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Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi, Parte 26

Parte 26

Mi risvegliò il sole alto, dopo Potenza, tra le scoscese pendici di Brindisi di Montagna. Qualcosa d'insolito era nell'aria, di cui non sapevo ancora rendermi conto. Entrammo nella valle del Basento, passammo le stazioncine solitarie di Pietra Pertosa, Garaguso e Tricarico, e non tardammo a raggiungere la nostra destinazione: la stazione di Grassano. Qui dovevamo scendere, e aspettare, come al solito, qualche ora, il passaggio della corriera postale. La stazione era deserta; rimasi a passeggiare avanti e indietro, sulla strada provinciale, con la mia guardia, conversando. Grassano mi risalutava dalla cima del monte, periodica amichevole apparizione: ma il suo aspetto era mutato. Mi resi conto allora delle ragioni di quell'aspetto strano del paesaggio che avevo veduto al mio risveglio dal finestrino del vagone. Il colle si alzava, come sempre, con le sue lente ondulazioni e le sue fratture improvvise, fino al cimitero e al paese: ma la terra, che avevo sempre veduta grigia e giallastra, era ora tutta verde, d'un verde innaturale e imprevedibile. La primavera era scoppiata d'un tratto, anche qui, durante i pochi giorni della mia assenza; ma quel colore, altrove così pieno di allegra armonia e di speranza, aveva qui qualche cosa di artificioso, di violento; suonava falso, come il rossetto sul viso bruciato dal sole di una contadina. Gli stessi verdi metallici mi accompagnarono attraverso la salita, verso Stigliano, come squilli stonati di una tromba in una marcia funebre. I monti tornarono a chiudersi alle mie spalle, come i cancelli di una prigione, quando scendemmo verso il Sauro, e riprendemmo la salita verso Gagliano. Sulle argille bianche, le piccole chiazze di verde, sparse qua e là, brillavano al sole ancora più intense e più strane, come delle grida; parevano lembi di maschere stracciate, sparse alla rinfusa.

Era quasi sera, quando giungemmo in paese. La mia guardia, De Luca, venne riconosciuta da tutti. Quello che mi aveva raccontato di sé e della sua famiglia era vero: il figlio del cieco dal cavallo sapiente era quasi un compaesano, e parecchi lo invitarono a mangiare qualcosa prima di ripartire. Ma egli aveva fretta: riuscì a farsi imprestare un cavallo, montò in sella e partì per Montemurro, dove sarebbe arrivato dopo aver cavalcato tutta la notte.

Gagliano, a rivederla dopo quella breve parentesi cittadina, mi parve più piccola e più triste che mai, nella sua immobile atmosfera borbonica. Ancora due anni quaggiù! Il senso della noia degli identici giorni futuri mi scese improvvisa sul cuore. Mi avviai verso casa, fra i saluti e i «ben tornato!» che mi giungevano dalle soglie. Barone, che avevo affidato alla Giulia, era in mezzo alla piazza, come un signore, e mi corse incontro felice e rumoroso. Credevo che avrei trovato la Giulia a casa; ma la casa era vuota, il, fuoco spento, e non c'era nulla di pronto per la cena. Mandai un ragazzo a chiamarla: tornò dicendomi che non poteva venire, e che non l'aspettassi neppure l'indomani né dopo; ma non me ne fece dire il perché. Dovetti così risalire fin dalla vedova a mangiare qualcosa. Seppi poi da donna Caterina che durante la mia assenza il barbiere albino, amante della Giulia, era stato preso da un accesso di gelosia, Dio sa quanto poco fondata, e aveva minacciato la mia strega di tagliarle il collo col suo rasoio se fosse ancora tornata da me; e l'aveva talmente spaventata, che la donna non osava neppure vedermi né salutarmi. Soltanto molto piú tardi, passato il terrore, si indusse a fermarsi a parlare con me, quando mi incontrava per via, con uno strano sorriso misterioso, riservato e un po' compiaciuto; né mi disse mai nulla delle ragioni del suo abbandono. Donna Caterina si fece in quattro per trovarmi una nuova donna. - Ce n'è una che è meglio di Giulia. In questi giorni ha da fare, ma spero di ottenere che venga -. Intanto le poche streghe del paese mi venivano a cercare; ma io decisi di aspettare la protetta di donna Caterina. Venne, fra quelle che rimandai, una vecchia, che mi parve avesse una sessantina d'anni, e che insistette particolarmente perché la prendessi con me. Seppi poi, con stupore, che aveva quasi novant'anni, che era l'amante del vecchio padre ottantaduenne di don Luigino, e che si era incapricciata di me. Così, senza accorgermene, avevo corso il rischio di essere divorato dalla più antica Parca che mi fosse mai accaduto di conoscere. Finalmente arrivò Maria, la donna mandata dalla sorella del podestà. Era una strega, come la Giulia, anzi molto più della Giulia, e della strega classica, di quelle che si ungono e partono per l'aria a cavallo di una scopa, aveva l'aspetto. Non c'era in lei nulla della maestosa animalità della Santarcangelese. Aveva una quarantina d'anni, era abbastanza alta, e magra, con un viso asciutto, rugoso, un lungo naso affilato, e il mento appuntito e sporgente. Si muoveva rapida, nei lavori era abile e svelta. Pareva bruciata da un fuoco interno, da una specie d'insaziabile avidità, da una sensualità nervosa e diabolica. Mi lanciava occhiate piene di un oscuro fuoco; capii subito che non avrei trovato in lei l'antica passività della Giulia, e che avrei dovuto tenerla a distanza. Per tutto il tempo che rimase con me le diedi perciò pochissima confidenza. Era, del resto, una ottima donna.

