Piero della Francesca | Pala di Brera - YouTube
La pala di Brera, eseguita tra il 1472 e il 1474, fu commissionata dal duca di Urbino, città-palazzo
centro fondamentale per il rinascimento in Italia. Quest'opera può essere considerata un
vero e proprio manifesto dell'umanesimo matematico trionfante alla corte di Federico da Montefeltro,
nonché estremo traguardo dell'arte di Piero della Francesca. L'artista fu un vero protagonista
all'interno di un ambiente culturale in cui le proporzioni armoniche espresse dalle creazioni
artistiche erano viste come concretizzazione della bellezza divina. Piero non fu solo pittore,
ma anche trattatista, autore del De prospectiva pingendi e del De quinque corporibus regolaribus.
Mai come in questa sacra conversazione l'architettura dipinta risultò tanto maestosa
e dominante nella raffigurazione, tanto da poter essere considerata non un semplice sfondo,
ma vera protagonista dell'immagine, allo stesso livello delle figure. Lo storico
dell'arte Roberto Longhi disse: “Più che una sacra conversazione dunque un convegno solenne,
preordinato e computo, nell'aula bramantesca, prima del bramante”. Bisogna anche tener
conto del fatto che la tavola su cui è dipinta l'opera venne tagliata ai bordi:
originariamente il proscenio avanzava verso lo spettatore, ai lati apparivano le pareti di una
navata, in alto si innalzava il grande arco trionfale di cui oggi intuiamo la curvatura.
Una volta non ci si faceva troppi problemi a rimaneggiare un capolavoro come questo.
Un elemento curioso spicca al centro dell'opera. Un uovo di struzzo posto all'interno del coro,
appeso a un'enorme conchiglia da una catenella. L'uovo è simbolo dell'immacolata concezione,
ma anche emblema dei Montefeltro. Questo piccolo elemento è il centro di una complessa macchina
prospettica, legata a proporzioni armoniose e messa in risalto dalla luce che entra da sinistra
e si diffonde tra gli elementi architettonici. La forma dell'uovo si diffonde in un movimento
concentrico di cerchi che si allargano come farebbero le increspature d'acqua in
uno stagno al lancio di un sasso. Il movimento si propaga dall'arcata che raccoglie l'abside,
a quella che introduce al coro, alla più ampia che doveva concludere la navata.
Il ritmo degli elementi architettonici verticali scandisce la disposizione delle figure attorno
alla Vergine assorta nella contemplazione del bambino addormentato. Proprio alla Vergine è
attribuita la posizione più importante nella pala. Lei non è solo il simbolo della chiesa, ma è
anche un riferimento a Battista Sforza, moglie di Federico, così come il bambino allude al figlio di
lei, Guidobaldo, l'erede al trono di Urbino. Per questo motivo il duca è ritratto da solo in primo
piano e non assieme ai suoi familiari. Nella pala di Brera i familiari sono già presenti,
ben visibili, anche se in forma metaforica. Questa sacra conversazione ebbe una grande
fortuna in seguito alla sua realizzazione e fu ripresa da diversi artisti che ne
ammirarono la complessità iconografica e l'originale composizione architettonica.
Ma questo dipinto ebbe anche un destino curioso. Durante le depredazioni di Napoleone Bonaparte
non fu mandato a Parigi come avvenne per altre opere che andarono a costruire il grande museo
del Louvre. Questo perché, per nostra fortuna, Piero della Francesca non piaceva agli esperti
mandati dall'imperatore a scegliere dipinti e statue. Finì quindi nel museo napoleonico minore
istituito a Milano: la Pinacoteca di Brera. Questa raccolta d'arte, secondo l'imperatore,
doveva essere la più importante in Europa dopo il Louvre. A Brera confluirono gran parte delle
opere prelevate a Venezia che ancora oggi possiamo ammirare senza dover per forza andare al Louvre.