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"Una fra tante" di Emma (alias Emilia Ferretti Viola), Capitolo terzo (prima parte)

Capitolo terzo

Passarono molti mesi, e a poco a poco l’attività di Barberina andava scemando; perdeva l’appetito, e la padrona la trovava talvolta col lavoro sulle ginocchia, con le mani ripiegate sopra di esso, e lo sguardo fisso dinanzi a sé.

Se la signora le chiedeva allora che cosa avesse, rispondeva che non aveva nulla, e si vergognava molto d’essere stata sorpresa in un momento di stanchezza.

A misura che la Barberina deperiva, si sentiva più tranquilla, e le pareva, anziché d’essere malata, di abituarsi invece dolcemente al gran mutamento che si era operato nella sua vita. Tutto ciò che l’aveva tanto maravigliata una volta, ora non la maravigliava più, ed essa si confortava pensando con maggiore intensità di prima ai suoi monti e alla sua casa. Quei sogni, nè quali raffigurava il suo paese, le apparivano più frequenti e più veri e la consolavano.

Durò un pezzo in quello stato; sforzandosi a lavorare malgrado la fatica e il malessere, ed evocando le memorie del passato per tollerare il presente.

Ma la debolezza e il male furono più forti della sua volontà. Una mattina tentò invano di alzarsi. Una febbre gagliarda le toglieva quasi il respiro, e il capo grave e dolente le ricadeva sopra il guanciale ogni volta che provava a sollevarlo.

La signora, quando la trovò in quello stato, mandò subito per il medico, il quale, dopo aver visitata l’ammalata dichiarò che il male era lungo, difficile a guarirsi e tale da richiedere molta e continua assistenza.

I padroni della Barberina non erano ricchi; erano modesti negozianti, pè quali, specialmente allora, gli affari non andavano troppo bene, e non potevano quindi far curare nella propria casa una persona di servizio gravemente ammalata.

La fecero portare all’ospedale.

Essa vi andò con indifferenza. La sua buona signora ce la mandava, ed essa aveva fede in quella padrona, che era sempre stata giusta e amorevole per lei.

La signora le aveva inoltre promesso di visitarla subito lo stesso giorno, e di riprenderla appena stesse un poco meglio.

La Barberina fece dunque uno sforzo per alzarsi, vi riuscì, e coll’assistenza dei padroni poté anche scendere le scale e mettersi in un legno che la portò all’ospedale.

Allorché vi giunse si sentiva così male che non s’accorse neppure quando dal legno la portarono in una infermeria e la misero a letto.

Rinvenne lentamente.

Nel luogo ove si trovava c’era un’afa, un brulichìo di gente, un’ombra pesante di mura e di tende, tanto affannosa e grave che per un pezzo non le riuscì di raccapezzare dove fosse.

Era in un letto stretto e duro, e accanto al suo letto ne vide un altro, poi un altro e poi un altro ancora, e poi una fila indistinta d’altri letti che si perdeva nella grave e triste penombra di quella sala.

Nè sogni della febbre aveva visto fino allora le lunghe e ombrose file delle querci e dei castani che crescevano sul pendìo dè suoi monti, e ora fissava invece impaurita una lugubre prospettiva di tende e di lenzuola, fra le quali si muovevano incessantemente visi scarni, onde di capelli e bende di malati; e il contrasto che le presentava il ricordo del sogno con la realtà presente ne accresceva l’orrore.

Ma a poco a poco incominciò a distinguere con maggior chiarezza ciò che vedeva intorno a sé. Si sollevò nel letto e guardò meglio ogni cosa.

Vicino a lei era una giovanetta pallida e sparuta. La giovanetta si rialzava di tempo in tempo nel letto per tossire; poi ricadeva con un lamento sui guanciali.

Dall’altra parte le giaceva accanto un’altra malata. Era una donna di mezza età, brutta, scarmigliata, con gli occhi neri e lucenti.

Quando la Barberina si voltò da quella parte la donna le disse:

- È la prima volta che ci viene?

- Sì, - rispose timidamente la Barberina.

La malata sorrise sinistramente.

- Ci sono già stata sei volte io. Avvezzandocisi non si sta poi tanto male. In che sala la porteranno?

