Viaggio in Russia - Parte 2
29 marzo 2013
Mi alzo la mattina e dopo essermi stropicciato gli occhi vedo Sergeji e Ksiusha che mi illuminano con un sorriso. Sono entrati in camera per darmi il buongiorno. Essendomi addormentato verso le 3 ed essendo le 8 di mattina mi sento leggermente stanco, ma i raggi di sole che penetrano dalla finestra e il radioso sorriso di Ksiusha mi danno la forza e l'energia per affrontare la giornata. Mi avvicino alla finestra e guardo fuori. Uno splendido sole invernale bacia con i suoi raggi un'immensa distesa di neve sopra la quale si staglia un cielo azzurro privo di nuvole. “Sono proprio in Russia, non è un'allucinazione!” – penso, in preda a una strana eccitazione. Lo spettacolo là fuori mi infonde ancora più entusiasmo. Mi infilo i pantaloni e scendo per la colazione.
Mi aspettano Sergej, Ksiusha, il nonno e Dina. Al centro della tavola si erge un samovar di bronzo, un contenitore utilizzato in genere per scaldare l'acqua, tipico dei paesi slavi (ma usato anche in altre parti del mondo come in Iran e Turchia). Dopo un'abbondante colazione a base di tè e dolci, siamo pronti per fare un tour mattiniero del loro giardino. Sergej e Dina mi mostrano le rose avvolte nella plastica per proteggerle dal freddo, la loro piccola serra, nonché una piccola piscina all'aperto. Tutto è ricoperto da uno strato di neve alto un metro. Ci affondo dentro come un bambino, rincorrendo Ksiusha che mi si butta addosso e mi spinge nella neve, ridendo, saltando a destra e a manca e tirando a me e agli altri manciate di neve. Mi avventuro fra gli strati di neve e ci affondo dentro quasi fino al bacino. È fredda, ma non importa. Sono ridiventato quasi un bambino che scopre cose nuove. Un romano nella neve: che strana, euforica sensazione.
Dopo un po' rientriamo in casa, dove mi concedo una lunga e calda doccia. Quando siamo tutti pronti, saltiamo in macchina alla volta di una piccola cittadina russa. Mi consigliano vivamente di comprare delle scarpe adatte ai sentieri e alle strade piene di neve e ghiaccio, e io seguo il loro consiglio. Dopo “gli acquisti” raggiungiamo un imponente monastero che si staglia all'interno di grosse mura. Al suo interno, interamente in legno, numerose immagini di santi sono appese alle pareti. C'è un via vai di donne incappucciate che baciano le icone in maniera quasi ossessiva, profondendosi in ripetuti inchini, e mormorando sotto voce preghiere e richieste. Nell'aria aleggia un forte odore di incenso e tutto il monastero è avvolto dal silenzio. Si sente solo una preghiera di sottofondo che riecheggia fra le pareti di legno e le volte della grande sala in cui ci troviamo. Nell'osservare la spiritualità e l'ardore religioso di queste persone vengo colto da un senso di pace e sono quasi commosso. Mi giro e scorgo la figura di un signore completamente vestito di nero, con una grossa barba e con in testa un imponente cappello, anch'esso di un colore nero intenso. Uomini e donne si avvicinano per rivolgergli richieste, consigli o semplicemente per parlargli: si tratta di un sacerdote ortodosso. Tutto è simile e allo stesso tempo così diverso dalle nostre chiese cattoliche. Dina ci dice che è ora di andare. Quasi mi dispiace dover abbandonare questo luogo mistico, ci sarei rimasto volentieri un altro po'. Dopo aver lasciato Ksiusha all'asilo, ci dirigiamo alla volta di Mosca. È venuto il momento di andare a prendere Richard all'aeroporto. Dopo averlo aspettato a lungo nella sala arrivi, eccolo arrivare in compagnia di un ragazzo inglese. È sempre un piacere incontrarlo, e ultimamente succede sempre più spesso. Ci rimettiamo in macchina per raggiungere l'albergo che è in centro. Sergej è un po' nervoso perché sa quello che lo aspetta: il traffico moscovita nell'ora di punta. Ma io e Richard, passeggeri ingenui e felici, continuiamo a parlare di tutto, e come al solito la conversazione si svolge in tutte le lingue che abbiamo in comune, senza stare a pensare a quale lingua usare. Si cambia e… oplà, si va avanti con il prossimo argomento. Sergej e Dina sono particolarmente divertiti e filmano le nostre conversazioni multilingue, i nostri scherzi, i nostri giochi. Siamo due adulti che quando si incontrano diventano quasi due bambini. Ma soprattutto, due cari amici: provo sempre un gran piacere a conversare con Richard. Dopo due ore di tragitto riusciamo finalmente a guadagnare l'albergo. Ad aspettarci troviamo Alex Rawlings, che aveva preso appuntamento con Richard. Per chi non sapesse chi è Alex, si tratta di un ragazzo inglese molto giovane che ha vinto un premio per il miglior studente multilingue in Inghilterra. Avevo già avuto il piacere di conoscere Alex pochi mesi prima, in occasione di una conferenza sul multilinguismo organizzata a Parma. Dopo aver depositato i bagagli, ci sistemiamo in una sala da té all'interno del ristorante dell'albergo.
