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Da Costa a Costa - Season 4, Stagione 4 - Episodio 3 (2)

Stagione 4 - Episodio 3 (2)

A un certo punto disse che la cattura di Saddam Hussein non avrebbe reso il mondo un posto più sicuro: una frase su cui oggi si potrebbe discutere, ma che all'epoca fu considerata un grave errore. Alla fine, dopo aver trascorso mesi in vantaggio nei sondaggi, Dean perse le primarie in Iowa e arrivò addirittura terzo, dietro Kerry ed Edwards. Fu una grossa sorpresa per tutti.

Dopo ogni elezione primaria, arrivati i risultati, tutti i candidati organizzano un breve comizio per commentare l'esito delle primarie e cercare di riposizionarsi: chi ha vinto lo fa per festeggiare, chi ha perso lo fa per limitare i danni. Quella sera il commento al voto di Dean era molto atteso, e Dean regalò alla politica americana un momento che sarebbe rimasto nella storia, anche se non per le ragioni che lui avrebbe sperato. Ascoltiamolo insieme, e vedrete che capirete perché anche se non capite l'inglese.

Ora, da dove cominciare. Dean era ingrassato molto durante la campagna elettorale, come capita spesso: la vita dei candidati non è proprio la più salutare che si possa immaginare. Quindi era salito sul palco con una camicia che gli stava evidentemente stretta, e il collo che sembrava sul punto di scoppiargli. Davanti a lui aveva i suoi sostenitori e attivisti, che nonostante la delusione erano comunque entusiasti di vedere il loro candidato, e fomentatissimi in vista dei successivi Stati in cui si sarebbe votato: insomma, urlavano, gridavano, facevano un gran casino. Durante questo discorso a braccio, come avete sentito, a un certo punto Dean cominciò a urlare gli stati in cui si sarebbe votato, uno dopo l'altro, finché la sua voce non diventò roca e il suo viso paonazzo. Sembrava onestamente fuori di sé, non completamente in controllo della situazione, non completamente stabile: e ricordate che si stava candidando a diventare presidente degli Stati Uniti e guidare un paese in guerra.

La cosa interessante è che chi era sul posto non si accorse di nulla. Come vi dicevo, nella stanza c'era davvero tantissimo rumore, e Dean cominciò a urlare anche per questo. Il suo microfono, però, era un microfono unidirezionale. Cosa vuol dire: captò benissimo le urla di Dean, ma non quelle dei suoi sostenitori. A chi guardò quella scena in tv sembrò che Howard Dean avesse perso la testa. Il video dell'urlo di Dean – “the Dean's scream”, ancora si ricorda così, oppure “I have a scream” – fu forse il primo video virale della storia della politica statunitense: faceva ridere, tanto era assurdo, e fu trasmesso a nastro da tutte le televisioni. I giornali titolavano cose tipo “Dean è impazzito”. I comici cominciarono a prenderlo in giro. Qualcuno campionò le sue urla e le mise in una canzone.

Dean fu deriso per giorni, sembrava fosse impossibile smettere di vedere e commentare quel video, che in effetti ha un che di magnetico: e ogni giorno che passava arrivava una nuova parodia, una nuova presa in giro. I suoi avversari si sfregavano le mani, anche perché già prima di quel video accusavano Dean di non essere presidenziale, e con quel video Dean gli aveva dato evidentemente dei buoni argomenti. La sua campagna elettorale di fatto finì lì: Dean non riuscì a vincere nemmeno in New Hampshire e in South Carolina, e si ritirò dopo aver perso anche in Wisconsin.

Questa storia è istruttiva per tanti motivi. Per esempio ci dice qualcosa, di nuovo, sul potere gigantesco dei media: anche se in quella stanza nessuno si era accorto che fosse accaduto qualcosa di strano, visto che Dean urlava solo per farsi sentire, la riproduzione televisiva di quel momento fornì al paese una percezione completamente diversa da quello che era effettivamente successo. Inoltre, ci insegna che a volte le rivoluzioni avvengono senza che i rivoluzionari vincano: Dean perse quelle primarie e non sarebbe mai diventato presidente, ma la sua campagna elettorale segnò un prima e un dopo nel modo in cui si finanziò e utilizzò internet. E ci ricorda anche che durante le lunghissime primarie non contano solo i risultati delle elezioni, ma anche come li commenti, come li contestualizzi, come riesci – o non riesci – a farli diventare un trampolino.

