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La coscienza di Zeno (Graded Reader), Capitolo 2. La morte … – Text to read

La coscienza di Zeno (Graded Reader), Capitolo 2. La morte di mio padre

初級2 イタリア語の lesson to practice reading

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Capitolo 2. La morte di mio padre

15.4.1890 ore 4.30. Muore mio padre. U.S. Le ultime due lettere non significano United States ma ultima sigaretta. Questa nota, scritta su un libro di filosofia, ricorda l'evento più importante della mia vita.

Mia madre era morta quando non avevo ancora 15 anni. Avevo scritto alcune poesie per lei e il dolore era diventato assai dolce. La morte di mio padre invece fu una vera tragedia. Avevo trent'anni e mi sentivo un uomo finito. Piangevo lui e piangevo me, perché ero rimasto solo e non avevo più un futuro. Come potevo fare senza di lui? Mentre mio padre era vivo non lo cercavo e lo vedevo poco. Non avevamo nulla in comune, noi due. La sua vita mi sembrava triste, e a lui sembrava triste la mia. Lui non si fidava di me, io non avevo stima di lui. Tutti e due eravamo anche incapaci negli affari. Molte persone pensavano che papà fosse un buon commerciante, ma io sapevo che l'azienda di famiglia era in realtà gestita da Olivi.

Papà fumava molto e beveva abbastanza: diceva che erano delle ottime medicine, soprattutto dopo la morte di sua moglie. Proteggeva sempre la sua tranquillità, leggeva solo libri sciocchi e noiosi e la vita di suo figlio lo faceva diventare inquieto. Di me odiava due cose: che ero molto distratto e che ridevo sempre delle cose più serie. Quando ho deciso di passare dagli studi all'università di Legge agli studi in Chimica

mi ha detto che ero pazzo. Mi divertivo molto a fargli degli scherzi e mi era venuta un'idea. Mi sono fatto fare un certificato da uno psichiatra per dimostrare la mia pazzia. Papà non credeva ai suoi occhi.

– Figlio, tu sei veramente, veramente pazzo!

Era un uomo debole di carattere. Il caro Olivi, amico di famiglia assai astuto che sapeva come ingannarlo, l'aveva convinto a fare testamento molto presto. Nel testamento infatti papà scriveva, seguendo il consiglio del suo astuto amico, che i nostri affari – e quindi l'azienda di famiglia – dovevano essere gestiti da Olivi. Il pensiero del testamento lo faceva stare molto male. Anche riflettere sulla morte lo rendeva triste. Ma certo, come poteva essere felice, un uomo così vecchio e solo?

Una sera, alla fine di marzo, sono arrivato a casa più tardi del solito. Un amico mi aveva fermato per la strada a parlare della nascita del Cristianesimo. Io, anche se non avevo nessun interesse per i suoi discorsi, non ero stato capace di lasciarlo e di tornare a casa. La mia solita debolezza!

Quando mi sono liberato dell'amico e sono arrivato a casa, Maria, la nostra cameriera, mi aspettava. Era assai preoccupata. Mi ha spiegato che mio padre mi stava aspettando da ore per cenare insieme, anche se era molto tardi. Mi ha detto anche che papà era inquieto e agitato. Sono corso in sala da pranzo, pensando di vederlo in fin di vita, e lui mi ha salutato con gioia. Mi aveva aspettato per la cena? E per quale motivo? Si stava forse ammalando?

Ci siamo seduti a tavola e papà continuava a sorridere, ma non mangiava. Aveva voglia di parlare ma io non avevo nessuna voglia di parlare con lui! Gli ho spiegato che avevo incontrato il mio amico e che avevamo parlato di religione. Lui era felice.

– Allora anche tu pensi alla religione!

– Per nulla! La religione per me è solo un fenomeno da studiare.

– Un fenomeno? Tu ridi anche della religione?

– Ma no, io studio, non rido!

Papà era molto deluso dalle mie parole. Voleva parlare di cose serie ma io, come al solito, ridevo. Infatti ha smesso di parlare, e non mangiava. Solo adesso capisco il perché, ma in quel momento non provavo nessun affetto per lui. Era stanco, tanto stanco, e non aveva voglia di litigare con me per colpa delle mie idee.

