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Da Costa a Costa - Season 4, Stagione 4 - Episodio 1 (1)

Stagione 4 - Episodio 1 (1)

È il 20 novembre del 1969, e sull'isola di Alcatraz c'è una sola persona: il guardiano del faro. L'isola si trova al largo della California, di fronte a San Francisco; per trent'anni aveva ospitato un carcere di massima sicurezza – Alcatraz era il posto dove erano detenute le persone più pericolose degli Stati Uniti – ma nel 1963 la prigione era stata chiusa dal presidente Kennedy. Costava troppo, non c'era acqua corrente, gli edifici erano in pessime condizioni e gli abitanti della baia erano stufi di vedere arrivare a riva gli scarichi inquinanti dei detenuti e del personale del carcere. Nel 1969, quindi, l'unica cosa rimasta in funzione sull'isola di Alcatraz era un faro, e l'unico abitante dell'isola era il guardiano del faro. La sera di quel 20 novembre era stata uguale a tutte le altre, una di quelle sere da lupi dell'inverno di San Francisco, fredda e ventosa, ma alle due del mattino il guardiano si accorge che sta succendo qualcosa. Ci sono delle luci, ma non è il solito peschereccio: innanzitutto perché sono tante, sembrano delle grosse torce; e poi perché si avvicinano, e avvicinandosi sempre di più vengono illuminate a ogni giro della luce del faro, finché non diventa chiaro che le luci arrivano da due piccole barche che hanno a bordo decine di persone. Il tempo di afferrare il binocolo per guardare meglio che le barche sono sul punto di attraccare. Ancora un altro giro del faro e le barche sono arrivate, e le persone stanno sbarcando sull'isola, e a quel punto il guardiano riesce a vederle e capisce finalmente cosa sta succedendo, anche se non crede ai suoi occhi. Quindi si volta, molla il binocolo, prende la radio e dice: “Mayday! Mayday! Sono arrivati gli indiani”.

Dunque, innanzitutto bentornati. State ascoltando la prima puntata della quarta stagione di Da Costa a Costa, che andrà avanti per tutto il 2020 e ci accompagnerà quindi fino alle elezioni con cui il 3 novembre, al termine della più importante campagna elettorale del mondo, gli americani sceglieranno chi sarà il loro presidente per i prossimi quattro anni. Qualche comunicazione di servizio, prima di riprendere con il nostro racconto. Io mi chiamo Francesco Costa e sono l'autore di Da Costa a Costa, che è un progetto giornalistico composto dal podcast che state ascoltando, che uscirà un sabato sì e un sabato no, e da una newsletter, che arriva invece ogni sabato nella casella di posta di chi decide di iscriversi. Durante quest'anno userò la newsletter per raccontare e spiegare settimana dopo settimana la campagna elettorale, e quindi le proposte e le strategie dei candidati e le opinioni e le esigenze degli americani; mentre userò il podcast per raccontarvi alcune grandi storie americane del presente e del passato, che possono aiutarci a mettere in un contesto più ampio la cronaca febbrile della campagna elettorale, e conoscere meglio gli Stati Uniti d'America. Naturalmente vi racconterò anche i miei viaggi sul campo, a partire da quello che farò a febbraio in Iowa e in New Hampshire, gli stati dove cominciano le primarie. Se volete saperne di più su Da Costa a Costa, se volete iscrivervi alla newsletter o se volete fare una piccola donazione, così da permettere a questo progetto gratuito di continuare a esistere, visitate il sito www.dacostaacosta.net.

Gli ascoltatori di lungo corso di Da Costa a Costa si ricorderanno che ci eravamo salutati alla fine del 2018, all'indomani delle elezioni di metà mandato. Quello che ho fatto da quando ci siamo salutati è stato mettere insieme tutto il materiale che ho raccolto in anni di lavoro e di viaggi in giro per l'America, tutte le cose che ho letto, studiato e imparato, tutte le conversazioni che ho avuto in giro per il paese, e raccoglierle in un libro, che si intitola “Questa è l'America”. Non è un libro di politica, anche se ovviamente se ne parla: ma chi conosce solo la politica non sa niente di politica. Non è nemmeno una raccolta di newsletter e podcast già usciti. È una cosa nuova e scritta da zero, anche se ovviamente si parla anche di alcune delle cose che abbiamo toccato in tre anni di Da Costa a Costa. È un libro che prova a colmare il divario tra quello che crediamo di sapere e quello che sappiamo davvero sugli Stati Uniti, e capite benissimo che quest'anno riuscire a colmare questo divario può essere più importante che mai. Il libro esce il 28 gennaio ma potete già pre-ordinarlo su Amazon e su tutte le librerie online.

