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Guida Galattica per gli Autostoppisti, Douglas Adams - Guid… – Text to read

Guida Galattica per gli Autostoppisti, Douglas Adams - Guida Galattica Per Gli Autostoppisti (04)

Intermedio 2 di italiano lesson to practice reading

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Douglas Adams - Guida Galattica Per Gli Autostoppisti (04)

5.

Il prostetnico vogon Jeltz non era piacevole a vedersi. Nemmeno per gli altri vogon. Il suo nasone a volta saliva alto sopra la piccola fronte da porcello. La sua pelle verde scuro, gommosa, era abbastanza spessa da permettergli di giocare bene al gioco della politica del Servizio Civile vogon, ed era abbastanza impermeabile da permettergli di sopravvivere tranquillamente, senza effetti collaterali, a una profondità sottomarina di trecento metri.

Non che lui andasse mai a nuotare, beninteso. Era sempre troppo occupato per farlo. Il suo aspetto era quello che era perché miliardi di anni prima, quando i vogon per la prima volta erano usciti strisciando dai pigri mari primordiali di Vogsfera ed erano approdati ansimanti alle rive vergini del pianeta, quando i primi raggi del giovane brillante Vogsole li aveva investiti col suo splendore, era successo che le forze dell'evoluzione avevano rinunciato a occuparsi di loro: si erano come tirate in disparte, disgustate, e li avevano esclusi dal loro elenco, considerandoli un orrido e increscioso errore. Così, i vogon non si erano più evoluti. Anzi, non sarebbero mai dovuti sopravvivere.

Il fatto che siano sopravvissuti è una specie di omaggio all'ottusa forza di volontà e ostinazione di queste creature. “Evoluzione?” si chiesero. “E chi ne ha bisogno?” E così fecero semplicemente a meno di quello che la natura aveva rifiutato loro, finché non arrivò il momento in cui furono in grado di correggere i più grossolani inconvenienti anatomici con la chirurgia.

Nel frattempo le forze della natura, sul pianeta Vogsfera, avevano fa tto dello straordinario per compensare quell'errore primigenio. Diedero origine a una specie di granchi dalla corazza scintillante tempestata di gemme, granchi che i vogon mangiavano dopo averli schiacciati con mazze di ferro, fecero crescere alberi sottilissimi dai magnifici colori, che i vogon abbattevano per accendere il fuoco con cui cuocere la carne di granchio, e infine crearono eleganti creature simili a gazzelle, dalla pelliccia morbidissima e dagli occhi di rugiada, che i vogon catturavano e cavalcavano. In realtà, non erano creature adatte al trasporto, perché le loro schiene si spezzavano appena i vogon ci si siedevano sopra, ma era bello lo stesso.

Così su Vogsfera passarono tristemente i millenni, finché i vogon a un tratto non scoprirono i principi del viaggio interstellare. Nel giro di pochi voganni, tutti i vogon emigrarono nel sistema di Megabrantis, il fulcro politico della Galassia, e adesso erano la spina dorsale immensamente potente del Servizio Civile Galattico. Hanno cercato di istruirsi, di acquisire stile e savoir-faire, ma sotto molti aspetti sono ben poco diversi dai loro antichi progenitori. Ogni anno importano ventisettemila granchi scintillanti dal loro pianeta d'origine, e si divertono a passare notti d'ubriachezza facendoli a pezzi con mazze ferrate.

Il prostetnico vogon Jeltz era un vogon abbastanza tipico in quanto era assolutamente disgustoso. Inoltre, non gli piacevano gli autostoppisti.

