Dante e la politica
C'è stato un periodo della vita di Dante in cui si è buttato in politica, come diremmo
noi oggi. Un periodo di 5-6 anni, fino al 1301, durante il quale lo troviamo quasi continuamente
membro di uno o dell'altro dei tanti consigli che governavano il comune di Firenze. E c'è
stato anche un momento nel fatale anno 1300 in cui ha avuto la carica più alta del comune.
È stato uno dei sei priori che per due mesi erano la magistratura suprema della città.
Fare politica al tempo di Dante non era come oggi una professione, non c'era la casta.
Tutti i cittadini potevano fare politica se avevano tempo, voglia, mezzi per farlo. Il
Governo di Firenze assorbiva in ogni momento una gran quantità di cittadini che avevano i loro
affari, le loro faccende e che però contemporaneamente partecipavano anche al governo della città.
C'erano così tanti consigli che io ho provato a fare il conto, in un singolo momento c'erano
sempre almeno 6 o 700 cittadini che in quel momento facevano parte di un consiglio e siccome
venivano rinnovati continuamente ogni sei mesi, questo vuol dire che molte migliaia di cittadini
avevano occasione di partecipare. Era un governo largo, come dicevano loro. Dopodiché c'erano
quelli che ogni tanto capitavano in un consiglio quasi per caso e c'erano quelli che invece ci
tenevano e cercavano di essere sempre presenti e Dante per qualche anno è stato uno di quelli.
È stato uomo di parte, è stato uomo di partito, il partito Guelfo, che governava la città ormai
da tanti anni e che spadroneggiava in città. Nella Firenze di Dante c'era il partito parte
Guelfa che faceva le liste dei nemici politici, che faceva le liste di quelli che erano sospettati
di essere Ghibellini e quindi andavano tenuti sotto controllo. E poi è stato uomo di un governo
di popolo, come dicevano loro. È stato uomo di un governo, come dire, di classe, degli imprenditori,
degli uomini d'affari, dei bottegai, gente che cercava di tenere lontano dal potere sia i poveri
ma anche anche i gran signori, i ricchi che vivevano di rendita. Era il governo della gente
che lavorava e faceva i soldi e non aveva paura di sporcarsi le mani con gli affari. Dante è stato
uno di loro, anche se lui personalmente poi corrispondeva fino a un certo punto a questo
profilo perché lui personalmente non lavorava mica. I soldi li aveva fatti il padre, il nonno,
e li avevano fatti sporcandosi le mani, prestando usura. Ma Dante viveva di rendita. Però se
volevi fare politica a Firenze in quel momento dovevi stare col popolo e Dante è stato uomo
di quel governo. Lo ha servito fedelmente. Ha servito il governo di popolo, ha servito il
partito Guelfo, ha servito la fazione a cui apparteneva perché il partito era spaccato.
C'erano due fazioni, i bianchi e i neri. Dante stava con i bianchi e poi gli è andata male perché
i bianchi sono stati buttati fuori e i neri con la violenza hanno preso il potere in città e lì la
carriera politica di Dante si è interrotta bruscamente per sempre. E si è interrotta male,
con un processo per malversazioni, per brogli, per peculato diremmo noi. Loro avevano una parola
che indicava tutte queste cose insieme, tutte le porcherie che un politico può fare quando è al
potere e maneggia fondi pubblici. La chiamavano baratteria. Ecco, la baratteria era il grande
dramma della politica italiana nel medioevo, voglio dire, e Dante c'era dentro. È stato
processato e condannato all'esilio per questo. Tutti hanno sempre detto, vabbè, processo politico
chiaramente, figurati se Dante... Però, però attenzione, perché andando a vedere le cose da
vicino, i neri vincitori hanno mandato sotto processo solo alcuni dei loro avversari, mica
tutti. Non tutti quei bianchi che hanno condiviso il potere con Dante sono stati poi processati e
condannati per malversazioni, solo qualcuno. E Dante era uno di quelli. Questo significa che per
gli avversari, ecco, processare Dante accusandolo di aver fatto delle porcherie era, come dire,
perlomeno plausibile. E noi, a dire la verità, sapendo come funzionava quel mondo, è difficile
pensare che Dante non si sia un po' sporcato le mani ogni tanto. Certo, non per arricchirsi lui,
però per fare un favore a un amico di partito, a un compagno di corrente, per evitare che un
posto andasse alla persona sbagliata, per far avere un finanziamento agli amici... Ecco, questo Dante
può benissimo averlo fatto. Del resto lui, quando racconta il suo viaggio nell'oltretomba, dice,
io mi ero perso, mi ero perso in una selva oscura. E più avanti spiega che questo perdersi in una
foresta buia vuol dire che si stava dannando l'anima. Gli lo dice Virgilio, tu in quel momento
ti stavi dannando l'anima. Ebbene, il suo viaggio nell'oltretomba è collocato tra il marzo e
l'aprile dell'anno 1300, cioè nel momento in cui lui era immerso fino al collo nella politica
fiorentina e poco prima che venisse nominato per essere uno dei sei priori che governavano
la Repubblica. Insomma, non andiamo forse tanto lontano dalla verità dicendo che Dante, quando
scrive la commedia, sta anche pensando che se avesse continuato a far politica in quella
città rischiava davvero di dannarsi l'anima.