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Guida Galattica per gli Autostoppisti, Douglas Adams - Guida Galattica Per Gli Autostoppisti (03)

중급 2 이탈리아어의 lesson to practice reading

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Douglas Adams - Guida Galattica Per Gli Autostoppisti (03)

Gli enormi affari gialli cominciarono ad abbassarsi e a muoversi più in fretta.

Ford sapeva che erano là. Ma non era così che avrebbe voluto che andassero le cose.

Correndo per il viottolo, Arthur era arrivato quasi alla sua villetta. Non notò come all'improvviso si fosse fatto freddo, non notò il terribile vento, né l'improvvisa, assurda raffica di pioggia. Non notò altro che i bulldozer cingolati strisciare sopra i detriti dove un tempo era stata la sua casa.

«Barbari!» strillò. «Farò causa al consiglio, sborserà fino all'ultimo penny! Vi farò impiccare, squartare e sventrare! E frustare! E bollire finché... finché... finché non ce la farete più!»

Ford corse velocemente dietro ad Arthur. Ma molto velocemente.

«E poi rifarò tutta l'operazione un'altra volta!» urlava Arthur. «E quando avrò finito, prenderò tutti i pezzettini in cui vi avrò ridotto e ci salterò sopra!»

Arthur non si accorse che gli uomini avevano abbandonato i bulldozer e stavano scappando, né si accorse che il signor Prosser stava fissando con sguardo febbrile il cielo. Perché il signor Prosser si era accorto che degli enormi cosi gialli stavano rumoreggiando tra le nubi. Dei cosi gialli abominevolmente enormi.

«E continuerò a saltare sopra i vostri pezzettini» continuava a urlare Arthur «finché non mi verranno le vesciche ai piedi, o finché non mi verrà in mente qualcosa di peggio da farvi, e allora...»

Arthur inciampò, cadde di testa, rotolò su se stesso e atterrò sulla schiena. Finalmente poté notare che stava succedendo qualcosa. Indicò il cielo con il dito.

«E quella roba che diavolo è?» strillò.

Qualunque cosa fosse, quella roba mostruosamente gialla che attraversava velocemente il cielo stava lacerando l'aria con un rumore tremendo e, quando si allontanò scomparendo dalla vista, l'aria si richiuse alle sue spalle con un bang da polverizzare i timpani.

Un altro mostro giallo seguì il primo, producendo ancora più baccano.

A questo punto sarebbe difficile dire cosa si misero a fare gli abitanti della Terra, perché loro stessi non si rendevano conto di quello che facevano. Nessuna della reazioni aveva molto senso. Ci fu chi corse dentro la propria casa, chi ne corse fuori, chi si mise a inveire poco rumorosamente contro tutto quel rumore. In ogni parte del mondo le strade delle città si riempirono di gente e le automobili si scontrarono, sopraffatte dall'atroce rumore che investì come una spaventosa onda di marea colline, valli, deserti e oceani, appiattendo apparentemente tutto ciò che incontrava.

Un solo uomo rimase in piedi impassibile a guardare il cielo, con una tremenda tristezza negli occhi e ottimi tappi di gomma nelle orecchie. Sapeva esattamente cosa stava succedendo, lo sapeva fin da quando il suo Sub-Eta Sensomatic aveva cominciato a lampeggiare nel cuore della notte, vicino al suo cuscino, svegliandolo di soprassalto. Per tanti anni aveva aspettato quel momento, ma quando, seduto tutto solo nella sua stanzetta buia, aveva decifrato il messaggio, il suo cuore era stato stretto in una morsa di gelo. Di tutte le razze della Galassia che potevano passare a fare un saluto alla Terra, era mai possibile che fossero proprio i vogon?

Tuttavia, Ford sapeva cosa fare. Quando il primo velivolo vogon gli passò sopra la testa lacerando l'aria col suo rumore, Ford aprì la sua borsa. Buttò via una copia del musical religioso Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat, e buttò via una copia dell'E-va'-in-cielo: non avrebbe avuto bisogno di nessuno dei due, nel posto dove stava per andare. Tutto era a posto, tutto era pronto.

Ford sapeva dove aveva l'asciugamano.

La Terra fu colpita da un improvviso silenzio, che, benché sembrasse quasi impossibile, era ancor peggio del precedente rumore. Per un po' non successe niente.

Le grandi astronavi restarono sospese in cielo, immobili, sopra ogni nazione della Terra. Immobili, enormi, massicce, solide, una vera bestemmia contronatura. Molte persone furono colte da shock quando cercarono di capire cosa fosse quello che stavano guardando. I cosi gialli se ne stavano sospesi in cielo proprio come mattoni, che però non ci restano, sospesi in cielo.