Da qualche parte, in una piccola cabina buia sepolta nei meandri della nave ammiraglia del prostetnico Jeltz, qualcuno accese un fiammifero. Questo qualcuno non era un vogon, ma sapeva tutto dei vogon, ragion per cui si sentiva molto nervoso. Questo qualcuno era Ford Prefect. 1Ford Prefect si guardò intorno nella cabina, ma riuscì a vedere molto poco: alla tremolante luce della fiammella, le ombre apparivano strane e mostruose, comunque tutto era tranquillo. Ford sussurrò un silenzioso grazie al dentrassi. I dentrassi sono un'indisciplinata tribù di buongustai, gente tutta matta ma simpatica: i vogon li avevano di recente assunti sulle loro flotte di lungo raggio, affidando loro il compito dell'approvvigionamento dei viveri, a patto che si tenessero in disparte.

La cosa andava del tutto a genio ai dentrassi, i quali amavano il denaro dei vogon (la loro è una delle monete più forti della Galassia), ma detestavano i vogon come persone. Gli unici vogon che potevano sopportare erano quelli a cui avevano fatto un dispetto.

Era grazie a questa fondamentale nozione che Ford Prefect aveva evitato di trasformarsi in una nube di idrogeno, ozono e ossido di carbonio.

Sentì un lieve gemito. Alla luce del fiammifero vide un'ombra muoversi sul pavimento. Spense subito il fiammifero, si frugò in tasca e ne tirò fuori un oggetto. Lo agitò nell'aria e lo aprì. Si accucciò sul pavimento. L'ombra si mosse di nuovo.

Ford Prefect disse: «Ho comprato delle noccioline».

Arthur Dent si mosse, si lamentò ancora, e balbettò qualcosa di incomprensibile.

«Su, prendine un po'» lo invitò Ford, riprendendo ad agitare nell'aria il pacchetto. «Se non ti è mai capitato prima d'ora di trovarti in mezzo a un raggio-trasmettitore di m ateria, probabilmente adesso ti mancheranno un po' di sali e di proteine. La birra che hai bevuto dovrebbe però aver fatto abbastanza da cuscinetto.»

«Whhhrrr...» fece Arthur Dent, e aprì gli occhi. «È buio.»

«Sì,» confermò Ford Prefect «è buio.»

«Niente luce» disse Arthur Dent. «Buio, niente luce!»

Una delle cose che Ford Prefect aveva sempre trovato difficile comprendere a proposito degli umani era il loro vizio di affermare e ripetere cose assolutamente ovvie, come risultava evidente da frasi quali “Che bella giornata!” o “Come sei alto!” oppure “Oddio, sembra che tu sia appena caduto in un pozzo profondo nove metri: ti sei fatto male?”. In un primo tempo Ford si era fatto una sua teoria per spiegare questo strano comportamento. Aveva pensato che le bocche degli esseri umani dovessero continuamente esercitarsi a parlare per evitare di rimanere inceppate. Dopo avere osservato e riflettuto alcuni mesi, Ford aveva abbandonato questa teoria per un'altra. Aveva pensato che se gli esseri umani non si esercitavano in continuazione ad aprire e chiudere la bocca, correvano il rischio di cominciare a far lavorare il cervello. Dopo un po' aveva abbandonato anche questa teoria, considerandola eccessivamente cinica, e aveva deciso che in fondo gli esseri umani gli piacevano molto, anche se non poteva mai fare a meno di preoccuparsi e disperarsi davanti alla terribile quantità di lacune nella loro conoscenza.

«Sì,» disse Ford, assecondando Arthur «niente luce.» Offrì all'amico un po' di noccioline e gli chiese: «Come ti senti?».

«Come se una parata militare mi stesse marciando addosso» disse Arthur. Ford lo fissò alla cieca, nel buio.

«Se ti chiedessi dove diavolo siamo,» disse Arthur con voce fioca «potrei poi pentirmene?» Ford si alzò. «Siamo in salvo» affermò.

«Oh, bene!» fece Arthur.

«Siamo in una piccola cabina di servizio,» disse Ford «in una delle astronavi della Flotta Costruzioni Vogon.»

«Ah!» sbottò Arthur. «Questo è un modo di usare l'espressione “in salvo” che ancora non conoscevo.»

