10 things you need to know about living in Barcelona - Part 1
Sono seduto su una panchina nel quartiere di Gracia, non lontano dal Parc Guell, con il mio quaderno di appunti e la mia solita e fidata penna rossa, e mi lascio accarezzare dal vento fresco e piacevole di maggio che mi soffia sulle mani e sul viso.
Guardo il cielo. Sono di nuovo a Barcellona – penso. Dopo 7 lunghi anni. L'ultima immagine che ho di Barcellona è l'addio triste all'aeroporto, alla volta di Roma, con ancora tutte le immagini dei miei 6 mesi passati lì. Non so precisamente per quale motivo abbia aspettato così tanto tempo prima di tornare, in fondo la città è molto vicina a Roma, basta un'ora e mezza d'aereo, e i collegamenti sono frequenti e a buon prezzo. Sarà perché il tempo vola, sarà perché non ho avuto tempo o non ci ho pensato più, ma in fondo sono solo scuse. Forse la vera ragione per cui non sono più tornato è perché sapevo che ritornare mi avrebbe fatto uno strano effetto, e volevo custodire intatti i ricordi di quei 6 mesi, non li volevo “sporcare” con le nuove sensazioni e pensieri che inevitabilmente avrei avuto tornando qui. Ma i pensieri non si sporcano, le esperienze si sommano, e si avvolgono l'una con l'altra e si completano. L'unica cosa sicura della nostra vita é che tutto cambia. E ovviamente, sono cambiato anche io, in questi 7 anni. A volte ho paura di cambiare, di diventare diverso, ho paura di perdere i miei ricordi, talvolta vorrei fermare il tempo, ma il tempo è come l'acqua di una cascata che ti scorre fra le dita della mano. Non la puoi fermare, non ce n'è modo. E allora tanto vale farla scorrere fra le mani. Il tempo in parte sbiadisce i ricordi, e in parte ci aiuta a superare momenti difficili, ma ce ne sono alcuni che rimangono con noi, e anche se sono andati e non torneranno più, fanno parte di noi, ci hanno formato, plasmato, cambiato, e ci hanno reso quello che siamo adesso. E allora eccomi qui, a Barcellona.
La prima città in cui ho vissuto dopo Roma. È stata una scelta sofferta, andare a vivere all'estero, anche se era per l'Erasmus. Non l'avevo mai fatto. Quando si decide di andare a vivere da qualche parte e cambiare tutto, sulla carta sembra un'avventura straordinaria, ma nella pratica ci sono una serie di ostacoli da affrontare che possono scoraggiare chi non ha la volontà ferma di affrontarli. Prima di procedere alle pratiche burocratiche mi veniva in mente la scena del film “L'auberge espagnole”, in cui Romain Duris, l'attore principale, si trasferiva a Barcellona per l'Erasmus – proprio come me – e aveva a che fare con incartamenti di ogni tipo, schede di equipollenza per gli esami, certificati vari. Ma non erano le pratiche burocratiche che impedivano a Romain e a me di partire. Era tutta quella serie di dubbi quasi esistenziali sul dover cambiare il ritmo della propria vita, le abitudini, i posti, le persone. Ti fa pensare alle scelte della vita, ti fa sentire fragile, perché spesso ci sentiamo protetti nel paese e nel mondo in cui viviamo e ci siamo costruiti, e partire sembra un po' dover ricominciare tutto da capo. Ma ricordo in quel periodo di incertezza e dubbi di aver letto la poesia di Martha Medeiros “muore lentamente”. Uno dei passaggi che mi ha colpito di più recitava così: Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,chi è infelice sul lavoro,chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.
A volte leggi un testo o ascolti una canzone e non ci fai troppo caso, a volte invece certe parole o certe frasi significano tutto, e in quel momento hanno significato tutto per me.
E ho deciso di partire verso l'ignoto. Mi ricordo che arrivato a Barcellona agli inizi di febbraio 2008, ho trovato difficoltà a trovare un appartamento.
Quella è la prima cosa urgente da affrontare: cercare un tetto sotto cui vivere. E in questo senso, parlare la lingua del paese è di enorme aiuto. Ricordo ancora quando, 2 anni dopo, seduto a Campo de Fiori a Roma sotto la statua di Giordano Bruno, ascoltavo la conversazione disperata di 2 spagnoli, che chiamavano in cerca di una casa, e non riuscivano neanche a comunicare con i padroni di casa. Ricordo la loro frustrazione ma anche la loro gioia quando ho detto loro in spagnolo che potevano restare da me. E tutto grazie al fatto di parlare spagnolo. E ovviamente lo spagnolo mi è stato di grande aiuto nel trovare la casa. Tutto è più facile quando si parla la lingua di un paese, e tutto diventa complicato quando non la si parla. Si dice spesso che basta sapere l'inglese per cavarsela, ma questo non è vero in molti posti d'Europa, in Spagna, Italia, Francia, così come in altri paesi. Dopo aver trovato l'appartamento, condiviso con 2 italiani e 1 ragazza spagnola, ho finalmente cominciato a integrarmi nella vita di Barcellona.