Continuò a non succedere niente.

Poi ci fu un lieve sussurro, un improvviso, vasto sussurro che risuonò dappertutto. Tutti gli impianti ad alta fedeltà del mondo, tutte le radio, tutte le televisioni, tutti i registratori, tutti gli altoparlanti, tutti i radioconduttori di qualsiasi tipo si accesero.

Tutti i barattoli di latta, tutte le pattumiere, tutte le finestre, tutte le automobili, tutti i bicchieri di vino, tutte le lamiere di metallo arrugginito si attivarono formando una perfetta parete acustica.

Alla Terra, prima che scomparisse, si voleva evidentemente offrire una dimostrazione delle ultime conquiste in fatto di riproduzione del suono: nel giro di un attimo, era stato approntato il più colossale sistema di altoparlanti che si fosse mai visto. Ma non fu trasmessa musica. Non furono trasmessi né concerti, né fanfare: solo un semplice messaggio.

«Terrestri, un attimo di attenzione, prego» disse una voce, e l'effetto fu magnifico. Un suono perfetto, magnificamente quadrifonico, con livelli di distorsione così bassi da far frignare anche l'uomo più coraggioso.

«Qui è il prostetnico vogon Jeltz dell'Ente Galattico di Viabilità Interspaziale» continuò la voce.

«Come indubbiamente già sapete, i piani per lo sviluppo delle zone periferiche della Galassia richiedono la costruzione di una superstrada interspaziale che attraversi il vostro sistema solare, e purtroppo il vostro pianeta è uno di quelli che è necessario demolire. Il procedimento durerà poco meno di due dei vostri minuti terrestri. Grazie.»

Gli altoparlanti si spensero.

Terrore e sgomento si impadronirono degli abitanti della Terra. Il terrore si sparse lentamente sulla folla che guardava a naso in su come una calamita passa sotto una tavola di cartone guidando tutti gli oggetti metallici in superficie. Il panico e la disperazione si diffusero a macchia d'olio, peccato solo che non c'era modo di darsi alla macchia.

Vista la reazione, i vogon accesero di nuovo gli altoparlanti. La voce disse:

«Non ha senso che vi dimostriate sorpresi. Tutti i piani del progetto e gli ordini di demolizione erano disponibili al pubblico da cinquanta dei vostri anni terrestri, nell'Ufficio Viabilità di Alfa Centauri. Avevate tutto il tempo per presentare ufficiale reclamo. È troppo tardi, ora, per mettersi a protestare.»

Gli altoparlanti si spensero di nuovo, e gli ultimi echi delle parole del vogon si dispersero. Le enormi astronavi ruotarono lentamente in cielo. Sotto ciascuna di esse si aprì un portello, rivelando un quadrato nero.

Qualcuno, da qualche parte, doveva aver acceso un radiotrasmettitore, individuato una lunghezza d'onda e trasmesso un messaggio di risposta alle astronavi vogon, per implorare pietà a nome di tutto il pianeta. Nessuno sentì tale messaggio, ma tutti sentirono la risposta dei vogon. Gli altoparlanti furono riattivati, e la solita voce, questa volta con tono seccato, disse:

«Come sarebbe a dire che non siete mai andati ad Alfa Centauri? Perdio, terrestri, ma è a soli quattro anni luce da voi, no? Mi dispiace, ma se non volete nemmeno prendervi la briga di interessarvi alle vostre questioni locali, peggio per voi. Attivate i raggi di demolizione.»

Dai portelli aperti si riversò fuori una luce.

«Bah» disse la voce agli altoparlanti. «Maledetto pianeta di menefreghisti! Non mi fa nessuna compassione!» Gli altoparlanti tacquero.

Ci fu un terribile, mortale silenzio.

Ci fu un terribile, mortale rumore. Ci fu un terribile, mortale silenzio.

La Flotta Costruzioni Vogon si defilò nel nero vuoto interstellare.

4 Molto lontano, sul braccio opposto della Spirale della Galassia, a cinquecentomila anni luce dalla stella Sol, Zaphod Beeblebrox, presidente del Governo Galattico Imperiale, solcava veloce i mari di Damogran sulla sua deltabarca a propulsione ionica, lampeggiando nel sole di Damogran.

Damogran l'afoso, Damogran il remoto, Damogran il pressoché sconosciuto. Damogran, patria segreta della Cuore d'Oro.

La barca correva veloce sull'acqua. Ci sarebbe voluto un po' di tempo perché arrivasse a destinazione: Damogran presenta infatti una conformazione alquanto scomoda. È costituito di isole deserte medio-grandi, separate da tratti molto belli ma fastidiosamente ampi di oceano.

