Viaggio in Russia - Parte 3
30 di marzo 2013
Mi sveglio con un leggero mal di testa, e vedo Richard che è già affaccendato con il suo I-pad. Non abbiamo molto tempo perché dobbiamo incontrare Svetlana e Tom, il mio amico australiano che ho conosciuto all'ISIT, la famosa scuola di interpreti e traduttori di Parigi. Sono contento di rivederlo, è passato quasi un anno dall'ultima volta che l'ho incontrato. Si è trasferito in Russia per fare uno stage e si è fermato per perfezionare il suo già incredibile russo.
Scendiamo nella sala ristorante con Richard e ci serviamo al self-service. Devo dire che non sono rimasto favorevolmente impressionato dal menù offerto per la colazione, considerando che era un hotel a tre stelle. Non vedo gli ingredienti quasi indispensabili per noi italiani: latte, caffè, qualche dolce. È tutto salato: salsicce, insalata russa, uova, c'è perfino del pesce affumicato. Mi accontento del té e succo di frutta, e – anche se può sembrare indigesto alla maggior parte dei miei compatrioti – decido di addentare due wurstel e ci metto vicino perfino l'insalata russa. “Vabbé facciamo finta che è il pranzo” – dico fra me e me. Ci sediamo ad un tavolo vicino alla televisione, che sta trasmettendo un cartone vecchio di almeno 40 anni. “Il libro della Giungla”, tratto dal libro di Kipling. “Vedi cosa significa essere immersi in una lingua” – dico a Richard. Effettivamente alzarsi di prima mattina e sentire subito cameriere e avventori del bar parlarsi in russo – nonché il sottofondo della televisione – significa cominciare bene la giornata se lo scopo – diretto o indiretto che sia– è quello di perfezionare la lingua. Dopo aver consumato la colazione risaliamo in stanza e ci prepariamo per uscire.
Ci dirigiamo verso la metro con la colpevole fretta degli inguaribili –e un po' colpevoli – ritardatri, e – ti pareva – sbagliamo stazione, scendendo a quella precendente. Ci rivolgiamo quasi disperati a due donne russe, le quali, dopo un attimo di sorpresa, sono visibilmente contente di poter spiegare il nostro errore nella loro lingua. Risaliamo sulla metro e arriviamo un po' trafelati sul luogo dell'appuntamento. Tom è davanti alla porta di ingresso della metro, con le mani affondante nelle tasche e visibilmente intirizzito dal freddo, mentre Svetlana è seduta su una panchina ed armeggia con il cellulare, sembra essere a suo agio nonostante il freddo mordente. Mi fa veramente piacere vedere Tom dopo così tanto tempo. Dopo i saluti di rito cominciamo un lungo tour per le strade di Mosca. Costeggiamo le grandi mura rosso che cingono il Cremlino come un grande cintura di mattoni. Io chiacchero con Tom mentre Richard e Svetlana si lanciano in una lunga ed intensa conversazione che non posso sentire perché sono a distanza di qualche metro.
Il cielo è grigio e fa freddo, la temperatura sarà intorno ai -2, -3 gradi, ma non lo avvertiamo eccessivamente troppo perché siamo troppo impegnati a chiaccherare e a osservare un nuovo mondo. Passiamo davanti al parlamento russo e poi attraversiamo un imponente ponte, fino a raggiungere una grande Chiesa ortodossa. Tom ci spiega che la Chiesa è stata completamente distrutta e poi fatta ricostruire dopo la seconda Guerra Mondiale. Facciamo qualche foto nel cortile esterno (con Richard e Svetlana che si divertono a mettersi in posa davanti all'imponente edificio) e poi facciamo un lungo giro per accedere all'interno.
L'interno della Chiesa è affascinante quanto l'esterno. C'è un'enorme navata centrale e tutta la Chiesa è tappezzata di quadri di Santi, altari, decorazioni, baldacchini. C'è un organo da cui esce un una voce profonda e intensa che avvolge tutta la Chiesa. Scorgo di nuovo donne con un velo in testa che fanno inchini davanti ad un altare, baciando ripetutamente le immagini sacre. Alcune persone – donne e uomini di ogni età si dispongono ai lati di uno spazio occupato da un sacerdote che canta con vigore una litania, e poi fa un lungo giro intorno alle colonne facendo oscillare un grande oggetto di metallo dal quale esce un forte odore di incenso. È tutto estremamente suggestivo e ho la stessa intensa emozione che avevo avuto il giorno prima nel monastero a Serpokov. Mi colpisce soprattutto l'intensità con cui le persone vivono l'evento. Mi colpisce la velocità con cui siamo passati dal trambusto del mondo esterno, in cui passanti e macchina si districano fra la neve che copre quasi ogni pezzettino di superficie, sotto un cielo grigio e impietoso, a quello interno, fatto di colori, riflessione, canti, pregherie, intimità e fervore religioso. “È un'oasi di pace”, è il mio ultimo pensiero prima di uscire di nuovo verso il mondo di tutti i giorni.