- In che sala...? - ripeté la Barberina maravigliata.

- Ah, non lo sa? Auf... che dolore - disse la donna interrompendosi e contorcendosi. Stette zitta un momento, poi, rimettendosi nella positura di prima, riavviò il discorso. - Che male ha?

- Non lo so - rispose la Barberina.

- Non lo sa? - esclamò l’altra, e la guardò per un pezzetto con curiosità. - Sei di certo una contadina? - chiese di nuovo, ma dandole questa volta senz’altro del tu, dopo che la giovanetta aveva dato prova di tanta ignoranza.

- I miei genitori sono pastori...

- Ah! - fece con disprezzo la donna che si contorceva pè dolori, e non disse più nulla.

Intanto la Barberina pensava a ciò che essa le aveva detto, e dopo un momento, vedendola tranquilla, s’azzardò ad interrogarla.

- Mi porteranno dunque via di qui? - disse.

- Ma sicuro, - rispose l’altra. - Questo è il deposito, - e vedendo che la ragazza non capiva subito, aggiunse: - La sala d’aspetto, - e sorrise di nuovo.

- Sala d’aspetto? - replicò la Barberina. - È così che si chiama quello stanzone là dove si parte... alla stazione?

- Precisamente! - disse l’altra con lo stesso brutto sorriso di prima. - Come alla stazione. Si parte anche di qui, bambina mia, e tutti i giorni, e tutte le ore, e tutti i minuti.

- Si parte...? - balbettò la Barberina che aveva paura di capire.

- Per il camposanto. Ci portan via come cani. È ancora grazia se ci portano via senza farci a pezzi per studiarci. Siamo la povera gente noi... Ci prendono i nostri corpi anche dopo morti - e le diede un’occhiata maligna e sfacciata; poi si contorse di nuovo. - Hai paura?

Barberina fè cenno col capo di sì e voltò il viso dall’altra parte.

- Vergognati... Di che cosa hai paura? Forse ti ha messo spavento quello che t’ho detto ora... del tagliarci a pezzi? Ma non capisci che lo fanno dopo; quando non sentiamo più nulla? Che cosa te n’importa? Non hai ancora imparato a desiderare la morte tu? Non ci facessero male se non altro che quando siamo morte!

E la donna si voltava e rivoltava nel letto, lamentandosi sempre.

- È un lusso che non è fatto per noi l’aver paura di morire. Per Dio santo che male! - e cacciò un urlo. La servente che passava di lì si fermò al suo letto e le domandò se aveva bisogno di qualche cosa, ma la malata si lamentava e si contorceva sempre senza rispondere; più tardi venne anche una suora di carità, la quale cercò di confortarla con delle buone parole, dicendole che presto l’avrebbero portata in un’altra sala e le avrebbero date delle medicine che l’avrebbero fatta guarire, e intanto l’esortava a raccomandarsi al Signore.

La donna rispose con un’alzata di spalle e con un lamento. Poi, quando la suora era andata via, si voltò verso il letto che le stava a fianco dal lato opposto a quello di Barberina.

- Pregare! - esclamò con disprezzo.

Barberina sentì ridere. Era un riso soffocato, triviale. Dio buono, pensò la ragazza, come si ride male, in questo luogo! Non sarebbe meglio che piangessero? Che cosa c’era lì dentro in quella sala, in mezzo a quella sfacciata pubblicità di dolore, a quelle sofferenze numerizzate, di triste e ributtante ancora più del dolore stesso? Che cosa era che in quel luogo le metteva paura ancora più del male e della morte?

Barberina guardò dalla parte d’onde aveva sentito ridere. Vide una donna non giovane, ma ancor bella, che era seduta sul letto con un braccio al collo. Un nastro rosso, sbiadito, le allacciava i capelli e uno scialle di trina sdrucito le copriva le spalle.

- Sarebbe una bella cosa se si potesse pregare, - diceva la malata che prima aveva parlato a Barberina, - sperare almeno qualche cosa... Ma anche la speranza è un lusso. Non sentire tanto il dolore presente da non poter pensare ad altro, non essere tanto sopraffatti dalla miseria e dal male ogni momento, da non aver più testa per sperare di star meglio o pensare al poi, sarebbe pure una bella cosa! Ma confidare in un momento di riposo è lusso, tutto lusso.