Io intanto esco fuori ad aspettare Svetlana, una ragazza russa che avevo conosciuto mesi prima su internet. Arriva un po' in ritardo perché non riesce a trovare l'entrata giusta dell'imponente edificio. È una bella ragazza dall'aria simpatica, con un cappellino verde sulla testa, due occhialoni da sole e un sorriso che scioglierebbe le montagne. Le presento Richard e gli altri componenti della troupe. Di Svetlana mi colpisce la sua spontaneità, la sua allegria e semplicità. Lascia a me e Richard un “подaрок” (padorok), un regalino, e ci dice di aprilo più tardi. Poi tutti insieme ci dirigiamo verso la famosa Piazza Rossa.
Siamo un'allegra compagnia di russi, inglesi e un italiano (io) alla volta della Piazza Rossa. Appena usciti dalla metropolitana, ci incamminiamo su una grossa strada costeggiata da imponenti edifici in mattoni rossi. Percorriamo un centinaio di metri e ci si presenta davanti uno spettacolo mozzafiato: un'immensa piazza su cui si staglia il Cremilino e altre Chiese, un enorme mausoleo a forma di cupola. Fa molto freddo, ma il cielo è di un intenso blu scuro, reso ancora più suggestivo dalle luci dei lampioni che illuminano l'intera piazza. Rimaniamo lì a far foto e commenti, storditi da tanta magnificenza. Dopo aver contemplato scherzato, fatto foto, riso, sentiamo tutti un'improvvisa voglia di buttare giù un boccone. Entriamo in una specie di centro commerciale al lato della piazza e mangiamo in una sorta di fast-food adibito a ristorante. È venerdì sera, e considerato che fa bel tempo sarebbe bello andare a fare un giro/andarci a divertire, ma alla fine siamo tutti stanchi e la conferenza incombe. Salutiamo Alex che il giorno dopo sarebbe ritornato in Inghilterra, e poi salutiamo anche Svetlana e le diamo appuntamento il mattino seguente alla fermata della metro vicino alla Piazza Rossa. Dina e Sergej ci riaccompagnano in albergo. Naturalmente, quando io e Richard siamo insieme possiamo passare anche dieci ore di fila a parlare senza accorgercene. E di fatti parliamo a lungo delle nostre impressioni sulla giornata e delle cose che sarebbero venute dopo. Decidiamo poi di aprire il regalo di Svetlana: un carillon per la figlia di Richard, e per me una sciarpa e una matrioska. Un regalo semplice e bello, che Svetlana mi avrebbe spiegato il giorno dopo. “Sono stanco morto Luchino, devo dormire”, mi dice Richard verso le 3 di notte (ormai mi chiama sempre Luchino, un affettuoso nomignolo che gli sta particolarmente a cuore). In fondo è arrivata l'ora di dormire anche per me. Ci aspettava un altra giornata affascinante.