il padre, che li amava molto, cercava di tenerli un po' meglio degli altri, per il suo orgoglio di buon artigiano, di sarto di New York. Ma come fare, se egli era tornato in patria, e tutto gli era andato male, e non aveva denaro, più di quello che avessero i contadini? I suoi ragazzi venivano su come gli altri, ed egli pensava con amarezza, tirando la sua gugliata, che non c'era ormai più nessuna speranza di poterne fare dei galantuomini, e neppure i mezzi per curare a dovere le loro tonsille sempre gonfie e le loro vegetazioni adenoidi. E anche Tonino, che pure era vispo come un monachicchio, aveva già in sé un riflesso della delusione paterna.

Tutti questi bambini avevano qualcosa di singolare; avevano qualcosa dell'animale e qualcosa dell'uomo adulto, come se, con la nascita, avessero raccolto già pronto un fardello di pazienza e di oscura consapevolezza del dolore. I loro giochi non erano i soliti dei bambini del popolo delle città, simili in tutti i paesi: i fruschi soli erano i loro compagni. Erano chiusi, sapevano tacere, e, sotto l'ingenuità infantile, c'era l'impenetrabilità del contadino, sdegnosa di impossibili conforti, il pudore contadino, che difende almeno l'anima in un mondo desolato. Erano, in generale, molto più intelligenti e precoci dei ragazzi cittadini della loro età: rapidi nell'intuire, pieni di desiderio di apprendere e di ammirazione per le cose ignote del mondo di fuori. Un giorno che mi videro scrivere mi chiesero se avessi potuto insegnarglielo: a scuola non imparavano nulla, col sistema delle bacchette, dei sigari e delle chiacchiere dal balcone, e dei discorsi patriottici. Andavano tutti a scuola, l'istruzione è obbligatoria, ma, con quei maestri, ne uscivano analfabeti. Così presero di loro iniziativa l'abitudine di venire qualche volta la sera a scrivere nella mia cucina. Rimpiango di non aver dato loro, per la mia naturale ripugnanza a tutto ciò che è insegnamento diretto, più tempo e più cura: un buon maestro non avrebbe mai potuto trovare una migliore scolaresca, né più ricca di una quasi incredibile buona volontà.

Venne il carnevale, inaspettato e anacronistico. Non ci sono, a Gagliano, per questo, né feste né giochi: sì che m'ero dimenticato della sua esistenza. Me ne ricordai un giorno, quando, mentre passeggiavo nella via principale, oltre la piazza, vidi sbucare dal fondo e correre velocissimi in salita, tre fantasmi vestiti di bianco. Venivano a grandi salti, e urlavano come animali inferociti, esaltandosi delle loro stesse grida. Erano le maschere contadine. Erano tutte bianche: in capo avevano dei berretti di maglia o delle calze bianche che pendevano da un lato, e dei pennacchi bianchi; il viso era infarinato; erano vestiti di camicie bianche, e anche le scarpe erano coperte di bianco.

Portavano in mano delle pelli di pecora secche e arrotolate come bastoni, e le brandivano minacciosi, e battevano con esse sulla schiena e sul capo tutti quelli che non si scansavano in tempo. Sembravano demoni scatenati; pieni di entusiasmo feroce, per quel solo momento di follia e di impunità, tanto più folle e imprevedibile in quell'aria virtuosa. Mi ricordai della notte di san Giovanni a Roma, quando i giovani vanno in giro picchiando con delle grosse teste d'aglio: ma quella è una notte di felicità collettiva e fallica, di baldoria dinanzi agli enormi piatti di lumache, con i fuochi, i canti, le danze e gli amori nel tepore benigno del cielo estivo. I battitori di Gagliano erano invece soli, e solitari in una sforzata e cupa follia; si compensavano degli stenti e della schiavitù con un simulacro di libertà, pieno di eccesso e di ferocia vera. I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore. Velocissimi, come erano comparsi, scomparvero in alto, dietro la chiesa. Allora anche i bambini cominciarono ad andare in giro con il viso impiastricciato di nero, e i baffi dipinti con i turaccioli bruciati. Un giorno ne capitarono da me, così conciati, una ventina: e quando dissi che sarebbe stato facile mascherarsi con delle vere maschere, mi pregarono di farle. Mi misi all'opera, e feci, con dei cilindri di carta bianca con dei buchi per gli occhi, una maschera per ciascuno, assai più grande del viso, che restava tutto coperto. Non so perché, ma forse per il ricordo delle funebri maschere contadine, o spinto, senza volerlo, dal genio del luogo, le feci tutte uguali, dipinte di bianco e di nero, e tutte erano teste di morto, con le cavità nere delle occhiaie e del naso, e i denti senza labbra. I bambini non si impressionarono, anzi ne furono felici, e si affrettarono a infilarle, ne misero una anche al muso di Barone, e corsero via, spargendosi in tutte le case del paese. Era ormai sera, e quella ventina di spettri entravano gridando nelle stanze appena illuminate dai fuochi rossi dei camini, e dai lumini a olio ondeggianti. Le donne fuggivano atterrite: perché qui ogni simbolo è reale, e quei venti ragazzi erano davvero, quella sera, un trionfo della morte.