Ford accese un altro fiammifero per cercare l'interruttore della luce. Di nuovo apparvero strane ombre mostruose. Arthur si alzò in piedi barcollando e si guardò intorno timoroso. Orribili forme aliene sembravano accalcarsi intorno a lui: l'aria era greve di odori ignoti e sgradevoli che gli entravano nei polmoni, e un ronzio irritante in sottofondo gli impediva di concentrarsi.

«Come siamo finiti qui?» chiese, rabbrividendo.

«Abbiamo fatto l'autostop e ci hanno dato un passaggio» rispose Ford.

«Cosa?» fece Arthur. «Non vorrai mica dirmi che abbiamo alzato il pollice e un mostro verde dagli occhi d'insetto è sbucato fuori a dirci: “Ehi, amici, saltate a bordo, vi do uno strappo fino alla prossima rotatoria!”.»

«Be',» disse Ford «il Pollice è un congegno elettronico che manda segnali Sub-Eta, e la rotatoria più vicina è sulla Stella di Barnard, a sei anni luce da qui, ma a parte questo, sì, praticamente le cose sono andate così.»

«E il mostro dagli occhi d'insetto?»

«È verde, sì.»

«Bene» disse Arthur. «Io quando posso tornare a casa?»

«Non puoi» replicò Ford Prefect, e trovò finalmente l'interruttore della luce. «Riparati gli occhi»

disse, e accese.

Perfino Ford, guardando la cabina, si meravigliò.

«Buon Dio!» esclamò Arthur. «Ma è proprio l'interno di un disco volante?»

Il prostetnico vogon Jeltz issò il suo disgustoso corpaccio verde sul sedile del ponte di comando. Sentiva sempre una vaga irritazione dopo avere demolito dei pianeti abitati. Sperava che arrivasse qualcuno a dirgli che era sbagliato, così da poter sfogare i suoi nervi su di lui. Si lasciò cadere pesantemente sul sedile, confidando che si rompesse dandogli un motivo vero per essere arrabbiato. Ma il sedile emise solo un lamentoso scricchiolio.

«Sparisci!» urlò Jeltz alla giovane guardia vogon che era comparsa sul ponte. La guardia obbedì subito, e si sentì molto sollevata. Era contenta che toccasse a qualcun altro riferire l'ultima notizia. Si trattava di comunicato ufficiale in cui si annunciava che, proprio in quel momento, alla base di ricerca scientifica di Damogran si stava presentando un nuovo, meraviglioso tipo di motore per le astronavi, motore che avrebbe d'ora in poi reso perfettamente inutili tutte le autostrade iperspaziali.

Si aprì un'altra porta, ma stavolta il Comandante vogon non urlò, perché la porta era quella della cabina di servizio, dove i dentrassi preparavano da mangiare. Un buon pasto era quello che ci voleva.

Un'enorme creatura pelosa entrò con il vassoio del pranzo. Aveva un ghigno folle dipinto sul viso.

Il prostetnico vogon Jeltz ne fu deliziato. Sapeva che quando un dentrassi ghignava di autocompiacimento era il segno che sull'astronave stava succedendo qualcosa in grado di far infuriare un vogon.

Ford e Arthur si guardarono intorno.

«Be', cosa ne pensi?» domandò Ford.

«È un po' squallido, no?»

Ford aggrottò la fronte guardando i materassi sporchi, le tazze non lavate e i vari pezzi non riconoscibili di biancheria intima aliena (puzzolente) che giacevano sparsi nella minuscola cabina.

«Be', questa non è una nave da crociera, sai» disse Ford. «Qui siamo negli alloggi dei dentrassi.»

«Credevo avessi detto che si chiamano vogon, o qualcosa del genere.»

«Sì,» precisò Ford «i vogon governano la nave, ma i dentrassi, che sono i cuochi di bordo, sono quelli che ci hanno fatto salire.»

«Sono confuso» commentò Arthur.