A causa di queste stranezze topografiche Damogran è sempre rimasto un pianeta disabitato. Ecco perché il Governo Galattico Imperiale l'aveva scelto per il Progetto della Cuore d'Oro, perché Damogran era così deserto, e il Progetto della Cuore d'Oro era così segreto!

La barca sfrecciava e sobbalzava sul mare, quel mare che separava le principali isole dell'unico arcipelago di dimensioni accettabili dell'intero pianeta. Zaphod Beeblebrox era partito dal minuscolo spazioporto d ell'Isola di Pasqua (un nome che è una pura coincidenza: in lingua galattica “pasqua” significa “piccola pianura” e “marrone chiaro”) ed era diretto all'Isola della Cuore d'Oro, che, per un'altra insignificante coincidenza, era chiamata Francia.

Uno degli effetti collaterali del lavorare al Progetto della Cuore d'Oro era quello di imbattersi in una serie di coincidenze piuttosto insulse.

Ma non era certo una coincidenza che quel giorno, il grande giorno in cui il progetto sarebbe stato svelato e la Cuore d'Oro sarebbe stata finalmente presentata a una stupefatta Galassia, fosse anche il grande giorno di Zaphod Beeblebrox. Era pregustando questo giorno che lui aveva deciso a suo tempo di candidarsi alla presidenza, una decisione che aveva provocato un terremoto di stupore in tutta la Galassia Imperiale: Zaphod Beeblebrox? Presidente? Non quello Zaphod Beeblebrox, vero? Non il presidente? Molti avevano visto in questo la prova lampante di come l'Universo avesse perso la bussola.

Zaphod sorrise e aumentò ulteriormente la velocità della barca.

Zaphod Beeblebrox, avventuriero, ex hippy, edonista (ladro?, forse), abilissimo nel farsi pubblicità, una frana nei rapporti umani, nonché ritenuto prevalentemente uno che non sa neanche dove sta di casa.

Lui, presidente?

No, nessuno aveva perso la bussola, almeno non letteralmente.

Solo sei persone, nell'intera Galassia, capivano il principio in base al quale la Galassia stessa era governata, e giudicavano ovvio che Zaphod Beeblebrox fosse eletto, una volta presentata la sua candidatura: era l'ideale vittima sacrificale per il posto di presidente. 1L'unica cosa che non capivano era perché Zaphod si fosse candidato. Zaphod curvò di colpo, sollevando così una parete di spruzzi che si proiettarono verso il cielo.

Finalmente era arrivato il giorno: quello in cui tutti avrebbero compreso che cosa Zaphod si fosse proposto. Era il giorno in cui sarebbe stato chiaro come mai Zaphod avesse scelto di fare il presidente. Era anche il giorno in cui lui compiva duecento anni, ma questa, come tante altre, non era che un'insignificante coincidenza.

Pilotando la barca attraverso i mari di Damogran, Zaphod sorrise tranquillo fra sé, pregustando quella che sarebbe stata una giornata memorabile. Si rilassò, e abbandonò pigramente le braccia sullo schienale. Tenne il timone con il braccio supplementare che di recente si era fatto installare subito sotto il destro.

«Ehi» si disse con grande autocompiacimento «sei davvero un tipo in gamba, sai?» Ma i suoi nervi erano più tesi della corda di una balestra.

L'Isola di Francia era lunga circa trentadue chilometri e larga otto, era sabbiosa e a forma di

mezzaluna. In realtà, non sembrava tanto esistere come isola a sé stante, quanto in funzione dell'immensa curva della baia che formava. Questa impressione era confermata dal fatto che l'interno della mezzaluna era costituito quasi interamente da rupi ripidissime. Dalla cima delle rocce la terra declinava dolcemente per otto chilometri, fino a raggiungere la spiaggia opposta.

In cima alle rocce c'era un comitato di benvenuto.

Era composto in gran parte dagli ingegneri e dai ricercatori che avevano costruito la Cuore d'Oro: perlopiù umanoidi, ma qui e là c'erano alcuni atomineri rettiloidi, due o tre maximegalatticisti verdi silfidiformi, un fisucchiuralista ottopode, e anche un hooloovoo (l'hooloovoo è una sfumatura superintelligente del colore azzurro). Tutti, tranne l'hooloovoo, indossavano luccicanti camici da laboratorio di ogni colore; per l'occasione, l'hooloovoo era stato temporaneamente rifratto in un prisma.