La bella donna sorrise ancora.

- A dar retta alle monache - disse - bisognerebbe essere contente di soffrire.

- Sì, e ringraziare chi ci manda il male, - rispose l’altra. - Almeno credessi che ci fosse chi lo manda! Hanno preso tutto i signori, i ricchi... tutto, perfino Dio... Che cosa diavolo n’hanno fatto, e perché l’hanno preso, non si sa! Non era roba da farne danaro, ghiottonerie o vesti.

- Serve per i libri, - replicò la donna che aveva il braccio malato, con un certo fare di superiorità, - i libri si vendono...

- E hanno venduto anche lui! - esclamò la malata più vecchia. - E Barberina sentì ancora quel riso di prima, interrotto da un lamento. Poi le due malate si voltarono, e guardarono un altro letto, quello vicino alla bella donna.

Una suora e un giovane civilmente vestito stendevano un lenzuolo sopra di esso.

- È morta! - disse la vicina di Barberina.

- Chi era? - chiese dopo un momento di silenzio.

- Una prostituta! - rispose l’altra con aria sprezzante; - l’hanno portata qui ferita di coltello.

Poi seguì un dialogo a bassa voce, poi una risatina, poi le donne guardarono il cadavere corpulento e grottesco, le cui forme si delineavano sotto le pieghe del lenzuolo, e per un pezzo non dissero più altro.

La Barberina era più sgomentata dal modo di guardare di quelle donne che dalla vista del cadavere stesso. Quei quattro occhiacci sfacciati e sprezzanti, pieni di febbre e di dolore, le facevano paura, e mentre s’assopiva involontariamente sotto l’impressione di quella paura, li rivedeva in sogno, se li figurava vicini, e le pareva di sentirsi toccare da quegli occhi grandi, brutti, e faceva sforzi dolorosi e inutili per liberarsene.

Finalmente una monaca la svegliò, e la fece trasportare nell’infermeria nella quale si ricoveravano coloro che erano malate di malattia simile alla sua.

Era quella sala, situata a terreno, più chiara e spaziosa dell’altra, e dava sopra un cortile, nel quale crescevano alcune piante piccole e basse. Dei bambini vestiti di un rozzo camicione di tela correvano dall’infermeria al cortile, oppure camminavano fra i letti, rispondendo alle malate che li chiamavano, o accoccolandosi presso a qualche infermiera, che si fermava di tempo in tempo per accarezzarli.

Quei bambini erano mesti e tranquilli. La livrea dell’ospedale pesava sopra di essi e pareva dicesse loro cose tristi e ciniche, che ai bambini non si dicono mai; ancor piccini, avevano perduta l’inconsapevolezza dell’infanzia e sembrava fossero stati violati nella loro innocenza e nel loro pudore morale da quel triste camicione. E camminavano così, profanati eppure innocenti, fra quelle malate, quelle infermiere e quei medici, con un’indifferenza rassegnata che faceva male a vedere.

Barberina, non potendo rendersi conto di tutto ciò, vedeva soltanto che què bambini erano diversi dagli altri, e specialmente da quelli che aveva visti prima d’allora nè suoi monti. Ma erano i bambini della grande città bella e civile, e la grande città aveva fatto loro del male, come ne faceva a lei e a tanti altri. Era un male ignoto che colpiva tutti, anche i piccini.

Barberina si sentì confortata trovandosi in una sala dove erano molte altre giovanette come lei. Vi si sentì più sicura, e guardò intorno a sé con animo sollevato.

In quel punto udì la voce della sua signora che la chiamava.

Come le parve buona quella voce, in mezzo all’isolamento dell’ospedale affollato! Le parve una voce di casa sua, quasi fosse quella di sua madre stessa.