«Su, da' un'occhiata a questo» disse Ford. Si sedette su un materasso e frugò nella propria borsa. Arthur saggiò nervosamente il materasso con le mani, poi vi si sedette sopra anche lui: in realtà, non aveva alcuna ragione di essere nervoso, perché tutti i materassi cresciuti nelle paludi di Sconchiglioso Zeta vengono uccisi ed essiccati prima di essere usati. Sono davvero pochissimi quelli che sono tornati in vita.

Ford porse un libro ad Arthur.

«Cos'è?» chiese Arthur.

«La Guida galattica per gli autostoppisti. È una specie di libro elettronico. Ti dice tutto quello che hai bisogno di sapere di qualsiasi cosa. È fatto apposta.»

Arthur se lo rigirò nervosamente tra le mani.

«Mi piace la copertina» dichiarò. «NIENTE PANICO. È la prima cosa utile, o almeno intelligibile, che mi sia stata detta da stamattina.»

«Ti mostro come funziona» disse Ford. Prese il libro dalle mani di Arthur, che lo teneva come un uccellino morto da due settimane, e lo tirò fuori dalla copertina.

«Vedi, devi premere questo pulsante qui, lo schermo si illumina e compare l'indice.» Lo schermo, tre pollici per quattro, si illuminò e apparvero le lettere.

«Vuoi sapere qualcosa sui vogon? Basta scrivere il nome, così.» Ford batté alcuni tasti. «Ecco qua.»

Sullo schermo apparvero in caratteri verdi le parole FLOTTA COSTRUZIONI VOGON.

Ford premette un grosso pulsante rosso sotto lo schermo, e cominciarono a scorrere le parole. Nello stesso tempo, il libro prese a recitare la definizione che man mano appariva sullo schermo con voce pacata e mite:

Flotta Costruzioni Vogon. Cosa dovete fare per chiedere un passaggio a un vogon? Niente: lasciate perdere. I vogon sono una delle razze più sgradevoli della Galassia: non sono proprio cattivi, ma insensibili burocrati zelanti con un pessimo carattere sì. Non alzerebbero un dito nemmeno per salvare la loro nonna dalla Vorace Bestia Bugblatta di Traal, senza un ordine in triplice copia spedito, ricevuto, verificato, smarrito, ritrovato, soggetto a inchiesta ufficiale, smarrito di nuovo, e alla fine sepolto nella torba per tre mesi e riciclato come cubetti accendifuoco.

Il modo migliore per farsi offrire un drink da un vogon è ficcargli un dito in gola, e il modo migliore per irritarlo è dare sua nonna in pasto alla Vorace Bestia Bugblatta di Traal.

Non permettete a un vogon, per nessuna ragione al mondo, di leggervi le sue poesie.

Arthur strabuzzò gli occhi.

«Che strano libro!» esclamò. «Allora come siamo riusciti ad avere un passaggio?»

«È questo il punto» disse Ford. «Il libro non è aggiornato.» Rinfilò la Guida nella copertina. «Io sto appunto facendo ricerche sul campo per la Nuova Edizione Riveduta e Aggiornata. Fra l'altro devo includere anche qualche notizia a proposito della nuova abitudine dei vogon di assumere cuochi dentrassi. Il che ci ha praticamente salvato.»

Arthur, con aria afflitta, chiese: «Ma chi sono questi dentrassi?».

«Tipi in gamba» disse Ford. «Sono i migliori cuochi e i migliori barman che esistano, fanno il loro lavoro e non rompono le scatole a nessuno. E prendono sempre a bordo gli autostoppisti, in parte perché amano la compagnia, ma soprattutto perché sanno di fare così un dispetto ai vogon. Ora, questa è un'informazione fondamentale per un povero autostoppista che voglia vedere le Meraviglie dell'Universo spendendo meno di trenta dollari altairiani al giorno. Ed è compito mio scriverlo. Divertente, non trovi?»

Arthur aveva un'aria sperduta.