Tutti erano invasi da una tremenda eccitazione. Erano infatti riusciti a superare gli ultimi limiti delle leggi fisiche: avevano ristrutturato la fondamentale struttura della materia, avevano oltrepassato, violato, corretto le leggi della possibilità e dell'impossibilità. Ma l'eccitazione più grande derivava dal pensiero di incontrare un uomo con una sciarpa arancione al collo. (La sciarpa arancione era l'accessorio tradizionale del Presidente della Galassia.) Forse non avrebbe fatto alcuna differenza, per loro, se avessero saputo quanto fosse il potere del presidente: ovvero, nullo. Solo sei persone in tutta la Galassia sapevano che il compito del presidente non era esercitare il potere ma distogliere l'attenzione della gente da esso.

Zaphod Beeblebrox svolgeva il suo compito con straordinaria abilità.

La commissione rimase a bocca aperta, abbagliata dal sole e dall'arte marinaresca del presidente, quando questi aggirò veloce il promontorio con la sua barca ed entrò nella baia. La barca splendeva e lampeggiava al sole, scivolando sull'acqua in ampie curve.

In realtà, non toccava nemmeno l'acqua: era infatti sorretta da un lieve cuscinetto di atomi ionizzati. Solo per fare più effetto era fornita di sottili alette che potevano essere calate in acqua. Queste sferzavano il mare scagliando in aria spruzzi sibilanti, e scavavano nell'acqua solchi profondi che creavano folli disegni di spuma dietro la poppa della barca.

A Zaphod piaceva fare effetto sulla gente: era la cosa che sapeva fare meglio.

Zaphod effettuò una curva strettissima, che creò una grande falce bianca nell'acqua, poi spense il motore, portando la barca a riposare leggera sulle onde.

Dopo pochi secondi uscì sul ponte e salutò con la mano, sorridendo, più di tre miliardi di persone. I tre miliardi di persone non erano lì, ma guardavano ogni suo gesto attraverso gli occhi della tri-D-robocamera, che si era librata ossequiosa in aria. Le buffonate del presidente venivano da dio sulla tri-D-robocamera: del resto, lo scopo era quello.

Zaphod sorrise ancora. Tre miliardi di persone, assieme ad altri sei, non sapevano ancora nulla, ma presto avrebbero assistito alla più colossale buffonata che mai si potessero aspettare.

La robocamera zumò per ottenere un primo piano della testa più popolare di Zaphod, e Zaphod salutò ancora. Il presidente era grosso modo umanoide, a parte il braccio supplementare e la testa in più. I suoi capelli biondi e arruffati andavano in tutte le direzioni, i suoi occhi azzurri brillavano esprimendo un qualcosa di assolutamente indefinibile, e i suoi due menti mostravano quasi sempre una barba incolta.

Un globo trasparente del diametro di circa sei metri arrivò vicino alla barca galleggiando sull'acqua e luccicando al sole. All'interno era sospeso un grande divano scarlatto di pelle a semicerchio: più il globo sobbalzava sull'acqua, più il divano restava immobile, fermo come una roccia rivestita di pelle scarlatta. Anche questa messinscena serviva per fare effetto.

Zaphod attraversò la parete del globo e si accomodò sul divano. Abbandonò le due braccia normali sullo schienale e col terzo braccio si tolse quel po' di polvere che gli si era posata sulle ginocchia. Alzò i piedi e li poggiò sul divano, poi con le due teste si guardò intorno, tutto sorridente. Si sarebbe messo a gridare da un momento all'altro, pensava.

L'acqua ribolliva sotto la bolla, e a un certo punto proiettò un grande schizzo. La bolla fu sollevata dallo schizzo, sempre più su. Lo spruzzo cresceva in continuazione, e la bolla saliva, mandando bagliori in direzione delle rocce. Dal getto d'acqua cadevano rivoli di gocce che ripiovevano in mare, decine e decine di metri più giù.

Zaphod sorrise, pensando alla propria immagine in tri-D.

Quella bolla era un mezzo di trasporto assolutamente ridicolo ma anche assolutamente affascinante.

Arrivata in cima alla roccia, oscillò un attimo, imboccò una scala mobile fornita di ringhiera, scese lungo essa e arrivò a una piccola piattaforma concava, dove si fermò.

Al suono di fragorosi applausi, Zaphod Beeblebrox uscì dalla bolla, con la sua sciarpa arancione che splendeva al sole.

Il Presidente della Galassia era arrivato!

Aspettò che gli applausi cessassero, poi alzò la mano in segno di saluto.

«Salve!» disse.