La signora le fece una visita brevissima, ma le disse tante cose amorevoli, le ripeté tante volte che sarebbe guarita sicuramente e che sarebbe tornata presto al servizio, e le disse anche con tanto garbo che le voleva bene e che l’avrebbe tenuta sempre presso di sé, perché era una brava e onesta ragazza, che la Barberina non sapeva come ringraziarla. Quelle assicurazioni e quelle lodi in bocca della sua signora, che non era solita a prodigarne, le fecero un gran piacere e la rinfrancarono tutta. Ora le pareva proprio cosa sicura di guarire presto e di poter tornare senz’altro dalla sua padrona. Le voleva più bene di prima, dacché essa le aveva dimostrato tanta e maggior sollecitudine di quella che non mostrasse per il solito; le pareva anche di poter far meglio il suo dovere dacché sapeva che i suoi padroni apprezzavano la sua buona volontà ed erano contenti di lei. Ed essa voleva lavorar molto, farsi più esperta nel servizio, ed acquistare così un gran buon nome presso la sua signora; voleva anche fare delle economie, per potere poi un giorno, di lì a molto tempo, tornare nei suoi monti e rivedere Luca e sua madre. Voleva proprio farsi una ragazzina di casa, per bene e a modo. Pensava con disgusto a quelle servette civettuole e trasandate alle quali nessuno portava più rispetto, e che tutti guardavano press’a poco come le due donne del deposito avevano guardato quella povera morta. Lei, la fidanzata di Luca, rassomigliare ad una di quelle ragazze! E ricordava le sorelline, la madre, le ragazze del villaggio; e la sua dignità rozza e primitiva si ribellava all’idea di non diventare un giorno ancor più degna di tornar lassù, dove tutti erano buoni e onesti, o almeno le erano sempre parsi tali, e di non presentarsi portando un attestato di lode della sua padrona.

Pensava talvolta che il buon parroco l’avrebbe ricevuta al ritorno con un sorriso di benevolenza; immaginava di rivedere quella signora amica della sua padrona, alla quale si sarebbe presentata volontieri per dirle che aveva fatto sempre il suo dovere dal giorno che era partita. E si figurava spesso e volontieri tutto ciò che riguardava il ritorno al suo paese; se lo figurava con un certo orgoglio onesto e franco, e contava i mesi e gli anni con energia e tranquillità.

Passò con questi pensieri i lunghi giorni dell’ospedale; e si confortava, fidando nelle proprie forze e nell’avvenire.

La padrona la visitava ogni giorno, e quelle visite amorevoli stabilivano una certa intimità fra la signora e la giovanetta, come non era mai stata prima fra loro. Però, a misura che la Barberina stava meglio, quelle visite divenivano più rare, e la ragazza osservava con inquietudine che la signora si faceva più seria, che le sue visite diventavano sempre più brevi, e che c’era nel contegno della sua signora un non so che di mutato ed insolito.

Un giorno la Barberina ardì chiederle se l’aveva scontentata in qualche cosa, o se forse le spiaceva di riprenderla in casa sua appena uscita dall’ospedale.

La buona signora la guardò con maraviglia, assicurandola amorevolmente che non aveva mai avuto a dolersi di lei e che sperava di riaverla presto in casa sua; ma poi, prima di lasciarla, si fè di nuovo seria seria e disse a Barberina che aveva gravi dispiaceri e che si sentiva molto infelice; però, appena detto questo, vergognandosi forse di quello sfogo improvviso con una giovanetta malata, alla quale non avrebbe mai potuto spiegare la vera cagione dei suoi dispiaceri, si alzò, e accommiatandosi da lei brevemente, la lasciò.

Da quel giorno non venne più.

Barberina l’aspettava sempre, e non sapeva darsi pace di non vederla.

Temeva che la sua buona signora fosse malata anch’essa, e che per questo motivo non potesse venire da lei.

Intanto la Barberina migliorava, e benché ancora debolissima, simulava col medico di sentirsi forte e vigorosa, a fine di ottenere più presto il permesso di uscire dall’ospedale. Essa si figurava che la sua signora aveva bisogno di lei, che era malata, che stava forse male; e il dover rimanere all’ospedale senza nessuno che la venisse a visitare, senza veder mai una persona di conoscenza, le metteva paura; si sentiva sola nel continuo va e vieni delle sale dè malati e in quel luogo sempre aperto al pubblico. La gran porta d’ingresso aperta a tutti, che comunicava incessantemente colla città, e l’altra dal lato opposto, che metteva nell’interno dell’ospedale e dalla quale portavano via i morti, le mettevano entrambe uguale spavento.