Detto questo: fine delle comunicazioni di servizio, e torniamo alla nostra storia.

Quello che avete sentito era Richard Oakes, il leader di un gruppo di circa ottanta indigeni americani – gli indiani, cosiddetti – che quella notte, la notte del 20 novembre del 1969, raggiunse l'isola di Alcatraz e la occupò per ben un anno e mezzo. È una storia importante, affascinante e allo stesso tempo poco nota, che ci permette di parlare di alcuni nodi centrali nell'identità degli Stati Uniti, nella loro cultura e nel modo in cui si è evoluta, oltre che di raccontare e capire qualcosa della più derelitta delle minoranze etniche statunitensi, quella composta dagli eredi dei primi abitanti del posto che oggi chiamiamo Stati Uniti d'America. Anche le definizioni sono delicate, in questa storia: ancora oggi le persone di questa comunità si definiscono indiani, anche se evidentemente è una definizione storicamente sbagliata e viziata dal fatto che i primi esploratori europei, arrivando in Nordamerica, fossero convinti di essere arrivati in India. Altri preferiscono la definizione “nativi” o “nativi americani”, anche se tecnicamente chiunque sia nato in America è un “nativo” o un “nativo americano”. “Indigeni” sarebbe probabilmente la definizione più corretta, ma non la usa praticamente nessuno e a volte viene usata con un significato dispregiativo. La cosa migliore sarebbe chiamare le tribù con i loro nomi – Sioux, Navajo, Cherokee, eccetera – ma questo non permette di rivolgersi all'intera comunità con un solo termine. In questo podcast useremo un po' tutte queste espressioni, ma insomma, è una faccenda complicata.

All'inizio del Novecento, la popolazione indigena nordamericana si era ridotta di quasi il 90 per cento rispetto all'inizio della colonizzazione da parte degli europei: principalmente a causa del dilagare delle devastanti malattie portate dagli europei, come il vaiolo, il morbillo e il colera, ma anche per le terrificanti violenze avvenute dal Seicento in poi, tanto da far parlare gli storici di genocidio dei popoli indigeni. Quando nacquero gli Stati Uniti d'America, le poche tribù rimaste furono considerate nazioni semi-indipendenti, tanto che ancora oggi si chiamano nazioni indiane: i loro cittadini sono americani come gli altri, ma le tribù hanno ancora il diritto di darsi un governo autonomo con leggi civili e penali, di imporre tasse, di rilasciare licenze e regolare il commercio, anche di avere delle loro forze di polizia. Come degli stati dentro gli stati. Ovviamente sono stati pieni di problemi, ne parleremo tra poco; ma intanto torniamo al 1969, e all'occupazione di Alcatraz.

Dal momento in cui il governo federale decise di chiudere la prigione di Alcatraz, nel 1963, i rappresentanti delle tribù iniziarono a chiedere di trasformare l'isola in un centro culturale indiano. Gli attivisti si appellavano a una vecchia legge che prevedeva che tutti i terreni inutilizzati fossero restituiti agli indiani, specialmente quelli da cui secoli prima gli indiani erano stati cacciati, ma il governo non sapeva ancora cosa fare di Alcatraz, che ricade sotto la competenza della città di San Francisco. Alcuni volevano aprire un museo della prigione, come quello che poi è stato realizzato; altri volevano farne un museo sulle esplorazioni spaziali, che all'epoca stavano compiendo i loro primi passi tra il grande entusiasmo della popolazione. Col passare degli anni le richieste degli attivisti si fecero sempre più forti ma restarono inascoltate, e nel 1964 ci fu un primo fallito tentativo di occupazione da parte di cinque persone della tribù dei Sioux. Quando però, il 20 novembre del 1969, sull'isola arrivarono 78 persone, rappresentanti di 20 diverse tribù e guidate da Richard Oakes, un carismatico operaio di 27 anni, l'occupazione iniziò davvero.

Il giorno dopo l'isola venne raggiunta dai giornalisti e da qualche curioso, ai quali Oakes descrisse le condizioni degli occupanti.

