6. PATIENTIA (2)
La mia camera segreta al centro d'uno stagno della Villa non è un rifugio abbastanza segreto: vi trascino questo corpo invecchiato; vi soffro. Il mio passato, certo, mi propone qua e là qualche rifugio dove poter sfuggire almeno a una parte delle miserie presenti: la pianura coperta di neve lungo le sponde del Danubio, i giardini di Nicomedia, Claudiopoli gialla durante il raccolto dello zafferano in fiore, una qualsiasi strada di Atene, un'oasi ove le ninfee fluttuano sul limo, il deserto siriaco alla luce delle stelle, al ritorno dal campo di Osroe. Ma questi luoghi diletti troppo spesso sono associati alle premesse d'un errore, d'un disinganno, d'uno scacco noto a me solo: nei miei momenti peggiori, mi sembra che tutte le mie strade d'uomo felice conducano in Egitto, in una camera di Baia, o in Palestina. C'è di più: la stanchezza del mio corpo si comunica alla memoria; l'immagine delle gradinate dell'Acropoli è quasi insostenibile per un uomo che ansima se ascende gli scalini del giardino; il sole di luglio sul terrapieno di Lambesa mi opprime come se mi ci esponessi oggi, a capo scoperto. Arriano m'offre di meglio. A Tivoli, mentre s'accende un maggio ardente, odo sulle spiagge dell'isola d'Achille il lungo lamento delle onde; respiro quell'aria fredda e pura; erro senza fatica nell'atrio del tempio intriso di salsedine marina; vi scorgo Patroclo... Quel luogo, che non vedrò mai, diventa la mia residenza segreta, il mio supremo asilo. Ivi sarò, al momento della mia morte.
Un giorno, ho accordato al filosofo Eufrate il permesso di suicidarsi. Nulla mi sembrava più semplice: un uomo ha il diritto di stabilire in quale momento la sua vita cessa d'essere utile. Non sapevo, allora, che la morte può divenire oggetto d'un ardore cieco, d'una fame come quella dell'amore. Non avevo previsto le notti in cui avrei arrotolato il balteo intorno alla mia daga, per costringermi a riflettere due volte prima di servirmene. Arriano solo ha intuito il segreto di questo duello senza gloria contro il vuoto, l'aridità, la stanchezza, il disgusto d'esistere, che sbocca nel desiderio di morire. Non si guarisce mai: a più riprese l'antica febbre m'ha schiantato; ne tremavo in anticipo, come un malato che presente l'imminenza d'un attacco. Tutto mi valeva a ritardare l'ora della lotta notturna: il lavoro, le conversazioni dissennatamente protratte fino all'alba, i baci, i libri. E' convenuto che un imperatore si suicidi solo se è messo le spalle al muro da ragioni di Stato; lo stesso Marc'Antonio aveva la scusa d'una battaglia perduta. E il mio severo Arriano ammirerebbe assai meno la disperazione che mi trascino dall'Egitto, se non ne avessi trionfato. Il mio codice vietava ai soldati la dipartita volontaria che accordavo ai saggi: e io non mi sentivo libero di disertare più di un legionario qualsiasi. Ma so bene cosa significhi sfiorare voluttuosamente con la mano la canapa d'una corda o la lama d'un coltello. Avevo finito col farmi del mio desiderio un baluardo contro esso stesso: la possibilità inalienabile del suicidio m'aiutava a sopportare l'esistenza con minore fastidio, così come la presenza a portata di mano d'una pozione sedativa fa star calmo un uomo che soffre d'insonnia. Per una contraddizione intima, quest'ossessione della morte ha cessato di dominare il mio spirito soltanto quando son sopraggiunti a distrarmene i primi sintomi del mio male; ho ricominciato a interessarmi a quella vita che m'abbandonava; nei giardini di Sidone, ho desiderato appassionatamente di godere del mio corpo qualche anno ancora.
