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Storie di Mafia per Bambini, #3 | "Giuseppe Di Matteo"

#3 | "Giuseppe Di Matteo"

Ora vi racconto la storia di un bambino di 13 anni. Si chiamava Giuseppe Di Matteo. È

un pomeriggio di novembre, ma l'aria è ancora tiepida. Al maneggio di Altofonte sulle colline

dell'entroterra non lontano da Palermo, i cavalli si preparano a correre nel grande

recinto di terra abbattuta. Giuseppe Di Matteo è appena arrivato in scuderia, impaziente.

Ha 13 anni, i capelli castani, gli occhi gentili e un carattere aperto e socievole. Ha tanti

amici e una grande passione, i cavalli. Gli piacciono sin da quando è piccolo, ha cominciato

a cavalcare prestissimo e ha subito dimostrato di avere talento. In quella campagna Giuseppe c'è

cresciuto. Lì, da generazioni, i Di Matteo possiedono terra, campi e animali. Il nonno lo porta

spesso a galoppare sui purosangue che i suoi genitori hanno comprato per lui. Quando cavalca,

si sente leggero e non pensa a tutte le difficoltà che sta passando la sua famiglia,

all'espressione preoccupata di sua madre e a suo padre Santino, che vive lontano e deve

nascondersi perché rischia la vita. Al maneggio sta bene, non vede l'ora di mettere la sella al

suo cavallo, ma quel giorno qualcuno lo aspetta. Sono cinque uomini in divisa che gli si avvicinano.

Giuseppe chiede un poliziotto con tono gentile, sorride, ha un'espressione affabile. Il ragazzino

annuisce titubante. Siamo della protezione testimoni, si presentano, siamo venuti a

prenderti per portarti da tuo padre, dice l'agente. E sul viso di Giuseppe si allarga

un gran sorriso. Suo padre ha tantissima voglia di vederlo, la sola idea di poterlo riabbracciare

lo riempie di gioia. Papà, esclama il ragazzino con gli occhi che brillano, vieni con noi,

andiamo, dice il poliziotto. Giuseppe ha imparato a fidarsi delle forze dell'ordine,

proprio come ha fatto suo padre, che un giorno ha raccontato alla giustizia tutto quello che

sapeva su alcuni uomini che un tempo considerava amici e sui loro segreti. Segue fuori dal maneggio

gli uomini che sono venuti a prenderlo, senza immaginare che non sono poliziotti. L'uomo con

il sorriso gentile è Gaspare Spatuzza, un boss crudele, è lì per rapire Giuseppe, che ha soli

13 anni porta sulle sue spalle una colpa che per Cosa Nostra è imperdonabile. E' figlio di Santino

di Matteo, che dopo anni di omicidi e crimini di mafia ha deciso di diventare collaboratore di

giustizia. Santino di Matteo sta causando gravi problemi, lui la mafia la conosce bene, e gli uomini

più importanti di Cosa Nostra si fidavano di lui, che ha sempre obbedito agli ordini. Nel suo passato

Santino ha ucciso ed è stato tra quel gruppo di fedelissimi incaricati di organizzare la strage

di Capaci, quella in cui ha perso la vita il giudice Falcone, sua moglie e gli uomini della

scorta. E' stato un mafioso, per scelta e per tradizione. Sono stati uomini d'onore, suo padre,

suo nonno e anche il bisnonno. Sin da bambino Santino ha ascoltato le storie di quegli uomini

che andavano in giro per la campagna armati e sembravano essere temuti da tutti. Suo padre gli

ha insegnato l'onore e l'importanza di mantenere i segreti. Il suo destino era quello. Infatti è

stato iniziato attraverso il rito previsto per chi vuole diventare un uomo di Cosa Nostra. Ha

giurato di non tradire mai l'organizzazione criminale. In caso di sgarro ci sarebbe stata

la morte. Ma quando i capi scatenano una guerra interna, la terribile mattanza, e poi decidono di

attaccare lo Stato con stragi e omicidi, la situazione all'interno di Cosa Nostra si fa

più complicata. La risposta dello Stato infatti non tarda ad arrivare e molti mafiosi vengono

arrestati. Tra loro c'è anche Balduccio di Maggio, l'uomo di fiducia del capo dei capi,

Totorina, che rivela dove si nasconde il più potente mafioso della Sicilia. Rina viene arrestato

insieme a molti suoi uomini e quando una notte i carabinieri bussano alla porta di casa, Santino

di Matteo capisce che è arrivato anche il suo turno. In carcere ha modo di riflettere. Dopo

aver conosciuto violenza e morte, rischia di trascorrere il resto della propria vita in una

cella, pagando il proprio pesantissimo debito con la giustizia. Decide allora di collaborare,

raccontando quel che sa dell'attentatuni, la strage di Capaci, quella in cui ha perso la vita Falcone,

la moglie e gli uomini della scorta. Santino di Matteo diventa l'uomo che svela i segreti di

quella strage. Le sue rivelazioni sono per Cosa Nostra un durissimo colpo. Gli uomini della cupola,

quelli che comandano al vertice di Cosa Nostra, prima pensano alla vendetta, poi invece puntano

ad un piano per far ritrattare. Rapiamo Opiciriddu, propone Giovanni Brusca, l'uomo che ha premuto

l'interruttore della bomba che ha ucciso Falcone. Lui e Santino sono cresciuti insieme, ma la fedeltà

conta più di qualunque cosa ed il mafioso traditore deve pagare, anche se è stato un amico.

