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Moravia - Gli Indifferenti, 2 (I-II)

2 (I-II)

"Mi ha fatto una quantità di chiacchiere;" continuò la madre "mi ha detto che hanno venduto la vecchia automobile e ne hanno comprata una nuova... una Fiat... 'Sa' mi fa 'mio marito è diventato il braccio destro di Paglioni, alla Banca Nazionale... Paglioni non può fare a meno di lui, Paglioni lo indica come il suo più probabile socio;' Paglioni qui, Paglioni là...: ignobile!..."

"Perché ignobile?" osservò Leo contemplando la donna tra le sue palpebre socchiuse. "Cosa c'è di ignobile in tutto questo?"

"Lei sa" domandò la madre fissandolo acutamente, come per invitarlo a soppesare bene le parole, "che Paglioni è l'amico della Ricci?"

"Tutti lo sanno" disse Leo, e pesantemente quei suoi occhi torpidi si posarono su Carla trasognata e rassegnata.

"E lei sa anche" insistette Mariagrazia distaccando le sillabe, "che prima di conoscere Paglioni i Ricci non avevano un soldo... e ora hanno l'automobile?"

Leo voltò la testa: "Ah, è per questo;" esclamò "e che male c'è?... Povera gente, s'industriano."

Fu come se avesse dato fuoco a una miccia accuratamente preparata.

" Ah, è così," disse la madre spalancando ironicamente gli occhi; "lei giustifica una svergognata, e neppure bella, un mucchio d'ossa, che sfrutta senza scrupoli l'amico e si fa pagare le automobili ed i vestiti e trova anche modo di mandare avanti quel suo marito non si sa se più imbecille o più furbo... Lei ha di questi principi? Ah benissimo proprio benissimo... allora non c'è più nulla da dire... tutto si spiega... a lei evidentemente piacciono quelle donne..."

"Ecco" pensò Carla; un leggero tremito di insofferenza corse per le sue membra, socchiuse gli occhi e rovesciò la testa fuori da quella luce e da quei discorsi; nell'ombra.

Leo rise: "No, francamente non sono quelle le donne che mi piacciono." Gettò una rapida, cupida occhiata alla fanciulla, là, al suo fianco...: petto florido, guance in fiore, anatomia giovane: "Ecco le donne che mi piacciono" avrebbe voluto gridare all'amante.

"Lo dice ora," insistette la madre "lo dice ora... ma chi disprezza compra... ma quando le è vicino, l'altro giorno, per esempio, in casa Sidoli, si prodiga in complimenti; allora le dice una quantità di sciocchezze...; eh vada là, la conosco... Sa cos'è lei?... Un bugiardo..."

"Ecco" si ripetè Carla; quella conversazione poteva continuare; ma ella aveva riconosciuto che la vita incorreggibile e abitudinaria non cambiava; e questo le bastava; si alzò: "vado a mettermi un golf e torno," e senza voltarsi indietro, ché sentiva gli sguardi di Leo incollarsi al suo dorso come due sanguisughe, uscì.

Nel corridoio incontrò Michele. "C'è Leo di là?" egli le domandò; Carla guardò il fratello: "C'è".

"Vengo proprio ora dall'amministratore di Leo;" continuò tranquillamente il ragazzo. "Ho saputo un monte di belle cose... e prima di tutto che siamo rovinati."

"Vorrebbe dire?" chiese la fanciulla interdetta.

"Vorrebbe dire" spiegò Michele "che dovremo cedere la villa a Leo, in pagamento di quell'ipoteca, e andarcene, senza un soldo, andarcene altrove."

Si guardarono; un sorriso forzato squallido passò sulla faccia del ragazzo: "Perché sorridi?" ella domandò. "Ti par cosa da sorridere?"

"Perché sorrido?" egli ripetè. "Perché tutto questo mi è indifferente... e anzi quasi mi fa piacere."

"Non è vero."

"Sicuro che è vero" egli ribatté, e senza aggiungere parola, lasciandola lì stupita e vagamente spaventata, entrò nel salotto.

