È da femmina | Pierluca Mariti | TEDxFerrara (1)
Trascrizione: Anna Cristiana Minoli
“Qui invece, vedete, ci sta un...” “Pure a me uno di questi, eh!”
Scusa, tu non sei femmina!”
“E questi?”
“Tu non sei femmina!”
(Applausi)
Mi avete riconosciuto?
Ero quello che faceva la televendita di pasta
(Risate)
Mentre quell'altra che ci teneva a ricordarmi
le regole del genere
per indossare un braccialetto
era mia sorella.
Direte voi:
è forse questa la vendetta suprema nel conflitto tra fratelli
tu lo dirai pure a mamma, ma io ci faccio un TEDTalk.
(Risate)
Forse!
No, in realtà questa è una testimonianza su videocassetta
di qualcuno che mi ricorda da piccolo
cos'è da maschi e cos'è da femmina.
Evidentemente facevo un po' di confusione.
E vi assicuro che non è l'unica testimonianza che ho.
Quindi immaginate quanto potesse succedere lontano dai riflettori.
Io avevo sette anni, mia sorella ne aveva tre,
e lei non stava facendo nient'altro che trovare un pretesto
per avere il braccialetto per sé.
Però lo faceva con un argomento potentissimo per i bambini.
I bambini non vanno d'accordo con le regole:
quando uno prova a dirgli questo non si fa,
si fa così, ci si comporta così,
è tutto un, “E perché? E perché no?”
C'è solo un un insieme di regole,
che i bambini accettano quasi senza proteste:
le regole di genere, da maschi e da femmine.
Quante regole di genere conosciamo?
Un sacco, ovviamente, le più classiche: il rosa, l'azzurro.
il calcio, la danza, le costruzioni, le bambole.
Potrei continuare all'infinito.
Non le abbiamo mai studiate e le sappiamo a memoria.
Sapremmo dire ad occhi chiusi cosa ci compete in base al nostro genere.
E ci sono alcune cose che sono anche abbastanza assurde,
se mi permettete.
Il fiore: l'elemento fiore, stelo, petali.
è da maschi o da femmine?
L'animale squalo è più da maschio o più da femmine?
La seta? Più da maschi o più da femmine?
Seta, non feta, perché nelle prove si sentiva feta.
Se trovaste una grafia tondeggiante,
pensereste che l'ha scritto una donna o un uomo?
Potrei continuare all'infinito.
Crescendo, iniziamo a muoverci in un sistema intricatissimo
di norme e di ruoli, che invadono tutti gli aspetti della nostra vita.
I vestiti, gli studi, i lavori.
si arriva ai comportamenti, gli interessi, le passioni,
ciò di cui parliamo, come ne parliamo,
e poi si arriva anche ai sentimenti, alle emozioni.
Quali emozioni dovremmo vivere, come dovremmo esprimerle.
Chi è più razionale, chi è più sensibile.
A chi è concesso piangere, e chi invece,
per carattere è più idoneo a prendere decisioni e a guidare.
Quindi cresciamo con questa serie di regole che ci vengono trasmesse
in molto modi.
Ce lo insegnano i nostri genitori,
lo confermano i nostri compagni di classe, gli amichetti.
E più o meno esplicitamente
viene rappresentato dal mondo attorno a noi,
Raramente ci viene data una spiegazione di queste regole.
Sicuramente non una spiegazione razionale, logica.
Converrete con me, perché non c'è.
eppure vi aderiamo lo stesso.
Perché non lo so.
Immagino che quando siamo piccoli, intenti a costruire la nostra identità.
la nostra personalità,
troviamo nelle regole di genere, un supporto, una guida.
un libretto di istruzioni che alla fine sembra abbastanza chiaro
e condiviso da tutti, e noi ci affidiamo.
Un percorso già tracciato, una strada, un binario.
che dopotutto è rassicurante. E noi ci incamminiamo.
Crescendo però, ci rendiamo conto che non è soltanto una guida.
Sono vere e proprie regole.
E le regole, scusate la giurisprudenza, per loro natura
se sono violate, comportano una pena.
E in questo caso, la pena è l'esclusione.
E noi abbiamo bisogno di appartenere ad un gruppo.
Noi dobbiamo essere membri di una comunità.
A partire dalla nostra famiglia, per arrivare alla nostra cerchia di amici,
di conoscenti, di colleghi.
È terribile sentirsi esclusi, sentirsi estranei.
In particolare è terribile se questa esclusione deriva da chi siamo,
da come siamo fatti.
