V puntata
Vi invitiamo all'ascolto della V puntata del ciclo a cura di Dmitrij Mincenok.
"1812.
La bufera napoleonica. 1810.
San Pietroburgo. Il principe Kurakin, ambasciatore della Russia a Parigi invia all'imperatore Alessandro I delle notizie fuori dell'ordinario.
Alcune fonti di corte lo avevano informato che Napoleone aveva chiesto a Metternich alcune delucidazioni sui legami esistenti fra Giuseppe II, zio dell' imperatore attuale, con la Grande Caterina. Napoleone inoltre si sarebbe interessato al cosiddetto "Progetto Bisanzio". Metternich gli aveva detto di sapere ben poco su questo punto e che la storia di un legame particolare tra Giuseppe II e Caterina II era soltanto un vecchio pettegolezzo.
Essa risaliva al 1780 dopo la spartizione della Polonia. In quell'occasione era stato affrontato il tema dei Balcani e della rinascita di Costantinopoli. Oggi gli storici si interrogano sul perchè di quell'interessamento. Il "Progetto Bisanzio" è uno dei più originali fra quelli ideati da Caterina II.
Vi credettero Paolo I, Alessandro I e anche Nicola I. Quattro imperatori russi videro in esso un programma attuale e realizzabile. Il "Progetto Bisanzio" o "Progetto greco" , fu esposto in una missiva riservata che Caterina inviò a Giuseppe II il 21 settembre del 1782. Ma alcune sue premesse erano circolate un paio di anni prima. In seguito il segretario personale di Caterina, Besborodko, ne gettò una bozza su cui il principe Potemkin appose delle correzioni. Il documento aveva una valenza geopolitica e perseguiva l'obiettivo di modificare tutto l'assetto dell'Europa sud orientale. Fu chiamato " Progetto greco" perchè l'Europa era affascinata dall'antica Ellade e dalla sua cultura e ne studiava i principi democratici. L'emigrazione greca fuggita dall'Impero ottomano aveva rivolto alla sovrana russa un appello alla liberazione della patria.
La missiva di Caterina iniziava con gli ostacoli in cui si imbatteva la flotta russa nell'attraversamento del Bosforo e dei Dardanelli. Ricordava che la Porta faceva opera di sedizione in Crimea e violava i diritti dei principati del Danubio. Poi seguivano i rituali di pace e di disinteresse politico in quanto la Russia non perseguiva in alcun modo un allargamento a sud. Caterina II presentava dell'impero ottomano un quadro desolante.
I pascià facevano il loro comodo, ovunque scorrerie di briganti, i fieri cavalieri di un tempo si erano trasformati in scialbi mercanti, i membri del Divano vivevano fra tangenti e peculato, i sudditi cristiani era pronti ad insorgere. Poi seguivano alcune indicazioni di carattere pratico.
Sarebbe stato conveniente creare fra l'Impero russo, l'Impero Ottomano e l'Impero Asburgico uno stato cuscinetto costituito da Moldavia, Valacchia e Bessarabia che avrebbe potuto chiamarsi Dacia. Un regno con un sovrano cristiano che avrebbe rispettato la neutralità fra l'Austria e la Russia. Quest'ultima avrebbe limitato le sue pretese alla Fortezza di Ociakov sull'Istmo del Dnepr e ad una striscia di terra fra il fiume Bug e il Dnestr. "Se poi Dio avesse voluto la liberazione dell'Europa dal suo nemico - e qui Caterina passava ad un tono patetico - Sua Maesta Imperiale Giuseppe II non avrebbe rifiutato alla Russia di ricostruire la Monarchia greca sulle rovine della barbara dominazione ottomana con l'impegno sottinteso di rispettarne l'indipendenza.
Bisogna dire che l'imperatore austriaco non fu in nessun modo colpito da quella visione geopolitica e nemmeno dagli esercizi stilistici della sua augusta corrispondente.E mai, nell'incontro di Moghilev e in altre occasioni, fece capire di voler passare dalle parole ai fatti.
Tutto si ridusse ad uno scambio epistolare sugli impegni rispettivi e sulle prospettive di rinascita per Bisanzio.
Fra i due imperatori, a perdere la testa fu forse la sola ardente e impetuosa Caterina che non dubitava che l'amicizia con l'Austria le avrebbe dischiso le porte di Costantinopoli.
Era convinta che Giuseppe II avesse gli occhi di una aquila.
Quindici anni più tardi non aveva cambiato idea come dimostra una lettera inviata al barone Grimm: " Gli austriaci hanno avuto un'aquila, ma non hanno saputo riconoscerla . Dopo il suo incontro privato con Caterina a Moghilev Giuseppe II aveva scritto al principe Kaunitz, ministro della Real Casa: "Bisogna dire che quando hai a che fare con Caterina ti rendi conto che si preoccupa soltanto di se stessa, non della Russia e tantomeno di me.
È quindi d'uopo solleticare la sua vanità". Caterina non si era accorta dell'inganno ed aveva creduto all'imperatore austriaco che al contrario aveva soppesato ogni sua parola.
Alla fine il sogno di quella donna avrebbe avuto la meglio sul calcolo politico ed affascinato i suoi successori. Non di rado la storia ci fornisce queste lezioni di saggezza. Con il regno di Alessandro I si riprese a parlare di Bisanzio.
In quel momento la Russia era in guerra con l'Impero ottomano e anche con un certo successo tanto che i più arditi già sognavano di appendere gli scudi alle porte di Costantinopoli. Quell'idea era diventata qualcosa di tangibile, una carta da giocare.
Qualcuno si ricordò che il grande Suvorov avrebbe detto di essere pronto ad espugnare Costantinopoli se Caterina lo avesse ordinato.
Tutto ciò non poteva lasciare indifferente Alessandro.
Anche lui cominciò a sognare il suo "impero universale" e proprio in quel momento arrivò il dispaccio del principe Kurakin sull'interessamento dimostrato da Napoleone. Ma non era forse una trappola, la mossa brillante di un geniale stratega?
Alessandro non sapeva cosa pensare.
Allo scoppio della guerra con la Francia rimanevano 790 giorni.
Vi abbiamo trasmesso la V puntata del ciclo di Dmitrij Mincenok "1812.
La bufera napoleonica".