Oltre alla fuga di Giulia, altre novità erano avvenute in paese durante la mia assenza. Don Giuseppe Trajella era partito, spedito definitivamente a morire fra le catapecchie malariche di Gaglianello. La notte di Natale aveva dato i suoi frutti, don Luigino aveva trionfato. Il Vescovo aveva fatto fare un concorso per la parrocchia di Gagliano, e proibito a Trajella di parteciparvi. Il suo successore, don Pietro Liguari, era già arrivato da Miglionico. Aveva trovato una casa confortevole sulla via principale, vicino alla piazza, e vi si era installato con la sua governante, e una straordinaria quantità di provviste da bocca. Lo incontrai sulla piazza, il giorno dopo il mio arrivo, e mi venne incontro con un sorriso cordiale. Era già informatissimo di me, si disse felice di conoscermi, e mi invitò a prendere il caffè a casa sua. Se si fosse voluto trovare qualcuno assolutamente opposto, nell'aspetto, nei modi e nell'animo al povero Arciprete misantropo, relegato nel villaggio sul fiume, non si sarebbe di certo potuto scegliere altro che don Pietro Liguari. Era un uomo di una cinquantina d'anni, di media statura, grosso e piuttosto grasso, di un grasso pallido e giallastro. Gli occhi erano neri, spagnoli, pieni di astuzia. Aveva un viso grande e complesso, con un naso un po' arcuato, labbra sottili, capelli neri. Dava l'impressione di averlo già visto, di assomigliare a qualcuno già conosciuto. Riflettendoci, l'impressione si giustificava. L'Arciprete aveva un viso tipico, il più italiano possibile in quegli anni. Era un misto di attore, di prelato, e di barbiere, un incrocio di Mussolini e di Ruggero Ruggeri. Don Pietro Liguari era di questi paesi, e probabilmente di famiglia contadina: il suo viso era pieno di furberia e di finezza, e i suoi modi insinuanti. Incedeva con una certa solennità, l'abito era pulito, il fiocco rosso del cappello era fiammante, e al dito portava un anello con un rubino. Quando entrai in casa sua fui colpito dalla grande quantità di salami, salsicce, prosciutti, provole, provoloni, trecce di fichi secchi, di peperoni, di cipolle e di agli che pendevano dalle travi del soffitto, dai barattoli di conserve e di marmellate, e dalle bottiglie d'olio e di vino che ingombravano le dispense. Nessuna delle case dei signori di Gagliano era certamente così ben fornita. Era venuta ad aprirci la governante, una donna sulla quarantina, alta e magra, con un viso severo e impenetrabile, tutta vestita di nero, con un collettino bianco, senza velo sul capo. Questa donna austera era, lo seppi poi, una contadina di Montemurro, ottima cuoca, e, secondo le male lingue, madre di quattro supposti figli di Arcipreti, che dovevano essere qua e là, in qualche collegio della provincia. Don Liguari mi fece fare il giro delle sue stanze, e ammirare le sue provviste. - Verrà qualche volta a far penitenza con me, - mi disse, mostrandomi del burro fresco, cosa che a Gagliano non esisteva, e che non avevo più visto da che ci ero venuto. - La mia governante sa far bene la pasta. Vedrà. Ma ora sediamoci e prendiamo il caffè -. Quando avemmo vuotato le nostre tazzine, l'Arciprete cominciò a parlarmi del paese, a dirmi le sue impressioni e a chiedermi le mie. - C'è molto da fare qui, - mi disse, - molto da fare. Direi tutto da fare. La chiesa è in cattivo stato, il campanile deve essere costruito. 1 frutti delle nostre terre non ci vengono pagati, o poco per volta e in ritardo. Ma soprattutto c'è poca religione. C'è un gran numero di ragazzi che non sono nemmeno battezzati; e nessuno se ne dà cura, se non sono malati e in punto di morte. Alle funzioni non viene che qualche vecchia, alla messa della domenica la chiesa è quasi deserta. La gente non si confessa, non fa la comunione. Tutto questo deve cambiare, e cambierà presto, vedrà. Le autorità non se ne occupano, e fanno il possibile per peggiorare 1a situazione. Sono dei materialisti, e non parlano che di guerra. Credono di essere loro i padroni del paese, con il loro fascismo. Poverini! Non sanno che dopo la Conciliazione, i padroni non sono più loro, ma noi, che siamo la sola autorità spirituale. La Conciliazione vuol dir questo: che ora tocca a noi la direzione delle cose, a noi preti. Se il podestà crede di poter, essere lui a comandare, si illude! Don Pietro Liguari qui tacque, quasi pentito di aver parlato troppo: ma aveva ben capito che con me poteva farlo; senza timore che io andassi a riferire le sue parole, e ci teneva a ingraziarmisi. Si mise perciò a parlarmi del problema dei confinati, e del dovere che egli sentiva, come prete, di venire in loro aiuto e conforto, senza distinzione di opinione politica o di fede religiosa. Tutto questo era molto bello, ma i suoi modi insinuanti, e il tono della sua voce, mostravano troppo chiaramente come egli, più che dallo spirito di carità, fosse mosso da un interesse o da un calcolo. E finalmente, dopo questo lunghissimo esordio, venne al motivo per cui mi aveva chiamato. - Bisogna riportare questo popolo alla religione, altrimenti cadrà in mano degli atei che pretendono di comandare. Anche chi è di un'altra fede lo deve ammettere -. E qui mi mandò un'occhiatina significativa. - Del resto, tutti possono essere toccati dalla grazia. Ma per portare alla chiesa questi contadini, bisogna che le funzioni diventino più attraenti, che colpiscano di piú la fantasia. La chiesa è povera e nuda, e la parola sola non attira abbastanza. Perché i contadini tornino a frequentare la Casa del Signore, ci vorrebbe della musica. Io ho fatto venire da Miglionico un armonium, l'ho fatto portare ieri in chiesa. È proprio quello che fa per noi. Ma c'è una difficoltà. Chi lo suona? In paese nessuno sa adoperare quello strumento. E allora ho pensato a lei, che sa fare di tutto, che è tanto istruito, ecc. Siamo tutti figli dello stesso Signore! Le ragioni per cui temeva non accettassi non mi passarono neppure in mente. Dissi che avevo studiato il pianoforte, ma che da moltissimi anni non mettevo le mani su una tastiera. Avrei potuto provare, ma non mi sarei potuto impegnare a fargli regolarmente da organista, ma tutt'al più aiutarlo una volta o due, per fargli piacere. Un po' di accompagnamento, se c'era chi cantava, l'avrei potuto fare: ma per suonare avrei dovuto farmi mandare la musica. Risalimmo fino in chiesa, per vedere lo strumento, che era stato messo di fianco all'altare, bene in vista, e che destava già la curiosità dei ragazzi. L'Arciprete era felice: aveva temuto che io non accettassi, e la mia insperata condiscendenza lo faceva più ardito. Mi mostrò le pareti nude e screpolate della chiesa. - Qui ci vorrebbero delle pitture -. L'idea non mi sarebbe dispiaciuta. - Chissà, forse un giorno le affrescherò tutta la chiesa, - gli dissi. - Devo star qui ancora due anni, e avrò tutto il tempo di pensarci. Peccato che i muri sono così cattivi. Ma non vorrei ingelosire Mornaschi, che è un uomo così simpatico -. Il soffitto della chiesa era infatti decorato a fresco, con delle stelle d'oro su fondo azzurro, e delle fasce decorative che lo separavano dalle pareti. Questo lavoro era stato fatto, qualche anno prima, da un pittore milanese, il Mornaschi, un giovane biondo, che in quel tempo passava di paese in paese facendo qua e là lavori di decorazione per le chiese, fermandosi in ogni luogo fino a lavoro finito, e ricominciando poi altrove. Ma a Gagliano questa sua vita vagabonda ebbe termine. C'era venuto per fare il soffitto, ma gli si offrì un posto di impiegato delle imposte, e, lasciando l'incerto per il certo, l'arte per l'amministrazione, Mornaschi non era più ripartito, e aveva abbandonati i pennelli. Era un uomo modesto, ritirato e cortese, il solo forestiero ospite stabile di Gagliano. Lo vedevo qualche volta, e con me fu sempre gentilissimo.