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L'eclisse era un segno del cielo. Un sole malato di peste guardava col suo occhio velato un mondo che aveva iniziato la sua guerra di dissoluzione. C'era un peccato, sotto; non soltanto quello che si commetteva in quei giorni, i massacri coi gas asfissianti che facevano scuotere la testa ai contadini, che sanno che ogni colpa si sconta; ma un peccato più fondamentale, di quelli per cui tutti pagano, gli innocenti con i colpevoli. Il sole si oscurava per avvertircene: - Un triste futuro ci aspetta, - dicevano tutti.

I giorni erano freddi e smorti; il sole si levava pallido, come a fatica, sui monti bianchi. Cacciati dal gelo e dalla fame, i lupi si avvicinavano al paese. Barone li sentiva da lontano, con un suo senso misterioso, ed entrava in uno stato d'inquietudine e di agitazione straordinaria. Correva per la casa ringhiando, il pelo gli si rizzava; grattava la porta con le unghie per chiedere di uscire. Gli aprivo, ed egli spariva nella notte, e fino al mattino non lo rivedevo più. Non ho mai capito se in quella sua esaltazione per i lupi ci fosse odio, o terrore, o piuttosto amore e desiderio, se quelle fughe notturne erano cacce, o convegno di amici antichissimi nella foresta. Certo, in quelle notti, la tramontana portava il rumore della canea, degli abbaiamenti strani, qua e là per le valli. Barone tornava al mattino, stanco per essere stato chissà dove, bagnato e sporco di fango. Si sdraiava vicino al fuoco, e mi guardava, con un solo occhio aperto, di sotto in su. Qualche lupo attraversò anche il paese: si trovavano, il mattino, le sue peste sulla neve. Una sera ne vidi uno io stesso, dalla mia terrazza: un grosso cane magro, che usci improvvisamente dal buio, si fermò un momento alla luce di una lampada dondolante per il vento, alzò il muso ad annusare l'aria, e a passo lento e tranquillo ritornò a dileguarsi nell'ombra. Era un buon tempo, quello, per i cacciatori. Qualcuno partì, per prendere parte a battute al cinghiale, oltre Accettura; si diceva che ce ne fossero molti: ma a Gagliano quell'anno non se ne prese nessuno. I più, profittando del riposo dei campi, uscivano con le loro giacche di velluto e il fucile ben lustro, a caccia di volpi e di lepri, e tornavano spesso con il carniere pieno. Con l'osso della zampa posteriore destra del lepre, svuotato del midollo con un ferro rovente, si fanno dei bocchini per i sigari, che i vecchi fumano con religiosa precauzione, perché il freddo dell'aria non li incrini, fino a che diventino di un bel nero lucido. Un vecchio contadino, che avevo curato di non so più che male, volle regalarmi il suo bocchino, di un colore venerabile, per essere stato fumato da lui per vent'anni. Quando si seppe in paese che avevo gradito questo regalo, tutti andarono a gara a offrirmi quegli ossicini, già forati o ancora grezzi: e cominciai anch'io, con perseveranza, ad annerirli, fumando i miei poveri sigari Roma su e giù per la strada del paese. Non arrivavano i giornali né la posta, per la neve che chiudeva le strade: l'isola fra i burroni aveva perso ogni contatto con la terra. Il mutarsi dei giorni era un semplice variare di nuvole e di sole: il nuovo anno giaceva immobile, come un tronco addormentato. Nell'uguaglianza delle ore, non c'è posto né per la memoria né per la speranza: passato e futuro sono come due stagni morti. Tutto il domani, fino alla fine dei tempi, tendeva a diventare anche per me quel vago «crai» contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo. Come talvolta il linguaggio inganna, con le sue interne contraddizioni! In questa landa atemporale, il dialetto possiede delle misure del tempo più ricche che quelle di alcuna lingua; di là da quell'immobile, eterno crai, ogni giorno del futuro ha un suo proprio nome. Crai è domani, e sempre; ma il giorno dopo domani è pescrai e il giorno dopo ancora è pescrille; poi viene pescruflo, e poi maruflo e maruflone; ed il settimo giorno è maruflicchio. Ma questa esattezza di termini ha più che altro un valore di ironia. Queste parole non si usano tanto per indicare questo o quel giorno, ma piuttosto tutte insieme come un elenco, e il loro stesso suono è grottesco: sono come una riprova della inutilità di voler distinguere nelle eterne nebbie del crai. Certo anch'io cominciavo a non attendermi nulla da nessuno dei futuri marufli o marufloni o maruflicchi. Nulla interrompeva la solitudine delle mie sere nella cucina fumosa, se non a volte la visita dei carabinieri di ronda, che venivano ad assicurarsi pro forma se c'ero, e a bere un bicchiere di vino. Il padrone di casa mi aveva avvertito che sarei stato spesso disturbato dal rumore del trappeto, il frantoio che era sotto alle mie stanze; ci si entrava dall'orto, per una porticina di fianco agli scalini che portavano in casa. Avrebbe lavorato anche di notte, il trappeto, mi aveva detto. Quando girava la vecchia mola di pietra, trascinata in tondo da un asino bendato, la casa tremava, e un rombo continuo saliva dal pavimento. Ma il raccolto delle olive quell'anno fu così scarso, che il trappeto macinò in tutto per due o tre giorni, e poi rimase zitto e fermo come prima, e le mie sere non furono più disturbate. Soltanto una volta, dopo cena, arrivarono da me il brigadiere e l'avvocato P. per giocare a carte. Dissero che mi sapevano solo, e immaginavano che sarei stato contento di un po' di compagnia: pensavano di venire spesso, e che avremmo passato insieme delle belle ore. Io tremavo al pensiero che la cosa potesse diventare una abitudine quotidiana, che mi costringesse a passare il mio tempo nelle noiose insulsaggini del gioco delle carte: in quel tempo preferivo star solo a leggere o a lavorare.