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Capitolo terzo

Passarono molti mesi, e a poco a poco l’attività di Barberina andava scemando; perdeva l’appetito, e la padrona la trovava talvolta col lavoro sulle ginocchia, con le mani ripiegate sopra di esso, e lo sguardo fisso dinanzi a sé.

Se la signora le chiedeva allora che cosa avesse, rispondeva che non aveva nulla, e si vergognava molto d’essere stata sorpresa in un momento di stanchezza.

A misura che la Barberina deperiva, si sentiva più tranquilla, e le pareva, anziché d’essere malata, di abituarsi invece dolcemente al gran mutamento che si era operato nella sua vita. Tutto ciò che l’aveva tanto maravigliata una volta, ora non la maravigliava più, ed essa si confortava pensando con maggiore intensità di prima ai suoi monti e alla sua casa. Quei sogni, nè quali raffigurava il suo paese, le apparivano più frequenti e più veri e la consolavano.

Durò un pezzo in quello stato; sforzandosi a lavorare malgrado la fatica e il malessere, ed evocando le memorie del passato per tollerare il presente.

Ma la debolezza e il male furono più forti della sua volontà. Una mattina tentò invano di alzarsi. Una febbre gagliarda le toglieva quasi il respiro, e il capo grave e dolente le ricadeva sopra il guanciale ogni volta che provava a sollevarlo.

La signora, quando la trovò in quello stato, mandò subito per il medico, il quale, dopo aver visitata l’ammalata dichiarò che il male era lungo, difficile a guarirsi e tale da richiedere molta e continua assistenza.

I padroni della Barberina non erano ricchi; erano modesti negozianti, pè quali, specialmente allora, gli affari non andavano troppo bene, e non potevano quindi far curare nella propria casa una persona di servizio gravemente ammalata.

La fecero portare all’ospedale.

Essa vi andò con indifferenza. La sua buona signora ce la mandava, ed essa aveva fede in quella padrona, che era sempre stata giusta e amorevole per lei.

La signora le aveva inoltre promesso di visitarla subito lo stesso giorno, e di riprenderla appena stesse un poco meglio.

La Barberina fece dunque uno sforzo per alzarsi, vi riuscì, e coll’assistenza dei padroni poté anche scendere le scale e mettersi in un legno che la portò all’ospedale.

Allorché vi giunse si sentiva così male che non s’accorse neppure quando dal legno la portarono in una infermeria e la misero a letto.

Rinvenne lentamente.

Nel luogo ove si trovava c’era un’afa, un brulichìo di gente, un’ombra pesante di mura e di tende, tanto affannosa e grave che per un pezzo non le riuscì di raccapezzare dove fosse.

Era in un letto stretto e duro, e accanto al suo letto ne vide un altro, poi un altro e poi un altro ancora, e poi una fila indistinta d’altri letti che si perdeva nella grave e triste penombra di quella sala.

Nè sogni della febbre aveva visto fino allora le lunghe e ombrose file delle querci e dei castani che crescevano sul pendìo dè suoi monti, e ora fissava invece impaurita una lugubre prospettiva di tende e di lenzuola, fra le quali si muovevano incessantemente visi scarni, onde di capelli e bende di malati; e il contrasto che le presentava il ricordo del sogno con la realtà presente ne accresceva l’orrore.

Ma a poco a poco incominciò a distinguere con maggior chiarezza ciò che vedeva intorno a sé. Si sollevò nel letto e guardò meglio ogni cosa.

Vicino a lei era una giovanetta pallida e sparuta. La giovanetta si rialzava di tempo in tempo nel letto per tossire; poi ricadeva con un lamento sui guanciali.

Dall’altra parte le giaceva accanto un’altra malata. Era una donna di mezza età, brutta, scarmigliata, con gli occhi neri e lucenti.

Quando la Barberina si voltò da quella parte la donna le disse:

- È la prima volta che ci viene?

- Sì, - rispose timidamente la Barberina.

La malata sorrise sinistramente.

- Ci sono già stata sei volte io. Avvezzandocisi non si sta poi tanto male. In che sala la porteranno?

- In che sala...? - ripeté la Barberina maravigliata.

