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The Polyglot Dream, Dialects and accents of Italy- Part 1 – Text to read

The Polyglot Dream, Dialects and accents of Italy- Part 1

고급 1 이탈리아어의 lesson to practice reading

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Dialects and accents of Italy- Part 1

Il Bel Paese: lingue, dialetti e accenti

Unificata da poco più di un secolo e mezzo, l'Italia ha da sempre rappresentato un crocevia di popoli e culture diverse.

Tale ricchezza si è riflessa anche e soprattutto in una straordinaria varietà dal punto di vista linguistico.

In un immaginario viaggio lungo lo Stivale, lo studente di italiano in visita nel nostro paese resterebbe sicuramente sorpreso: basta spostarsi di pochissimo per poter assaporare accenti e di dialetti molto diversi tra loro.

Già al tempo degli antichi romani la penisola italica era teatro di una straordinaria varietà linguistica: i suoi abitanti parlavano il latino, la lingua di Roma e dello Stato, il greco, nelle colonie greche del meridione della penisola, l'etrusco, lingua dall'origine incerta e ancora oggi non totalmente decifrata, e ancora altre lingue italiche apparentate a latino.

Il latino, la lingua ufficiale, veniva così ad assumere un diverso sapore a seconda della provenienza geografica del parlante.

Altri fattori hanno contribuito ad accentuare questa varietà linguistica: le invasioni della penisola da parte di popoli diversi (come i popoli germanici dell'Europa centrale, o ancora gli arabi stanziatisi in Sicilia) e il susseguirsi di varie dominazioni da parte di potenze straniere.

Ciò che forse ha contribuito maggiormente a creare il mosaico linguistico italiano è stata la frammentazione del territorio in piccoli stati indipendenti, durata oltre un millennio (dalla caduta dell'Impero Romano all'unificazione avvenuta nel 1861).

Questo ha fatto sì che le parlate popolari derivate dal latino – i cosiddetti volgari – potessero evolversi in maniera quasi indipendente in ciascun angolo del paese.

Il campanilismo e i dialettiAl momento dell'unificazione, l'Italia poteva vantare una parlata distinta per ciascun borgo. L'italiano era conosciuto e parlato solo da una piccola minoranza istruita della popolazione. Il fattore linguistico rappresentava un elemento di identificazione con il posto di provenienza e, al tempo stesso, un elemento di contrasto con i borghi vicini. Dal punto di vista fisico, ogni agglomerato poteva identificarsi con il centro di riunione per eccellenza: la piazza, con la sua chiesa e il suo campanile. Da qui trae origine il fenomeno italiano del campanilismo, ossia l'attaccamento e la difesa incondizionata del dialetto, dell'accento e delle tradizioni del proprio luogo di origine, piccolo o grande che sia.

La frammentazione linguistica dell'Italia è stata quindi incoraggiata e sostenuta anche da questo sentimento di attaccamento al proprio dialetto.

In molte zone del paese, ancora fino alla generazione dei nostri nonni, il dialetto era l'unica lingua usata nella vita quotidiana, mentre l'italiano – spesso imparato in maniera approssimativa – rimaneva una lingua utilizzata solo in poche occasioni formali.

Nel tempo, l'istruzione obbligatoria, i flussi migratori all'interno del paese e la nascita dei programmi televisivi hanno dato agli italiani una lingua comune nella quale comunicare.

Al giorno d'oggi, i dialetti hanno perso parte del vigore di un tempo.

Ciò non toglie che la maggior parte degli italiani conosca il dialetto della propria zona di origine almeno come lingua passiva. L'utilizzo del dialetto dipende da numerosi fattori. Viene ovviamente preferito in occasioni informali (in casa, con gli amici e conoscenti), rispetto a situazioni formali in cui l'italiano è d'obbligo.

È maggiormente parlato nelle aree periferiche rispetto a quelle urbane ed è più vivo in alcune regioni (ad esempio Veneto e regioni meridionali) rispetto ad altre.

Regioni come la Sardegna e il Friuli hanno fatto del proprio dialetto una vera e propria lingua legalmente riconosciuta e tutelata dallo Stato.

L'italiano e i suoi dialetti hanno un rapporto mutuo e simbiotico.

Se da una parte l'italiano è presente in ogni dialetto, dall'altra ogni dialetto influenza il modo in cui l'italiano viene “vissuto” in ogni angolo dello stivale.

Classificazione dei dialetti e influenza sull'italiano regionale

I dialetti italiani possono essere suddivisi innanzitutto in tre macroaree: il Nord, il Centro e il Sud.

La Toscana, dalle cui parlate deriva l'italiano standard, sembra sfuggire a questa classificazione e rappresentare un zona a sè stante.

Queste macroaree presentano una grande differenziazione interna, ma sono comunque identificabili per la presenza di caratteristiche che le differenziano l'una dall'altra.

Ad esempio, una delle caretteristiche comuni ai dialetti settentrionali è la presenza di due forme di pronomi personali, in maniera del tutto simile a quanto avviene in francese.

La prima forma è la forma base del pronome personale, ed è detta forma libera perché utilizzabile liberamente nella frase (come nel caso dei pronomi francesi moi, toi, lui, etc. ). La seconda forma, detta clitica, accompagna necessariamente il verbo e si usa solo con esso (come nel caso dei pronomi francesi je, tu, il, etc. ).Esempio:Veneziano: Lu, e vaFrancese: Lui, il va Questo non avviene in italiano o nei dialetti centro meridionali.Esempio:Italiano: Lui va Cosentino: Iddho va Le particolarità grammaticali dei vari dialetti possono influenzare l'italiano regionale, ossia l'italiano non standard parlato in una particolare regione o città.

Accade spesso, infatti, che in contesti informali si ricorra a forme grammaticali che riproducono parola per parola quelle del proprio dialetto. Tali forme non vengono considerate corrette nella lingua standard.

Esempio:Veneziano: I me ga dito suItaliano regionale: Mi hanno detto suItaliano standard: Mi hanno sgridatoO ancora:Cosentino: Trassa a seggiaItaliano regionale: Entra la sediaItaliano standard: Porto dentro la sedia

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