O sole mio (Il significato della canzone)
Ciao e bentornati per un nuovo episodio della serie "Canzoni in italiano", la serie che vi permette di ampliare il vocabolario e anche di analizzare qualche aspetto della grammatica italiana con la musica, con le canzoni. Questo è un metodo sicuramente divertente e quindi anche molto efficace, perché quando ci divertiamo, impariamo più facilmente. Vi ricordo che, oltre che in forma video su YouTube, questa serie la trovate anche in forma di podcast sul mio sito ovviamente ITALIANGLOT.COM ma anche su Spotify, Apple podcasts, Google podcasts e così via. Prima però di spiegarvi il significato della canzone di oggi che è 'O sole mio, una delle canzoni più popolari e famose della musica italiana, voglio raccontarvi la sua storia. E prestate attenzione perché non solo è una storia interessante, ma anche perché quando vi parlo in italiano, quando vi racconto qualcosa in italiano, il vostro cervello assorbe automaticamente espressioni, vocaboli, anche strutture grammaticali, senza che ve ne accorgiate, senza fare alcuno sforzo. Questo è il cosiddetto metodo naturale, più in particolare la tecnica dello storytelling di cui vi ho parlato ormai tantissime volte. Cominciamo. 'O sole mio è una canzone in napoletano, ma non vi preoccupate, ve la tradurrò in italiano prima di spiegarvi il suo significato. Come si capisce dal titolo, la canzone parla del sole che è uno dei simboli della città di Napoli, perché, trovandosi in Sud Italia, dove il tempo è quasi sempre bello, il sole accompagna le giornate dei napoletani quasi tutto l'anno. Il sole dà loro energia ed è forse per questo che il popolo napoletano è spesso così vivace, esuberante, vitale. Vi sembrerà strano, ma il sole che ha ispirato gli autori di questa canzone non è il sole di Napoli, ma il sole di una città molto più lontana da Napoli e cioè Odessa, in Ucraina. Nell'aprile del 1898, il musicista Eduardo di Capua si trovava proprio in Ucraina in tournée insieme a suo padre Giacobbe, anche lui musicista. Un giorno, osservando il sole che sorgeva sul Mar Nero gli venne l'ispirazione. Si sedette al pianoforte e cominciò a comporre questa canzone. La musica doveva accompagnare un testo che il suo amico e poeta Giovanni Capurro aveva scritto e gli aveva dato. Nonostante questa bellissima combinazione di note, parole e immagini suggestive, 'O sole mio non fu apprezzata immediatamente. Eduardo di Capua e suo padre infatti, quando rientrarono a Napoli dal loro viaggio in Ucraina, iscrissero la canzone a un concorso canoro organizzato dalla rivista settimanale "La tavola rotonda" dell'editore Bideri in occasione dell'annuale festa di Piedigrotta, una delle feste più importanti della città di Napoli. Ebbene, 'O sole mio non vinse il concorso. Arrivò seconda, dopo un'altra canzone dal titolo "Napule bello", ormai sconosciuta. Nel frattempo, però, Eduardo di Capua e Giovanni Capurro avevano venduto i diritti della loro canzone proprio all'editore Ferdinando Bideri per la misera cifra di 25 lire. Questa non fu proprio una decisione felice per i due autori della canzone, perché 'O sole mio cominciò a diventare sempre più popolare e ad avere un grande successo. Avendo venduto i diritti d'autore, però, Eduardo di Capua e Giovanni Capurro non ricevettero mai nemmeno un centesimo per il loro capolavoro e morirono poveri. Pensate che 'O sole mio era diventata così popolare che nel corso delle Olimpiadi di Anversa del 1920 mentre sfilava la squadra italiana, il direttore d'orchestra avrebbe dovuto suonare la Marcia Reale, ma non trovava più lo spartito. Non sapeva dove l'aveva messo. Fece allora un cenno all'orchestra che cominciò immediatamente a suonare 'O sole mio, mentre il pubblico nello stadio applaudiva e cantava. Nel corso degli anni 'O sole mio è stata poi interpretata e registrata da famosissimi cantanti come Enrico Caruso, Luciano Pavarotti, Andrea Bocelli e perfino da Elvis Presley che nel 1960 incise una versione rock dal titolo It's now or never. Cominciamo con la prima