- Mornaschi potrà aiutarla, - disse l'Arciprete, che in pochi giorni, evidentemente, aveva imparato a conoscere tutto il paese. Era entusiasta delle meravigliose prospettive che gli si aprivano davanti, per ricondurre all'ovile il suo gregge indifferente. Ma anch'io, ahimè, ero una pecora perduta, e il buon prete, tratto dall'accesa fantasia, cominciò a vagheggiare qualcosa di ancora più roseo, una solenne cerimonia, a cui avrebbe potuto, perché no? partecipare anche il Vescovo. Questo non lo disse allora, per quanto mi accorgessi che ne moriva dalla voglia. Don Liguari era astuto e diplomatico, e si limitò a qualche accenno insinuante, il primo dei moltissimi e più espliciti che ebbe poi a farmi in seguito. Per allora mi disse soltanto che era un peccato che io vivessi così solo; che ero giovane, sì, ma che avrei dovuto pensare a prender moglie; e mentre uscivamo dalla chiesa, mi invitò a pranzo per la domenica seguente. - Venga, dottore, a far penitenza con un povero prete -. Le provviste che avevo viste accatastate nella sua cucina mi facevano sperare che la penitenza non sarebbe stata troppo severa. L'austera montemurrese, la materna governante, si dimostrò infatti una cuoca perfetta: da un anno non avevo mangiato così bene. C'erano soprattutto dei salamini fatti in casa, rossi, secondo l'uso di qui, di peperone spagnolo, che erano una delizia. Da allora l'Arciprete non mi si spiccicò più d'intorno. Mi veniva a trovare a casa, e posò per un ritratto, che avrebbe voluto gli regalassi. Don Luigino era geloso di questa sua assiduità, ma don Liguari sapeva fare, e, certamente con qualche pretesto evangelico, lo tenne tranquillo. Un giorno, a casa mia, il prete vide una Bibbia, sul mio tavolino da notte, in edizione protestante. Fece un salto, inorridito, come se avesse visto un serpente. - Che libri legge mai, dottore! Lo butti via, per carità -. Aveva preso dei modi molto intimi, e ogni volta che mi vedeva, mi diceva, con una commovente aria materna: - Ci battezzeremo, poi ci sposeremo. Lasci fare a me.

Avevo ricambiato, una domenica, il suo invito, mettendo a contributo, perché la «penitenza» non fosse, questa volta, reale, tutta l'abilità della mia strega Maria. Avvenne che due giorni prima, il venerdì, morisse Poerio, quel vecchio barbuto che era malato da molti mesi e che, per quanto lo desiderasse, non aveva mai potuto consultarmi, perché era compare di san Giovanni del dottor Gibilisco. La domenica si fecero i solenni funerali, e ci intervennero anche l'Arciprete di Stigliano e un altro prete di laggiù. Dovetti dunque estendere l'invito anche a questi due, l'uno grasso e grosso e l'altro magro e piccolo. Erano entrambi dello stesso tipo di don Liguari, scaltri, abituati a viver bene, abili ed esperti della vita dei contadini. Feci un ottimo pranzo con questi tre strani uccelli, che si lagnavano che non morissero che contadini poveri, e che di bei funerali come quello di oggi non ce ne fosse tutt'al più che uno all'anno.

Intanto m'era arrivata un po' di musica da chiesa, ed ero andato qualche volta a esercitarmi sullo strumento. Quando mi parve di essere in grado, fidandomi sulla semplicità del pubblico, di accompagnare la funzione senza troppi errori, fissai con don Liguari per la domenica seguente: ma gli dissi che sarebbe stato per una volta sola. Avevo saputo che il barbiere cavadenti sapeva strimpellare un pianoforte, così ad orecchio, ed ero certo che se la sarebbe cavata meglio di me. Perciò, per quanto egli non amasse molto entrare in chiesa, avevo deciso di lasciare a lui l'incarico, dopo quella prima volta per la quale ero ormai impegnato.

La domenica, la chiesa era piena. L'Arciprete aveva sparso la voce che io avrei suonato, e nessuno volle mancare all'insolito spettacolo. Le donne, sotto i veli bianchi, si pigiavano fino alla porta: molte non avevano potuto entrare. Erano venute persone che da tempo immemorabile non entravano più in chiesa. C'era perfino, con la sorella, donna Concetta, la figlia maggiore dell'avvocato S., il ricco proprietario melanconico, che incontravo spesso la sera, sulla piazza. Donna Concetta era in clausura da quasi un anno, per la morte del fratello: non usciva mai di casa, e non l'avevo mai vista. Per la funzione di oggi si era decisa a rompere il suo voto, e sedeva nella prima fila di panche. Era considerata la più bella donna di Gagliano; ed era vero. Era una ragazza di diciott'anni, piccolina, con un viso tondo e perfetto di Madonna, dei grandi occhioni languidi, i capelli neri, lisci e abbondanti, ordinati con una riga diritta in mezzo, la pelle bianchissima, la boccuccia rossa, il collo sottile, e una gentile aria ritrosa.

Fu quella l'unica volta in cui la vidi, in mezzo alla folla velata; né sentii mai la sua voce. Ma i contadini avevano i loro progetti. - Tu sei gaglianese ormai, - mi dicevano spesso. - Devi sposare donna Concetta. È la zitella vacantía più bella e più ricca del paese. È fatta per te. E così non te ne andrai più, resterai sempre con noi -. Perciò anch'io ero curioso di vedere la mia promessa sposa nascosta.