Questo ci porta alla seconda storia che voglio raccontarvi.

Le primarie del 2004, alla fine, le vinse John Kerry, che poi perse le presidenziali contro George W. Bush. Ora sono passati quattro anni, siamo nel 2008, e il contesto è cambiato molto. Gli Stati Uniti e il mondo stanno per essere investiti da una crisi economica globale che ha già annunciato il suo arrivo, creando grandi ansie e preoccupazioni. Il presidente Bush non è più popolare, anzi, è straordinariamente impopolare: gli interventi militari in Afghanistan e in Iraq si sono rivelati molto più complicati del previsto, la sua gestione dell'uragano Katrina è stata pessima, il suo partito è proiettato sul voto di fine anno e lo ha mollato, visto che alla gente non piace e non può più ricandidarsi. Insomma, tira un'aria completamente diversa, e a gennaio di nuovo le attenzioni di tutto il paese e di tutto il mondo si portano in Iowa e soprattutto si portano dentro il Partito Democratico, che è straordinariamente favorito e per questo ha molti candidati in campo.

I principali candidati sono quattro. Uno è un esperto senatore del Delaware che si chiama Joe Biden. Un altro è John Edwards, che quattro anni prima era stato candidato alla vicepresidenza con John Kerry. La grande favorita è Hillary Clinton, ex first lady e senatrice dello stato di New York. L'outsider è un giovane senatore dell'Illinois che si chiama Barack Hussein Obama. Fino a pochi mesi prima del voto in Iowa, nessuno mette davvero in discussione la vittoria di Clinton, che è straordinariamente più famosa e popolare e ben finanziata degli altri suoi candidati, che non è ancora davvero appesantita da retroscena e scandali come sarebbe stata poi nel 2016, e che è molto apprezzata dagli elettori del Partito Democratico. Mese dopo mese, però, Barack Obama si dimostra in possesso di un talento politico come capita una volta in ogni generazione, una forza della natura. Era di gran lunga il candidato che generava il maggior entusiasmo, e soprattutto era di gran lunga il candidato che più degli altri aveva imparato la lezione di Howard Dean, usando meglio di tutti gli altri internet per raccogliere fondi e organizzare i suoi volontari. Era stato contrario alla guerra in Iraq, al contrario di Biden e Clinton, cosa che gli diede un grande vantaggio. E come mostra il discorso che stiamo per ascoltare, ogni volta che parlava riusciva a rendere credibile una prospettiva incredibile: che potesse davvero vincere le elezioni e arrivare alla Casa Bianca.

Alcuni degli ascoltatori di questo podcast sono molto giovani, quindi forse non se lo ricorderanno; altri forse all'epoca non prestavano grande attenzione alla politica americana e quindi di Obama hanno soprattutto un ricordo recente, e lo ricordano innanzitutto come il presidente Obama. Assistere alla prima candidatura di Barack Obama alla Casa Bianca fu un'esperienza straordinaria. Un tizio venuto dal nulla sul quale nessuno avrebbe puntato un dollaro, visto che era afroamericano e di secondo nome faceva addirittura Hussein, che settimana dopo settimana, mese dopo mese, era riuscito a mostrarsi al paese come giovane ma autorevole, moderno e carismatico, coltissimo eppure caloroso e alla mano, raccogliendo un entusiasmo incredibile ovunque andasse e convincendo milioni di persone di due cose apparentemente contraddittorie. La prima era che si potesse guardare in alto e non in basso, che si dovesse essere più idealisti e meno cinici, che l'obiettivo di quelle elezioni non fosse soltanto vincere ma far vincere un messaggio positivo, basato sulla speranza. La seconda era che lui potesse effettivamente vincere le elezioni, che i Democratici sedotti dalla sua candidatura ma insicuri sulle sue possibilità potessero fidarsi, che abbandonare la scelta più sicura alle primarie per votare invece un senatore inesperto, afroamericano, e che si chiama Hussein, non sarebbe stato un rischio eccessivo.