strofa. […] La prima strofa è abbastanza semplice da comprendere. Descrive la gioia che i napoletani provano quando esce il sole, quando torna il sereno dopo una tempesta, dopo un temporale, dopo la pioggia. E allora la luce del sole dà loro energia e i napoletani diventano più allegri, hanno più voglia di vivere, di uscire come se fosse una festa. Pare una festa - dice Capurro. Sembra una festa. In effetti, soprattutto d'estate, i napoletani passano molto tempo all'aria aperta. Quando c'è il sole, escono a fare delle passeggiate, vanno al mare a prendere il sole. Sono sicuro che le scene a cui assisteva Capurro nel 1898 non sono poi così diverse dalle scene a cui assistiamo ancora oggi nel 2022. Il sole, come vi ho detto, è uno dei simboli della città di Napoli, insieme al mare, alla pizza e al mandolino, lo strumento musicale che accompagna tante canzoni tradizionali napoletane. Dal punto di vista linguistico, come avete notato, non ci sono poi grandissime differenze tra il napoletano e l'italiano. Abbiamo 'e che vuol dire "di": 'na jurnata 'e sole - una giornata di sole; e poi abbiamo l'articolo indeterminativo "una" che è spesso contratto in "na": na jurnata - una giornata, na festa - una festa, e così via. Passiamo al ritornello. Nella prima strofa l'autore parla del sole che sta nel cielo, quello che è uscito dopo la tempesta. Nel ritornello, invece, lui parla di un altro sole, un sole che potremmo dire è metaforico perché rappresenta il volto della sua ragazza, della donna che lui ama. Infatti lui dice: ma un altro sole, ancora più bello di quello che sta nel cielo, sta in fronte a te, cioè, sta sulla tua fronte. È il tuo volto. Il volto della sua ragazza, potremmo dire, è bello come il sole. È luminoso come il sole. E mentre il sole che sta nel cielo appartiene a tutti i napoletani, quest'altro sole, il volto della sua ragazza appartiene solo a lui. Ed è per questo che lui dice: 'o sole mio - il sole mio. Analizziamo il vocabolario. Abbiamo trovato n'atu che vuol dire "un altro". N'atu sole - un altro sole. Al femminile in napoletano si dice n'ata che vuol dire "un'altra". Ad esempio, n'ata vota - un'altra volta. Poi abbiamo trovato l'articolo determinativo maschile 'o che in italiano corrisponde a "il": 'o sol - il sole 'o mare - il mare, e così via. E poi abbiamo visto anche l'espressione oi ne' che vuol dire "oh ragazza mia" "Mia" ovviamente è sottinteso, ma oi ne' vuol dire "oh ragazza". Ne' è il diminutivo di nennè o nennella che vuol dire "bambina" o "ragazza" a seconda del contesto e viene dallo spagnolo "nena" o "niña". Voi sapete che gli spagnoli hanno conquistato e governato nell'allora Regno di Napoli per tantissimi secoli e quindi nel napoletano troviamo tantissimi spagnolismi, cioè parole che vengono dallo spagnolo come oi ne' che viene da nena, niña o come oi ni' che viene da niño e vuol dire "oh ragazzo". Vediamo la seconda strofa. In questa strofa continua la descrizione di quello che succede a Napoli quando esce il sole. E lui dice: lucene 'e llastre da fenesta toia, cioè, luccicano i vetri della tua finestra. I raggi del sole colpiscono la finestra della ragazza che lui ama e perciò i vetri luccicano, brillano. Luccicare vuol dire proprio avere una serie di riflessi, riflessi di luce a volte più intensi, volte meno intensi per cui si creano questi giochi di luce vivaci. Abbiamo anche trovato il termine "lastra" per indicare i vetri. In italiano abbiamo il termine lastra che indica un oggetto solido di ampie dimensioni, di solito rettangolare e abbastanza sottile. Abbiamo lastre di vetro, ma anche lastre di pietra, lastre di metallo e così via. In napoletano è invece molto comune utilizzare il termine "lastra" da solo per indicare proprio i vetri di una finestra. Un'altra scena tipica della Napoli del 1800 aveva come protagoniste le "lavannare", le lavandaie. Si trattava di un mestiere vero e proprio. E cioè alcune donne andavano in giro nel proprio quartiere, andavano di casa in casa, soprattutto presso le famiglie borghesi più benestanti