Tu non sei femmina, perché non fai cose da maschi?
Quando un bambino si sente dire una cosa del genere, si sente colpevole,
come se avesse rotto un patto,
“Scusate non lo faccio più, mi sono sbagliato.”
E poche cose temiamo da bambini come la vergogna.
Gli occhi degli altri puntati su di noi che abbiamo commesso un errore,
quale esso sia, non importa.
Poi cresciamo e magari quella vergogna
iniziamo a chiamarla senso di inadeguatezza.
Però comunque, la evitiamo come possiamo.
E quindi crescendo,
quel binario su cui ci eravamo incamminati si assottiglia sempre di più
e assomiglia sempre di più a una fune tesa
sulla quale camminare in equilibrio.
E se cadiamo,
ecco quel senso di inadeguatezza ci assale nuovamente.
A ricordarci di mantenere l'equilibrio ci sono gli altri, ci sono le norme,
la minaccia dell'esclusione.
Quindi noi ci mettiamo lì e ci adeguiamo, conformiamo i nostri comportamenti.
Cambiamo anche il nostro modo di pensare.
A tal punto che a un certo punto non servirà nessuno a ricordarci
di mantenere l'equilibrio.
Lo faremo noi in automatico, per noi stessi.
Volevo iniziare questo TED, questa sera,
con un altro incipit.
Volevo confessarvi che faccio la pipì seduto.
Poi mi sono detto,
“Pierluca, ma veramente vuoi iniziare il primo TEDTalk della tua vita
con l'immagine di te che fai la pipì?”
Però scusate,
anche sulla pipì siamo riusciti a mettere regole di genere.
Una cosa fisiologica, naturale, che facciamo tutti
eppure i maschi la fanno in piedi e le femmine la fanno sedute.
Non importa che sia più comodo, più igienico farla seduti.
E quindi io, per un periodo, della mia vita --
questa è la confessione --
ho alzato la tavoletta del bagno dopo averla usata
perché sia mai che la persona che veniva dopo di me
potesse credere che io la facevo seduto.
Che vergogna, che onta!
Per carità!
Vi ho regalato quindi un quadretto più familiare di questo della pipì,
più divertente, con me e mia sorella,
però non per questo meno intimo.
Perché sin da piccolo,
ho iniziato a segnarmi ogni appunto che mi veniva fatto,
e che marcava la differenza tra me e i miei amici maschi.
E temevo
tutto ciò che invece mi faceva assomigliare alle mie amiche femmine.
È così terribile, un lavoro costante ed estenuante,
quello di adeguarsi, di guardarsi dall'esterno,
esaminarsi, correggersi.
Assicurarsi che tutto sia in linea con le aspettative.
È una cosa devastante per un bambino.
Perché vuol dire reprimersi.
Vuol dire censurarsi.
Poi si cresce, e le differenze tra i maschi e le femmine
si fanno più nette.
Si allunga la lista delle regole.
E soprattutto diventa un po' più nervoso
il modo con cui ti viene fatto notare che stai sbagliando.
Tu sei maschio, perché fai cose da femmina?
Pensate all'esempio molto banale, molto semplice
di un uomo che decide di uscire di casa con la gonna.
Immaginatevi per strada, persone che sicuramente lo guardano.
lo additano, lo deridono.
È un pezzo di stoffa,
tagliato in una certa maniera, che peraltro conosciamo tutti.
Però è fortissima questa reazione.
E mi chiedo:
Perché? È proprio necessaria questa insistenza?
Bisogna per forza rimarcare in maniera così forte le regole di genere
se queste sono la spontanea conseguenza,
la naturale conseguenza del nostro essere maschio e femmina.
un complemento che stava lì già da prima.
Crescendo, questo senso di inadeguatezza
che mi ha accompagnato per anni,
e che mi ha appesantito per anni,
ha ceduto il posto ad un'altra cosa:
la consapevolezza che ci vengono insegnati limiti e non possibilità.
Ci viene detto, “Tu puoi fare quello che ti pare,
puoi essere chi vuoi,
purché nel recinto dell'essere maschi,
che mi rendo conto è un recinto di privilegio.
Però è sempre un recinto.
Limiti e non possibilità.
Sin da bambini, quando ci viene chiesto, “Cosa vuoi dare da grande?”
anche su quello, anche sui sogni,
e le aspirazioni di un bambino,
abbiamo imparato ad applicare i filtri del genere.