– So tante cose, figlio. E non sono capace di insegnartele. Oh, quanto vorrei farlo! Vedo dentro alle cose, vedo cosa è giusto e cosa è sbagliato.

– Va bene, va bene, papà.

– Peccato che sei arrivato così tardi a casa. Prima ero meno stanco e volevo dirti tante cose.

– Parlami!

– Ora è difficile. Non sto male ma sono così stanco… Vado subito a dormire.

Allora ha chiamato Maria, la cameriera, per sapere se la sua stanza era pronta. Si è alzato ed è andato verso la camera da letto, camminando un po' insicuro. Vederlo così insicuro sulle gambe mi ha fatto riflettere e provare un po' di affetto. Era così malato? O era davvero solo stanco?

– Domani parleremo a lungo e ti dirò tutto.

– Bene, papà. Ti ascolterò!

Non so spiegare perché non ho chiamato subito il dottore, quella sera. Devo dire la verità: vedevo che era debole e stanco, ma mi dava noia. Si sentiva così forte delle sue idee e del suo pensiero! Mi faceva ridere pensare che un uomo come lui, un debole, si sentisse così intelligente e sicuro di sé. Ma io ora so che questo suo modo di essere aveva un unico motivo, molto semplice: l'edema cerebrale.

Mi sono addormentato anch'io, con un sonno profondo. Maria mi ha svegliato tutta agitata e sono andato nella stanza di papà.

Era piccola, piena di mobili e poco luminosa. Maria stava aiutando mio padre a non cadere dal letto. Gli teneva la testa appoggiata sul petto e cercava di calmarlo. Il viso di papà era sudato e rosso, e dalla sua bocca usciva un lamento strano, come il verso di un leone. Non capiva nulla e non mi aveva visto entrare. Maria aveva sentito il suo lamento ed era corsa da lui.

– Papà, cosa succede? Ti senti male? Perché ti lamenti?

Era assai vicino alla morte e non sentiva le mie parole. Ero davvero spaventato e pieno di rimorso: perché non avevo ascoltato cosa voleva dirmi la sera prima? Che stupido ero stato! Mi sono messo a piangere come un bambino.

Per fortuna Maria ha pensato di chiamare il dottore. Io intanto ero rimasto da solo con papà per un tempo che mi sembrava lunghissimo. Volevo fargli capire che lo amavo tanto ma lui non sentiva e non capiva nulla. Pensavo che ora ero un uomo morto anche io: senza mio padre io non ero più nessuno. Questo pensiero mi faceva disperare ancora di più.

Mentre aspettavamo il dottore, papà respirava molto velocemente e in modo rumoroso. Stringeva i denti e si capiva che stava lottando contro il dolore. Io piangevo e piangevo. Riflettevo: in tutta la mia vita avevo cercato di essere migliore per lui, per farlo felice. Papà invece ora stava per morire e sapeva che suo figlio era un vero incapace. Non sarei mai riuscito a convincerlo che ero stato un figlio capace. Il mio pianto era davvero triste.

Il dottor Coprosich è arrivato all'alba, insieme a un infermiere. Erano venuti a piedi perché fuori dalla finestra c'era un tempo pessimo. Odiavo quel dottore. Era magro e nervoso, con la fronte larga e pochi capelli. I suoi occhi, quando toglieva gli occhiali, erano come quelli di una statua, sembravano ciechi. Mi ha chiesto informazioni sullo stato di mio padre e poi ci siamo avvicinati al suo letto.

Il dottore lo girava e lo toccava. Poi ha detto: – È un caso gravissimo! Dovete avere coraggio.

Ha iniziato a rimproverarmi. Ha detto che dovevamo chiamarlo molto prima, e io lo odiavo. Come poteva una persona così antipatica rimproverarmi? Ero pieno di rabbia. Ma come poteva un dottore dire cose simili al figlio di un uomo che muore?

– C'è speranza per mio padre?