e si offrivano di lavare i loro vestiti sporchi. Una volta ottenuto il bucato, andavano a lavarlo in un torrente o in una fontana pubblica. Per lo meno inizialmente. Poi si è affermata sempre di più l'abitudine di lavare i panni direttamente a casa del cliente. Questo lavoro richiedeva due giorni: il primo giorno si lavava il bucato e poi lo si lasciava in un catino tutta la notte con acqua, soda e cenere. Il secondo giorno si faceva la cosiddetta "culata", cioè si stendevano i panni e si lasciavano sgocciolare, colare da cui il termine "culata", finché non si asciugavano. Tornando alla canzone: na lavannara canta e se ne vanta, cioè una lavandaia canta e se ne vanta. Canta perché è allegra, è felice, visto che è uscito il sole. Il sole splende. E se ne vanta perché è orgogliosa del fatto che sappia cantare e allora si mette in mostra, fa sentire a tutti la sua voce. E mentre canta, pe' tramente, cioè "nel frattempo", fa anche altre cose: torce, cioè torce i panni, strizza i panni e li stende. "Stendere i panni" o "stendere il bucato" vuol dire proprio appendere vestiti, lenzuola e così via, su un filo con delle mollette per poi aspettare che si asciughino. Vediamo l'ultima strofa. La giornata sta finendo e arriva la notte, fa notte - questa è un'espressione che usiamo anche in italiano: sta facendo notte, cioè sta arrivando la notte; si sta facendo buio - arriva il buio. E quando arriva la notte e il sole "se ne scenne", il sole se ne scende, dal verbo "scendersene" che però in italiano non viene usato, per cui possiamo dire: quando il sole cala, quando il sole scende dietro l'orizzonte, quando il sole tramonta, allora all'autore della canzone viene una malinconia. Dice: mi viene una malinconia. "Mi viene" è un'espressione che utilizziamo quando vogliamo dire che cominciamo a provare una certa sensazione e spesso anche quando cominciamo ad avere un certo malessere fisico. Ad esempio: mi sta venendo fame. Mi è venuto un mal di testa! Mi viene sempre una malinconia quando il sole se ne va. E quando arriva la notte e il sole tramonta viene questa tristezza, questa malinconia all'autore della canzone perché la finestra della sua amata non brilla più, non luccica più. Ma lui resterebbe lì tutta la notte. Dice: "io restarria" sotto la tua finestra che è il condizionale presente del verbo "restare". "Io restarria" in italiano è "io resterei". Voglio concludere questo episodio oggi riprendendo i primi versi della canzone. Che bella cosa è 'na jurnata 'e sole, n'aria serena dopp' na tempesta! Che bella cosa è una giornata di sole, un'aria serena dopo una tempesta! Visto che la canzone è stata composta ad Odessa, in Ucraina, voglio considerare questi primi versi della canzone come un augurio per il popolo ucraino che in questo momento sta vivendo la sua "tempesta", una tempesta che sta distruggendo tutto, le bellezze del paese, le città, gli edifici, sta facendo tantissime vittime fra i civili e purtroppo anche tra tantissimi bambini. Sono più di mille dall'inizio della guerra. Ebbene, voglio appunto augurare al popolo ucraino ma a tutti i popoli che in questo momento stanno vivendo delle guerre a causa di persone spietate, violente senza coscienza, che presto torni il sole a brillare nelle loro città, nel loro paese e che torni il sereno, che possano avere un po' di serenità. Spero che abbiate trovato interessante il significato della canzone di oggi. Se è così, mettete un like a questo video e non dimenticate di iscrivervi al canale. E se volete fare tantissime esercizi di vocabolario, di comprensione e di grammatica, su 'O sole mio, proprio sul tema di questo video, ho preparato per voi un foglio di lavoro che potete scaricare da ITALIANGLOT.COM E se diventate membri di Italianglot, avrete l'accesso a tantissime risorse come questa: trascrizioni, esercizi, test e anche ai miei corsi online. Diventando membri di Italianglot aiuterete anche me a continuare il mio lavoro. Trovate tutte le informazioni su ITALIANGLOT.COM/MEMBERSHIP Grazie mille e a presto! Ciao.