Mi piacerebbe, questa sera, qua, salire su questo palco,
chiudere questa serata raccontandovi
che io me ne frego dei ruoli di genere
che sono un ganzo,
che dalla mattina quando mi sveglio alla sera quando vado a dormire,
sono 100% autenticamente me stesso.
Me piacesse!
Ma non posso.
Purtroppo non posso, perché è troppo vivo in me
il ricordo del tempo speso e della fatica investita
nel cercare di adeguarmi,
nel cercare di colmare la distanza
tra me e i miei coetanei maschi,
evitando, reprimendo tutte quelle cose che per me erano spontanee, naturali,
e che però quella distanza la aumentavano, la creavano.
Però ho capito una cosa.
Che le regole di genere
non sono un problema mio.
Sono un problema di altri.
Ho deciso di vederne le possibilità,
e non i limiti.
E quindi mi si è aperto un mondo
di risorse infinite,
la possibilità di esprimere la mia personalità in ogni direzione.
Poter scegliere da un menu completo
e non da una serie di cose preselezionate da altri per me.
Per una vita,
ho odiato la mia voce.
Troppo poco maschile,
troppo poco grave, profonda.
Ogni tanto faccio gli acuti.
Quando qualcuno mi chiama al telefono e non sa chi c'è dall'altra parte
mi dicono, “Salve signora.”
E io dico, “Mi dica.”
Perciò, odiando la mia voce ho evitato che venisse registrata
in qualsiasi video o audio che poi fosse reso pubblico.
Capite che con i social diventa un po' limitante.
E non è che non avessi cose da dire o che fossi timido.
Tutt'altro.
Poi è arrivato l'anno assurdo che è appena passato,
che ha ribaltato un po' tutte le regole,
che ci ha chiesto di guardare le cose da un'altra prospettiva.
Io mi sono detto, “Sai che c'è?”
Ci provo.
Speriamo che non si accorgano che non ho la voce molto maschile.
Speriamo che si concentrino su ciò che ho da dire.
E quindi ho iniziato a creare contenuti su Instagram.
Peraltro,
adeguarsi, conformarsi richiedono un dispendio di energie enorme.
Una volta che liberiamo quelle energie
possiamo investirle in ciò che ci piace fare
e farlo bene.
Magari.
In quest'anno meditativo che abbiamo appena passato,
ci siamo guardati da vicino, abbiamo riflettuto su tante cose,
ognuno sulle sue.
Però ecco,
possiamo anche recuperare un rapporto un po' più intimo con noi stessi.
E qui mi rivolgo agli uomini.
Proviamo a conoscere la nostra versione di maschile.
Proviamo a entrare in contatto con quella parte più autentica di noi,
libera da stereotipi, liberi da ruoli preimpostati.
Facciamolo con l'obiettivo di fiorire come individui.
E attenzione,
io non sto dicendo questa cosa in una direzione.
Il mio discorso non vuole invitarvi ad abbracciare la vostra femminilità.
Perché onestamente, non vuol dire niente questa frase.
Non vuol dire nulla.
Perché ci fa ripiombare in un binarismo di genere che no ha senso.
Io che sono maschio, decido di fare una cosa da femmine.
Che bravo! Ho abbracciato la mia femminilità. No!
Perché esistono abbastanza versioni di maschile
quanti maschi esistono sulla terra.
Perché noi possiamo riscrivere
la definizione di mascolinità, se quella comune ci va stretta.
Possiamo decidere di scendere da quella fune tesa.
e tracciare il nostro percorso.
Per farlo abbiamo bisogno di guardarci con occhi diversi,
interessati a conoscerci.
Occhi curiosi,
che si facciano anche delle domande, che si chiedano:
Chi siamo? Cosa ci fa stare bene? Cosa ci limita invece?
Avete mai evitato di fare qualcosa perché era da femmine?
E avete mai fatto qualcosa soltanto perché
era ciò che ci si aspettava da voi in quanto uomini?
Avete mai limitato l'espressione della vostra emotività
per paura di sembrare troppo poco virili?
Sapreste dire dove finisce la vostra identità
e dove iniziano tutti i complementi legati al genere
che abbiamo appreso e portato con noi sin da piccoli?
Se faceste la pipì seduti, lo direste con tanta tranquillità o lo nascondereste?
Basta Pierluca di parlare di pipì, questo è un problema tutto tuo.
Basta. Basta pipì.
Quando si parla di genere, pensiamo subito
alle lotte e alle conquiste che hanno fatto le donne negli anni
e che stanno facendo tutt'ora.
Pensiamo sia la loro lotta. Noi possiamo trovarla giusta,