Barack Obama vinse le primarie in Iowa, e il suo discorso di quella sera riuscì a fare entrambe le cose.

“Dicevano che questo giorno non sarebbe mai arrivato. Dicevano che avevamo messo l'asticella troppo in alto. Dicevano che questo paese era troppo diviso, troppo disilluso per unirsi attorno a un obiettivo comune. Ma in questa notte di gennaio, in questo momento della storia così decisivo, voi avete fatto quello che i cinici dicevano che non avremmo potuto fare. Abbiamo scelto la speranza invece della paura. Abbiamo scelto di unirci invece di dividerci, mandando così un messaggio potente a tutta l'America: il cambiamento sta arrivando. Questo è stato il momento in cui è avvenuto l'improbabile, invece di quello che a Washington consideravano inevitabile. Questo è stato il momento in cui abbiamo tirato giù barriere che ci hanno diviso troppo a lungo; questo è stato il momento in cui abbiamo sconfitto la politica della paura, dei dubbi e del cinismo; in cui abbiamo smesso di affossarci l'un l'altro ma abbiamo deciso invece di tirare su il paese. Questo è stato il momento. Tra molti anni, ci guarderemo indietro e ci diremo che questo è stato il momento, questo è stato il posto in cui l'America si è ricordata cosa vuol dire sperare”.

Barack Obama non usò il discorso immediatamente successivo alla sua vittoria in Iowa per festeggiare. Non lo usò per celebrare il suo staff o per ringraziare i suoi attivisti e sostenitori, ma lo usò per dire: vedete? Dicevano che questo giorno non sarebbe mai arrivato, e invece è arrivato. I cinici dicevano che eravamo troppo idealisti, che non ce l'avremmo fatta, e invece ce l'abbiamo fatta. Addirittura gli dice: tra molti anni ci guarderemo indietro e capiremo che qui è cominciato tutto. Aiuta non solo i suoi sostenitori, ma anche quelli che non lo avevano votato, a visualizzare quello che sarebbe successo, presentandolo come un'evoluzione naturale, quasi inesorabile della storia. Il suo discorso è un invito a mollare gli indugi e salire a bordo, cosa che sarebbe successa nei mesi successivi. Non è un caso se poche settimane dopo avrebbe dato alla sua campagna un nuovo slogan, uno dei più famosi della storia della politica americana: Yes, we can. Si può fare.

Ho voluto raccontarvi queste due storie innanzitutto perché sono due grandi storie, naturalmente, ma non solo per questo. Ho voluto raccontarvele perché mostrano bene che commentare i risultati di un'elezione primaria come quella che si è appena tenuta in Iowa soltanto sulla base di chi ha vinto e chi ha perso – e ve lo dico oggi che non lo so, chi ha vinto e chi ha perso – sarebbe un errore. Certo che conta chi ha vinto e chi ha perso, ci mancherebbe: in Iowa, poi, conta moltissimo. Ma ogni movimento collettivo, ogni esercizio di democrazia così vasto e sofisticato, produce effetti e conseguenze frastagliati e imprevedibili, che si riverberano nel corso delle settimane, dei mesi e soprattutto degli anni, e lo fanno sorprendendoci, prendendo dei giri strani e inaspettati, smentendo quello che pensavamo fino a un secondo prima. Anche per questo ho voluto raccontarvi queste storie.

Per dire: dopo il discorso meraviglioso che abbiamo appena ascoltato, in realtà poi Barack Obama perse le successive primarie in New Hampshire contro Hillary Clinton. Alla fine quelle primarie le avrebbe vinte, come sapete, ma fu un percorso lungo e difficile, non fu un'incoronazione. E Obama vinse quelle primarie, peraltro, applicando alla lettera molte delle cose che Howard Dean aveva intuito per primo sull'importanza di organizzare le campagne elettorali dal basso e sul ruolo fondamentale che avrebbe avuto internet nella mobilitazione delle persone.

