1 (I)
Capitolo I
Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l'uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un'oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.
"Mamma sta vestendosi," ella disse avvicinandosi "e verrà giù tra poco."
"L'aspetteremo insieme," disse l'uomo curvandosi in avanti; "vieni qui Carla, mettiti qui." Ma Carla non accettò questa offerta; in piedi presso il tavolino della lampada, cogli occhi rivolti verso quel cerchio di luce del paralume nel quale i gingilli e gli altri oggetti, a differenza dei loro compagni morti e inconsistenti sparsi nell'ombra del salotto, rivelavano tutti i loro colori e la loro solidità, ella provava col dito la testa mobile di una porcellana cinese: un asino molto carico sul quale tra due cesti sedeva una specie di Budda campagnolo, un contadino grasso dal ventre avvolto in un kimono a fiorami; la testa andava in su e in giù, e Carla, dagli occhi bassi, dalle guance illuminate, dalle labbra strette, pareva tutta assorta in questa occupazione.
"Resti a cena con noi?" ella domandò alfine senza alzare la testa.
"Sicuro," rispose Leo accendendo una sigaretta; "forse non mi vuoi?" Curvo, seduto sul divano, egli osservava la fanciulla con una attenzione avida; gambe dai polpacci storti, ventre piatto, una piccola valle di ombra fra i grossi seni, braccia e spalle fragili, e quella testa rotonda così pesante sul collo sottile.
"Eh che bella bambina;" egli si ripetè "che bella bambina." La libidine sopita per quel pomeriggio si ridestava, il sangue gli saliva alle guance, dal desiderio avrebbe voluto gridare.
Ella diede ancora un colpo alla testa dell'asino: "Ti sei accorto quanto fosse nervosa mamma oggi al tè? Tutti ci guardavano."
"Affari suoi" disse Leo; si protese e senza parer di nulla, sollevò un lembo di quella gonna:
"Sai che hai delle belle gambe, Carla?" disse volgendole una faccia stupida ed eccitata sulla quale non riusciva ad aprirsi un falso sorriso di giovialità; ma Carla non arrossì né rispose e con un colpo secco abbatté la veste:
"Mamma è gelosa di te" disse guardandolo; "per questo ci fa a tutti la vita impossibile." Leo fece un gesto che significava: "E che ci posso fare io? "; poi si rovesciò daccapo sul divano e accavalciò le gambe.
"Fai come me" disse freddamente; "appena vedo che il temporale sta per scoppiare, non parlo più... Poi passa e tutto è finito."
"Per te, finito" ella disse a voce bassa e fu come se quelle parole dell'uomo avessero ridestato in lei una rabbia antica e cieca; "per te... ma per noi... per me" proruppe con labbra tremanti e occhi dilatati dall'ira, puntandosi un dito sul petto; "per me che ci vivo insieme non è finito nulla..." Un istante di silenzio. "Se tu sapessi," ella continuò con quella voce bassa a cui il risentimento marcava le parole e prestava un singolare accento come straniero, "quanto tutto questo sia opprimente e miserabile e gretto, e quale vita sia assistere tutti i giorni, tutti i giorni..." Da quell'ombra, laggiù, che riempiva l'altra metà del salotto, l'onda morta del rancore si mosse, scivolò contro il petto di Carla, disparve, nera e senza schiuma, ella restò cogli occhi spalancati, senza respiro, resa muta da questo passaggio di odio.
Si guardarono: "Diavolo" pensava Leo un po' stupito da tanta violenza, "la cosa è seria." Si curvò, tese l'astuccio: "Una sigaretta" propose con simpatia; Carla accettò, accese e tra una nuvola di fumo gli si avvicinò ancora di un passo.
" È così" egli domandò guardandola dal basso in alto "proprio non ne puoi più?" La vide annuire un poco impacciata dal tono confidenziale che assumeva il dialogo. "E allora," soggiunse " sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia."