Le donne furono entusiaste della funzione. - Quanto sei bello! - gridavano al mio passaggio quando uscii. La fiducia dell'Arciprete nella potenza religiosa della musica si dimostrò però esagerata. Per quanto il barbiere accompagnasse assai meglio di me, la chiesa dopo quel giorno tornò ad essere quasi deserta. Don Liguari non si perdeva d'animo: girava tutto il giorno per le case dei contadini, battezzava i ragazzi, e, poco per volta, qualche cosa avrà forse ottenuto. L'effimera, strana primavera era ormai finita. Il verde non era durato che una diecina di giorni, come una assurda apparizione. Poi quella poca erba era seccata sotto il sole e il vento ardente di un maggio improvvisamente estivo. Il paesaggio era tornato quello di sempre, bianco, monotono e calcinoso. Come quando ero arrivato, tanti mesi prima, sulla distesa delle argille silenziose l'aria ondeggiava per il caldo; e pareva che, da sempre, su quello stesso desolato mare biancastro oscillasse grigia l'ombra delle stesse nuvole. Conoscevo ogni anfratto, ogni colore, ogni piega della terra. Con il nuovo caldo, la vita di Gagliano pareva più lenta che mai. I contadini erano nei campi, le ombre delle case si stendevano pigre sui selciati, le capre sostavano al sole. L'eterno ozio borbonico si stendeva sul paese, costruito sulle ossa dei morti: distinguevo ogni voce, ogni rumore, ogni sussurro, come una cosa nota da tempi immemorabili, infinite volte ripetuta, e che infinite altre volte sarebbe stata ripetuta in futuro. Lavoravo, dipingevo, curavo i malati, ma ero giunto a un punto estremo di indifferenza. Mi pareva di essere un verme chiuso dentro una noce secca. Lontano dagli affetti, nel guscio religioso della monotonia, aspettavo gli anni venturi, e mi pareva di essere senza base, librato in un'aria assurda, dove era strano anche il suono della mia voce.

Anche la guerra volgeva al termine. Addis Abeba era caduta. L'Impero era salito sui colli di Roma, e don Luigino aveva cercato di farlo salire anche su quelli di Gagliano, con una delle sue tristi adunate deserte. Non ci sarebbero più stati dei morti, e si attendeva il ritorno dei pochi che erano laggiù. Il figlio della Giulia aveva scritto che presto sarebbe tornato, e gli si preparassero la sposa e le nozze. Don Luigino si sentiva cresciuto, come se qualcosa della corona imperiale fosse passato anche sulla sua testa. I contadini pensavano che, malgrado le promesse, non ci sarebbe stato posto per loro in quelle terre favolose e male acquistate; e non pensavano all'Africa quando scendevano alle rive dell'Agri.

Un mattino, verso mezzogiorno, passavo sulla piazza. Il sole batteva lucente e nitido, il vento alzava mulinelli di polvere e don Cosimino, sull'uscio dell'ufficio postale, mi fece da lontano dei grandi gesti con la mano. Mi avvicinai, e vidi che mi guardava con affettuosi occhi allegri. - Buone notizie, don Carlo, - mi disse. - Non vorrei darle delle speranze che non si dovessero realizzare; ma è arrivato ora un telegramma da Matera, che dispone la liberazione del confinato genovese. Ho mandato ora a chiamarlo. Dice anche di rimanere in ascolto nel pomeriggio, che mi telegraferanno i nomi di altri confinati da liberare. Spero ci sarà anche il suo. Pare che sia per la presa di Addis Abeba -. Rimanemmo sulla porta dell'ufficio tutto il giorno. Ogni tanto si sentiva il ticchettio del telegrafo, e poi la testa di don Cosimino si affacciava allo sportello, con un sorriso raggiante, e l'angelo gobbo gridava un nome. Il mio fu l'ultimo: era già quasi sera. Tutti erano stati liberati, tranne i due comunisti, lo studente di Pisa e l'operaio di Ancona. Tutti i signori della piazza mi si fecero attorno per congratularsi con me della libertà che mi era stata elargita senza che la sollecitassi. Quella gioia inattesa mi si volse in tristezza, e mi avviai, con Barone, verso casa.

Tutti i confinati partirono l'indomani mattina. Io non mi affrettai. Mi dispiaceva partire, e trovai tutti i pretesti per trattenermi. Avevo dei malati che non potevo lasciare d'un tratto, delle pitture da finire; e poi un mucchio di cose da spedire, una infinità di quadri da imballare. Dovevo far fare delle casse, e una gabbia per Barone, troppo abile nello sciogliersi dal guinzaglio e troppo selvatico perché si potesse affidarlo così semplicemente a un treno. Rimasi ancora una diecina di giorni.

I contadini venivano a trovarmi e mi dicevano: - Non partire. Resta con noi. Sposa Concetta. Ti faranno podestà. Devi restar sempre con noi -. Quando si avvicinò il giorno della mia partenza, mi dissero che avrebbero bucato le gomme dell'automobile che doveva portarmi via. - Tornerò, - dissi. Ma scuotevano il capo. - Se parti non torni più. Tu sei un cristiano bono. Resta con noi contadini -. Dovetti promettere solennemente che sarei tornato; e lo promisi con tutta sincerità: ma non potei, finora, mantenere la promessa.

Infine mi congedai da tutti. Salutai la vedova, il becchino banditore; donna Caterina, la Giulia, don Luigino, la Parroccola, il dottor Milillo, il dottor Gibilisco, l'Arciprete, i signori, i contadini, le donne, i ragazzi, le capre, i monachicchi e gli spiriti, lasciai un quadro in ricordo al comune di Gagliano, feci caricare le mie casse, chiusi con la grossa chiave la porta di casa, diedi un ultimo sguardo ai monti di Calabria, al cimitero, al Pantano e alle argille; e una mattina all'alba, mentre i contadini si avviavano con i loro asini ai campi, salii, con Barone in gabbia, nella macchina dell'americano, e partii. Dopo la svolta, sotto il campo sportivo, Gagliano scomparve, e non l'ho piú riveduto.

Avevo un foglio di via, e dovevo viaggiare con i treni accelerati: perciò il viaggio fu lungo. Rividi Matera, e i suoi sassi, e il suo museo. Traversai la pianura di Puglia, sparsa di pietre bianche, come un cimitero, e Bari, e Foggia misteriosa nella notte, e risalii, a piccole tappe, verso il nord. Salii alla cattedrale di Ancona, e mi affacciai, per la prima volta dopo tanto tempo, sul mare. Era una giornata serena, e, da quella altezza, le acque si stendevano amplissime. Una brezza fresca veniva dalla Dalmazia, e increspava di onde minute il calmo dorso del mare. Pensavo a cose vaghe: la vita di quel mare era come le sorti infinite degli uomini, eternamente ferme in onde uguali, mosse in un tempo senza mutamento. E pensai con affettuosa angoscia a quel tempo immobile, e a quella nera civiltà che avevo abbandonato. Ma già il treno mi portava lontano, attraverso le campagne matematiche di Romagna, verso i vigneti del Piemonte, e quel futuro misterioso di esili, di guerre e di morti, che allora mi appariva appena, come una nuvola incerta nel cielo sterminato.

Firenze, dicembre 1943 - luglio 1944.