Volevo morire: non volevo soffocare; la malattia disgusta della morte; si vuol guarire, che è una maniera di voler vivere. Ma la debolezza, la sofferenza, mille miserie corporali dissuadono ben presto il malato dal provarsi a risalire la china: non si vuol saperne di tregue che sono tranelli, di forze vacillanti, di ardori incompleti, di questa perpetua attesa della prossima crisi. Mi spiavo: quel male sordo, al mio petto, era solo un malessere passeggero, la conseguenza di un pasto consumato troppo in fretta, o bisognava aspettarsi dal nemico un attacco che, questa volta, non sarà respinto? Non entravo in Senato senza dirmi che, forse, quella porta si chiudeva alle mie spalle per sempre, come se novello Cesare, fossi stato atteso da cinquanta congiurati armati di pugnali. Durante le cene di Tivoli, esitavo a usare la scortesia d'un subitaneo congedo dai miei convitati: avevo paura di morire nel bagno, o tra giovani braccia. Funzioni che un giorno m'erano facili, e persino gradevoli, mi diventavano umilianti da quando s'eran fatte malagevoli: ci si stanca d'offrire ogni mattina il vaso d'argento all'esame del medico. Il male principale s'accompagna a una lunga serie di mali secondari; il mio udito ha perduto l'acutezza d'un tempo; ancora ieri sono stato costretto a pregare Flegone di ripetere una frase intera: ne ho provato vergogna più che per un delitto. I mesi che seguirono l'adozione di Antonino furono orrendi: il soggiorno a Baia, il ritorno a Roma e le trattative avevano logorato le poche forze che mi restavano. Mi riprese l'ossessione della morte, ma, questa volta, a provocarla erano cause visibili, confessabili; non avrebbe potuto sorriderne neppure il mio peggiore nemico. Nulla mi tratteneva più: si sarebbe ben compreso che l'imperatore, ritiratosi nella sua casa di campagna dopo aver sistemato gli affari del mondo, prendesse le misure necessarie per facilitare la propria fine. Ma la sollecitudine dei miei amici equivale a una sorveglianza assidua: ogni malato è un prigioniero. Non mi sento più la forza che mi ci vorrebbe per immergere la daga nel punto esatto, segnato un giorno con inchiostro rosso all'altezza del cuore; non farei che aggiungere al male presente un intrico ripugnante di bende, di spugne sanguinolente, di chirurghi che discutono ai piedi del mio letto. Per preparare il suicidio avrei dovuto adottare le precauzioni d'un assassino che predispone il colpo.
Sulle prime pensai al mio capocaccia, Mastore, il magnifico bruto sarmata, che da anni mi segue con una devozione da cane lupo, e che a volte ha l'incarico di vegliare alla mia porta, di notte. Profittai d'un momento di solitudine per chiamarlo e spiegargli quel che volevo da lui: sulle prime, non comprese. Poi, pian piano capì: e il terrore contrasse il suo ceffo. Mi crede immortale; vede i medici entrare mattina e sera nella mia camera; mi ode gemere per le punture senza che la sua fede ne sia scossa; è stato, per lui, come se il padrone degli déi, per tentarlo, scendesse dall'Olimpo per pretendere da lui il colpo di grazia. Mi strappò dalle mani la spada, della quale m'ero impadronito, e fuggì via urlando. Lo ritrovarono in fondo al parco, a smaniare sotto le stelle nel suo dialetto barbaro. Calmarono come poterono quella belva atterrita; nessuno mi disse di quell'incidente. Ma, l'indomani, m'accorsi che Celere aveva sostituito, sul tavolo da lavoro accanto al mio letto un calamo di metallo con uno di vimini.
Cercai un alleato migliore. Avevo la fiducia più completa in Giolla, il giovane medico d'Alessandria che Ermogene s'era scelto come sostituto durante la sua assenza, l'estate scorsa. Conversavamo insieme; mi piaceva abbozzare con lui qualche ipotesi sulla natura e l'origine delle cose; amavo quello spirito ardito e sognante, la fiamma cupa di quegli occhi cerchiati. Sapevo che nel palazzo d'Alessandria aveva ritrovato la formula dei veleni straordinariamente sottili scoperti un giorno dal chimico di Cleopatra. L'esame dei candidati alla cattedra di medicina che ho istituita all'Odeon mi servì di scusa per allontanare Ermogene per poche ore, offrendomi così l'occasione d'un colloquio segreto con Giolla. Gli bastò un cenno per comprendermi; mi compiangeva; non poteva che darmi ragione. Ma il suo giuramento ippocratico gl'interdiceva di somministrare a un malato una droga nociva, sotto qualsiasi pretesto; rifiutò, irrigidendosi nel suo onore di medico. Insistetti; divenni perentorio; impiegai tutti i mezzi per tentare d'impietosirlo o corromperlo; sarà lui l'ultimo uomo che ho supplicato. Vinto, mi promise infine di andare a prendere la dose del veleno. L'attesi invano fino alla sera. Sul tardi, nella notte, seppi con orrore che l'avevano trovato morto nel laboratorio, una fiala di vetro tra le mani. Quel cuore schivo da compromessi aveva trovato questo mezzo per restare fedele al suo giuramento senza rifiutarmi nulla.