– Nessuna speranza. Con le cure riuscirà a tornare cosciente, ma forse diventerà pazzo.

– Come? Perché dobbiamo farlo tornare cosciente per poi farlo morire? Che cosa cattiva!

– Calma. Suo padre non capirà mai in che stato si trova. Speriamo solo che non diventi pazzo. In ogni caso ho con me la camicia di forza.

La camicia di forza? Mi sembrava una cosa davvero cattiva non lasciar morire in pace chi era così vicino alla morte. Che violenza! In quel momento odiavo ancora di più il dottor Coprosich. Secondo lui ero un pessimo figlio. Mi sono messo a piangere.

Mio padre intanto dormiva sul lato destro. L'infermiere voleva provargli la camicia di forza, così lo hanno girato e io piangevo. Gli ho dato un bacio e ho pensato che era meglio se moriva subito. Il dottore aveva finito la sua visita. L'infermiere era rimasto a casa nostra. Io stavo in silenzio pensando a quanto odiavo quel dottore.

Questo sentimento era più forte del mio amore per papà. Lui dormiva sempre, così anch'io sono andato a riposare.

I giorni dopo sono stati tutti uguali. Papà stava meglio, si alzava dal letto e si sedeva nella poltrona. Io ero sempre pieno di rabbia verso il dottore, ma anche verso mio padre, come succede spesso a chi sta tanto tempo vicino a un malato. E poi ero pieno di rabbia verso me stesso, perché non sentivo dolore ma odio. Tutto questo odio mi aveva riempito il corpo.

Una sera Carlo, l'infermiere, mi ha chiamato per farmi vedere cosa succedeva. Papà era in piedi in mezzo alla stanza e diceva: – Apri! Voleva aprire la finestra, cercava aria fresca. Ma il dottore lo aveva vietato. Iniziava anche a dire qualche altra frase, ma non ascoltava la risposta. Ogni tanto diceva cose senza senso e aveva un sonno assai agitato. Il dottore però era soddisfatto delle sue cure.

L'ultima notte della sua vita stava seduto sul letto a guardare le stelle. Non avevo mai visto papà guardare il cielo così a lungo! Era immobile e respirava male. Ho provato a guardare fuori anche io, per capire cosa stava guardando. Forse le Pleiadi? Di colpo si è girato verso di me.

– Guarda, guarda! Hai visto? Hai visto?

Poi si è messo a letto stanchissimo. Non si ricordava nemmeno di aver parlato.

Quella notte è stata lunga e faticosa. Io e l'infermiere lasciavamo fare a papà quello che voleva: camminare, parlare senza senso, aprire la finestra. Avevamo capito che aveva bisogno di libertà. Poi era tornato a letto e io stavo seduto al suo fianco. Proprio a quel punto è successa una cosa terribile. Una cosa che non dimenticherò mai. Una cosa che mi ha tolto il coraggio, la forza, la gioia.

L'infermiere mi ha detto di tenere fermo papà a letto almeno per mezzora, come aveva ordinato il dottore. Subito papà si era spostato per alzarsi e io gli avevo fermato le braccia con forza. Non avevo mai usato la forza con lui!

Papà aveva aperto gli occhi per lo spavento, si era mezzo seduto di colpo e…

– Muoio!

Avevo lasciato le sue braccia, per liberarlo, e lui con grande fatica si era alzato in piedi. Quindi aveva alzato la mano in alto, molto in alto, e l'aveva fatta cadere proprio sul mio viso. Infine era caduto per terra e… morto!

Piangevo come un bambino. Non era colpa mia, era tutta colpa del dottore! Volevo dire a mio padre che non era colpa mia, ma lui era morto e non sentiva. Io piangevo disperato.

Quello schiaffo lo sento ancora sul mio viso. Mi resterà per sempre il dubbio: papà mi voleva fare del male e dirmi qualcosa o era solo il movimento di un corpo che sta per morire?

Con il tempo il ricordo di mio padre è cambiato. Ora lo ricordo dolce e buono. Nel mio ricordo ormai io sono il debole e lui è il forte.

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