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The Polyglot Dream, 10 things you need to know about livi... – Text to read

The Polyglot Dream, 10 things you need to know about living in Barcelona - Part 2

고급 1 이탈리아어의 lesson to practice reading

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10 things you need to know about living in Barcelona - Part 2

Quando, ieri, sono salito sul Parc Guell ad ammirare il panorama, mi sono venuti in mente, di colpo e quasi con prepotenza, tutti i momenti incredibili che ho vissuto lì, dalle cose semplici a quelle più complesse.

Mi ricordo le passeggiate al Parc Guell con gli amici, per poi ammirare il mare da lassù, le sontuose corse sul lato sinistro della Rambla, fino ad arrivare alla statua di Colombo, e poi via sul lungo mare, con l'aria marina che ti entra nelle narici mentre felice, correvo libero sullo stradone asfaltato che costeggia il mare. Ricordo le visite alla Sagrada Familia, lo stupore nello scoprire i dettagli di un'architettura tanto innovativa quanto misteriosa, affascinante e a volte quasi sinistra. Le passeggiate nelle strade del Born, con la sua cattedrale, le viuzze, i cantanti per strada, la multitudine di persone che camminano in ogni direzione o quasi, con le loro chiacchiere, i loro pacchi dello shopping, quasi inconsapevoli della bellezza che sta loro intorno, forse perché ci sono abituati. E poi Gracia. Il quartiere in cui sono andato a vivere. Ripenso a quando mi sedevo, assorto, su una panchina di una delle tante piazzette che di pomeriggio è avvolta da una luce tenue e su cui si staglia un cielo di un azzurro intenso, senza nuvole, e in cui giocano famiglie e bambini, in cui si rilassano gli adulti ai tavolini all'aperto dei bar. E poi ripenso al Tibidabo e al Montjuic, i punti più alti da cui si scorge tutta la città, il Tibidabo che si erge imponente su un monte nell'entroterra, e il Montjuic che invece si innalza proprio a ridosso del mare, con un sguardo opposto a quello del Tibidabo, come due giganti che si guardano da lontano. Entrambi posti incredibili. Dall'altro, da un monte o da un aereo, riesco a vedere le cose con una prospettiva diversa, a pensare di più. Non so esattamente perché, ma è così, e quando sono triste o pensieroso me ne vado sempre lì dove posso contemplare la cose dall'alto, con una certa distanza ma con più intensità. Ricordo l'università, la prima volta che sono arrivato in classe e la gente mi ha guardato come se fossi un alieno.

Unico studente Erasmus in un'università privata, in cui si parla solo catalano. E ricordo di aver chiesto quasi timidamente in che lingua si tenessero le lezioni. Ovviamente catalano. Ma sono stati gentili, e il catalano si capisce decentemente senza alcuno sforzo, dopo un paio d'orette di ascolto. Ma non mi piaceva il suono, non lo volevo imparare. Ha cominciato a piacermi dopo, quando sono andato via da Barcellona. È una lingua che vorrei imparare, forse in futuro, quando avrò un po' più di tempo. Barcellona, così come la Catalunia, non è il posto ideale per chi voglia cimentarsi con lo spagnolo. Praticamente tutti sono bilingue, ma il catalano è la vera prima lingua di Barcellona. Sì, ricordo tutte queste cose.

Sono rimaste con me. Ma ora sono una persona diversa rispetto a 7 anni fa, la città è la stessa, ma le persone sono diverse e tante sono diverse anche in me, è cambiato tanto. Abbraccio questo fatto con un filo di nostalgia ma con uno slancio stranamente ritrovato. “Il segreto non è nel pensare al passato o al futuro” – dicono gli Orientali – ma di concentrarsi sul presente. E su questo pensiero mi dico, rimettendo la penna nel taschino, alzandomi dalla panchina e accennando un sorriso, “Andiamoci a godere la mia nuova, vecchia Barcellona”. E parto così alla volta di Passeig de Gracia e verso il mare.

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