Quanto a Howard Dean, un anno dopo quel suo famigerato urlo fu eletto presidente del Partito Democratico, un incarico che comporta soprattutto avere grandi capacità organizzative e strategiche. È sotto la sua guida che il Partito Democratico cominciò davvero a competere in tutti i 50 Stati e fu sotto la sua guida che nel 2006, alle elezioni di metà mandato, i Democratici riconquistano la maggioranza sia alla Camera che al Senato, ed elessero per la prima volta nella storia una donna a speaker della Camera, Nancy Pelosi. Oggi Dean ha settant'anni, non fa più politica attiva, ma è visto con grande simpatia dagli elettori del Partito Democratico. Quattro anni fa, nel 2016, fu invitato alla convention del Partito e rivolse un discorso per invitare tutti a votare Hillary Clinton.[00:00] Mostrando una certa autoironia, concluse il suo discorso così, ridendoci sopra insieme a tutti quanti:[00:00] Ah, un'ultima cosa, prima di salutarci: sono felice di dirvi che da qualche giorno è uscito il mio primo libro.[00:00] Si intitola Questa è l'America, lo trovate in tutte le librerie e i negozi online.[00:00] Se giudicate interessanti le storie di Da Costa a Costa, c'è un'alta possibilità che troviate interessanti anche le storie che racconta Questa è l'America.[00:00] Non è un libro di politica, anche se ovviamente se ne parla: ma chi conosce solo la politica non sa niente di politica.[00:00] Non è una raccolta di newsletter e podcast già usciti: è una cosa nuova e scritta da zero, anche se ovviamente si parla anche di alcune delle cose che abbiamo toccato in tre anni di Da Costa a Costa.[00:00] Non è nemmeno un libro sulle elezioni del 2020, anche se spero possa essere anche il libro necessario a capire le elezioni del 2020.[00:00] È un libro sulle persone, sulle loro storie, sulle loro idee, sui loro problemi e sulla loro cultura; su come è fatta la società di una nazione giovanissima e diversa da tutte le altre.[00:00] Ci sentiamo tra quindici giorni.

Stagione 4 - Episodio 3 (2) Season 4 - Episode 3 (2) Temporada 4 - Episodio 3 (2) Saison 4 - Épisode 3 (2) Temporada 4 - Episódio 3 (2)

A un certo punto disse che la cattura di Saddam Hussein non avrebbe reso il mondo un posto più sicuro: una frase su cui oggi si potrebbe discutere, ma che all'epoca fu considerata un grave errore. At one point he said that the capture of Saddam Hussein would not make the world a safer place - a phrase that could be debated today, but which was considered a grave mistake at the time. Alla fine, dopo aver trascorso mesi in vantaggio nei sondaggi, Dean perse le primarie in Iowa e arrivò addirittura terzo, dietro Kerry ed Edwards. Fu una grossa sorpresa per tutti.

Dopo ogni elezione primaria, arrivati i risultati, tutti i candidati organizzano un breve comizio per commentare l'esito delle primarie e cercare di riposizionarsi: chi ha vinto lo fa per festeggiare, chi ha perso lo fa per limitare i danni. Quella sera il commento al voto di Dean era molto atteso, e Dean regalò alla politica americana un momento che sarebbe rimasto nella storia, anche se non per le ragioni che lui avrebbe sperato. Ascoltiamolo insieme, e vedrete che capirete perché anche se non capite l'inglese.

Ora, da dove cominciare. Dean era ingrassato molto durante la campagna elettorale, come capita spesso: la vita dei candidati non è proprio la più salutare che si possa immaginare. Quindi era salito sul palco con una camicia che gli stava evidentemente stretta, e il collo che sembrava sul punto di scoppiargli. Davanti a lui aveva i suoi sostenitori e attivisti, che nonostante la delusione erano comunque entusiasti di vedere il loro candidato, e fomentatissimi in vista dei successivi Stati in cui si sarebbe votato: insomma, urlavano, gridavano, facevano un gran casino. Durante questo discorso a braccio, come avete sentito, a un certo punto Dean cominciò a urlare gli stati in cui si sarebbe votato, uno dopo l'altro, finché la sua voce non diventò roca e il suo viso paonazzo. Sembrava onestamente fuori di sé, non completamente in controllo della situazione, non completamente stabile: e ricordate che si stava candidando a diventare presidente degli Stati Uniti e guidare un paese in guerra.