- Ah, non lo sa? Auf... che dolore - disse la donna interrompendosi e contorcendosi. Stette zitta un momento, poi, rimettendosi nella positura di prima, riavviò il discorso. - Che male ha?

- Non lo so - rispose la Barberina.

- Non lo sa? - esclamò l’altra, e la guardò per un pezzetto con curiosità. - Sei di certo una contadina? - chiese di nuovo, ma dandole questa volta senz’altro del tu, dopo che la giovanetta aveva dato prova di tanta ignoranza.

- I miei genitori sono pastori...

- Ah! - fece con disprezzo la donna che si contorceva pè dolori, e non disse più nulla.

Intanto la Barberina pensava a ciò che essa le aveva detto, e dopo un momento, vedendola tranquilla, s’azzardò ad interrogarla.

- Mi porteranno dunque via di qui? - disse.

- Ma sicuro, - rispose l’altra. - Questo è il deposito, - e vedendo che la ragazza non capiva subito, aggiunse: - La sala d’aspetto, - e sorrise di nuovo.

- Sala d’aspetto? - replicò la Barberina. - È così che si chiama quello stanzone là dove si parte... alla stazione?

- Precisamente! - disse l’altra con lo stesso brutto sorriso di prima. - Come alla stazione. Si parte anche di qui, bambina mia, e tutti i giorni, e tutte le ore, e tutti i minuti.

- Si parte...? - balbettò la Barberina che aveva paura di capire.

- Per il camposanto. Ci portan via come cani. È ancora grazia se ci portano via senza farci a pezzi per studiarci. Siamo la povera gente noi... Ci prendono i nostri corpi anche dopo morti - e le diede un’occhiata maligna e sfacciata; poi si contorse di nuovo. - Hai paura?

Barberina fè cenno col capo di sì e voltò il viso dall’altra parte.

- Vergognati... Di che cosa hai paura? Forse ti ha messo spavento quello che t’ho detto ora... del tagliarci a pezzi? Ma non capisci che lo fanno dopo; quando non sentiamo più nulla? Che cosa te n’importa? Non hai ancora imparato a desiderare la morte tu? Non ci facessero male se non altro che quando siamo morte!

E la donna si voltava e rivoltava nel letto, lamentandosi sempre.

- È un lusso che non è fatto per noi l’aver paura di morire. Per Dio santo che male! - e cacciò un urlo. La servente che passava di lì si fermò al suo letto e le domandò se aveva bisogno di qualche cosa, ma la malata si lamentava e si contorceva sempre senza rispondere; più tardi venne anche una suora di carità, la quale cercò di confortarla con delle buone parole, dicendole che presto l’avrebbero portata in un’altra sala e le avrebbero date delle medicine che l’avrebbero fatta guarire, e intanto l’esortava a raccomandarsi al Signore.

La donna rispose con un’alzata di spalle e con un lamento. Poi, quando la suora era andata via, si voltò verso il letto che le stava a fianco dal lato opposto a quello di Barberina.

- Pregare! - esclamò con disprezzo.

Barberina sentì ridere. Era un riso soffocato, triviale. Dio buono, pensò la ragazza, come si ride male, in questo luogo! Non sarebbe meglio che piangessero? Che cosa c’era lì dentro in quella sala, in mezzo a quella sfacciata pubblicità di dolore, a quelle sofferenze numerizzate, di triste e ributtante ancora più del dolore stesso? Che cosa era che in quel luogo le metteva paura ancora più del male e della morte?

Barberina guardò dalla parte d’onde aveva sentito ridere. Vide una donna non giovane, ma ancor bella, che era seduta sul letto con un braccio al collo. Un nastro rosso, sbiadito, le allacciava i capelli e uno scialle di trina sdrucito le copriva le spalle.

- Sarebbe una bella cosa se si potesse pregare, - diceva la malata che prima aveva parlato a Barberina, - sperare almeno qualche cosa... Ma anche la speranza è un lusso. Non sentire tanto il dolore presente da non poter pensare ad altro, non essere tanto sopraffatti dalla miseria e dal male ogni momento, da non aver più testa per sperare di star meglio o pensare al poi, sarebbe pure una bella cosa! Ma confidare in un momento di riposo è lusso, tutto lusso.