To rede and dryve the night away For me thoughte it better play Then plyen either at chesse or tables.

Tuttavia apprezzando la loro buona intenzione, feci buon viso a cattivo gioco, e passammo la sera ad un interminabile ramino. Non tornarono più. Don Luigino aveva saputo subito di questa visita da qualcuno dei suoi accoliti. A me non disse nulla: ma fece al brigadiere una terribile scenata, sulla piazza, accusandolo di fraternizzare con i confinati, e minacciando di denunciarlo e di farlo trasferire. Così nessuno, oltre i malati, e i contadini (che erano liberi di frequentarmi, perché non erano considerati, veramente, degli uomini), osò più venirmi a trovare, tranne il dottor Milillo, che amava gli atteggiamenti indipendenti, e, nella sua qualità di vecchio zio, non aveva nulla da temere dal nipote.

Ero, così, libero di me, e del mio tempo. Se non avevo la compagnia dei signori, avevo quella dei bambini. Ce n'erano moltissimi, di tutte le età, e usavano battere al mio uscio ad ogni ora del giorno. Quello che li aveva attratti, dapprincipio, era Barone, questo essere infantile e meraviglioso. Poi li aveva colpiti la mia pittura, e non finivano di stupirsi delle immagini che apparivano, come per incanto, sulla tela, e che erano proprio le case, le colline e i visi dei contadini. Erano diventati miei amici: entravano liberamente in casa, posavano per i miei quadri, orgogliosi di vedersi dipinti. Si informavano di quando sarei andato a dipingere nella campagna; e arrivavano in frotta a prendermi a casa. Ce n'era sempre, allora, una ventina, e tutti consideravano massimo onore portarmi la cassetta, il cavalletto, la tela: e per questo onore si disputavano e si picchiavano, finché io non intervenivo, come un dio inappellabile, a scegliere e giudicare. Il preferito andava con la cassetta, l'oggetto più pesante, e perciò più degno e ambito, fiero e felice come un paladino, con un passo di gloria. Uno, un ragazzo di otto o dieci anni, Giovanni Fanelli, pallido, con dei grandi occhi neri e un collo lungo e sottile, dalla pelle bianca come quella di una donna, si era più di tutti entusiasmato per la pittura. Tutti i bambini mi chiedevano in regalo i vecchi tubi di colore vuoti, e i vecchi pennelli spelati, e se ne servivano per i loro giochi. Giovanni ne ebbe anch'egli la sua parte, ma ne fece tutt'altro uso: senza dirmi nulla, in segreto, si era messo a fare il pittore. Era attentissimo a tutto quello che facevo: mi vedeva preparare la tela con l'imprimitura, tirarla sui telai: queste operazioni, poiché io le facevo, gli parevano tanto essenziali all'arte come il fatto del dipingere. Egli cercò dunque degli stecchi di legno, e riuscì a connetterli insieme: su questi telai asimmetrici e irregolari, tese qualche pezzo di vecchia camicia trovata chissà dove, e ci impiastrò su non so che pappa, a simboleggiare l'imprimitura. Arrivato a questo punto, gli pareva di aver fatto il più. Coi fondi dei tubi vuoti e i rimasugli della mia tavolozza, e i pennelli frusti, dipingeva su quelle sue tele, cercando di imitare la corsa e il modo della mia pennellata. Era un bambino timido, arrossiva facilmente, e non avrebbe osato, per quanto ne avesse un gran desiderio, farmi vedere le sue opere. Avvertito dagli altri, le vidi. Non erano le solite pitture infantili, né delle imitazioni. Erano cose informi, macchie di colore non prive d'incanto. They were shapeless things, spots of color that were not devoid of charm. Non so se Giovanni Fanelli sia diventato o potesse diventare un pittore: ma certo non vidi mai in nessuno quella sua fiducia in una rivelazione che dovesse venire da sola, dal lavoro; quel suo credere nella ripetizione della tecnica come di una infallibile formula magica, o come di un lavoro della terra, che, arata e seminata, porta il suo frutto. I don't know if Giovanni Fanelli became or could become a painter: but I certainly never saw in anyone his trust in a revelation that should come by itself, from work; his belief in the repetition of the technique as an infallible magic formula, or as a work of the land, which, plowed and sown, bears fruit.