"È quello che finirò per fare" ella disse con una certa teatrale decisione; ma le pareva di recitare una parte falsa e ridicola; così, era quello l'uomo a cui questo pendìo di esasperazione l'andava insensibilmente portando? Lo guardò: né meglio né peggio degli altri, anzi meglio senza alcun dubbio, ma con in più una certa sua fatalità che aveva aspettato dieci anni che ella si sviluppasse e maturasse per insidiarla ora, in quella sera, in quel salotto oscuro.
"Cambia," le ripetè; "vieni a stare con me."
Ella scosse la testa: "Sei pazzo..."
"Ma sì." Leo si protese, l'afferrò per la gonna: "Daremo il benservito a tua madre, la manderemo al diavolo, e tu avrai tutto quel che vorrai, Carla...": tirava la gonna, l'occhio eccitato gli andava da quella faccia spaventata ed esitante a quel po' di gamba nuda che s'intravedeva là, sopra la calza. "Portarmela a casa;" pensava "possederla..." Il respiro gli mancava: "Tutto quel che vorrai... vestiti, molti vestiti, viaggi...; viaggeremo insieme... ; è un vero peccato che una bella bambina come te sia così sacrificata...: vieni a stare con me Carla..."
"Ma tutto questo è impossibile," ella disse tentando inutilmente di liberare la veste da quelle mani; "c'è mamma... è impossibile."
"Le daremo il benservito..." ripetè Leo afferrandola questa volta per la vita; "la manderemo a quel paese, è ora che la finisca...; e tu verrai a stare con me, è vero? Verrai a stare con me che sono il tuo solo vero amico, il solo che ti capisca e sappia quel che vuoi." La strinse più dawicino nonostante i suoi gesti spaventati; "Essere a casa mia" pensava, e queste rapide idee erano come lucidi lampi nella tempesta della sua libidine: "Le farei vedere allora che cosa vuole." Alzò gli occhi verso quella faccia smarrita e provò un desiderio, per rassicurarla, di dirle una tenerezza qualsiasi: "Carla, amor mio..."
Ella fece di nuovo il vano gesto di respingerlo, ma ancor più fiaccamente di prima, ché ora la vinceva una specie di volontà rassegnata; perché rifiutare Leo? Questa virtù l'avrebbe rigettata in braccio alla noia e al meschino disgusto delle abitudini; e le pareva inoltre, per un gusto fatalistico di simmetrie morali, che questa avventura quasi familiare fosse il solo epilogo che la sua vita meritasse; dopo, tutto sarebbe stato nuovo; la vita e lei stessa; guardava quella faccia dell'uomo, là, tesa verso la sua: "Finirla,"pensava "rovinare tutto., . "e le girava la testa come a chi si prepara a gettarsi a capofitto nel vuoto.
Ma invece supplicò: "Lasciami," e tentò di nuovo di svincolarsi; pensava vagamente prima di respingere Leo e poi di cedergli, non sapeva perché, forse per avere il tempo di considerare tutto il rischio che affrontava, forse per un resto di civetteria; si dibatté invano; la sua voce sommessa, ansiosa e sfiduciata ripeteva in fretta la preghiera inutile: "Restiamo buoni amici Leo, vuoi? Buoni amici come prima" ma la veste tirata le discopriva le gambe, e c'era in tutto il suo atteggiamento renitente e in quei gesti che faceva per coprirsi e per difendersi, e in quelle voci che le strappavano le strette libertine dell'uomo, una vergogna, un rossore, un disonore che nessuna liberazione avrebbe potuto più abolire.
"Amicissimi" ripeteva Leo quasi con gioia, e torceva in pugno quella vesticciola di lana; "amicissimi Carla..." Stringeva i denti, tutti i suoi sensi si esaltavano alla vicinanza di quel corpo desiderato: "Ti ho alfine" pensava torcendosi tutto sul divano per fare un posto alla fanciulla, e già stava per piegare quella testa, là, sopra la lampada, quando dal fondo oscuro del salotto un tintinnìo della porta a vetri l'avvertì che qualcheduno entrava.