La bella donna sorrise ancora.

- A dar retta alle monache - disse - bisognerebbe essere contente di soffrire.

- Sì, e ringraziare chi ci manda il male, - rispose l’altra. - Almeno credessi che ci fosse chi lo manda! Hanno preso tutto i signori, i ricchi... tutto, perfino Dio... Che cosa diavolo n’hanno fatto, e perché l’hanno preso, non si sa! Non era roba da farne danaro, ghiottonerie o vesti.

- Serve per i libri, - replicò la donna che aveva il braccio malato, con un certo fare di superiorità, - i libri si vendono...

- E hanno venduto anche lui! - esclamò la malata più vecchia. - E Barberina sentì ancora quel riso di prima, interrotto da un lamento. Poi le due malate si voltarono, e guardarono un altro letto, quello vicino alla bella donna.

Una suora e un giovane civilmente vestito stendevano un lenzuolo sopra di esso.

- È morta! - disse la vicina di Barberina.

- Chi era? - chiese dopo un momento di silenzio.

- Una prostituta! - rispose l’altra con aria sprezzante; - l’hanno portata qui ferita di coltello.

Poi seguì un dialogo a bassa voce, poi una risatina, poi le donne guardarono il cadavere corpulento e grottesco, le cui forme si delineavano sotto le pieghe del lenzuolo, e per un pezzo non dissero più altro.

La Barberina era più sgomentata dal modo di guardare di quelle donne che dalla vista del cadavere stesso. Quei quattro occhiacci sfacciati e sprezzanti, pieni di febbre e di dolore, le facevano paura, e mentre s’assopiva involontariamente sotto l’impressione di quella paura, li rivedeva in sogno, se li figurava vicini, e le pareva di sentirsi toccare da quegli occhi grandi, brutti, e faceva sforzi dolorosi e inutili per liberarsene.

Finalmente una monaca la svegliò, e la fece trasportare nell’infermeria nella quale si ricoveravano coloro che erano malate di malattia simile alla sua.

Era quella sala, situata a terreno, più chiara e spaziosa dell’altra, e dava sopra un cortile, nel quale crescevano alcune piante piccole e basse. Dei bambini vestiti di un rozzo camicione di tela correvano dall’infermeria al cortile, oppure camminavano fra i letti, rispondendo alle malate che li chiamavano, o accoccolandosi presso a qualche infermiera, che si fermava di tempo in tempo per accarezzarli.

Quei bambini erano mesti e tranquilli. La livrea dell’ospedale pesava sopra di essi e pareva dicesse loro cose tristi e ciniche, che ai bambini non si dicono mai; ancor piccini, avevano perduta l’inconsapevolezza dell’infanzia e sembrava fossero stati violati nella loro innocenza e nel loro pudore morale da quel triste camicione. E camminavano così, profanati eppure innocenti, fra quelle malate, quelle infermiere e quei medici, con un’indifferenza rassegnata che faceva male a vedere.

Barberina, non potendo rendersi conto di tutto ciò, vedeva soltanto che què bambini erano diversi dagli altri, e specialmente da quelli che aveva visti prima d’allora nè suoi monti. Ma erano i bambini della grande città bella e civile, e la grande città aveva fatto loro del male, come ne faceva a lei e a tanti altri. Era un male ignoto che colpiva tutti, anche i piccini.

Barberina si sentì confortata trovandosi in una sala dove erano molte altre giovanette come lei. Vi si sentì più sicura, e guardò intorno a sé con animo sollevato.

In quel punto udì la voce della sua signora che la chiamava.

Come le parve buona quella voce, in mezzo all’isolamento dell’ospedale affollato! Le parve una voce di casa sua, quasi fosse quella di sua madre stessa.

