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Artesplorando (canale YouTube), Edouard Manet | Il bar delle Folies Bergère - YouTube

Edouard Manet | Il bar delle Folies Bergère - YouTube

Manet proveniva da una famiglia benestante e inizialmente il suo

desiderio fu quello di diventare un ufficiale di marina. Dopo aver fallito

però gli esami di ammissione si rivolse all'arte per la quale tra l'altro

dimostrò grande talento fin dalla tenera età. A diciotto anni, entrò così nello studio di

Thomas Couture, il più importante pittore accademico del periodo. Il Bar delle

Folies-Bergère rappresenta l'ultimo grande dipinto di Manet, realizzato dal

pittore quando ormai era molto malato e quasi invalido. Venne esposto per la

prima volta al Salon del 1882 ed era ancora conservato nel suo studio quando

Manet morì nel 1883. L'artista qui è riuscito a catturare tutto il senso

effimero della vita moderna parigina e, allo stesso tempo, a creare un dipinto

che con gli anni entrò nei cuori delle molte persone che lo ammirarono.

Questo dipinto rappresenta l'interno vivace di una delle sale da concerto più

importanti di Parigi, il Folies-Bergère. Questo locale, celebre ritrovo della

borghesia parigina, aprì i battenti nel 1869 e la sua atmosfera è stata

descritta dai contemporanei come un mix di gioia e svago per dimenticare la noia

e le seccature della vita di tutti i giorni. In contrasto con l'atmosfera

gioiosa si pone la barista, rappresentata da Manet con uno sguardo enigmatico e

innegabilmente malinconico. Possiamo solo intuire i pensieri di

questa ragazza, forse stanca del proprio lavoro,

delusa dalla propria vita e preoccupata dal mondo ambiguo e inquietante degli avventori del bar.

Il Folies-Bergère infatti era anche noto come luogo di

prostituzione e lo stesso scrittore Guy de Maupassant descrisse le bariste che vi

lavoravano come “venditrici di bevande e di amore”. Manet conosceva bene il luogo e vi

realizzò un certo numero di disegni preparatori, anche se il lavoro finale fu

dipinto nel suo studio. Molto probabilmente è stato lo stesso artista

a chiedere a una delle bariste di posare per lui. Sappiamo solo che si chiamava

Suzon, ma quei suoi occhi malinconici ci dicono di

molto più di mille documenti, testimonianze o parole. È l'immagine di

sogni e speranze che ancora oggi animano tanti giovani in cerca della propria strada.

Manet fece delle modifiche mentre dipingeva l'opera e ce lo ha dimostrato

una radiografia della tela in cui possiamo vedere che l'artista

inizialmente realizzò la barista con le braccia incrociate sulla sua vita, con la

mano destra stretta attorno al polso sinistro.

Questo gesto sottolineava ancora di più un atteggiamento di protezione

dall'esterno, ma anche di insoddisfazione. L'imprecisione del riflesso della

cameriera, spostato troppo a destra nello specchio, inoltre ha suscitato un ampio

dibattito. Si perché oltre a Suzon i protagonisti

dell'opera sono lo specchio che ci riflette la vita gioiosa del locale e la

natura morta sul bancone davanti alla giovane donna che ci presenta oggetti

comuni come bottiglie di champagne, liquori, una fruttiera di cristallo piena di arance e un calice con dei fiori.

Nello specchio però intravediamo anche

un cliente che si avvicina a Suzon e in questo momento capiamo che

anche noi siamo protagonisti del dipinto trovandoci idealmente nella stessa

posizione del signore con il cappello a cilindro. Un gioco di riflessi che

richiama alla memoria il celebre Ritratto dei coniugi Arnolfini, e

numerosi altri dipinti come Las Meninas di Diego Velázquez, e L'assenzio di Edgar Degas.

Pubblico e critica inizialmente trovarono la composizione di

quest'opera inquietante. Il rapporto di Manet con l'istituzione artistica a Parigi in effetti

è stato molto difficile. Il pittore perseguì sempre un tipo

d'arte stimolante e sovversiva, incoraggiando l'approccio ribelle del

gruppo di artisti un po' più giovani di lui che in seguito sarebbero diventati

gli impressionisti. Eppure Manet si rifiutò di esporre

al loro fianco e mantenne sempre un legame con il mondo ufficiale dell'arte,

presentando i propri dipinti negli annuali Salon parigini. Una figura quindi

per certi versi enigmatica e imperscrutabile, un po' come questo splendido dipinto testamento.

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