La madre e Leo disputavano ancora; Michele ebbe il tempo di percepire un tu che si trasformò in lei alla sua entrata, e ne sorrise di disgustata pietà: "Credo che sia ora di cena" disse alla madre, senza salutare, senza neppure guardare l'uomo; ma questo suo freddo contegno non sconcertò Leo: "Oh chi si vede," egli gridò con la consueta giovialità "il nostro Michele... vieni qui Michele... è tanto tempo che non ci vediamo."

"Due giorni soltanto" disse il ragazzo guardandolo fissamente; si sforzava di parer freddo e vibrante benché non si sentisse che indifferente; avrebbe voluto soggiungere: "E meno ci vediamo meglio è" o qualcosa di simile, ma non ne ebbe la prontezza né la sincerità.

"E ti par nulla due giorni?" gridò Leo. "Si possono far tante cose in due giorni." Chinò la sua larga faccia trionfale nel lume della lampada: "Eh eh, che bel vestito che hai... chi te lo ha fatto?..."

Era un vestito di stoffa turchina di buon taglio ma molto usato, che Leo doveva avergli veduto addosso almeno cento volte; ma colpito da questo diretto attacco alla sua vanità, Michele dimenticò in un solo istante tutti i suoi propositi di odio e di freddezza.

"Ti pare?..." domandò non nascondendo un mezzo sorriso di compiacimento; "è un vecchio vestito... è tanto tempo che lo porto, me lo ha fatto Nino, sai?..." E istintivamente si girò per mostrare il dorso all'uomo e con le mani tirò i bordi della giacca affinché aderisse al torso; vide la sua immagine nello specchio di Venezia appeso alla parete di faccia; il taglio era perfetto, su questo non c'era dubbio, ma gli parve che il suo atteggiamento fosse pieno d'una ridicola e fissa stupidità simile a quella dei fantocci ben vestiti esposti col cartello del prezzo sul petto, nelle vetrine dei negozi; una leggera inquietudine serpeggiò nei suoi pensieri.

"Buono... proprio buono." Ora, curvandosi, Leo palpava la stoffa; poi si rialzò: "E bravo il nostro Michele" disse battendogli la mano sul braccio; "sempre inappuntabile, non fa che divertirsi e non ha pensieri di nessuna sorta." Allora dal tono di queste parole e dal sorriso che le accompagnava, Michele capì troppo tardi di essere stato astutamente lusingato e in definitiva canzonato; dove erano l'indignazione, il risentimento che aveva immaginato di provare in presenza del suo nemico? Altrove, nel limbo delle sue intenzioni; odiosamente impacciato da questo suo vano atteggiamento, egli guardò sua madre:

"Peccato che tu non fossi oggi con noi;" ella disse "abbiamo visto un film magnifico."

"Ah sì" fece il ragazzo; e poi voltandosi verso l'uomo, colla voce più secca e più vibrante che potè:

"Sono stato dal tuo amministratore, Leo..."

Ma con un gesto netto della mano l'altro lo interruppe: "Ora no... ho capito...ne parleremo dopo... dopo cena... ogni cosa nel suo momento."

"Come vuoi" disse il ragazzo con istintiva mansuetudine, e subito si accorse di essere stato dominato per la seconda volta. "Dovevo dire: subito," pensò, "chiunque avrebbe fatto così...; subito e discutere e magari ingiuriare": dalla rabbia avrebbe voluto gridare; vanità e indifferenza, nel giro di pochi minuti Leo aveva saputo farlo cadere in ambedue queste sue meschine voragini. Quei due, la madre e l'amante, si erano alzati.

"Ho appetito," diceva Leo abbottonandosi la giacca; "un appetito..." La donna rideva; macchinalmente Michele li seguì. " Ma dopo cena," pensava tentando invano di mettere dell'acredine in queste sue idee quasi distratte, "non la passerai così liscia."

Alla porta si fermarono: "Prego" disse Leo; e la madre uscì; restarono l'uno in faccia all'altro, l'uomo e il ragazzo, e si guardarono: "Avanti avanti" insistette Leo complimentosissimo posandogli una mano sulla spalla; "cediamo il posto al padrone di casa..." E con gesto paterno, con un sorriso tanto amichevole da parere canzonatorio spinse dolcemente il ragazzo. "Il padrone di casa," pensò questi senz'ombra d'ira, "eccone una bella...: il padrone di casa sei tu." Ma non disse nulla e uscì nel corridoio dietro la madre.