La cosa interessante è che chi era sul posto non si accorse di nulla. Come vi dicevo, nella stanza c'era davvero tantissimo rumore, e Dean cominciò a urlare anche per questo. Il suo microfono, però, era un microfono unidirezionale. Cosa vuol dire: captò benissimo le urla di Dean, ma non quelle dei suoi sostenitori. A chi guardò quella scena in tv sembrò che Howard Dean avesse perso la testa. Il video dell'urlo di Dean – “the Dean's scream”, ancora si ricorda così, oppure “I have a scream” – fu forse il primo video virale della storia della politica statunitense: faceva ridere, tanto era assurdo, e fu trasmesso a nastro da tutte le televisioni. I giornali titolavano cose tipo “Dean è impazzito”. I comici cominciarono a prenderlo in giro. Qualcuno campionò le sue urla e le mise in una canzone.

Dean fu deriso per giorni, sembrava fosse impossibile smettere di vedere e commentare quel video, che in effetti ha un che di magnetico: e ogni giorno che passava arrivava una nuova parodia, una nuova presa in giro. I suoi avversari si sfregavano le mani, anche perché già prima di quel video accusavano Dean di non essere presidenziale, e con quel video Dean gli aveva dato evidentemente dei buoni argomenti. La sua campagna elettorale di fatto finì lì: Dean non riuscì a vincere nemmeno in New Hampshire e in South Carolina, e si ritirò dopo aver perso anche in Wisconsin.

Questa storia è istruttiva per tanti motivi. Per esempio ci dice qualcosa, di nuovo, sul potere gigantesco dei media: anche se in quella stanza nessuno si era accorto che fosse accaduto qualcosa di strano, visto che Dean urlava solo per farsi sentire, la riproduzione televisiva di quel momento fornì al paese una percezione completamente diversa da quello che era effettivamente successo. Inoltre, ci insegna che a volte le rivoluzioni avvengono senza che i rivoluzionari vincano: Dean perse quelle primarie e non sarebbe mai diventato presidente, ma la sua campagna elettorale segnò un prima e un dopo nel modo in cui si finanziò e utilizzò internet. It also teaches us that sometimes revolutions happen without revolutionaries winning: Dean lost that primary and would never become president, but his campaign marked a before and after in the way he financed himself and used the Internet. E ci ricorda anche che durante le lunghissime primarie non contano solo i risultati delle elezioni, ma anche come li commenti, come li contestualizzi, come riesci – o non riesci – a farli diventare un trampolino.

Questo ci porta alla seconda storia che voglio raccontarvi.

Le primarie del 2004, alla fine, le vinse John Kerry, che poi perse le presidenziali contro George W. Bush. Ora sono passati quattro anni, siamo nel 2008, e il contesto è cambiato molto. Now four years have passed, it is 2008, and the context has changed a lot. Gli Stati Uniti e il mondo stanno per essere investiti da una crisi economica globale che ha già annunciato il suo arrivo, creando grandi ansie e preoccupazioni. Il presidente Bush non è più popolare, anzi, è straordinariamente impopolare: gli interventi militari in Afghanistan e in Iraq si sono rivelati molto più complicati del previsto, la sua gestione dell'uragano Katrina è stata pessima, il suo partito è proiettato sul voto di fine anno e lo ha mollato, visto che alla gente non piace e non può più ricandidarsi. Insomma, tira un'aria completamente diversa, e a gennaio di nuovo le attenzioni di tutto il paese e di tutto il mondo si portano in Iowa e soprattutto si portano dentro il Partito Democratico, che è straordinariamente favorito e per questo ha molti candidati in campo.

I principali candidati sono quattro. Uno è un esperto senatore del Delaware che si chiama Joe Biden. Un altro è John Edwards, che quattro anni prima era stato candidato alla vicepresidenza con John Kerry. La grande favorita è Hillary Clinton, ex first lady e senatrice dello stato di New York. L'outsider è un giovane senatore dell'Illinois che si chiama Barack Hussein Obama. Fino a pochi mesi prima del voto in Iowa, nessuno mette davvero in discussione la vittoria di Clinton, che è straordinariamente più famosa e popolare e ben finanziata degli altri suoi candidati, che non è ancora davvero appesantita da retroscena e scandali come sarebbe stata poi nel 2016, e che è molto apprezzata dagli elettori del Partito Democratico. Mese dopo mese, però, Barack Obama si dimostra in possesso di un talento politico come capita una volta in ogni generazione, una forza della natura. Era di gran lunga il candidato che generava il maggior entusiasmo, e soprattutto era di gran lunga il candidato che più degli altri aveva imparato la lezione di Howard Dean, usando meglio di tutti gli altri internet per raccogliere fondi e organizzare i suoi volontari. Era stato contrario alla guerra in Iraq, al contrario di Biden e Clinton, cosa che gli diede un grande vantaggio. E come mostra il discorso che stiamo per ascoltare, ogni volta che parlava riusciva a rendere credibile una prospettiva incredibile: che potesse davvero vincere le elezioni e arrivare alla Casa Bianca.