Questi ragazzi, gli stessi che a Natale giravano in frotte al suono dei cupi-cupi, o che si incontravano per le vie, pronti a fuggire, come stormi di uccelli, non avevano un capo, come a Grassano il Capitano. Erano vivaci, intelligenti e tristi. Quasi tutti erano vestiti di cenci malamente rattoppati, con le vecchie giacche dei fratelli maggiori, dalle maniche troppo lunghe rimboccate sui polsi; scalzi o con delle grosse scarpe da uomo bucate. Pallidi tutti, gialli per la malaria, magri, con gli sguardi intenti, neri e vuoti, profondissimi. Ce n'era di tutti i caratteri, ingenui e astuti, candidi e malvagi, ma tutti pieni di movimento, con gli occhi accesi come di febbre: tutti vivi di una vita precoce, che si sarebbe poi spenta con gli anni, nella monotona prigione del tempo. Mobili e silenziosi, me li vedevo comparire attorno da ogni parte, pieni di una muta fedeltà, e di desideri non espressi. Tutto quello che io possedevo o facevo, li riempiva di estatica ammirazione. I più piccoli oggetti che io buttavo, fino alle scatole vuote o ai pezzi di carta, erano per loro tesori che si disputavano in lotte accanite. Correvano a farmi, non richiesti, ogni sorta di servigi: andavano pei campi, e tornavano la sera a portarmi dei mazzetti di asparagi selvatici, o dei funghi del legno, insipidi e tigliosi, che, in mancanza di altri migliori, quaggiù si usano mangiare. Andavano lontano, verso Gaglianello, e mi riportavano i frutti amari dell'arancio selvatico, da una pianta che era laggiù, la sola di tutto il paese, perché li dipingessi. Mi erano amici, ma pieni di pudore, ritrosia e diffidenza, avvezzi naturalmente al silenzio, e a nascondere il loro pensiero; immersi in quel fuggente misterioso mondo animale nel quale vivevano, come piccole capre svelte e fugaci. Uno di essi, Giovannino, un ragazzo bianco e nero, con degli occhi rotondi e un viso stupito sotto il cappello da uomo, figlio di un pastore, non si separava mai da una sua capra fulva, con gli occhi gialli, che lo seguiva dappertutto come un cagnolino. Quando veniva a casa mia con gli altri bambini, anche la capra Nennella entrava nella mia cucina, annusando, desiderosa di sale. Barone aveva imparato a rispettarla: quando si usciva a dipingere, Nennella seguiva saltellando la fila dei ragazzi, mentre il cane correva innanzi abbaiando di felice intrattenibile libertà. Quando ci fermavamo, Giovannino restava a guardarmi lavorare, abbracciando il collo di Nennella, finché la capra si liberava con un balzo e correva lontano a brucare qualche cespuglio di ginestra. Io poi mandavo via i ragazzi, perché non mi infastidissero, e quelli si allontanavano a malincuore, e tornavano verso sera, quando già gli sciami delle zanzare mi fischiavano attorno, e gli ultimi raggi del sole arrivavano lunghi e rosati, per vedere il quadro finito, e riportarlo trionfalmente a casa. Ora che la neve copriva la terra, questi cortei infantili erano finiti: ma