Capitolo II

Sotto il lampadario a tre braccia il blocco bianco della tavola scintillava di tre minute schegge di luce, i piatti, le caraffe, i bicchieri, come appunto un blocco di marmo appena scalfito dagli scalpellini; c'erano delle macchie, il vino era rosso, il pane marrone, una minestra verde fumava dal fondo delle scodelle; ma quel candore le aboliva e splendeva immacolato tra quattro pareti su cui, per contrasto, tutto, mobili e quadri, si confondeva in una sola ombra nera; e già seduta al suo posto, cogli occhi attoniti fissi nel vapore della vivanda, Carla aspettava senza impazienza.

Prima dei tre entrò la madre, colla testa voltata verso Leo che la seguiva, dichiarando con voce ironica ed esaltata: "Non si vive per mangiare, ma si mangia per vivere... invece lei fa tutto l'opposto... beato lei."

"Ma no... ma no..." disse Leo entrando a sua volta e toccando con un gesto sfiduciato, per pura curiosità, il termosifone appena tiepido; "lei non mi ha capito...: io ho detto che quando si fa una cosa non bisogna pensare ad altro... ; per esempio quando lavoro non penso che a lavorare... quando mangio non penso che a mangiare... e così di segnito... allora tutto va bene..."

"E quando rubi?" avrebbe voluto domandargli Michele che gli veniva dietro: ma non sapeva odiare un uomo che a malavoglia invidiava. "In fondo ha ragione" si disse andando al suo posto, "io penso troppo."

"Beato lei," ripetè la madre sarcastica "invece a me tutto va male." Sedette, assunse un aspetto di triste dignità e cogli occhi bassi rimescolò col cucchiaio la minestra, affinché si freddasse.

"E perché tutto va male?" domandò Leo sedendosi a sua volta. "Io al suo posto sarei felice: una graziosa figlia... un figlio intelligente e pieno di belle speranze... una bella casa... cosa si può desiderare di più?"

"Eh lei mi capisce a volo" disse la madre con un mezzo sospiro.

"Io no, a rischio di passare per ignorante le confesso che non capisco nulla..." La minestra era finita, Leo posò il cucchiaio: "E del resto siete tutti malcontenti voi... non creda signora di esser la sola...

vuol vedere?... Dunque, tu Carla, di' la verità, sei contenta tu?..."

La fanciulla alzò gli occhi: questo spirito gioviale e falsamente bonario inaspriva la sua impazienza: ecco, ella sedeva alla tavola familiare, come tante altre sere; c'erano i soliti discorsi, le solite cose, più forti del tempo, e soprattutto la solita luce senza illusioni e senza speranze, particolarmente abitudinaria, consumata dall'uso come la stoffa di un vestito e tanto inseparabile dalle loro facce, che qualche volta accendendola bruscamente sulla tavola vuota ella aveva avuto la netta impressione di vedere i loro quattro volti, della madre, del fratello, di Leo e di se stessa, là, sospesi in quel meschino alone; c'erano dunque tutti gli oggetti della sua noia, e ciononostante Leo veniva a pungerla proprio dove tutta l'anima le doleva; ma si trattenne: "Infatti potrebbe andare meglio," ammise; e riabbassò la testa.

"Ecco," gridò Leo trionfante, "glielo avevo detto... anche Carla, ma non basta... pure Michele, sicuro... Non è vero Michele che pure a te le cose vanno male?"

Anche il ragazzo prima di rispondere lo guardò. "Ecco," pensava "ora bisognerebbe rispondergli per le rime, ingiuriarlo, far nascere una bella questione e alfine rompere con lui"; ma non ne ebbe la sincerità; calma mortale; ironia; indifferenza.

"E se tu la facessi finita?" disse tranquillamente; "lo sai meglio di me come vanno le cose."

"Eh furbacchione..." gridò Leo "furbacchione di un Michele... vuoi evitare la risposta, vuoi passarci sopra... ma è chiaro che anche tu sei un malcontento, altrimenti non faresti quella faccia lunga come la quaresima." Si servì dal piatto che la cameriera gli porgeva; poi: "Ed io invece signori miei tengo ad affermare che tutto mi va bene, anzi benissimo e che sono contentissimo e soddisfattissimo e che se dovessi rinascere non vorrei rinascere che come sono e col mio nome:

Leo Merumeci."