Parte 26

Mi risvegliò il sole alto, dopo Potenza, tra le scoscese pendici di Brindisi di Montagna. Qualcosa d’insolito era nell’aria, di cui non sapevo ancora rendermi conto. Entrammo nella valle del Basento, passammo le stazioncine solitarie di Pietra Pertosa, Garaguso e Tricarico, e non tardammo a raggiungere la nostra destinazione: la stazione di Grassano. Qui dovevamo scendere, e aspettare, come al solito, qualche ora, il passaggio della corriera postale. La stazione era deserta; rimasi a passeggiare avanti e indietro, sulla strada provinciale, con la mia guardia, conversando. Grassano mi risalutava dalla cima del monte, periodica amichevole apparizione: ma il suo aspetto era mutato. Mi resi conto allora delle ragioni di quell’aspetto strano del paesaggio che avevo veduto al mio risveglio dal finestrino del vagone. Il colle si alzava, come sempre, con le sue lente ondulazioni e le sue fratture improvvise, fino al cimitero e al paese: ma la terra, che avevo sempre veduta grigia e giallastra, era ora tutta verde, d’un verde innaturale e imprevedibile. La primavera era scoppiata d’un tratto, anche qui, durante i pochi giorni della mia assenza; ma quel colore, altrove così pieno di allegra armonia e di speranza, aveva qui qualche cosa di artificioso, di violento; suonava falso, come il rossetto sul viso bruciato dal sole di una contadina. Gli stessi verdi metallici mi accompagnarono attraverso la salita, verso Stigliano, come squilli stonati di una tromba in una marcia funebre. I monti tornarono a chiudersi alle mie spalle, come i cancelli di una prigione, quando scendemmo verso il Sauro, e riprendemmo la salita verso Gagliano. Sulle argille bianche, le piccole chiazze di verde, sparse qua e là, brillavano al sole ancora più intense e più strane, come delle grida; parevano lembi di maschere stracciate, sparse alla rinfusa.

Era quasi sera, quando giungemmo in paese. La mia guardia, De Luca, venne riconosciuta da tutti. Quello che mi aveva raccontato di sé e della sua famiglia era vero: il figlio del cieco dal cavallo sapiente era quasi un compaesano, e parecchi lo invitarono a mangiare qualcosa prima di ripartire. Ma egli aveva fretta: riuscì a farsi imprestare un cavallo, montò in sella e partì per Montemurro, dove sarebbe arrivato dopo aver cavalcato tutta la notte.

Gagliano, a rivederla dopo quella breve parentesi cittadina, mi parve più piccola e più triste che mai, nella sua immobile atmosfera borbonica. Ancora due anni quaggiù! Il senso della noia degli identici giorni futuri mi scese improvvisa sul cuore. Mi avviai verso casa, fra i saluti e i «ben tornato!» che mi giungevano dalle soglie. Barone, che avevo affidato alla Giulia, era in mezzo alla piazza, come un signore, e mi corse incontro felice e rumoroso. Credevo che avrei trovato la Giulia a casa; ma la casa era vuota, il, fuoco spento, e non c’era nulla di pronto per la cena. Mandai un ragazzo a chiamarla: tornò dicendomi che non poteva venire, e che non l’aspettassi neppure l’indomani né dopo; ma non me ne fece dire il perché. Dovetti così risalire fin dalla vedova a mangiare qualcosa. Seppi poi da donna Caterina che durante la mia assenza il barbiere albino, amante della Giulia, era stato preso da un accesso di gelosia, Dio sa quanto poco fondata, e aveva minacciato la mia strega di tagliarle il collo col suo rasoio se fosse ancora tornata da me; e l’aveva talmente spaventata, che la donna non osava neppure vedermi né salutarmi. Soltanto molto piú tardi, passato il terrore, si indusse a fermarsi a parlare con me, quando mi incontrava per via, con uno strano sorriso misterioso, riservato e un po' compiaciuto; né mi disse mai nulla delle ragioni del suo abbandono. Donna Caterina si fece in quattro per trovarmi una nuova donna. - Ce n’è una che è meglio di Giulia. In questi giorni ha da fare, ma spero di ottenere che venga -. Intanto le poche streghe del paese mi venivano a cercare; ma io decisi di aspettare la protetta di donna Caterina. Venne, fra quelle che rimandai, una vecchia, che mi parve avesse una sessantina d’anni, e che insistette particolarmente perché la prendessi con me. Among those whom I sent back came an old woman, who I thought was about sixty years old, and who particularly insisted that I take it out on me. Seppi poi, con stupore, che aveva quasi novant’anni, che era l’amante del vecchio padre ottantaduenne di don Luigino, e che si era incapricciata di me. Così, senza accorgermene, avevo corso il rischio di essere divorato dalla più antica Parca che mi fosse mai accaduto di conoscere. Finalmente arrivò Maria, la donna mandata dalla sorella del podestà. Era una strega, come la Giulia, anzi molto più della Giulia, e della strega classica, di quelle che si ungono e partono per l’aria a cavallo di una scopa, aveva l’aspetto. Non c’era in lei nulla della maestosa animalità della Santarcangelese. Aveva una quarantina d’anni, era abbastanza alta, e magra, con un viso asciutto, rugoso, un lungo naso affilato, e il mento appuntito e sporgente. Si muoveva rapida, nei lavori era abile e svelta. Pareva bruciata da un fuoco interno, da una specie d’insaziabile avidità, da una sensualità nervosa e diabolica. Mi lanciava occhiate piene di un oscuro fuoco; capii subito che non avrei trovato in lei l’antica passività della Giulia, e che avrei dovuto tenerla a distanza. Per tutto il tempo che rimase con me le diedi perciò pochissima confidenza. Era, del resto, una ottima donna.