i bambini mi venivano a cercare in casa, restavano a scaldarsi al fuoco della cucina, o mi chiedevano di salire a giocare sulla terrazza. Tre o quattro soprattutto mi erano quasi sempre attorno. Il più piccolo era il figlio della Parroccola, che abitava in un tugurio a pochi metri da casa mia. Aveva forse un cinque anni, una grossa testa rotonda, col naso corto e la bocca carnosa, su un corpicino esile. La Parroccola, sua madre, così chiamata perché anch'essa aveva un grosso testone, che la faceva assomigliare al bastone pastorale del parroco, era una delle streghe contadine del paese: la più modesta di tutte, la più brutta e la più bonaria. Quel suo faccione, con il largo naso piatto, le due enormi narici aperte, la boccaccia sgangherata, i capelli radi, la pelle ruvida e giallastra, era davvero mostruoso; e di corpo era piccola e tozza, infagottata negli stracci sotto il velo. Ma era una buona donna. Campava facendo la lavandaia, e non negava, al bisogno, le sue grazie, in un suo letto grande come una piazza, a qualche carabiniere o a qualche giovanotto. La vedevo ogni giorno sull'uscio, di faccia a casa mia; e le dicevo, per scherzo, che mi piaceva, e che speravo non mi avrebbe rifiutato. La Parroccola arrossiva di piacere, per quanto poteva arrossire quella sua pelle spessa come una buccia, e mi diceva: - Non faccio per te, don Carlo. Io so' zambra! - La Parroccola era zambra, cioè rozza e contadina; ma, con quel suo viso da orchessa, tuttavia gentile. Il bambino era il solo dei suoi che avesse con sé: gli altri erano morti o lontani; e le somigliava.

Un altro dei miei fedeli era Michelino, un ragazzo di una diecina d'anni, avido, astuto e melanconico, con degli occhi neri e opachi, eredità di antichissimi pianti, che parevano l'immagine vera di quel paese desolato. Ma più di tutti mi cercavano i figli del sarto, specialmente il più piccolo, Tonino, un ragazzino minuto, svelto, arguto e timido, con una piccola testa bruna rasata e degli occhietti vivi come capocchie di spilli. Il padre, che li amava molto, cercava di tenerli un po' meglio degli altri, per il suo orgoglio di buon artigiano, di sarto di New York. Ma come fare, se egli era tornato in patria, e tutto gli era andato male, e non aveva denaro, più di quello che avessero i contadini? I suoi ragazzi venivano su come gli altri, ed egli pensava con amarezza, tirando la sua gugliata, che non c'era ormai più nessuna speranza di poterne fare dei galantuomini, e neppure i mezzi per curare a dovere le loro tonsille sempre gonfie e le loro vegetazioni adenoidi. His boys grew up like the others, and he thought bitterly, pulling his spire, that there was now no longer any hope of being able to make good men out of them, nor even the means of taking proper care of their always swollen tonsils and their adenoid vegetations. E anche Tonino, che pure era vispo come un monachicchio, aveva già in sé un riflesso della delusione paterna.