"Uomo felice!" esclamò Michele ironico; "ma almeno dicci come fai."

"Come faccio?" ripetè l'altro colla bocca piena; "così... ma volete sapere invece," egli soggiunse versandosi da bere, "perché voi tre non siete come me?"

"Perché?"

"Perché"' egli disse "vi arrabbiate per delle cose che non meritano..." Tacque e bevve: seguì un minuto di silenzio; tutti e tre, Michele, Carla e la madre si sentivano offesi nel loro amor proprio: il ragazzo si vedeva com'era, miserabile, indifferente e sfiduciato, e si diceva: "Ah vorrei vederti in queste mie condizioni": Caria pensava alla vita che non cambiava, a quelle insidie dell'uomo, e avrebbe voluto gridare: "lo ho delle vere ragioni"; ma per tutti e tre fu la madre impulsiva e loquace che parlò.

L'essere stata accomunata coi figli in quella generale tendenza al malcontento, per il gran concetto in cui ella si teneva, l'aveva ferita come un tradimento; l'amante non solamente l'abbandonava ma anche si burlava di lei:

"Va bene," disse alfine dopo quel silenzio, con la voce ironica e malevola di chi vuole attaccar briga; "ma io, caro lei, ho delle buone ragioni per non esser contenta."

"Non ne dubito" disse Leo tranquillamente.

"Non ne dubitiamo" ripetè Michele.

"Non sono più una bambina come Carla," continuò la madre in tono risentito e commosso, "sono una donna che ha avuto delle esperienze, che ha avuto dei dolori, oh sì, molti dolori" ella ripetè eccitata dalle sue parole: "che è passata attraverso molte noie e molte difficoltà, e ciò nonostante ha saputo sempre serbare intatta la propria dignità e sempre mantenersi superiore a tutti, sì, caro Merumeci" ella proruppe amara e sarcastica; "a tutti quanti compreso lei..."

"Non ho mai pensato che..." incominciò Leo; ora tutti comprendevano che la gelosia della madre aveva trovato una via e l'avrebbe percorsa per intero; tutti prevedevano con noia e disgusto la meschina tempesta che si addensava in quella luce tranquilla della cena:

"E lei caro Merumeci" continuò Mariagrazia fissando sull'amante gli occhi spiritati, "ha parlato poc'anzi molto leggermente... io non sono una di quelle sue eleganti amiche senza tanti scrupoli per la testa, che non pensano che a divertirsi e a tirare avanti, oggi uno, domani un altro, alla meno peggio... no, lei s'inganna... io mi sento molto ma molto diversa da quelle signore..."

"Non ho voluto intendere questo..."

"Io sono una donna," continuò la madre con crescente esaltazione "che potrebbe insegnare a vivere a lei e a tanti altri pari suoi, ma che ha la rara delicatezza o la stupidaggine di non mettersi in prima fila, di parlar poco di se stessa e perciò è quasi sempre misconosciuta e incompresa... ma non per questo" ella disse alzando la voce al diapason più forte; "non perché sono troppo buona, troppo discreta, troppo generosa, non per questo, ripeto, ho meno delle altre il diritto di domandare di non venire insultata ad ogni momento da chicchessia..." Diede un ultimo folgorante sguardo all'amante e poi abbassò gli occhi e si diede macchinalmente a cambiar di posto gli oggetti che le stavano davanti.

La più grande costernazione si dipinse su tutti i volti: "Ma io non ho mai pensato di insultarla" disse Leo con calma; "ho detto soltanto che tra tutti noi il solo che non sia malcontento sono io.

"Eh, si capisce," rispose la madre molto allusiva, "si capisce benissimo che lei non sia malcontento."

"Vediamo mamma," intervenne Carla "egli non ha detto nulla di insultante": ora, dopo quest'ultima scena, un'atterrita disperazione possedeva la fanciulla: "finirla," pensava guardando la madre puerile e matura che a testa bassa pareva ruminare la propria gelosia; "finirla con tutto questo, cambiare ad ogni costo." Delle risoluzioni assurde passavano per la sua testa; andarsene, sparire, dileguarsi nel mondo, nell'aria. Si ricordò delle interessanti parole di Leo: "Tu hai bisogno di un uomo come me." Era la fine: "Lui o un altro..." pensò; la fine della sua pazienza, dalla faccia della madre i suoi occhi sofferenti passarono a quella di Leo: eccoli i volti della sua vita, duri, plastici, incomprensivi, allora riabbassò gli sguardi sul piatto dove il cibo si freddava nella cera coagulata dell'intingolo.