«Sorprendente» commentò, e corrugò la fronte, fissando uno dei materassi sparsi sul pavimento.

«Purtroppo sono rimasto bloccato sulla Terra per molto più tempo di quanto intendessi» disse Ford. «Dovevo starci una settimana, e invece sono rimasto lì quindici anni.»

«Ma come ci sei arrivato?»

«Oh, semplice, ho chiesto un passaggio a un copy.»

«Un copy?»

«Sì.»

«Ma, cos'è un...»

«Un copy? I copy sono ragazzi ricchi che non hanno niente da fare. Vanno in giro a cercare pianeti che non abbiano ancora avuto contatti interstellari, e li debrieffano.»

«Debrieffano?» Ad Arthur ormai pareva che Ford si divertisse a rendergli la vita difficile.

«Sì» disse Ford. «Li debrieffano. Trovano un posto isolato frequentato da pochissima gente, atterrano accanto a qualche anima semplice cui nessuno sarà mai disposto a prestar fede, e poi cominciano a pavoneggiarsi davanti alla poveretta. Sono molto infantili.» Ford si sdraiò sul

materasso e portò le mani dietro la testa: appariva estremamente soddisfatto di sé.

«Ford» disse Arthur «non so se possa sembrarti una domanda sciocca, ma cosa ci faccio io qui?»

«Ma come?» fece Ford. «Ti ho tratto in salvo dalla Terra!»

«E alla Terra cos'è successo?»

«Be', la Terra è stata demolita.»

«Ah, sì» disse Arthur.

«Sì. Si è dissolta nello spazio.»

«Sai,» insistette Arthur «la cosa mi sconvolge un pochino.»

Ford aggrottò la fronte, come riflettendo sulla considerazione appena fatta da Arthur.

«Sì, lo posso capire» disse alla fine.

«Lo puoi capire!» urlò Arthur. «Tu lo puoi capire!» Ford scattò in piedi.

«Continua a guardare il libro!» sibilò.

«Cosa?»

«NIENTE PANICO!»

«Non sono nel panico!»

«Sì, invece!»

«E va bene, sto andando nel panico! Cos'altro dovrei fare?»

«Venire in giro con me per la Galassia e divertirti. Ci si diverte, sai, nella Galassia. Adesso bisogna che ti metta questo pesce nell'orecchio.»

«Come hai detto, scusa?» domandò Arthur, più gentilmente che poté.

Ford aveva in mano un vasetto di vetro nel quale si dimenava un pesciolino giallo. Arthur lo guardò, e sbatté le palpebre. Ci fosse stato almeno qualcosa di semplice e familiare a cui aggrapparsi, lì intorno! Si sarebbe sentito molto più al sicuro se insieme alla biancheria intima dei dentrassi, alle pile di materassi skifgusciosi, all'uomo di Betelgeuse che gli offriva un pesciolino da infilare nell'orecchio, ci fosse stato solo una scatola di cornflakes. Ma non c'era, e questo non lo faceva sentire affatto “in salvo”.

A un tratto ci fu un rumore violento di cui Arthur non riuscì a capire la provenienza. Arthur rimase in apnea per il terrore: il rumore faceva pensare a un uomo che cercasse di fare gargarismi mentre tentava di respingere un branco di lupi.

«Zitto!» ordinò Ford. «Ascolta, forse è importante!»

«Im... importante?»

«Non senti? È il Comandante vogon che sta facendo un annuncio all'altoparlante.»

«Vuoi dire che questa è la lingua vogon?

«Zitto, ascolta!»

«Ma non conosco il vogon!»

«Non hai bisogno di conoscerlo. Basta che ti metta il pesce nell'orecchio.»