Oltre alla fuga di Giulia, altre novità erano avvenute in paese durante la mia assenza. Don Giuseppe Trajella era partito, spedito definitivamente a morire fra le catapecchie malariche di Gaglianello. La notte di Natale aveva dato i suoi frutti, don Luigino aveva trionfato. Il Vescovo aveva fatto fare un concorso per la parrocchia di Gagliano, e proibito a Trajella di parteciparvi. Il suo successore, don Pietro Liguari, era già arrivato da Miglionico. Aveva trovato una casa confortevole sulla via principale, vicino alla piazza, e vi si era installato con la sua governante, e una straordinaria quantità di provviste da bocca. Lo incontrai sulla piazza, il giorno dopo il mio arrivo, e mi venne incontro con un sorriso cordiale. Era già informatissimo di me, si disse felice di conoscermi, e mi invitò a prendere il caffè a casa sua. Se si fosse voluto trovare qualcuno assolutamente opposto, nell’aspetto, nei modi e nell’animo al povero Arciprete misantropo, relegato nel villaggio sul fiume, non si sarebbe di certo potuto scegliere altro che don Pietro Liguari. Era un uomo di una cinquantina d’anni, di media statura, grosso e piuttosto grasso, di un grasso pallido e giallastro. Gli occhi erano neri, spagnoli, pieni di astuzia. Aveva un viso grande e complesso, con un naso un po' arcuato, labbra sottili, capelli neri. Dava l’impressione di averlo già visto, di assomigliare a qualcuno già conosciuto. Riflettendoci, l’impressione si giustificava. L’Arciprete aveva un viso tipico, il più italiano possibile in quegli anni. Era un misto di attore, di prelato, e di barbiere, un incrocio di Mussolini e di Ruggero Ruggeri. Don Pietro Liguari era di questi paesi, e probabilmente di famiglia contadina: il suo viso era pieno di furberia e di finezza, e i suoi modi insinuanti. Incedeva con una certa solennità, l’abito era pulito, il fiocco rosso del cappello era fiammante, e al dito portava un anello con un rubino. Quando entrai in casa sua fui colpito dalla grande quantità di salami, salsicce, prosciutti, provole, provoloni, trecce di fichi secchi, di peperoni, di cipolle e di agli che pendevano dalle travi del soffitto, dai barattoli di conserve e di marmellate, e dalle bottiglie d’olio e di vino che ingombravano le dispense. Nessuna delle case dei signori di Gagliano era certamente così ben fornita. Era venuta ad aprirci la governante, una donna sulla quarantina, alta e magra, con un viso severo e impenetrabile, tutta vestita di nero, con un collettino bianco, senza velo sul capo. Questa donna austera era, lo seppi poi, una contadina di Montemurro, ottima cuoca, e, secondo le male lingue, madre di quattro supposti figli di Arcipreti, che dovevano essere qua e là, in qualche collegio della provincia. Don Liguari mi fece fare il giro delle sue stanze, e ammirare le sue provviste. - Verrà qualche volta a far penitenza con me, - mi disse, mostrandomi del burro fresco, cosa che a Gagliano non esisteva, e che non avevo più visto da che ci ero venuto. - La mia governante sa far bene la pasta. Vedrà. Ma ora sediamoci e prendiamo il caffè -. Quando avemmo vuotato le nostre tazzine, l’Arciprete cominciò a parlarmi del paese, a dirmi le sue impressioni e a chiedermi le mie. - C’è molto da fare qui, - mi disse, - molto da fare. Direi tutto da fare. La chiesa è in cattivo stato, il campanile deve essere costruito. 1 frutti delle nostre terre non ci vengono pagati, o poco per volta e in ritardo. Ma soprattutto c’è poca religione. C’è un gran numero di ragazzi che non sono nemmeno battezzati; e nessuno se ne dà cura, se non sono malati e in punto di morte. Alle funzioni non viene che qualche vecchia, alla messa della domenica la chiesa è quasi deserta. La gente non si confessa, non fa la comunione. Tutto questo deve cambiare, e cambierà presto, vedrà. Le autorità non se ne occupano, e fanno il possibile per peggiorare 1a situazione. Sono dei materialisti, e non parlano che di guerra. Credono di essere loro i padroni del paese, con il loro fascismo. Poverini! Non sanno che dopo la Conciliazione, i padroni non sono più loro, ma noi, che siamo la sola autorità spirituale. La Conciliazione vuol dir questo: che ora tocca a noi la direzione delle cose, a noi preti. Se il podestà crede di poter, essere lui a comandare, si illude! Don Pietro Liguari qui tacque, quasi pentito di aver parlato troppo: ma aveva ben capito che con me poteva farlo; senza timore che io andassi a riferire le sue parole, e ci teneva a ingraziarmisi. Don Pietro Liguari was silent here, almost regretting having talked too much: but he understood well that he could do it with me; without fear of my going to report his words, and he wanted to curry favor with me. Si mise perciò a parlarmi del problema dei confinati, e del dovere che egli sentiva, come prete, di venire in loro aiuto e conforto, senza distinzione di opinione politica o di fede religiosa. Tutto questo era molto bello, ma i suoi modi insinuanti, e il tono della sua voce, mostravano troppo chiaramente come egli, più che dallo spirito di carità, fosse mosso da un interesse o da un calcolo. E finalmente, dopo questo lunghissimo esordio, venne al motivo per cui mi aveva chiamato. - Bisogna riportare questo popolo alla religione, altrimenti cadrà in mano degli atei che pretendono di comandare. Anche chi è di un’altra fede lo deve ammettere -. Even those of another faith must admit it -. E qui mi mandò un’occhiatina significativa. - Del resto, tutti possono essere toccati dalla grazia. Ma per portare alla chiesa questi contadini, bisogna che le funzioni diventino più attraenti, che colpiscano di piú la fantasia. La chiesa è povera e nuda, e la parola sola non attira abbastanza. Perché i contadini tornino a frequentare la Casa del Signore, ci vorrebbe della musica. Io ho fatto venire da Miglionico un armonium, l’ho fatto portare ieri in chiesa. È proprio quello che fa per noi. Ma c’è una difficoltà. Chi lo suona? In paese nessuno sa adoperare quello strumento. E allora ho pensato a lei, che sa fare di tutto, che è tanto istruito, ecc. Siamo tutti figli dello stesso Signore! Le ragioni per cui temeva non accettassi non mi passarono neppure in mente. Dissi che avevo studiato il pianoforte, ma che da moltissimi anni non mettevo le mani su una tastiera. Avrei potuto provare, ma non mi sarei potuto impegnare a fargli regolarmente da organista, ma tutt’al più aiutarlo una volta o due, per fargli piacere. Un po' di accompagnamento, se c’era chi cantava, l’avrei potuto fare: ma per suonare avrei dovuto farmi mandare la musica. Risalimmo fino in chiesa, per vedere lo strumento, che era stato messo di fianco all’altare, bene in vista, e che destava già la curiosità dei ragazzi. L’Arciprete era felice: aveva temuto che io non accettassi, e la mia insperata condiscendenza lo faceva più ardito. Mi mostrò le pareti nude e screpolate della chiesa. - Qui ci vorrebbero delle pitture -. L’idea non mi sarebbe dispiaciuta. - Chissà, forse un giorno le affrescherò tutta la chiesa, - gli dissi. - Devo star qui ancora due anni, e avrò tutto il tempo di pensarci. Peccato che i muri sono così cattivi. Ma non vorrei ingelosire Mornaschi, che è un uomo così simpatico -. Il soffitto della chiesa era infatti decorato a fresco, con delle stelle d’oro su fondo azzurro, e delle fasce decorative che lo separavano dalle pareti. Questo lavoro era stato fatto, qualche anno prima, da un pittore milanese, il Mornaschi, un giovane biondo, che in quel tempo passava di paese in paese facendo qua e là lavori di decorazione per le chiese, fermandosi in ogni luogo fino a lavoro finito, e ricominciando poi altrove. Ma a Gagliano questa sua vita vagabonda ebbe termine. C’era venuto per fare il soffitto, ma gli si offrì un posto di impiegato delle imposte, e, lasciando l’incerto per il certo, l’arte per l’amministrazione, Mornaschi non era più ripartito, e aveva abbandonati i pennelli. Era un uomo modesto, ritirato e cortese, il solo forestiero ospite stabile di Gagliano. Lo vedevo qualche volta, e con me fu sempre gentilissimo.