All'uscita ritorno a parlare con Svetlana, e le faccio notare la fretta con cui i Moscoviti camminano per strada. “È una grande capitale, è quasi normale che sia così”, conveniamo entrambi. In effetti anche se Roma è una città un po' più “lenta”, e probabilmente meno cosmopolita di molte capitali europee, ha delle caratterstiche che accomunano molti grandi centri urbani, come il traffico, la folla, la fretta. Dopo circa 2 ore di camminata, Richard dichiara, toccandosi la pancia “ho un certo languorino”. “Abbiamo fame tutti direi” – dichiaro con una risata. Tom ci porta su una strada in cui – dichiara – possiamo scegliere qualsiasi ristorante. Appena ci immettiamo sul viale ci vengono incontro due grossi pupazzi, uno vestito a forma di Mickey Mouse e l'altro vestito da un altro personaggio della Disney, di cui – ammetto con una certa vergogna – non conosco il nome. Mi mettono in mezzo a questi due “cosi” alti 2 metri a fare foto, e chiaramente dopo “chiedono il conto al turista”, così come fanno i Centurioni che fregano i turisti al Colosseo. Non ci lasciamo fregare, ci impongono di cancellare le foto e Svetlana fa finta di eliminarle. “La moglie piena e la botte ubriaca”, dichiaro soddisfatto. È un tipico detto italiano per dire “abbiamo ottenuto le foto e pure gratis”.
Finiamo in ristorante che offre sia cucina orientale che italiana, self-service. Veniamo raggiunti da Wael, un collega di lavoro di Richard, metà siriano e metà russo. Un ragazzone alto quasi 2 metri con una folta barba che gli copre le guance e un'aria simpatica. Ora siamo in 5. Chiacchieriamo per un altro po' prima di spostarci in un bar più comodo per stare al caldo. Ci raggiunge Lilya, un'amica di Tom che avevo incontrato quasi 2 anni prima a Parigi. Una ragazza molto solare e simpatica, con un perenne sorriso stampato sulla bocca. Mi fa piacere rivederla e quando ci abbracciamo per strada (ero uscito un attimo a prendere una boccata d'aria e lei era arrivata proprio in quel momento) ci meravigliamo entrambi sul fatto che l'ultima volta che ci eravamo visti risale a così tanto tempo fa.
Restiamo a lungo nel bar, e chiacchero con tutti, si formano due gruppi: io Lilya e Tom da una parte, Svetlana, Richard e Wael dall'altra. Parliamo un po' di tutto. Tom mi spiega in dettaglio il funzionamento della numerazione delle cifre in russo (i numeri, nonostante la mia laurea in ingegneria, sono sempre stati un problema perché non mi piace impararli in nessuna lingua). E poi parliamo dei nostri progetti futuri, della nostra vita in generale. Lilya mi confessa la sua frustrazione per non essere riuscita ad ottenere la Visa per lavorare in Austria. “Mi piace molto di più vivere in Europa” – dichiara con un sospiro pieno di speranza. Chiacchieriamo per un'altra ora, forse 2, prima di ricevere la telefonata di Dina e Sergej che ci vogliono raggiungere.
Usciamo verso le 18, ed ha cominciato a nevicare. Fiocchi di neve leggeri mi arrivano sul naso, sulla bocca, sui vestiti. Sono soffici e piacevoli, ma temo che siano solo il principio di una copiosa nevicata. Non mi sbagliavo. Comincia infatti a nevicare sul serio. “Non sei abituato a tutto questo vero?” – mi fanno le ragazze russe con un sorriso quasi compassionevole. Arriviamo all'entrata di una grossa biblioteca, e ci fermiamo a scherzare lì davanti e a commentare sul tempo. Svetlana mi presta i suoi grossi occhiali per proteggerli dai fiocchi di neve. Wael comincia a sghignazzare dicendo “un vero mafioso italiano”, e scattiamo qualche foto divertente. È una scena quasi surreale, in cui facciamo foto con occhiali da sole nel bel mezzo di una tormenta di neve. Alla fine ripariamo brevemente all'interno della biblioteca.
Alla fine usciamo per continuare la passeggiata, ma le condizioni meteo sono proibitive. Restare fuori troppo a lungo non è il massimo. Nonostante questo, sembriamo un'allegra compagnia che si muove in maniera quasi casuale. Uno osserva una cosa, l'altro va in un'altra direzione, altri scherzano, insomma, ci stiamo divertendo. Facciamo una quantità innumerevole di foto.
Alla fine ci dividiamo: io, Lilya Sergej e Dina andiamo a cercare un bar per riscaldarci un po' mentre Wael, Richard, Tom e Svetlana decidono di proseguire il giro. La ricerca di un bar si rivela piuttosto infruttuosa: sono tutti praticamente strapieni. Alla fine ci riuniamo tutti all'interno di un grande centro commerciale e mangiamo in un fast food. C'è un'enorme quantità di gente che entra ed esce da tutte le parti. “Ecco perché non mi piace vivere al centro di Mosca”, sospira Dina
Siamo tutti un po' provati dalla divertente giornata. È sabato sera, mi piacerebbe uscire per vedere la “nightlife” russa, ma alla fine mi devo arrendere all'evidenza: siamo tutti stanchi, me compreso. Inoltre, il giorno dopo ci sarebbe stata la conferenza. Ci siamo quindi salutati e io e Richard abbiamo raggiunto l'albergo in compagnia di Dina e Sergej. Arrivati in camera ricominciamo, nonostante la stanchezza, a parlare ripercorrendo la giornata, e condividiamo impressioni e sensazioni vissute per le strade di Mosca e della nostra allegra, multilingue compagnia di Mosca. Ho parlato tantissimo russo durante tutta la giornata, alternandolo ad inglese e italiano (che è la lingua con cui io e Richard non facciamo altro che scherzare). “Chissà che giornata sarà domani” – è l'ultimo mio pensiero prima di crollare in un sonno senza sogni.