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The Polyglot Dream, Viaggio in Russia - Parte 1 – Text to read

The Polyglot Dream, Viaggio in Russia - Parte 1

Avanzato 1 di italiano lesson to practice reading

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Viaggio in Russia - Parte 1

VIAGGIO IN RUSSIA – PARTE 1 La mattinata del 6 febbraio era cominciata con una bella giornata di sole, ed ero di buon umore.

Dopo aver lavorato sul mio libro e fatto una corsa nel parco, ero pronto ad affrontare le 3 ore serali di lezione che mi aspettavano. Aprendo la mail, ho trovato un messaggio. “Ti invitiamo in Russia!” – recitava il titolo con una certa enfasi. Era un invito formale ad andare a Mosca per prendere parte ad una conferenza sulle lingue, organizzata per la prima volta in questo paese. Mi è da subito sembrata una proposta interessante, e mi ha soprattutto colpito l'entusiasmo di Dina, una delle organizzatrici dell'evento.

Le ho risposto rapidamente, e ho coinvolto anche Richard , il mio caro amico Poliglotta che ho conosciuto 5 anni fa grazie a YouTube. Insieme abbiamo deciso di partire alla volta della Russia. Era la prima volta che varcavo i confini dell'Europa, e l'accesso ad un paese extra-europeo è un po' più difficoltoso rispetto ad un semplice viaggio all'interno della UE. Dopo qualche pratica burocratica da sbrigare – quale comprare il visto – eravamo pronti per scoprire un nuovo mondo, e partecipare ad una nuova avventura. Il giorno della partenza sarebbe arrivato molto rapidamente.

Ero eccitato e un po' preoccupato, visto che l'accurata preparazione dei due discorsi che avrei tenuto il giorno della conferenza (31 marzo) e del masterclass il giorno successivo (della durata di ben quattro ore) si aggiungevano alla stesura del mio libro, alle lezioni su Skype, e ad una miriade di altri impegni che mi tenevano la testa costantemente occupata. 28 marzo Il giorno della partenza mi sono alzato con quella strana eccitazione che mi prende ogni volta che sto per affrontare un viaggio.

Alle sei del mattino mi sono diretto alla stazione sotto una leggera pioggia, ma il tempo era l'ultimo dei miei pensieri. Sull'aereo pensavo a come sarebbe stato questo paese. Cercavo – come faccio sempre – di immaginarmi le persone, le strade, gli edifici, il cielo – mettendoli in relazione con quello che avevo letto e visto su questo paese. Ma la realtà è sempre diversa da come ce la immaginiamo. E talvolta è ancora meglio. Era l'inizio di un'esperienza indimenticabile! Arrivato all'aeroporto di Mosca, e superato il controllo passaporti con una certa disinvoltura, trovo ad aspettarmi Dina, che mi accoglie con un sorriso raggiante e mi abbraccia calorosamente.

Mi giro e scorgo suo marito Sergej, un ragazzo sulla trentina con l'aria bonaria ed il sorriso accattivante. “Лука как дела?” – “Luca come stai?”, mi dice subito in russo. Non parla quasi per niente inglese, e la conversazione sarebbe stata solo ed esclusivamente in russo. Sono particolarmente entusiasta di scoprire un nuovo mondo, e mi getto con una passione quasi ingenua nel discorso. Ci dirigiamo subito sul treno che ci avrebbe portato ad una delle stazioni di Mosca. La cosa che mi ha colpito subito è la ripidia e lunghissima scala mobile che ci avrebbe portato nelle viscere di Mosca e l'enorme quantità di gente che si dirigeva con passo affrettato in ogni direzione.

Mi sentivo un po' a disagio con il mio enorme borsone, un ostacolo quasi ingombrante per i frettolosi moscoviti. “Это час пик Лука” – “Questa è l'ora di punta, Luca”, mi lancia Sergej. Nonostante il fatto che la metro di Mosca funzioni con un'efficienza invidiabile (soprattutto se confrontata con la nostra metro di Roma), ogni vagone ed ogni corsa è affollata, siamo stipati all'inverosimile, ma dopo due stazioni riusciamo a guadagnarci un angolino in cui continuare la nostra conversazione. Usciti dalla metro, avverto per la prima volta il freddo russo. Un freddo secco, con il cielo terso e la neve ovunque. Raccolgo due grossi pezzi di neve e mi faccio fotografare così, con il tramonto, il vento gelido che mi sferza la faccia ed un sorriso da bambino che mi illumina il viso. Solo ora mi rendo veramente conto di essere in un altro mondo. Arriviamo finalmente alla macchina che Sergej e Dina avevano parcheggiato non distante dalla metro.

Ci dirigiamo alla volta di Serpokov, nella campagna russa, a un centinaio di chilometri da Mosca. La conversazione in macchina è coinvolgente, parliamo di Unione Sovietica. Sergej mi racconta di come per un anno intero dopo la caduta dell'Unione Sovietica non si riusciva neanche a trovare il pane. “Ma dopo un anno le cose hanno cominciato a migliorare”, ha dichiarato. Dopo un'ora circa arriviamo nella loro casa in campagna.

Faccio la conoscenza del padre e della madre di Sergej, nonché della loro figlia Ksiusha, una bellissima bambina di cinque anni. “Все это просто моя мечта” – “Tutto questo è il mio sogno”, dichiaro con un sorriso a trentadue denti. È una casa stupenda, tutta fatta di legno, su due piani, e tutto intorno si estende un grande giardino, completamente ricoperto di neve. Sono tutti calorosi, e dopo aver sistemato armi e bagagli in una stanza al piano di sopra, ci apprestiamo a mangiare. Mi servono tipico cibo russo: “пельмени” (Pelmenj), una sorta di ravioli infarciti con carne, insalata, pomodori fatti in casa (con un gusto molto diverso da quelli che sono abituato a mangiare), il tutto annaffiato da “Самогон” (Samogon), una vodka distillata fatta in casa. Il calore della famiglia, la casa in legno, la campagna russa e soprattutto il Samogon mi rendono ancora più elettrizzato. Dopo la cena usciamo a giocare un po' in giardino con Ksiusha.

Sergej mi “prepara” all'inverno russo (che dovrebbe essere primavera ma non lo è). Siccome fanno -10 C° fuori, mi fa indossare “куртка” (kurkta) e “батинки” (batinki), cioè un giaccone super caldo e scarponi da neve. Mai avuto la necessità di vestirmi così. Mi sento un po' ridicolo perchè non ci sono abituato, ma alla fine mi tiene caldo ed è la cosa più importante. Fuori c'è la luna piena, e si vedono tutte le stelle. Ksiusha mi tira una manciata di neve addosso e io rispondo con solerzia. Ci rincorriamo su grossi mucchi di neve, e improvvisamente affondo nella neve. Mai vista così tanta neve in trentadue anni della mia vita. A Roma – come si suol dire – nevica letteralmente “ogni morte di Papa”. Sono felice, ma la stanchezza di una lunghissima giornata comincia a farsi sentire. Dopo essere rientrati in casa e aver passato un'altra ora a conversare con Sergej e Dina vado finalmente a dormire. Nel letto continuo a riavvolgere e rivedere il film di tutta la giornata. La metro, le strade, la neve, le stelle, le conversazioni in russo. È tutto fantastico. “Sono in Russia, ragazzi!” – mi dico prima di cadere nelle braccia di Morfeo.

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