- Mornaschi potrà aiutarla, - disse l’Arciprete, che in pochi giorni, evidentemente, aveva imparato a conoscere tutto il paese. Era entusiasta delle meravigliose prospettive che gli si aprivano davanti, per ricondurre all’ovile il suo gregge indifferente. Ma anch’io, ahimè, ero una pecora perduta, e il buon prete, tratto dall’accesa fantasia, cominciò a vagheggiare qualcosa di ancora più roseo, una solenne cerimonia, a cui avrebbe potuto, perché no? partecipare anche il Vescovo. Questo non lo disse allora, per quanto mi accorgessi che ne moriva dalla voglia. Don Liguari era astuto e diplomatico, e si limitò a qualche accenno insinuante, il primo dei moltissimi e più espliciti che ebbe poi a farmi in seguito. Per allora mi disse soltanto che era un peccato che io vivessi così solo; che ero giovane, sì, ma che avrei dovuto pensare a prender moglie; e mentre uscivamo dalla chiesa, mi invitò a pranzo per la domenica seguente. - Venga, dottore, a far penitenza con un povero prete -. Le provviste che avevo viste accatastate nella sua cucina mi facevano sperare che la penitenza non sarebbe stata troppo severa. L’austera montemurrese, la materna governante, si dimostrò infatti una cuoca perfetta: da un anno non avevo mangiato così bene. C’erano soprattutto dei salamini fatti in casa, rossi, secondo l’uso di qui, di peperone spagnolo, che erano una delizia. Da allora l’Arciprete non mi si spiccicò più d’intorno. Since then the Archpriest has never been around me. Mi veniva a trovare a casa, e posò per un ritratto, che avrebbe voluto gli regalassi. Don Luigino era geloso di questa sua assiduità, ma don Liguari sapeva fare, e, certamente con qualche pretesto evangelico, lo tenne tranquillo. Un giorno, a casa mia, il prete vide una Bibbia, sul mio tavolino da notte, in edizione protestante. Fece un salto, inorridito, come se avesse visto un serpente. - Che libri legge mai, dottore! Lo butti via, per carità -. Aveva preso dei modi molto intimi, e ogni volta che mi vedeva, mi diceva, con una commovente aria materna: - Ci battezzeremo, poi ci sposeremo. Lasci fare a me.

Avevo ricambiato, una domenica, il suo invito, mettendo a contributo, perché la «penitenza» non fosse, questa volta, reale, tutta l’abilità della mia strega Maria. Avvenne che due giorni prima, il venerdì, morisse Poerio, quel vecchio barbuto che era malato da molti mesi e che, per quanto lo desiderasse, non aveva mai potuto consultarmi, perché era compare di san Giovanni del dottor Gibilisco. La domenica si fecero i solenni funerali, e ci intervennero anche l’Arciprete di Stigliano e un altro prete di laggiù. Dovetti dunque estendere l’invito anche a questi due, l’uno grasso e grosso e l’altro magro e piccolo. Erano entrambi dello stesso tipo di don Liguari, scaltri, abituati a viver bene, abili ed esperti della vita dei contadini. Feci un ottimo pranzo con questi tre strani uccelli, che si lagnavano che non morissero che contadini poveri, e che di bei funerali come quello di oggi non ce ne fosse tutt’al più che uno all’anno.

Intanto m’era arrivata un po' di musica da chiesa, ed ero andato qualche volta a esercitarmi sullo strumento. Quando mi parve di essere in grado, fidandomi sulla semplicità del pubblico, di accompagnare la funzione senza troppi errori, fissai con don Liguari per la domenica seguente: ma gli dissi che sarebbe stato per una volta sola. Avevo saputo che il barbiere cavadenti sapeva strimpellare un pianoforte, così ad orecchio, ed ero certo che se la sarebbe cavata meglio di me. I had heard that the barber's tooth-puller could strum a piano, just by ear, and I was sure he would have handled it better than me. Perciò, per quanto egli non amasse molto entrare in chiesa, avevo deciso di lasciare a lui l’incarico, dopo quella prima volta per la quale ero ormai impegnato.

La domenica, la chiesa era piena. L’Arciprete aveva sparso la voce che io avrei suonato, e nessuno volle mancare all’insolito spettacolo. Le donne, sotto i veli bianchi, si pigiavano fino alla porta: molte non avevano potuto entrare. Erano venute persone che da tempo immemorabile non entravano più in chiesa. C’era perfino, con la sorella, donna Concetta, la figlia maggiore dell’avvocato S., il ricco proprietario melanconico, che incontravo spesso la sera, sulla piazza. Donna Concetta era in clausura da quasi un anno, per la morte del fratello: non usciva mai di casa, e non l’avevo mai vista. Per la funzione di oggi si era decisa a rompere il suo voto, e sedeva nella prima fila di panche. Era considerata la più bella donna di Gagliano; ed era vero. Era una ragazza di diciott’anni, piccolina, con un viso tondo e perfetto di Madonna, dei grandi occhioni languidi, i capelli neri, lisci e abbondanti, ordinati con una riga diritta in mezzo, la pelle bianchissima, la boccuccia rossa, il collo sottile, e una gentile aria ritrosa.

Fu quella l’unica volta in cui la vidi, in mezzo alla folla velata; né sentii mai la sua voce. Ma i contadini avevano i loro progetti. - Tu sei gaglianese ormai, - mi dicevano spesso. - Devi sposare donna Concetta. È la zitella vacantía più bella e più ricca del paese. È fatta per te. E così non te ne andrai più, resterai sempre con noi -. Perciò anch’io ero curioso di vedere la mia promessa sposa nascosta.