Il gesto di Oakes e dei suoi era evidentemente molto concreto – quelle persone sarebbero rimaste sull'isola per un anno e mezzo, tra poco vedremo come – ma aveva anche dei forti significati simbolici. Oakes disse che a un estremo degli Stati Uniti c'era un'isola con la Statua della Libertà, e ora all'estremo opposto ci sarebbe stata Alcatraz, un'altra isola con un altro simbolo di libertà. E rivolse al governo americano – all'epoca il presidente era Richard Nixon – una proposta sarcastica, quasi provocatoria. “Compreremo l'isola di Alcatraz pagandola l'equivalente di 24 dollari in perle di vetro e stoffe rosse”, disse, “un precedente stabilito dall'acquisto da parte dell'uomo bianco di una simile isola 300 anni fa”. Quell'isola era Manhattan. Oakes proseguì dicendo che all'uomo bianco sarebbe stata destinata una riserva, dentro Alcatraz, che sarebbe stata gestita dall'”Ufficio degli affari caucasici”: un calco dell'”Ufficio per gli affari indiani” che esisteva davvero nel governo federale americano.

Gli occupanti dichiararono che Alcatraz gli spettava perché l'avevano scoperta, ignorando la precedente presenza degli americani così come gli americani avevano ignorato la precedente presenza degli indiani. Erano molto motivati, e non solo per il clima generale di grande attivismo politico degli anni Sessanta. Nel 1963 il governo della California aveva deciso un risarcimento per tutte le terre sottratte agli indiani, risarcimento che molte tribù avevano trovato irrisorio e offensivo, e nell'ottobre del 1969, un mese prima dell'inizio dell'occupazione di Alcatraz, il centro culturale indiano di San Francisco era stato distrutto da un incendio. Molti degli occupanti frequentavano quel centro per avere asisstenza legale, per cercare lavoro, per incontrare i loro amici e parenti, e l'incendio era stata per loro la classica goccia che fa traboccare il vaso: l'ennesima ferita in una lunghissima storia di privazioni umilianti e dolorose. Molti anni dopo, gli attivisti indiani raccontarono che occupando Alcatraz volevano dare una speranza a se stessi ma soprattutto a tutti gli indiani del paese. «Volevamo svegliare la coscienza dell'America».

Il primo gruppo di occupanti era composto soprattutto da ventenni e trentenni, e c'erano uomini e donne più o meno in uguale numero. Gli occupanti allestirono un quartier generale nella residenza del guardiano del faro, e organizzarono una cerimonia rituale per festeggiare l'inizio dell'occupazione. Fu eletto un consiglio ristretto che potesse prendere le decisioni più importanti, e a ogni persona fu dato un incarico: chi aveva il compito di occuparsi dell'energia elettrica, chi di sistemare quelle che sarebbero diventate le residenze, chi di organizzare attività culturali, chi di gestire i rapporti con l'esterno. Col passare dei giorni furono avviati anche corsi per insegnare a lavorare i pellami e fare costumi ai tanti giovani che arrivavano sull'isola in solidarietà con gli occupanti, e che portavano con sé cibo e utensili. Settimana dopo settimana, gli attivisti sull'isola si fecero qualche centinaio: venne allestita una radio e furono messi in piedi una scuola e un ospedale da campo. L'isola brulicava di attività, e le persone si dividevano tra quelle necessarie alla sopravvivenza dell'occupazione, quindi cucinare, pulire, gestire la presenza di tutte queste persone su un posto senza acqua corrente che era completamente disabitato; altre culturali, destinate a coltivare le tradizioni indigene e mostrare fuori dall'isola quello che stava succedendo dentro l'isola. I giornali e le tv locali raccontavano di un'atmosfera festosa e fattiva: sembrava davvero che stesse succedendo qualcosa.

La reazione delle autorità locali di San Francisco era stata inizialmente piuttosto ostile, tanto che impose un blocco navale per impedire agli occupanti di ricevere sostegno e visite dall'esterno. Poi però il governo federale prese il controllo della situazione e decise di dialogare con gli indiani e non intervenire. Il presidente Nixon era noto per avere in simpatia la causa degli indiani d'America, e la sua amministrazione temeva che usando la forza la situazione potesse precipitare e gli americani potessero schierarsi dalla parte degli indiani, che tutto sommato erano inoffensivi e si erano presi un posto abbandonato.

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