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La coscienza di Zeno (Graded Reader), Capitolo 1. L'ultima sigaretta

Capitolo 1. L'ultima sigaretta

Il dottore mi ha consigliato di analizzare il mio amore per il fumo. Comincio questa analisi proprio con l'aiuto delle mie amate sigarette. Una di loro sta bruciando tra le mie dita, ora…

Ricordo ancora le prime sigarette che ho fumato, con mio fratello e il mio amico Giuseppe.

In estate, mio padre metteva il suo panciotto sulle sedie di casa. Nelle tasche del panciotto c'erano sempre delle monete: io le rubavo per comprare le sigarette. Le fumavo tutte velocemente, di nascosto, per dimenticare la mia cattiva azione. Fumavo anche, sempre di nascosto, i sigari che mio padre lasciava sui mobili di casa. Un giorno, però, mio padre si è spaventato: non trovava più il sigaro messo – pochi minuti prima – sull'armadio del salone. Mia madre lo guardava con curiosità.

‒ Cara, sono diventato matto!

‒ Strano… nessuno è entrato nel salone dopo pranzo, sono sicura!

Io ho fatto finta di dormire sul divano e mia madre mi ha sorriso di nascosto.

In quel periodo non sapevo se amavo o se odiavo il sapore delle sigarette. Poi, a causa di un forte mal di gola, il dottore mi ha proibito di fumare: solo in quel momento ‒ avevo venti anni ‒ ho capito il potere del fumo su di me! “Fumare mi fa male, non fumerò mai più!” ho pensato, preoccupato. “Prima, però, voglio fumare l'ultima sigaretta”. Così ho acceso una sigaretta e la preoccupazione è andata via. Poi ho fumato un'altra sigaretta e un'altra… e il mal di gola è diventato ancora più forte! Durante la malattia ho fumato, di nascosto, continuamente. Non c'è stata l'ultima sigaretta ma ci sono stati solo tanti: “Non fumerò mai più!”.

Ogni giorno scrivevo la data della mia “ultima sigaretta” sui libri, sulle pagine dei quaderni e anche sui muri. La scrivevo con la penna o con i colori e quando leggevo questi numeri ero felice. Da studente, ho dovuto pagare la pulizia dei muri della stanza dove dormivo, perché erano tutti sporchi di date! Le mie giornate, in quel periodo, erano piene di “ultime sigarette”. Ho trovato una data, scritta con molta cura, anche su un dizionario: “Oggi, 2 febbraio 1886, passo dagli studi di Legge a quelli di Chimica. Ultima sigaretta!”. Ogni ultima sigaretta ha, dentro di me, una grande importanza. Oggi mi chiedo: “Ho dato la colpa dei miei errori e della mia incapacità alle sigarette? Smettendo di fumare, potevo diventare un uomo perfetto?”. Forse il vizio del fumo mi ha dato una buona scusa per non diventare un grande uomo.

L'ultima sigaretta ha un gusto più intenso delle altre. Nell'ultima sigaretta sento il gusto della vittoria su me stesso e la speranza di essere forte e sano. Insomma, c'è molta filosofia in questo semplice intento!

Per liberarmi dal vizio del fumo sono andato anche da un dottore, che curava i problemi di nervi con l'elettricità.

Dopo più di settanta appuntamenti con l'elettricità – del tutto inutili – pregavo ancora il dottore di vietarmi di fumare. Era questo il mio sogno: qualcuno doveva dirmi che dovevo assolutamente smettere di fumare! Il dottore invece pensava solo a curare gli altri miei disturbi, per esempio il fatto che non dormivo o che avevo mal di pancia.

Gli dicevo che ero malato perché avevo una grande passione per le donne e mi innamoravo di continuo. Secondo lui questo era un segno di salute! Alla fine dei nostri incontri il dottore faceva un sospiro e con un'aria disperata diceva: – Nessuno è mai contento di ciò che è.

Per risolvere i miei problemi ho chiesto aiuto a un amico. Era un ricco signore, molto grasso e con una grande cultura. Lui, che cercava sempre di smettere di mangiare, forse poteva capire il mio intento di smettere di fumare. Il mio amico mi ha spiegato una cosa assai strana: ha detto che la vera malattia non era la sigaretta, ma il desiderio di smettere di fumare. Secondo lui dovevo dimenticarmi del mio vizio e non dargli importanza. Più ci pensavo e più mi ammalavo, quindi dovevo liberarmi dell'intento. Mi sembrava molto semplice. Per un po' di tempo non ho pensato alle sigarette e al fumo. Dopo qualche ora la mia bocca era pulita e fresca come quella di un neonato. Proprio allora mi è venuto un desiderio fortissimo di fumare. Ho fumato. E subito mi sono pentito perché anche stavolta non avevo mantenuto la promessa.

Un giorno, quando mio figlio aveva tre anni, mia moglie ha avuto una buona idea. Aveva pensato di rinchiudermi per qualche tempo in una casa di salute. Lei era assai divertita dal fatto che mi dovevo rinchiudere e io ero contento perché finalmente anche lei aveva capito che ero malato. Finalmente mia moglie prendeva sul serio la mia malattia!

Le ho detto che ero d'accordo con lei. Abbiamo scelto una casa di salute a Trieste, che era stata aperta dal dottor Muli. Abbiamo preferito un luogo nella nostra città invece della Svizzera, dove di solito vanno tutti a curarsi.

Io e mia moglie abbiamo messo un po' di vestiti in una valigia e la sera stessa siamo andati dal dottor Muli. Il dottore era un giovane bello e sorridente. Era molto elegante e aveva occhi neri, piccoli e vivaci. Ci ha aperto la porta della casa di salute e mi ha fatto alcune domande.