Con movimento fulmineo, Ford sbatté una mano sull'orecchio di Arthur: Arthur provò il tipico senso di nausea di quando ti infilano un pesce nel condotto uditivo. Ancora una volta rimase in apnea per il terrore, e raspò con la mano intorno all'orecchio per qualche secondo, per poi ritrovarsi lentamente a spalancare gli occhi per lo stupore. Sperimentò l'equivalente uditivo del

guardare l'immagine di due profili umani colorati di nero, e scoprire a un tratto che costituiscono l'immagine di un candeliere bianco. O del guardare vari punti colorati su un pezzo di carta e scoprire di colpo che formano il numero sei (e che il nostro ottico si prepara a farci sborsare un mucchio di quattrini per l'acquisto di un nuovo paio d'occhiali).

Arthur sentiva ancora i gargarismi-ululati, di questo era certo, solo che, in un modo o nell'altro, questi avevano assunto le caratteristiche della sua lingua.

E udì le seguenti parole...

1. Il vero nome di Ford Prefect può essere pronunciato solo in un oscuro dialetto di Betelgeuse, estinto in pratica dall'epoca del Grande Disastro dello Schianto Hrung dell'Anno/Sid./Gal. 03758, che cancellò tutte le vecchie comunità prassibeteliche di Betelgeuse Sette. Il padre di Ford fu l'unico uomo in tutto il pianeta a sopravvivere al Grande Disastro dello Schianto Hrung: una coincidenza straordinaria, che lui non fu mai in grado di giustificare. L'intero episodio è avvolto nel più fitto mistero: in realtà, nessuno è mai riuscito a sapere cosa fossero gli Hrung, né perché avessero scelto di andare a schiantarsi su Betelgeuse Sette in particolare. Il padre di Ford, allontanando da sé con magnanimità il velo di sospetti che inevitabilmente gli si era creato intorno, andò a stabilirsi su Betelgeuse Cinque, dove fu sia padre, sia zio di Ford: in ricordo della sua antica e ormai estinta razza battezzò il bambino nell'antica lingua prassibetelica. Poiché Ford non imparò mai a pronunciare il suo nome vero, suo padre alla fine morì di vergogna (quest'ultima è ancora una malattia mortale, in certe parti della Galassia). I compagni di scuola di Ford lo soprannominarono Ix, che nella lingua di Betelgeuse Cinque significa “ragazzo che non è capace di spiegare in modo soddisfacente cosa siano gli Hrung, né perché gli Hrung debbano scegliere di andare a schiantarsi su Betelgeuse Sette”.

6 «Ululato ululato gargarismo ululato gargarismo ululato ululato ululato gargarismo ululato gargarismo ululato ululato gargarismo gargarismo ululato gargarismo gargarismo gargarismo ululato slurrp uuuurgh debbano essere felici. Ripeto il messaggio. È il vostro Comandante che vi parla, quindi interrompete qualunque cosa stiate facendo e mettetevi in ascolto. In primo luogo, vedo dagli strumenti di bordo che sull'astronave ci sono due autostoppisti. Dovunque siate, autostoppisti, salve. Desidero solo mettere subito in chiaro una cosa: che non siete affatto i benvenuti. Ho lavorato sodo per arrivare a essere quello che sono, e non sono diventato Comandante d i una nave costruzioni vogon per vederla trasformata in taxi al servizio di un mucchio di scrocconi degenerati. Ho già spedito una squadra a cercarvi: appena vi troveranno, vi farò buttare fuori dall'astronave. Forse, se vi capiterà questa enorme fortuna, avrete l'onore di ascoltare prima alcune mie poesie.

«In secondo luogo, stiamo per balzare nell'iperspazio in vista del viaggio fino alla Stella di Barnard. Al nostro arrivo resteremo in porto per riparazioni che verranno eseguite in circa settantadue ore: durante questo lasso di tempo nessuno dovrà lasciare la nave. Ripeto, le libere uscite sul pianeta sono state cancellate. Io ho appena chiuso una storia d'amore e dunque non vedo perché gli altri debbano essere felici. Fine del messaggio.»

Il rumore cessò.

Arthur si accorse con imbarazzo di essere raggomitolato sul materasso in posizione fetale con le braccia intorno alla testa. Abbozzò un sorriso.