L'indomani, Antonino mi si fece annunciare: quell'amico sincero tratteneva a stento le lacrime. L'idea che un uomo che egli s'era abituato ad amare e venerare come un padre soffrisse tanto da cercar la morte gli era insopportabile. Gli pareva d'aver mancato ai suoi obblighi di figlio. Mi prometteva di unire i suoi sforzi a quelli delle persone che mi stavano intorno per curarmi, per portare sollievo ai miei mali, rendermi la vita amabile e dolce sino all'ultimo, fors'anche guarirmi. Contava su di me perché continuassi a guidarlo e istruirlo il più a lungo possibile; si sentiva responsabile verso tutto l'impero del resto dei miei giorni. So quel che valgono queste povere dichiarazioni, queste ingenue promesse; vi trovo tuttavia un sollievo, un conforto. Le semplici parole di Antonino mi hanno convinto; prima di morire, riprendo possesso di me stesso. La morte di Giolla, fedele al suo dovere di medico, mi esorta a conformarmi sino all'ultimo alle convenienze del mio mestiere di imperatore. "Patientia": ieri, ho visto Domizio Rogato, divenuto procuratore delle monete, incaricato di presiedere a un nuovo conio; gli ho dato questo motto, la mia ultima parola d'ordine. La morte mi sembrava la più personale delle mie decisioni, il mio supremo rifugio d'uomo libero; m'ingannavo. La fede di milioni di Mastori non dev'essere scossa; altri Giolla non saranno messi alla prova. Ho compreso che il suicidio apparirebbe una prova d'indifferenza, fors'anche d'ingratitudine, alla piccola cerchia d'amici devoti che mi circondano; non voglio lasciare al loro affetto questa immagine del suppliziato che digrigna i denti, e non sa sopportare ancora una tortura. Altre considerazioni mi si sono presentate, lentamente, la notte che seguì la morte di Giolla; l'esistenza m'ha dato molto, o, perlomeno, io ho saputo ottenere molto da lei; in questo momento, come ai tempi in cui ero felice, e per ragioni completamente opposte, mi sembra che non abbia più niente da offrirmi; ma non sono certo di non aver più nulla da imparare da lei. Ascolterò sino all'ultimo le sue istruzioni segrete. Per tutta la vita, mi sono fidato della saggezza del mio corpo; ho cercato di assaporare con criterio le sensazioni che questo amico mi procurava; devo a me stesso d'apprezzarne anche le ultime. Non respingo più quest'agonia fatta per me, questa fine lentamente elaborata dal fondo delle mie arterie, forse ereditata da un antenato, preparata poco a poco da ciascuno dei miei atti nel corso della mia vita. L'ora dell'impazienza è passata; al punto in cui sono, la disperazione sarebbe di cattivo gusto tanto quanto la speranza. Ho rinunciato a precipitare la mia morte.
Resta ancora tutto da fare. Voglio che i possedimenti africani, ereditati da mia suocera Matidia, diventino un modello d'agricoltura intensiva; i contadini del villaggio di Boristene, fondato, in Tracia, alla memoria d'un buon cavallo, hanno diritto a soccorsi dopo un inverno assai duro; bisogna invece rifiutare sussidi ai ricchi coltivatori della vallata del Nilo, sempre pronti a profittare della sollecitudine dell'imperatore. Giulio Vestino, prefetto agli studi, m'invia il suo rapporto sull'apertura di scuole pubbliche di grammatica; ho appena compiuto il rifacimento del codice commerciale di Palmira, dove tutto è previsto, dalla tariffa delle prostitute al pedaggio delle carovane. In questo momento, si riunisce un congresso di medici e di magistrati, incaricati di stabilire i limiti estremi d'una gravidanza, ponendo termine così a logomachie giudiziarie interminabili. I casi di bigamia si moltiplicano nelle colonie militari; faccio del mio meglio per persuadere i veterani a non fare cattivo uso delle nuove leggi che consentono loro il matrimonio e a non sposare che una donna per volta. Ad Atene, si erige un Pantheon a imitazione di quello di Roma; compongo io stesso l'iscrizione che verrà collocata sulle sue mura; perché servano da esempio e da impegni per l'avvenire, vi enumero i servigi resi da me alle città greche e ai popoli barbari; i servigi resi a Roma s'intuiscono da sé. Continua la lotta contro la brutalità giudiziaria: ho dovuto muovere aspre rampogne al governatore di Cilicia, che aveva l'ardire di far perire tra i supplizi i ladri di bestiame della sua provincia, come se la morte non bastasse da sola a punire un uomo e a sbarazzarsene. Lo Stato e i municipi abusavano delle condanne ai lavori forzati per procacciarsi mano d'opera a buon mercato; ho vietato questa pratica per gli schiavi come per gli uomini liberi; ma bisogna vigilare perché questo sistema esecrabile non riviva sotto altri nomi. I sacrifici di bambini si perpetrano ancora in alcune zone del territorio dell'antica Cartagine: bisogna saper vietare ai sacerdoti di Baal la gioia di attizzare i loro roghi. In Asia Minore, i diritti ereditari dei Seleucidi sono stati ignobilmente lesi dai nostri tribunali civili, sempre mal disposti verso le antiche dinastie; ho sanato questa lunga ingiustizia. In Grecia, il processo di Erode Attico dura ancora. La scatola dei dispacci di Flegone, i suoi raschini di pietra pomice, i suoi bastoni di cera rossa mi saranno accanto fino all'ultimo.