La signora le fece una visita brevissima, ma le disse tante cose amorevoli, le ripeté tante volte che sarebbe guarita sicuramente e che sarebbe tornata presto al servizio, e le disse anche con tanto garbo che le voleva bene e che l’avrebbe tenuta sempre presso di sé, perché era una brava e onesta ragazza, che la Barberina non sapeva come ringraziarla. Quelle assicurazioni e quelle lodi in bocca della sua signora, che non era solita a prodigarne, le fecero un gran piacere e la rinfrancarono tutta. Ora le pareva proprio cosa sicura di guarire presto e di poter tornare senz’altro dalla sua padrona. Le voleva più bene di prima, dacché essa le aveva dimostrato tanta e maggior sollecitudine di quella che non mostrasse per il solito; le pareva anche di poter far meglio il suo dovere dacché sapeva che i suoi padroni apprezzavano la sua buona volontà ed erano contenti di lei. Ed essa voleva lavorar molto, farsi più esperta nel servizio, ed acquistare così un gran buon nome presso la sua signora; voleva anche fare delle economie, per potere poi un giorno, di lì a molto tempo, tornare nei suoi monti e rivedere Luca e sua madre. Voleva proprio farsi una ragazzina di casa, per bene e a modo. Pensava con disgusto a quelle servette civettuole e trasandate alle quali nessuno portava più rispetto, e che tutti guardavano press’a poco come le due donne del deposito avevano guardato quella povera morta. Lei, la fidanzata di Luca, rassomigliare ad una di quelle ragazze! E ricordava le sorelline, la madre, le ragazze del villaggio; e la sua dignità rozza e primitiva si ribellava all’idea di non diventare un giorno ancor più degna di tornar lassù, dove tutti erano buoni e onesti, o almeno le erano sempre parsi tali, e di non presentarsi portando un attestato di lode della sua padrona.

Pensava talvolta che il buon parroco l’avrebbe ricevuta al ritorno con un sorriso di benevolenza; immaginava di rivedere quella signora amica della sua padrona, alla quale si sarebbe presentata volontieri per dirle che aveva fatto sempre il suo dovere dal giorno che era partita. E si figurava spesso e volontieri tutto ciò che riguardava il ritorno al suo paese; se lo figurava con un certo orgoglio onesto e franco, e contava i mesi e gli anni con energia e tranquillità.

Passò con questi pensieri i lunghi giorni dell’ospedale; e si confortava, fidando nelle proprie forze e nell’avvenire.

La padrona la visitava ogni giorno, e quelle visite amorevoli stabilivano una certa intimità fra la signora e la giovanetta, come non era mai stata prima fra loro. Però, a misura che la Barberina stava meglio, quelle visite divenivano più rare, e la ragazza osservava con inquietudine che la signora si faceva più seria, che le sue visite diventavano sempre più brevi, e che c’era nel contegno della sua signora un non so che di mutato ed insolito.

Un giorno la Barberina ardì chiederle se l’aveva scontentata in qualche cosa, o se forse le spiaceva di riprenderla in casa sua appena uscita dall’ospedale.

La buona signora la guardò con maraviglia, assicurandola amorevolmente che non aveva mai avuto a dolersi di lei e che sperava di riaverla presto in casa sua; ma poi, prima di lasciarla, si fè di nuovo seria seria e disse a Barberina che aveva gravi dispiaceri e che si sentiva molto infelice; però, appena detto questo, vergognandosi forse di quello sfogo improvviso con una giovanetta malata, alla quale non avrebbe mai potuto spiegare la vera cagione dei suoi dispiaceri, si alzò, e accommiatandosi da lei brevemente, la lasciò.

Da quel giorno non venne più.

Barberina l’aspettava sempre, e non sapeva darsi pace di non vederla.

Temeva che la sua buona signora fosse malata anch’essa, e che per questo motivo non potesse venire da lei.

Intanto la Barberina migliorava, e benché ancora debolissima, simulava col medico di sentirsi forte e vigorosa, a fine di ottenere più presto il permesso di uscire dall’ospedale. Essa si figurava che la sua signora aveva bisogno di lei, che era malata, che stava forse male; e il dover rimanere all’ospedale senza nessuno che la venisse a visitare, senza veder mai una persona di conoscenza, le metteva paura; si sentiva sola nel continuo va e vieni delle sale dè malati e in quel luogo sempre aperto al pubblico. La gran porta d’ingresso aperta a tutti, che comunicava incessantemente colla città, e l’altra dal lato opposto, che metteva nell’interno dell’ospedale e dalla quale portavano via i morti, le mettevano entrambe uguale spavento.


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