Le donne furono entusiaste della funzione. - Quanto sei bello! - gridavano al mio passaggio quando uscii. La fiducia dell’Arciprete nella potenza religiosa della musica si dimostrò però esagerata. Per quanto il barbiere accompagnasse assai meglio di me, la chiesa dopo quel giorno tornò ad essere quasi deserta. Don Liguari non si perdeva d’animo: girava tutto il giorno per le case dei contadini, battezzava i ragazzi, e, poco per volta, qualche cosa avrà forse ottenuto. L’effimera, strana primavera era ormai finita. Il verde non era durato che una diecina di giorni, come una assurda apparizione. Poi quella poca erba era seccata sotto il sole e il vento ardente di un maggio improvvisamente estivo. Il paesaggio era tornato quello di sempre, bianco, monotono e calcinoso. Come quando ero arrivato, tanti mesi prima, sulla distesa delle argille silenziose l’aria ondeggiava per il caldo; e pareva che, da sempre, su quello stesso desolato mare biancastro oscillasse grigia l’ombra delle stesse nuvole. Conoscevo ogni anfratto, ogni colore, ogni piega della terra. Con il nuovo caldo, la vita di Gagliano pareva più lenta che mai. I contadini erano nei campi, le ombre delle case si stendevano pigre sui selciati, le capre sostavano al sole. L’eterno ozio borbonico si stendeva sul paese, costruito sulle ossa dei morti: distinguevo ogni voce, ogni rumore, ogni sussurro, come una cosa nota da tempi immemorabili, infinite volte ripetuta, e che infinite altre volte sarebbe stata ripetuta in futuro. Lavoravo, dipingevo, curavo i malati, ma ero giunto a un punto estremo di indifferenza. Mi pareva di essere un verme chiuso dentro una noce secca. Lontano dagli affetti, nel guscio religioso della monotonia, aspettavo gli anni venturi, e mi pareva di essere senza base, librato in un’aria assurda, dove era strano anche il suono della mia voce.

Anche la guerra volgeva al termine. Addis Abeba era caduta. L’Impero era salito sui colli di Roma, e don Luigino aveva cercato di farlo salire anche su quelli di Gagliano, con una delle sue tristi adunate deserte. Non ci sarebbero più stati dei morti, e si attendeva il ritorno dei pochi che erano laggiù. Il figlio della Giulia aveva scritto che presto sarebbe tornato, e gli si preparassero la sposa e le nozze. Don Luigino si sentiva cresciuto, come se qualcosa della corona imperiale fosse passato anche sulla sua testa. I contadini pensavano che, malgrado le promesse, non ci sarebbe stato posto per loro in quelle terre favolose e male acquistate; e non pensavano all’Africa quando scendevano alle rive dell’Agri.

Un mattino, verso mezzogiorno, passavo sulla piazza. Il sole batteva lucente e nitido, il vento alzava mulinelli di polvere e don Cosimino, sull’uscio dell’ufficio postale, mi fece da lontano dei grandi gesti con la mano. Mi avvicinai, e vidi che mi guardava con affettuosi occhi allegri. - Buone notizie, don Carlo, - mi disse. - Non vorrei darle delle speranze che non si dovessero realizzare; ma è arrivato ora un telegramma da Matera, che dispone la liberazione del confinato genovese. Ho mandato ora a chiamarlo. Dice anche di rimanere in ascolto nel pomeriggio, che mi telegraferanno i nomi di altri confinati da liberare. Spero ci sarà anche il suo. Pare che sia per la presa di Addis Abeba -. Rimanemmo sulla porta dell’ufficio tutto il giorno. Ogni tanto si sentiva il ticchettio del telegrafo, e poi la testa di don Cosimino si affacciava allo sportello, con un sorriso raggiante, e l’angelo gobbo gridava un nome. Il mio fu l’ultimo: era già quasi sera. Tutti erano stati liberati, tranne i due comunisti, lo studente di Pisa e l’operaio di Ancona. Tutti i signori della piazza mi si fecero attorno per congratularsi con me della libertà che mi era stata elargita senza che la sollecitassi. Quella gioia inattesa mi si volse in tristezza, e mi avviai, con Barone, verso casa.

Tutti i confinati partirono l’indomani mattina. Io non mi affrettai. Mi dispiaceva partire, e trovai tutti i pretesti per trattenermi. Avevo dei malati che non potevo lasciare d’un tratto, delle pitture da finire; e poi un mucchio di cose da spedire, una infinità di quadri da imballare. Dovevo far fare delle casse, e una gabbia per Barone, troppo abile nello sciogliersi dal guinzaglio e troppo selvatico perché si potesse affidarlo così semplicemente a un treno. Rimasi ancora una diecina di giorni.

I contadini venivano a trovarmi e mi dicevano: - Non partire. Resta con noi. Sposa Concetta. Ti faranno podestà. Devi restar sempre con noi -. Quando si avvicinò il giorno della mia partenza, mi dissero che avrebbero bucato le gomme dell’automobile che doveva portarmi via. - Tornerò, - dissi. Ma scuotevano il capo. - Se parti non torni più. Tu sei un cristiano bono. Resta con noi contadini -. Dovetti promettere solennemente che sarei tornato; e lo promisi con tutta sincerità: ma non potei, finora, mantenere la promessa.

Infine mi congedai da tutti. Salutai la vedova, il becchino banditore; donna Caterina, la Giulia, don Luigino, la Parroccola, il dottor Milillo, il dottor Gibilisco, l’Arciprete, i signori, i contadini, le donne, i ragazzi, le capre, i monachicchi e gli spiriti, lasciai un quadro in ricordo al comune di Gagliano, feci caricare le mie casse, chiusi con la grossa chiave la porta di casa, diedi un ultimo sguardo ai monti di Calabria, al cimitero, al Pantano e alle argille; e una mattina all’alba, mentre i contadini si avviavano con i loro asini ai campi, salii, con Barone in gabbia, nella macchina dell’americano, e partii. Dopo la svolta, sotto il campo sportivo, Gagliano scomparve, e non l’ho piú riveduto.

Avevo un foglio di via, e dovevo viaggiare con i treni accelerati: perciò il viaggio fu lungo. Rividi Matera, e i suoi sassi, e il suo museo. Traversai la pianura di Puglia, sparsa di pietre bianche, come un cimitero, e Bari, e Foggia misteriosa nella notte, e risalii, a piccole tappe, verso il nord. Salii alla cattedrale di Ancona, e mi affacciai, per la prima volta dopo tanto tempo, sul mare. Era una giornata serena, e, da quella altezza, le acque si stendevano amplissime. Una brezza fresca veniva dalla Dalmazia, e increspava di onde minute il calmo dorso del mare. Pensavo a cose vaghe: la vita di quel mare era come le sorti infinite degli uomini, eternamente ferme in onde uguali, mosse in un tempo senza mutamento. E pensai con affettuosa angoscia a quel tempo immobile, e a quella nera civiltà che avevo abbandonato. Ma già il treno mi portava lontano, attraverso le campagne matematiche di Romagna, verso i vigneti del Piemonte, e quel futuro misterioso di esili, di guerre e di morti, che allora mi appariva appena, come una nuvola incerta nel cielo sterminato.

Firenze, dicembre 1943 - luglio 1944.