Un ragno del governo scivolò accanto a Zaphod per allungargli una copia del discorso che gli era stato preparato. Le pagine dalla tre alla sette dell'originale erano andate a finire in acqua, a circa otto chilometri dalla baia. Le pagine numero uno e numero due erano state arraffate da un'Aquila dalla Cresta di Fronda di Damogran, ed erano già state incorporate in una nuova forma di nido inventata dal rapace, composto in gran parte da cartapesta, che impedivano all'aquilotto appena nato di fuggire. L'Aquila dalla Cresta di Fronda di Damogran aveva sentito parlare dell'istinto di sopravvivenza della specie, ma non intendeva averci niente a che fare...

Zaphod Beeblebrox non aveva affatto bisogno di leggere il discorso, quindi rifiutò gentilmente la copia offertagli dal ragno.

«Salve» disse ancora.

Tutti, o almeno quasi tutti, gli sorrisero radiosamente. Lui distinse fra la folla Trillian. Trillian era una ragazza che Zaphod aveva raccattato di recente, quando era andato a visitare in incognito un pianeta, così per divertirsi. Trillian era bruna, magra, umanoide, con lunghi capelli neri ondulati, labbra piene, uno strano naso a patata e occhi assurdamente castani. Aveva una sciarpa rossa legata in testa e un lungo abito scuro di seta che la facevano sembrare un'araba. Non che nessuno, là, avesse mai sentito parlare degli arabi, naturalmente. Gli arabi avevano cessato da poco di esistere, e prima, quando esistevano ancora, si trovavano a cinquecentomila anni luce da Damogran. Trillian non rappresentava niente di particolare per Zaphod, o almeno lui così affermava. Semplicemente, andava spesso in giro con lui, e gli diceva chiaro e tondo cosa pensava di lui.

«Salve, tesoro» le disse Zaphod.

Lei gli fece uno stretto sorriso, poi distolse lo sguardo. Dopo un attimo tornò a guardarlo e gli sorrise con un po' più di calore, ma ormai lui era rivolto da un'altra parte.

«Salve» fece Zaphod a un gruppetto di giornalisti che stavano in piedi vicino a lui in attesa che smettesse di dire “salve” e si decidesse a rilasciare una dichiarazione. Zaphod rivolse a loro un sorriso speciale perché sapeva che di lì a poco avrebbe concesso una bomba di dichiarazione.

La prima cosa che disse dopo “salve” non fu però di molta utilità ai giornalisti. Un qualche funzionario aveva deciso che il presidente, chiaramente, non era nello stato d'animo adatto a leggere il finissimo discorso che era stato preparato per lui, e aveva acceso l'interruttore del telecomando che serbava in tasca. Lontano, davanti ai presenti, l'enorme cupola bianca che galleggiava sferica in aria si spaccò in due e si ripiegò scendendo a terra. Tutti restarono a bocca aperta, anche se sapevano benissimo che era tutto normale perché la cupola era stata costruita per quello scopo.

Così aperta, la cupola rivelò un'enorme astronave lunga centocinquanta metri: era a forma di scarpa da corsa, perfetta, bianchissima e straordinariamente bella.

Nel cuore dell'astronave, nascosta, c'era una scatolina d'oro che racchiudeva il congegno più inconcepibile che fosse mai stato pensato, un congegno che rendeva quell'astronave unica nella storia della Galassia, un congegno che aveva dato il nome all'astronave stessa: la Cuore d'Oro.

«Wow!» fece Zaphod Beeblebrox. Non c'era molto altro da dire.

«Wow!» ripeté, perché sapeva che la cosa avrebbe infastidito i giornalisti.

La gente si girò a guardarlo, in ansiosa attesa. Zaphod strizzò l'occhio a Trillian, che alzò le sopracciglia e sgranò gli occhi, fissandolo. Lei sapeva cosa stava per dire, e lo giudicava un tremendo esibizionista.

«È davvero stupefacente» disse Zaphod. «Quell'astronave è davvero stupefacente. È tanto stupefacentemente stupefacente che mi piacerebbe rubarla!»

Era una meravigliosa dichiarazione presidenziale, perfettamente rispettosa della forma. La folla rise in approvazione, i giornalisti tutti allegri premettero i tasti dei loro Sub-Eta Notiziomatic, e il presidente sorrise.

Mentre sorrideva, in cuor suo Zaphod urlava trattenendosi a stento. Toccò la piccola bomba paralizzomatic che se ne stava buona buona in tasca.

E poi non si trattenne più. Alzò le sue due teste verso il cielo, levò un grido selvaggio in un accordo di terza minore, gettò a terra la bomba e si lanciò in corsa sul mare di smaglianti sorrisi di colpo paralizzati.

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