Era la madre; la trasformazione che questa presenza portò nell'atteggiamento di Leo fu sorprendente: subito, egli si rovesciò sullo schienale del divano, accavalciò le gambe e guardò la fanciulla con indifferenza; anzi spinse la finzione fino al punto di dire col tono importante di chi conclude un discorso incominciato: "Credimi Carla, non c'è altro da fare".
La madre si avvicinò; non aveva cambiato il vestito ma si era pettinata e abbondantemente incipriata e dipinta; si avanzò, là, dalla porta, con quel suo passo malsicuro; e nell'ombra la faccia immobile dai tratti indecisi e dai colori vivaci pareva una maschera stupida e patetica.
"Vi ho fatto molto aspettare?" domandò. "Di che cosa stavate parlando?"
Leo additò con un largo gesto Carla diritta in piedi nel mezzo del salotto: "Stavo appunto dicendo a sua figlia che questa sera non c'è altro da fare che restare in casa."
"Proprio nient'altro;" approvò la madre con sussiego e autorità sedendosi in una poltrona, in faccia all'amante; "al cinema siamo già state oggi e nei teatri danno tutte cose che abbiamo già sentite... Non mi sarebbe dispiaciuto di andare a vedere 'Sei personaggi' della compagnia di Pirandello...: ma francamente come si fa?... è una serata popolare."
"E poi le assicuro che non perde nulla" osservò Leo.
"Ah, questa poi no" protestò mollemente la madre: "Pirandello ha delle belle cose..: come si chiamava quella sua commedia che abbiamo sentito poco tempo fa?... Aspetti... ah sì, 'La maschera e il volto': mi ci sono tanto divertita."
"Mah, sarà..." disse Leo rovesciandosi sopra il divano; "però io mi ci sono sempre annoiato a morte." Mise i pollici nel taschino del panciotto e guardò prima la madre e poi Carla.
Dritta dietro la poltrona della madre, la fanciulla ricevette quell'occhiata inespressiva e pesante come un urto che fece crollare in pezzi il suo stupore di vetro; allora, per la prima volta, si accorse quanto vecchia, abituale e angosciosa fosse la scena che aveva davanti agli occhi: la madre e l'amante seduti in atteggiamento di conversazione l'uno in faccia all'altra; quell'ombra, quella lampada, quelle facce immobili e stupide, e lei stessa affabilmente appoggiata al dorso della poltrona per ascoltare e per parlare. "La vita non cambia," pensò, "non vuol cambiare." Avrebbe voluto gridare; abbassò le due mani e se le torse, là, contro il ventre, così forte che i polsi le si indolenzirono.
"Possiamo restare in casa," continuava la madre "tanto più che abbiamo tutti i giorni della settimana impegnati...: domani ci sarebbe quel tè danzante prò infanzia abbandonata...; dopodomani il ballo mascherato al Grand Hotel...; negli altri giorni siamo invitate un po' qua un po' là... E, Carla... ho veduto oggi la signora Ricci...: è invecchiata a un tal punto...; l'ho osservata con attenzione...: ha due rughe profonde che le partono dagli occhi e le arrivano alla bocca..., e i capelli non si sa più di che colore siano...: un orrore!..." Ella storse la bocca e agitò le mani in aria.
"Non è poi questo orrore" disse Carla facendosi avanti e sedendosi presso l'uomo; una leggera dolorosa impazienza la pungeva; prevede-
va che per vie indirette e tortuose la madre sarebbe alfine arrivata a fare, come sempre, la sua piccola scena di gelosia all'amante; non sapeva quando e in che modo ma ne era certa come del sole che avrebbe brillato all'indomani e della notte che l'avrebbe seguito; e questa chiaroveggenza le dava un senso di paura; non c'era rimedio, tutto era inamovibile e dominato da una meschina fatalità.