88_Il fascismo e la lingua italiana
Il fascismo e la lingua italiana
La lingua è la forma di espressione di una persona. Attraverso la lingua mostriamo la nostra personalità, i ricordi, i sogni e le ambizioni. Con la lingua comunichiamo e facciamo gruppo, condividiamo idee e creiamo rivoluzioni.
Non deve stupirci, quindi, se la lingua è anche uno strumento di controllo. Oggi ti parlo un po' del fascismo e del tentativo di cambiare o controllare la lingua italiana.
Iniziamo con un po' di contesto storico. Il fascismo è stato un movimento politico fondato nel 1919, in Italia, da Benito Mussolini. Il partito è rimasto al potere dal 1922 al 1943. È stato un regime dittatoriale, cioè una forma di governo in cui il potere era concentrato in un solo organo, il partito fascista. Per questo motivo si parla di dittatura fascista con a capo Benito Mussolini. Nell'episodio di oggi parlo del tentativo di Mussolini e delle persone intorno a lui di modellare la lingua che si parlava in Italia per creare quello che i fascisti chiamavano “l'uomo nuovo”. Un italiano nuovo che a detta del regime deve “credere, obbedire, combattere”. Un uomo che deve esprimersi con una nuova lingua, virile e uguale per tutti, per ogni italiano. I fascisti devono marciare verso l'avvenire.
Ricordiamo che l'Italia negli anni 20 era un paese che usciva dalla prima guerra mondiale. Aveva un livello bassissimo di alfabetizzazione, poche persone sapevano leggere e scrivere. La maggior parte degli italiani parlava il dialetto o la lingua della propria regione. Gli italiani, durante la prima guerra mondiale, si erano incontrati al fronte e avevano visto che non potevano comunicare uno con l'altro, ognuno parlava un po' la propria lingua.
Per creare questa lingua nuova e per raggiungere l'obiettivo di una forma di comunicare uguale in tutta Italia, Mussolini mette in moto un'enorme macchina della propaganda che coinvolge tutti i campi della cultura: stampa, radio, cinema, scuola, sport.
In questa marcia verso la lingua unica c'erano diversi nemici da combattere: le parole straniere, le minoranze linguistiche in Italia, i dialetti e le forme di comunicazione borghesi. Per Mussolini, infatti, il vero nemico del popolo è la borghesia.
Mussolini, il Duce, così era chiamato.
Benito Mussolini aveva una personalità molto forte e carismatica, non possiamo negarlo. Basta guardare qualche filmato d'epoca per capire che riesce bene a comunicare con il popolo. Lo fa con frasi fatte e slogan urlati spesso da una posizione rialzata rispetto alla folla. Molte pause, poche parole, spesso banalizzate.
“Combattenti di terra, di mare, dell'aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d'Italia, dell'impero e del Regno d'Albania...”
Il regime fascista crea così una forma di comunicazione unica, impersonificata dalla figura di Mussolini stesso. Parole legate alla guerra sono usate per creare motti come: marciare, non marcire. Oppure: credere, obbedire, combattere. Sono continui i riferimenti all'impero romano, alla grandezza di Roma. Gli slogan del regime sono ripetuti in continuazione. Ci sono parole d'ordine ed è introdotto il saluto romano come saluto fascista. Si alza una mano tenendo ben dritto il braccio.
Possiamo dire che la comunicazione fascista è stata un esempio di persuasione di massa basata sul gesto, sul movimento e sulla parola.
Benito Mussolini era un uomo eloquente, sapeva parlare e persuadere le masse. Si serviva, poi, di una scenografia con i fiocchi. Edifici maestosi, costruzioni con il suo nome, sfilate di macchine quando entrava in città. Insomma, un contesto che aveva lo scopo di sorprendere e affascinare il cittadino.
La prima lotta linguistica intrapresa dal fascismo è stata quella contro le parole straniere. Ed è così che il governo fascista impone l'italianizzazione di tutte le insegne, i nomi degli alberghi, delle liste di cibi nei menu.
I popoli forti - dicono i fascisti in quegli anni - impongono il loro linguaggio e in Italia non c'è più posto per forestierismi, cioè non c'è più posto per parole straniere.
Ovviamente si devono trovare alternative alle parole straniere in uso comune in quegli anni. E così “booking” è sostituito da “prenotazione”. Il “croissant” diventa “cornetto”, l' “elevator” si trasforma nell'italianissimo “ascensore”. E così, un “cocktail” diventa una “bevanda arlecchina” e avere un flirt è “fiorellare”. Adoro questa! Purtroppo “fiorellare” non è rimasto nella lingua italiana. Sarebbe bello dire, immagina: “sto fiorellando con un ragazzo all'università” per dire che sto uscendo con qualcuno.
Comunque, dicevamo. Un “toast”, diventa in italiano una “fetta di pan tosto” e così via. Come per “fiorellare” molte parole non entreranno mai nell'uso comune, altre, invece, resteranno. È il caso, ad esempio, della parola “autista”.
