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Storie di Mafia per Bambini, #2 | "Giovanni Falcone e Paolo Borsellino"

#2 | "Giovanni Falcone e Paolo Borsellino"

Giovanni e Paolo vivevano su una grande isola al centro del Mediterraneo, che aveva tutto per poter essere felice.

Il sole, il mare e mille colori come il giallo dello sparto della ginestra, il rosa del rododentro dei grappoli delle tamarici, il verde dei carrubi.

della ginestra, il rosa del rododentro dei grappoli delle tamarici, il verde dei carrubi.

Ma qualcosa rubava i sogni, i sorrisi, le speranze e rendeva triste la gente.

Si diceva che fosse un mostro, ma aveva sembianze umane e si confondeva tra la gente.

Amava il silenzio, più gente zittiva più si sentiva forte.

Pochi avevano il coraggio di sfidarlo, molti piegavano la testa e la maschera di cera dietro cui si nascondevano.

Quando cominciarono a frequentarsi, Giovanni e Paolo scoprirono di avere molte cose in comune.

Entrambi odiavano il silenzio e non sopportavano l'odore del sangue che scorreva in rigagnoli e che poi stagnava nelle piccole pozze attorno ai tanti cadaveri vittime del mostro.

Stanchi di subire, con l'aiuto di altri uomini coraggiosi cominciarono a dare la caccia al mostro.

Dopo mesi di appostamenti lo avevano quasi stanato, ma quando finalmente stavano per catturarlo accadde l'inimmaginabile.

lo avevano quasi stanato, ma quando finalmente stavano per catturarlo accadde l'inimmaginabile.

Qualcuno che avrebbe dovuto aiutarli li tradì.

Giovanni e Paolo vennero uccisi con straordinaria ferocia, ma la morte di quei due uomini coraggiosi non fu accompagnata dal silenzio, non quella volta.

Molti gettarono la maschera e cominciarono a protestare, a ribellarsi,

come non era mai successo, alcuni in modo silenzioso, esponendo lenzuoli bianchi ai

balconi e alle finestre di casa, altri gridando per far sentire il dolore, la rabbia, l'indignazione

oltre i confini di quella grande isola al centro del Mediterraneo. Qualcuno scrisse

non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe. Se oggi quel mostro fa

meno paura lo dobbiamo al coraggio di Giovanni e di Paolo, che con il loro lavoro hanno rappresentato

un ideale spartiacque tra quanti il mostro l'hanno combattuto davvero e quanti l'hanno

soltanto subito. Ma chi erano Giovanni e Paolo? Giovanni Falcone nasce a Palermo nel 1935,

ultimo di tre figli in una famiglia né ricca né povera. Il padre, Arturo, è direttore del

laboratorio provinciale di Igiene e Profilassi, la madre, Luisa, Bentivegna, è casalinga. All'elementare

fatica a stare seduto per tutto l'orario delle lezioni e nel tempo libero gioca a ping pong

nell'oratorio di padre Giacinto alla Calza, il quartiere che lo vede crescere. Dopo il liceo

classico frequenta per pochi mesi l'Accademia Navale, poi passa a giurisprudenza, dove si

laurea con il massimo dei voti. Nel 1964 vince il concorso in magistratura e pretore a Lentini e

sostituto procuratore a Trapani. Quando arriva a Palermo la mafia ha appena ucciso Cesare Terranova,

un magistrato che a metà degli anni settanta descrive la mafia come un fenomeno dannoso per

le sottili infiltrazioni nella vita pubblica ed economica. In quegli anni negli uffici giudiziari

di Palermo ci sono anche magistrati timorosi e prudenti e le condanne all'ergastolo più che ai

mafiosi vengono riservate ai relitti umani che trascinano la loro vita ai margini della città.