Quel 23 novembre 1993 Giuseppe di Matteo viene rapito da cinque sicari di Cosa Nostra, caricato

su un'auto con il lampeggiante sul tettuccio e portato via, trasferito poi in un camioncino e

infine imprigionato in un capannone in campagna. Gli stessi mafiosi, incaricati del rapimento,

tentennano. Sono uomini abituati a uccidere, ma persino loro sono scossi dalla crudeltà del loro

gesto. Tuttavia, la mentalità mafiosa prevale ancora una volta e l'ordine viene eseguito

mettendo a tacere la coscienza. Dal nonno di Giuseppe si presenta un uomo, porta con sé una

foto del nipote. Devi far tacere tuo figlio, dice. Il vecchio di Matteo, padre di Santino,

nella vita ha conosciuto solo la mafia. Non immagina che, se si rivolgesse agli investigatori,

si potrebbe provare a pedinare i principali sospettati, tra cui Giovanni Brusca e gli uomini

che gli portano le foto del nipote da vedere. Continua ad avere più fiducia nella mafia che

non nello Stato. Così decide di non denunciare il rapimento. Si rivolge invece proprio a Cosa

Nostra, implora tutti gli uomini d'onore che conosce di liberare suo nipote, di avere pietà

per un ragazzino di 13 anni. E' inutile e Giuseppe resta prigioniero. Dopo un mese in cui

nulla accade, sua madre e suo padre decidono di denunciare quanto è successo alle forze dell'ordine,

per quanto la polizia indaghi però non riesce a trovarlo. Allora il padre, mosso dalla disperazione,

prende una decisione. Violando la legge, si allontana dalla casa in cui è nascosto,

lascia il programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia e torna in Sicilia

per cercare suo figlio. Conosce bene Cosa Nostra ed è certo che sia Giovanni Brusca l'amico di un

tempo, il responsabile della sparizione di Giuseppe. Per questa sua fuga verrà poi condannato per

detenzione di armi, ma neppure con il suo intervento si riuscirà a trovare Giuseppe.

Santino di Matteo prova a barricarsi dietro il silenzio nelle aule di tribunale, come vogliono

i mafiosi. Non dice più nulla, ma Brusca ancora non libera il giovane prigioniero. Allora riprende

a collaborare con la giustizia. Se non può salvare suo figlio, può far condannare i colpevoli e

salvare altri innocenti. Giuseppe resta prigioniero 779 giorni, spostato di nascondiglio in nascondiglio.

Nel frattempo i Corleonesi capiscono che la loro strategia della violenza e delle stragi ha portato

al risultato opposto da quello sperato. Lo Stato non si è piegato alle loro minacce, come pensava

Marina, al contrario ha risposto con decisione colpendo Cosa Nostra, grazie anche alle confessioni

di nuovi collaboratori di giustizia. Vengono giudicate e condannate decine di mafiosi,

tra cui Giovanni Brusca, latitante, che viene processato. Per lui i giudici chiedono la pena

più severa, l'ergastolo. Brusca, furioso, dal suo nascondiglio decide di dare una lezione

inequivocabile a tutti i collaboratori di giustizia. L'11 gennaio viene ucciso Giuseppe di Matteo. Il

suo corpo verrà fatto sparire in un bidone di acido, un ordine impartito per ribadire il potere

di Cosa Nostra, che però dimostra tutta l'atrocità di cui è capace la mafia, subdolamente pronta a

vendicarsi con un ragazzino per punirne il padre. Per due anni un muro di omertà ha impedito che

Giuseppe venisse liberato. Nessuno dei tanti uomini che sapeva ha parlato. Grazie anche alle

dichiarazioni di altri pentiti, però, lo Stato riesce a ricostruire quel che è successo e ad

assicurare alla giustizia i carnefici. Gaspare Spatuzza, che ha ammesso di aver partecipato al

rapimento, ha chiesto scusa pubblicamente riconoscendo l'orrore del suo gesto. Chiedo

perdono alla famiglia del piccolo Giuseppe di Matteo e a tutta la società civile che abbiamo

violentato e oltraggiato. Nicolò Vitale, proprietario del maneggio da cui è stato

portato via Giuseppe, si suicida con un colpo di pistola. Suo fratello Salvatore viene imprigionato

per aver collaborato alla strage di Via D'Amedio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli

agenti della scorta. Leoluca Bagarella viene arrestato, così come i fratelli Graviano e decine

di altri mafiosi. La terribile storia di Giuseppe di Matteo insegna che Cosa Nostra non mette limiti

alla violenza e smentisce quella vecchia credenza secondo cui i mafiosi seguirebbero un codice

d'onore per cui donne e bambini verrebbero risparmiati. Non c'è nessun onore, ma non c'è

nemmeno pietà verso chi è capace di spingere la violenza così lontano e nella vita strappata di

un bambino innocente è seminata la promessa di una riscossa. La promessa di una riscossa è quello a cui

tutti noi siamo chiamati, coltivare la memoria per evitare che tutte le vittime delle mafie non

siano morte in vano, ma nello stesso tempo tenere alta la guardia, diventare tutti sentinelle del

bene comune, quello che ci fa sentire cittadini responsabili di un mondo in cui non ci dovrebbe

essere spazio per i furbi e per i prepotenti, contro l'io che serve solo a se stesso, che

conosce solo le proprie ragioni, che non si cura dell'altro. Un mondo così è possibile,

bisogna solo immaginarlo, sognarlo e contribuire a costruirlo, giorno dopo giorno,

con piccoli gesti di solidarietà, altruismo e rispetto per la diversità.

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