Ci sono anche rubriche sui giornali italiani che nascono negli anni Trenta per difendere la lingua italiana e trovare sostituzioni alle parole straniere.
Più forte è la lotta del governo fascista contro le minoranze linguistiche presenti in Italia, soprattutto in aree di confine. Soffrono più degli altri le minoranze tedesche, francesi, ladine e slave tra tutti. L'italiano è imposto in queste aree come lingua ufficiale e lingua dello stato.
Tu che mi ascolti sai che quando un italiano vuole parlare in modo formale, utilizza la forma Lei. Per chiedere un caffè in un bar, ad esempio, direi al barista: “Scusi, può farmi un caffè, per favore?”. “Può” è la terza persona del verbo potere e quindi il formale. Durante il ventennio, i venti anni di potere, il fascismo disprezza il Lei, lo ripudia. Si deve - dicevano i fascisti - usare il Voi e non la forma servile e borghese Lei. Il Voi è un modo di parlare formale più antico del lei, diciamo. Se immaginiamo la stessa situazione del bar di prima, ad esempio, dovrei dire: “Scusi, potete farmi un caffè, per favore?”. Dovrei quindi parlare con la persona davanti a me usando la coniugazione del verbo collegata al Voi. In alcune aree d'Italia si usa ancora questo Voi, ma diciamo che è italiano standard usare il Lei oggi. La battaglia del fascismo contro il Lei non ha funzionato e lo usiamo ancora oggi in tutta la penisola in situazioni formali.
In quale modo il fascismo poteva imporre tutte queste regole sulla popolazione? Il cinema è un aspetto importante soprattutto dopo l'arrivo del cinema sonoro negli anni 20. Finalmente era possibile registrare e riprodurre un suono insieme alle immagini. Nel 1933 arriva anche il doppiaggio che è quella tecnica che permette di mostrare un film straniero con una voce registrata in lingua locale. Il cinema è stato un grandissimo strumento di propaganda per il regime fascista. Non le riprese dal vivo, però. È stato chiaro fin da subito che registrare le persone per strada non funzionava. Ogni paese parlava con il proprio accento, i dialetti erano forti nella strada e nessun italiano parlava una lingua uguale, standard. L'italiano nuovo che il fascismo tanto desiderava non esisteva per le strade. Per questo nei documentari è meglio usare una voce fuori campo che copre le voci reali delle persone. Una voce asettica e ufficiale.
La lingua, però, non è un vestito che si indossa o una cosa che si impara a memoria. Nella lingua c'è la memoria, sì, ma quella della famiglia. La lingua è una cosa intima e non è certo un decreto ministeriale a poterla cambiare dall'oggi al domani.
Riconoscendo questa difficoltà, il fascismo punta sulla scuola. È importante educare quei giovani che saranno gli italiani fascisti di domani.
Nell'Italia dei fascisti / anche i bimbi son guerrieri / siam balilla moschettieri / del regime il baldo fior. La medaglia che portiamo, con il Duce qui sul petto...
Si punta molto l'attenzione sul movimento, lo sport e ovviamente la propaganda. Dal 1934 il dialetto è del tutto escluso dalla scuola. I libri di testo sono unici per tutte le scuole d'Italia e ovviamente raccontano la storia della rivoluzione fascista. Il Duce, Mussolini, è protagonista nei libri di scuola.
La Reale Accademia d'Italia inizia la stesura di un nuovo vocabolario che raccoglie le nuove parole della lingua italiana. Tra una citazione di Dante e una di Ariosto compaiono frasi e citazioni di Mussolini.
Alla fine del ventennio fascista, verso gli anni 40, il potere del regime vacilla. L'alleanza con la Germania di Hitler, le leggi razziali e l'Italia che si avvia verso una guerra imminente fanno perdere la fiducia a molti italiani. Con la guerra molte opere rimangono incompiute compreso il vocabolario della lingua italiana che si ferma alla lettera C. Il resto è un'altra storia: l'Italia entra in guerra, il governo fascista cade e dopo una dura lotta civile i cittadini votano la Repubblica nel 1946.
Ma che cosa resta, nel 1951 di quello che il fascismo aveva cercato di fare con la lingua italiana? Ben poco, possiamo dire. La popolazione nel 1951 è in gran parte analfabeta e il dialetto rimane la lingua principale della maggioranza degli italiani. Sarà la televisione a cambiare le cose, nel 1954. Entrerà nelle case degli italiani e li esporrà ad un italiano standard, uguale per tutti. Le minoranze linguistiche fortunatamente continuano ad esistere e hanno ripreso la loro dignità. Il Lei è ancora al suo posto e pochi motti di Mussolini sono veramente entrati nella lingua comune. La maggior parte è finita nel dimenticatoio, dimenticata.
Anche l'episodio di oggi finisce qui, spero di aver stimolato la tua curiosità. Adesso vado a prepararmi una “bevanda arlecchina”. Se vuoi accedere a trascrizioni e materiali extra ricorda che trovi tutto su www.piccolomondoitaliano.com. Grazie e a presto.