I collaboratori di giustizia ancora non esistono, le deposizioni dei testimoni sono caratterizzate da

reticenze e paure, molti delitti restano a carico di ignoti e un giudice come Cesare Terranova

diventa una persona ingombrante con il destino segnato. Come segnato è il destino di Rocco

Chinnici, il magistrato che nel 1980 affida a Falcone l'incarico di indagare su un mafioso

che ha contatti con gli Stati Uniti. Giovanni Falcone comincia a seguire i soldi, gli assegni

che si spostano da una banca all'altra e che i boss utilizzano per acquistare ingenti partite

di eroina. Grazie ad una modalità investigativa nuova ed efficace che prevede accertamenti

patrimoniali e bancari vengono arrestati i responsabili del traffico di droga tra Italia

e Stati Uniti e scovate le ricchezze di tanti mafiosi. L'incontro con Tommaso Buscetta, un boss

che nel 1984 decide di collaborare con la giustizia, rappresenta un passo decisivo

nella conoscenza della mafia, una scelta che Buscetta compie dopo che in una sanguinosa

guerra di mafia gli sono stati ammazzati due figli, un fratello, un genero, un cognato e

quattro nipoti. Chiede di parlare proprio con Giovanni Falcone e a lui rivela tutti i segreti

di Cosa Nostra, una montagna di informazioni con cui viene istruito il Maxi Processo,

il processo dei processi, che si svolge a Palermo con ben 475 imputati. Dopo nulla

e più come prima, Falcone comincia ad essere temuto, dentro e fuori il Palazzo di Giustizia.

Ci sono colleghi che cercano di screditarlo. Il 21 giugno del 1989 la mafia prova ad ucciderlo

con 56 candelotti di tritolo sugli scogli dell'Addaura, davanti alla villa dove è solito

trascorrere le vacanze estive. Passano meno di tre anni e Falcone lascia la Sicilia. Va a

dirigere la sezione affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia. In questo modo è convinto

di poter dare nuovo impulso alla lotta contro la mafia. Sono gli anni in cui mette a punto l'idea

della Procura Nazionale Antimafia, un organismo di raccordo nella lotta alla criminalità organizzata

su tutto il territorio nazionale. Un lavoro che non fa in tempo a completare. Viene ucciso il

23 maggio del 1992 durante un viaggio a Palermo. Con lui perdono la vita la moglie Francesca

Morvillo, anche lei magistrato, e tre dei sette agenti della scorta. Paolo Borsellino cresce alla

Magione, quartiere popolare di Palermo. Figlio di farmacisti, la sua vita gravita intorno a Piazza

della Calza, gli stessi luoghi frequentati da Giovanni Falcone. Scrive, per anni ho pensato

quanto fosse impalpabile in quel quartiere il confine che ci separava dalla mafia. Come tanti

altri ragazzi che abitano alla Magione avrei potuto imboccare la strada di contrabbandiere,

di uomo d'onore, anziché quella di magistrato. Queste parole di Borsellino mi sono rimaste sempre

impresse. Anch'io, nel mio piccolo, potevo fare la stessa cosa, imboccare la strada dei mafiosi,

come hanno fatto alcuni miei compagni di giochi, che sono stati uccisi o sono finiti in carcere.

Dopo aver fatto il pretore a Mazzara del Vallo e a Monreale, Borsellino arriva all'ufficio

istruzione del Tribunale di Palermo, dove, assieme a Giovanni Falcone, prepara il maxiprocesso. Tra

i due magistrati si consolidano un'amicizia e una collaborazione contro la mafia che nel 1992 li

porta alla morte, a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro. Dopo la strage di Capaci,

Borsellino è consapevole dei rischi ma continua la sua lotta. Racconta la moglie Agnese,

Paolo si aspettava di morire da un momento all'altro. Mi diceva, mi uccideranno, ma aggiungeva

anche, non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che

materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.

Viene ucciso mentre con la sua scorta va a trovare la madre in via D'Amelio. Un terribile boato,

una voragine infernale si presenta agli occhi del mondo, quel tragico 19 luglio del 1992.

Sono date, eventi, ma soprattutto uomini che non bisogna dimenticare, sono morti anche per noi.

Per garantirci una vita migliore.

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