Alcuni degli ascoltatori di questo podcast sono molto giovani, quindi forse non se lo ricorderanno; altri forse all'epoca non prestavano grande attenzione alla politica americana e quindi di Obama hanno soprattutto un ricordo recente, e lo ricordano innanzitutto come il presidente Obama. Assistere alla prima candidatura di Barack Obama alla Casa Bianca fu un'esperienza straordinaria. Un tizio venuto dal nulla sul quale nessuno avrebbe puntato un dollaro, visto che era afroamericano e di secondo nome faceva addirittura Hussein, che settimana dopo settimana, mese dopo mese, era riuscito a mostrarsi al paese come giovane ma autorevole, moderno e carismatico, coltissimo eppure caloroso e alla mano, raccogliendo un entusiasmo incredibile ovunque andasse e convincendo milioni di persone di due cose apparentemente contraddittorie. La prima era che si potesse guardare in alto e non in basso, che si dovesse essere più idealisti e meno cinici, che l'obiettivo di quelle elezioni non fosse soltanto vincere ma far vincere un messaggio positivo, basato sulla speranza. La seconda era che lui potesse effettivamente vincere le elezioni, che i Democratici sedotti dalla sua candidatura ma insicuri sulle sue possibilità potessero fidarsi, che abbandonare la scelta più sicura alle primarie per votare invece un senatore inesperto, afroamericano, e che si chiama Hussein, non sarebbe stato un rischio eccessivo. The second was that he might actually win the election, that Democrats seduced by his candidacy but unsure of his chances might trust him, that abandoning the safer choice in the primaries to vote instead for an inexperienced, African-American senator named Hussein would not be too much of a risk.

Barack Obama vinse le primarie in Iowa, e il suo discorso di quella sera riuscì a fare entrambe le cose.

“Dicevano che questo giorno non sarebbe mai arrivato. Dicevano che avevamo messo l'asticella troppo in alto. Dicevano che questo paese era troppo diviso, troppo disilluso per unirsi attorno a un obiettivo comune. Ma in questa notte di gennaio, in questo momento della storia così decisivo, voi avete fatto quello che i cinici dicevano che non avremmo potuto fare. Abbiamo scelto la speranza invece della paura. Abbiamo scelto di unirci invece di dividerci, mandando così un messaggio potente a tutta l'America: il cambiamento sta arrivando. Questo è stato il momento in cui è avvenuto l'improbabile, invece di quello che a Washington consideravano inevitabile. Questo è stato il momento in cui abbiamo tirato giù barriere che ci hanno diviso troppo a lungo; questo è stato il momento in cui abbiamo sconfitto la politica della paura, dei dubbi e del cinismo; in cui abbiamo smesso di affossarci l'un l'altro ma abbiamo deciso invece di tirare su il paese. Questo è stato il momento. Tra molti anni, ci guarderemo indietro e ci diremo che questo è stato il momento, questo è stato il posto in cui l'America si è ricordata cosa vuol dire sperare”.

Barack Obama non usò il discorso immediatamente successivo alla sua vittoria in Iowa per festeggiare. Non lo usò per celebrare il suo staff o per ringraziare i suoi attivisti e sostenitori, ma lo usò per dire: vedete? Dicevano che questo giorno non sarebbe mai arrivato, e invece è arrivato. I cinici dicevano che eravamo troppo idealisti, che non ce l'avremmo fatta, e invece ce l'abbiamo fatta. Addirittura gli dice: tra molti anni ci guarderemo indietro e capiremo che qui è cominciato tutto. Aiuta non solo i suoi sostenitori, ma anche quelli che non lo avevano votato, a visualizzare quello che sarebbe successo, presentandolo come un'evoluzione naturale, quasi inesorabile della storia. Il suo discorso è un invito a mollare gli indugi e salire a bordo, cosa che sarebbe successa nei mesi successivi. Non è un caso se poche settimane dopo avrebbe dato alla sua campagna un nuovo slogan, uno dei più famosi della storia della politica americana: Yes, we can. Si può fare.