"Tu," ordinò la madre "non dir nulla: non puoi capire."

"Eh, mia cara signora," protestò l'amante "anch'io non ho capito nulla."

"Lei" disse la madre calcando sulle parole e inarcando le sopracciglia, "mi ha capito fin troppo. ', "Sarà" incominciò Leo stringendosi nelle spalle.

"Ma taccia... taccia dunque" lo interruppe la donna con dispetto; "è meglio che lei non parli... al suo posto io tenterei di farmi dimenticare, di scomparire." Silenzio; la cameriera entrò e tolse via i piatti. "Ecco" pensò Michele vedendo quell'espressione adirata del volto della madre a poco a poco distendersi; "il temporale è passato, ora torna il bel tempo." Alzò la testa e: "Dico," domandò senz'ombra di allegria "l'incidente è chiuso?"

"Chiusissimo" rispose Leo con sicurezza; "io e tua madre ci siamo riconciliati. Si volse verso Mariagrazia: "Non è vero signora che ci siamo riconciliati?" Un sorriso patetico esitava sulla faccia dipinta della donna; ella conosceva quella voce e quel tono insinuante dei tempi migliori, di quando ella era ancora giovane e l'amante era ancora fedele: "Crede Merumeci" domandò guardandosi vezzosamente le mani, "che sia così facile perdonare?"

La scena diventava sentimentale; Carla fremette e abbassò gli occhi; Michele sorrise di disprezzo. "Ecco" pensò "ci siamo, abbracciatevi e non se ne parli più."

"Perdonare" disse Leo gravemente buffonesco, "è dovere di ogni buon cristiano" ("Che il diavolo se la porti" pensava intanto; "per fortuna che c'è la figlia a compensarmi della madre"). Osservò la fanciulla, impercettibilmente, senza voltar la testa; sensuale; più di sua madre; labbra rosse, carnose; certo disposta a cedere; dopo cena bisognava tentare; battere il ferro finché è caldo; il giorno dopo no.

"Allora" disse la madre del tutto rassicurata, "siamo cristiani e perdoniamo." Il sorriso, fin allora contenuto, s'allargò patetico e brillante su due file di denti d'una bianchezza dubbia; tutto il corpo disfatto palpitò: "E, a proposito" ella soggiunse con improvviso amor materno; "non bisogna dimenticarlo: domani è l'anniversario della nostra Carla."

"Non si usa più, mamma'" disse la fanciulla alzando la testa.

"E invece lo festeggeremo" rispose la madre, solenne, "e lei Merumeci si consideri già invitato per domani mattina."

Leo fece una specie d'inchino sopra la tavola: "Obbligatissimo;" poi rivolgendosi verso Carla, "quanti anni?" domandò.

Si guardarono; la madre che sedeva in faccia alla fanciulla alzò due dita e compose la bocca come per dire "venti"; Carla vide, capì, esitò; poi un'improvvisa durezza devastò la sua anima: "Vuole" pensò "che io mi diminuisca gli anni per non invecchiar lei;" e disobbedì; "Ventiquattro" rispose senza arrossire.

Un'espressione delusa passò sul volto della madre.

"Così vecchia?" esclamò Leo con scherzosa meraviglia; Carla assentì: "Così vecchia" ripetè.

"Ma non avresti dovuto dirlo" rimproverò la madre; l'arancia agra che stava mangiando aumentava l'acidità della sua espressione; "si ha sempre l'età che si mostra... Ora tu non mostri più di diciannove anni." Inghiottì l'ultimo spicchio, l'arancia era finita; Leo estrasse l'astuccio delle sigarette e ne offrì a tutti; il fumo azzurro salì sottile dalla tavola in disordine; per un istante stettero immobili guardandosi negli occhi, attoniti; poi la madre si alzò. "Andiamo nel salotto" disse; e uno dopo l'altro uscirono tutti e quattro dalla sala da pranzo.

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