Tutti questi bambini avevano qualcosa di singolare; avevano qualcosa dell'animale e qualcosa dell'uomo adulto, come se, con la nascita, avessero raccolto già pronto un fardello di pazienza e di oscura consapevolezza del dolore. I loro giochi non erano i soliti dei bambini del popolo delle città, simili in tutti i paesi: i fruschi soli erano i loro compagni. Erano chiusi, sapevano tacere, e, sotto l'ingenuità infantile, c'era l'impenetrabilità del contadino, sdegnosa di impossibili conforti, il pudore contadino, che difende almeno l'anima in un mondo desolato. Erano, in generale, molto più intelligenti e precoci dei ragazzi cittadini della loro età: rapidi nell'intuire, pieni di desiderio di apprendere e di ammirazione per le cose ignote del mondo di fuori. Un giorno che mi videro scrivere mi chiesero se avessi potuto insegnarglielo: a scuola non imparavano nulla, col sistema delle bacchette, dei sigari e delle chiacchiere dal balcone, e dei discorsi patriottici. Andavano tutti a scuola, l'istruzione è obbligatoria, ma, con quei maestri, ne uscivano analfabeti. Così presero di loro iniziativa l'abitudine di venire qualche volta la sera a scrivere nella mia cucina. Rimpiango di non aver dato loro, per la mia naturale ripugnanza a tutto ciò che è insegnamento diretto, più tempo e più cura: un buon maestro non avrebbe mai potuto trovare una migliore scolaresca, né più ricca di una quasi incredibile buona volontà.

Venne il carnevale, inaspettato e anacronistico. Non ci sono, a Gagliano, per questo, né feste né giochi: sì che m'ero dimenticato della sua esistenza. For this reason, there are no parties or games in Gagliano: so much so that I had forgotten it existed. Me ne ricordai un giorno, quando, mentre passeggiavo nella via principale, oltre la piazza, vidi sbucare dal fondo e correre velocissimi in salita, tre fantasmi vestiti di bianco. Venivano a grandi salti, e urlavano come animali inferociti, esaltandosi delle loro stesse grida. Erano le maschere contadine. Erano tutte bianche: in capo avevano dei berretti di maglia o delle calze bianche che pendevano da un lato, e dei pennacchi bianchi; il viso era infarinato; erano vestiti di camicie bianche, e anche le scarpe erano coperte di bianco.

Portavano in mano delle pelli di pecora secche e arrotolate come bastoni, e le brandivano minacciosi, e battevano con esse sulla schiena e sul capo tutti quelli che non si scansavano in tempo. Sembravano demoni scatenati; pieni di entusiasmo feroce, per quel solo momento di follia e di impunità, tanto più folle e imprevedibile in quell'aria virtuosa. Mi ricordai della notte di san Giovanni a Roma, quando i giovani vanno in giro picchiando con delle grosse teste d'aglio: ma quella è una notte di felicità collettiva e fallica, di baldoria dinanzi agli enormi piatti di lumache, con i fuochi, i canti, le danze e gli amori nel tepore benigno del cielo estivo. I battitori di Gagliano erano invece soli, e solitari in una sforzata e cupa follia; si compensavano degli stenti e della schiavitù con un simulacro di libertà, pieno di eccesso e di ferocia vera. I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore. The three white ghosts mercilessly beat those who came within range, without distinguishing, since for once everything was permitted, between lords and peasants, and they kept the whole street in oblique leaps, seized with fury, shouting possessed, shaking their white feathers in their leaps , like bloodless amoks, or dancers in a sacred dread dance. Velocissimi, come erano comparsi, scomparvero in alto, dietro la chiesa. Allora anche i bambini cominciarono ad andare in giro con il viso impiastricciato di nero, e i baffi dipinti con i turaccioli bruciati. Un giorno ne capitarono da me, così conciati, una ventina: e quando dissi che sarebbe stato facile mascherarsi con delle vere maschere, mi pregarono di farle. Mi misi all'opera, e feci, con dei cilindri di carta bianca con dei buchi per gli occhi, una maschera per ciascuno, assai più grande del viso, che restava tutto coperto. Non so perché, ma forse per il ricordo delle funebri maschere contadine, o spinto, senza volerlo, dal genio del luogo, le feci tutte uguali, dipinte di bianco e di nero, e tutte erano teste di morto, con le cavità nere delle occhiaie e del naso, e i denti senza labbra. I bambini non si impressionarono, anzi ne furono felici, e si affrettarono a infilarle, ne misero una anche al muso di Barone, e corsero via, spargendosi in tutte le case del paese. Era ormai sera, e quella ventina di spettri entravano gridando nelle stanze appena illuminate dai fuochi rossi dei camini, e dai lumini a olio ondeggianti. Le donne fuggivano atterrite: perché qui ogni simbolo è reale, e quei venti ragazzi erano davvero, quella sera, un trionfo della morte.