Ho voluto raccontarvi queste due storie innanzitutto perché sono due grandi storie, naturalmente, ma non solo per questo. Ho voluto raccontarvele perché mostrano bene che commentare i risultati di un'elezione primaria come quella che si è appena tenuta in Iowa soltanto sulla base di chi ha vinto e chi ha perso – e ve lo dico oggi che non lo so, chi ha vinto e chi ha perso – sarebbe un errore. Certo che conta chi ha vinto e chi ha perso, ci mancherebbe: in Iowa, poi, conta moltissimo. Of course it matters who won and who lost, that would be missed: in Iowa, then, it matters a lot. Ma ogni movimento collettivo, ogni esercizio di democrazia così vasto e sofisticato, produce effetti e conseguenze frastagliati e imprevedibili, che si riverberano nel corso delle settimane, dei mesi e soprattutto degli anni, e lo fanno sorprendendoci, prendendo dei giri strani e inaspettati, smentendo quello che pensavamo fino a un secondo prima. Anche per questo ho voluto raccontarvi queste storie.

Per dire: dopo il discorso meraviglioso che abbiamo appena ascoltato, in realtà poi Barack Obama perse le successive primarie in New Hampshire contro Hillary Clinton. Alla fine quelle primarie le avrebbe vinte, come sapete, ma fu un percorso lungo e difficile, non fu un'incoronazione. E Obama vinse quelle primarie, peraltro, applicando alla lettera molte delle cose che Howard Dean aveva intuito per primo sull'importanza di organizzare le campagne elettorali dal basso e sul ruolo fondamentale che avrebbe avuto internet nella mobilitazione delle persone.

Quanto a Howard Dean, un anno dopo quel suo famigerato urlo fu eletto presidente del Partito Democratico, un incarico che comporta soprattutto avere grandi capacità organizzative e strategiche. È sotto la sua guida che il Partito Democratico cominciò davvero a competere in tutti i 50 Stati e fu sotto la sua guida che nel 2006, alle elezioni di metà mandato, i Democratici riconquistano la maggioranza sia alla Camera che al Senato, ed elessero per la prima volta nella storia una donna a speaker della Camera, Nancy Pelosi. Oggi Dean ha settant'anni, non fa più politica attiva, ma è visto con grande simpatia dagli elettori del Partito Democratico. Quattro anni fa, nel 2016, fu invitato alla convention del Partito e rivolse un discorso per invitare tutti a votare Hillary Clinton.[00:00] Mostrando una certa autoironia, concluse il suo discorso così, ridendoci sopra insieme a tutti quanti:[00:00] Ah, un'ultima cosa, prima di salutarci: sono felice di dirvi che da qualche giorno è uscito il mio primo libro.[00:00] Si intitola Questa è l'America, lo trovate in tutte le librerie e i negozi online.[00:00] Se giudicate interessanti le storie di Da Costa a Costa, c'è un'alta possibilità che troviate interessanti anche le storie che racconta Questa è l'America.[00:00] Non è un libro di politica, anche se ovviamente se ne parla: ma chi conosce solo la politica non sa niente di politica.[00:00] Non è una raccolta di newsletter e podcast già usciti: è una cosa nuova e scritta da zero, anche se ovviamente si parla anche di alcune delle cose che abbiamo toccato in tre anni di Da Costa a Costa.[00:00] Non è nemmeno un libro sulle elezioni del 2020, anche se spero possa essere anche il libro necessario a capire le elezioni del 2020.[00:00] È un libro sulle persone, sulle loro storie, sulle loro idee, sui loro problemi e sulla loro cultura; su come è fatta la società di una nazione giovanissima e diversa da tutte le altre.[00:00] Ci sentiamo tra quindici giorni.