– Non capisco perché lei, signor Cosini, invece di smettere di fumare all'improvviso, non ha mai pensato di diminuire il numero delle sigarette che fuma. Fumare si può, l'importante è non fumare troppo!

In verità non avevo mai pensato di fumare di meno.

– Quando comincerà la cura, dovrà arrivare fino alla fine. Non vorrà mica usare la forza contro la povera Giovanna?

La signora Giovanna mi doveva sorvegliare mentre ero rinchiuso nella casa di salute. Era bassa e aveva forse quaranta forse sessant'anni. Doveva fermarmi se mi veniva voglia di uscire. La mia stanza aveva una porta, chiusa. Il dottore mi ha spiegato che nessuno, nemmeno Giovanna, aveva le chiavi di quella porta. Ero davvero rinchiuso!

– Io farò il mio dovere, – ha esclamato Giovanna. – Ma se quest'uomo mi farà del male per scappare, di certo non metterò in pericolo la mia vita!

– Non ho mai pensato di ucciderla, cara signora.

Giovanna era diventata tutta rossa ed era uscita dalla stanza un po' spaventata. Le parole di quella donna mi avevano dato fastidio: ma dove ero finito? Cosa voleva questa donna da me?

– Ora lasciatemi in pace con i miei libri!

– Devi essere forte, – mi ha detto mia moglie prima di lasciarmi solo. Non proprio solo: con me avevo le mie due ultime sigarette.

Ho spiegato al dottore che ne avevo portate con me solo due e che a mezzanotte precisa avrei smesso per sempre di fumare.

Quando mia moglie e il dottore sono usciti dalla stanza ho iniziato ad agitarmi. Ero geloso di quel giovane dottore! Lui le aveva guardato i piedi con desiderio. Mia moglie gli aveva sorriso. Tutti questi cattivi pensieri mi hanno portato a fumare subito la penultima sigaretta.

E appena spenta la penultima ho acceso anche l'ultima. Erano le ore ventitré: un'ora che non andava proprio bene per un'ultima sigaretta.

Ho aperto un libro ma non riuscivo a leggere nemmeno una parola. Ho chiamato Giovanna, che è arrivata molto sospettosa. Le ho detto con gentilezza di sedersi davanti a me e di parlarmi di lei. Ha cominciato a parlare della sua vita e dei suoi problemi economici. Mi ha raccontato che aveva lasciato le figlie all'Istituto dei Poveri. Mentre chiacchierava le ho chiesto una sigaretta – la volevo pagare – ma lei si è spaventata. Allora le ho chiesto se poteva portarmi qualcosa di alcolico. Giovanna mi ha messo in mano una bottiglia di cognac. Mi dovevo ubriacare, era la mia unica possibilità!

Io e Giovanna abbiamo iniziato a bere molto e lei era sempre meno sospettosa. Più bicchieri di cognac beveva e più diventava gentile e rilassata. In quel momento mi è venuta una grande idea: dovevo far ubriacare la mia sorvegliante!

La donna aveva cominciato a raccontare alcuni segreti della sua vita. Per esempio raccontava di quella volta che aveva tradito suo marito. Immediatamente mi è tornata la gelosia. Ho pensato a mia moglie e al dottor Muli. Immaginavo i due che stavano insieme, che si divertivano e ridevano di me. La rabbia mi faceva girare la testa. Ho mandato Giovanna a controllare se il dottore era nella sua stanza della casa di salute. Il dottor Muli non c'era! Non riuscivo a fermare la mia gelosia. Ho bevuto l'ultimo bicchiere di cognac e ho raccontato a Giovanna che ero così ubriaco che non mi interessava più nulla delle sigarette. Volevo restare da solo. La poverina mi ha creduto e mi ha lasciato solo. Anche lei aveva bisogno di riposare perché si sentiva mal di testa.

– Buonanotte, Giovanna. Domani, invece del cognac, sarà meglio bere un po' di buon vino!

Giovanna era uscita e aveva lasciato la porta aperta. Ho sentito un rumore: dalle scale di sopra era caduto un pacchetto nella mia stanza. Dentro c'erano undici sigarette ungheresi. Ero riuscito a farmi voler bene da Giovanna!

La prima sigaretta che ho acceso era buonissima, poi mi sono fumato tutte le altre ed erano cattivissime. Ma non dovevo pensare a quelle cattive sigarette: io dovevo scappare da quella casa di salute! Mi sono tolto le scarpe e ho camminato a passi leggeri sul pavimento. Sono passato davanti alla camera di Giovanna e ho sentito il respiro regolare di chi dorme. Potevo stare tranquillo. Sono andato avanti fino al secondo piano, poi mi sono messo le scarpe e sono sceso per le scale. Una signorina elegante mi ha fermato. Voleva sapere chi ero e dove stavo andando. Mi sono inventato che cercavo il dottor Muli e sono uscito di lì.

La notte era chiara e calda. Mi sono subito tolto il cappello per sentire la libertà anche sulla testa e ho guardato le stelle. Che bella notte, che bel cielo! “Domani smetterò di fumare,” ho promesso a me stesso. Nel frattempo ho comprato un pacchetto di sigarette buone, perché non potevo chiudere la mia storia di fumatore con quelle cattive sigarette ungheresi.

Ho iniziato a camminare e sono arrivato davanti al cancello di casa mia. Ho suonato il campanello più volte. Ero pieno di gelosia e di rabbia perché ero certo di trovare il dottor Muli insieme a mia moglie. Prima ho sentito la voce della cameriera, poi la dolce risata di mia moglie.

Mi sono sdraiato sul letto e mi sono addormentato velocemente. Ero davvero felice di essere scappato dalla casa di salute. Avevo tutto il tempo che volevo per curarmi lentamente. Non c'era nessuna fretta.

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