«Che uomo affascinante!» disse. «Vorrei avere una figlia per poterle proibire di sposare un vogon...»

«Non ti troveresti mai in questa situazione» osservò Ford. «I vogon hanno un sex appeal pari a quello di un incidente stradale. No, non muoverti» aggiunse Ford, vedendo che Arthur stava per stendere gli arti. «Sarà meglio che ti prepari al salto nell'iperspazio. La sensazione che si prova è spiacevole quanto essere ubriachi.»

«Cosa c'è di così spiacevole nell'essere ubriachi?»

«Chiedilo a un bicchier d'acqua.» Arthur ci pensò su.

«Ford» disse.

«Sì?»

«Cosa ci fa quel pesce nel mio orecchio?»

«Fa l'interprete. È un Babelfish. Se vuoi, puoi consultare il libro.»

Gli gettò la Guida galattica per gli autostoppisti e si raggomitolò in posizione fetale, preparandosi al salto.

In quel momento, il cervello di Arthur raschiò il fondo del barile dei suoi neuroni. Gli occhi gli si rovesciarono. I piedi gli uscirono dalla testa.

La stanza intorno si appiattì, si mise a girare vorticosamente, scomparve, e lui si ritrovò quasi infilato nel suo stesso ombelico.

Stavano passando attraverso l'iperspazio.

Disse la Guida galattica con la sua voce pacata:

Il Babelfish è piccolo, giallo, ricorda una sanguisuga ed è forse la cosa più strana dell'Universo. Si nutre dell'energia delle onde cerebrali: non di quelle dell'individuo che lo ospita, ma di quelle delle persone che gli si trovano intorno. Assorbe frequenze inconsce e le utilizza per alimentarsi. Il Babelfish, defecando nella mente del suo portatore, espelle una matrice telepatica formata dalla combinazione delle frequenze del pensiero conscio e dei segnali nervosi raccolti dai centri

del linguaggio del cervello che le ha fornite. Il risultato pratico di tutto questo è che se vi ficcate un Babelfish in un orecchio, capirete immediatamente qualsiasi cosa vi si dica in qualsivoglia lingua. La struttura del linguaggio che ascoltate viene decifrata attraverso la matrice dell'onda cerebrale che è stata immessa nella vostra mente dal Babelfish.

Ora, è così bizzarramente improbabile che una cosa straordinariamente utile come il Babelfish si sia evoluta per puro caso, che alcuni pensatori sono arrivati a vedere in ciò la prova finale e lampante della non-esistenza di Dio.

Le loro argomentazioni seguono pressappoco questa logica: “Mi rifiuto di dimostrare che esisto” dice Dio “perché la dimostrazione è una negazione della fede, e senza la fede io non sono niente”.

“Ma” dice l'Uomo “il Babelfish è una chiara dimostrazione della Tua esistenza, no? Non avrebbe mai potuto evolversi per puro caso. Esso dimostra che Tu esisti, e dunque, grazie a questa dimostrazione, Tu, per via di quanto Tu stesso asserisci a proposito delle dimostrazioni, non esisti. Quod Erat Demonstrandum.”

“Povero me!” dice Dio. “Non ci avevo pensato!” e svanisce in una nuvola di fumo teologico.

“Oh, com'è stato facile!” dice l'Uomo, e, per fare il bis, passa a dimostrare che il nero è bianco, per poi finire ucciso sul primo attraversamento pedonale che successivamente incontra.

La maggior parte dei teologi più stimati afferma che tali argomentazioni sono questioni di lana suina, ma questo non ha impedito a Oolon Colluphid di farsi una piccola fortuna usandole come tema del suo best seller Cucù! Be', dov'è andato a finire Dio?

Nel frattempo il povero Babelfish, avendo eliminato le barriere che impedivano alle varie razze e civiltà di comunicare tra loro, ha provocato più guerre e sangue di qualsiasi altro evento nella storia dell'evoluzione.

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