Come ai miei tempi migliori, mi credono dio; continuano a darmi quest'attributo nello stesso momento in cui offrono al cielo i sacrifici affinché l'Augusta Salute si ristabilisca. T'ho già detto per quali motivi questa credenza, così benefica, non mi appare insensata. Una vecchia cieca è arrivata qui, a piedi dalla Pannonia; aveva intrapreso questo viaggio immenso per chiedermi di toccare con le dita le sue pupille spente; ha ricuperato la vista sotto le mie mani, come il suo fervore s'aspettava in anticipo; la sua fede nell'imperatore-dio spiega questo miracolo. Altri prodigi si son verificati; ci son malati che affermano d'avermi visto nei loro sogni, come i pellegrini di Epidauro vedono in sogno Esculapio; pretendono d'essersi destati guariti, o, quanto meno, sollevati. Non sorrido del contrasto tra i miei poteri taumaturgici e il mio male; accetto con gravità questi nuovi privilegi. Quella vecchia cieca che dal fondo d'una provincia barbara s'incammina alla volta dell'imperatore è divenuta per me quel ch'era stato in altri tempi lo schiavo di Tarragona: il simbolo delle popolazioni dell'impero che ho governate e servite. La loro immensa fiducia mi compensa di vent'anni di fatiche che in fondo non mi sono dispiaciute.
Recentemente, Flegone m'ha letto l'opera d'un ebreo d'Alessandria che mi attribuisce anche lui poteri più che umani; ho accolto senza sarcasmi questa descrizione d'un principe dai capelli grigi che è stato visto andare e venire su tutte le strade della terra, scendere fra i tesori delle miniere, ridestare le forze generatrici del suolo, stabilire prosperità e pace in ogni luogo; dell'iniziato che ha ripristinato i luoghi santi di tutte le razze, dell'esperto d'arti magiche, del veggente che ha collocato un fanciullo in cielo. Quell'ebreo nel suo fervore mi avrà compreso meglio che non tanti senatori e proconsoli; questo avversario conciliato completa Arriano; mi stupisce che, agli occhi di alcuni, a lungo andare io sia divenuto quello che sempre ho sperato di essere, e che questo risultato sia fatto di tanto poco. La vecchiaia, la morte imminente ormai aggiungono la loro maestà al mio prestigio; gli uomini fanno largo religiosamente al mio passaggio; non mi paragonano più come un tempo al Giove calmo e radioso, bensì al Marte Gradivo, dio delle lunghe campagne militari e della disciplina austera, al grave Numa ispirato dagli déi; negli ultimi tempi, questo volto pallido e disfatto, questi occhi assorti, questo gran corpo irrigidito da uno sforzo di volontà ricorda loro Plutone, il dio delle ombre. Solo pochi intimi, pochi amici cari e provati sfuggono al contagio terribile del rispetto. Il giovane giurista Frontone, quel magistrato d'avvenire che sarà senza dubbio uno dei buoni servitori del tuo regno, è venuto a discutere con me un indirizzo da presentare al Senato: gli tremava la voce; ho letto nei suoi occhi quella stessa reverenza mista a un sacro timore. Le gioie pacate degli affetti umani non sono più per me: mi adorano tutti; mi venerano troppo per volermi bene.