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Italianglot Podcast, Gli ultimi giorni di Pompei | Italianglot:39 (1)

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Gli ultimi giorni di Pompei | Italianglot:39 (1)

Buongiorno o buonasera, a seconda del momento in cui avete scelto di ascoltare questo nuovo episodio di Italianglot, il podcast che vi aiuta a migliorare il vostro italiano e a conoscere la storia, la geografia e la cultura dell'Italia, ma non solo: spesso vi parlo anche di me o di altri temi che non hanno nulla a che vedere con l'Italia, ma che possono comunque esservi d'aiuto per riuscire a comunicare in italiano su argomenti di vario tipo. Se questa è la prima volta che mi ascoltate, benvenuti e mettetevi comodi, perché stiamo per iniziare. L'argomento di oggi riguarda un tragico evento storico: la distruzione della città di Pompei nel 79 d.C. Prima di cominciare, vi ricordo che troverete la trascrizione completa di questo episodio, il vocabolario e un foglio di lavoro con tanti esercizi sul mio sito italianglot.com.

Voi sapete che Pompei si trova proprio ai piedi di uno dei vulcani più pericolosi del sud Italia, il Vesuvio. Ecco, la sua tremenda eruzione del 24 ottobre del 79 d.C. ha sepolto l'intera città sotto uno strato di pietre e ceneri e ha sterminato i suoi abitanti. Oggi vi parlerò delle ultime ore degli abitanti di Pompei e del perché per molti di loro è stato impossibile salvarsi. Tutto quello che sappiamo viene proprio dagli scavi archeologici della città che, dopo quell'eruzione, è rimasta sepolta per migliaia di anni sotto strati di cenere e lapilli. Come in una specie di macchina del tempo, abbiamo ritrovato gli edifici e le persone esattamente così com'erano in quegli ultimi terribili istanti. Non solo, alcuni scritti di Gaio Plinio Cecilio Secondo che ha assistito all'eruzione, sono arrivati intatti fino a noi ed è per questo motivo che oggi sappiamo dettagliatamente come si svolse quell'evento catastrofico.

Com'era allora la vita a Pompei nei giorni prima del cataclisma? Il Vesuvio dormiva ormai da 1500 anni e nessuno dei 20.000 abitanti della città aveva capito cosa stava per succedere. Tra l'altro, il Vesuvio non era il monte alto e minaccioso che conosciamo oggi, perché l'enorme cono si formò proprio in seguito a quell'eruzione. Nel 79 d.C. esisteva solo un piccolo rilievo montagnoso, quello che oggi chiamiamo Monte Somma, e ai suoi piedi c'era una conca coperta di vegetazione che, nessuno allora lo sospettava, ma era il cratere da cui sarebbe cominciata l'eruzione. Eppure qualche segnale c'era stato: la terra aveva tremato più volte e i terremoti avevano creato rotture nelle tubature dell'acqua, cosicché in quei giorni le fontane pubbliche di Pompei erano completamente asciutte. La mancanza d'acqua era un grande problema, soprattutto per le attività commerciali della città. Anche la selvaggina era difficile da cacciare. Gli animali selvatici nei dintorni erano come spariti. La vegetazione si stava seccando. Dalla terra usciva del vapore e c'era un odore simile a quello di un uovo marcio. In molte case gli operai usavano calce e altri materiali per riparare i danni provocati dai terremoti. In alcuni casi i pavimenti si erano addirittura gonfiati e le porte non si chiudevano più. Alcune pareti presentavano delle crepe e certi affreschi si erano rovinati.

Anche Caio Giulio Polibio, un ex schiavo che era diventato uno degli abitanti più ricchi della città perché adesso possedeva diversi forni e affittava i muli per il trasporto di grano e altre merci, in quei giorni stava prendendo accordi con gli operai per ristrutturare la sua villa in Via dell'Abbondanza. Nella sua villa vivevano tante persone tra schiavi e familiari e tra questi anche sua figlia Giulia che aveva appena sedici anni ma era già incinta di sette mesi. Polibio si era candidato alle prossime elezioni e in tutta la città c'erano tantissime scritte sui muri firmate da persone che lo sostenevano e tra queste perfino delle prostitute. Ma per le strade non si leggevano solo messaggi elettorali. C'erano anche scritte che elogiavano qualche gladiatore che le donne trovavano particolarmente bello e affascinante e scritte in cui compariva il nome di Novella Primigenia, una delle attrici più famose in quei giorni, non solo a Pompei, ma anche nei paesi vicini.

La mattina dell'eruzione la gente affollava le strade come sempre. Molti pompeiani si erano fermati a comprare qualcosa da mangiare in una delle tante caupone. Così venivano chiamati i bar o tavole calde dell'epoca. Una di queste apparteneva a Vetuzio Placido e a sua moglie Ascula che quel giorno stavano servendo anche una zuppa di fave e cicoria e avevano nascosto ben 1385 monete di bronzo (corrispondenti a circa 3500 euro attuali) in una giara. Quelli erano probabilmente i loro risparmi che usavano anche per pagare i fornitori.

Tutto insomma procedeva come in un qualunque altro giorno dell'anno, tranne per il fatto che al di sopra del monte Vesuvio già dalle prime ore del mattino c'era una strana nube e che il monte si era improvvisamente imbiancato. I pompeiani erano incuriositi da questo strano fenomeno, ma non avevano capito cosa stesse succedendo davvero. Oggi sappiamo che il cratere stava cominciando ad aprirsi ed erano le ceneri che avevano reso bianco il monte. E poi, improvvisamente, all'una del pomeriggio, c'è la prima grande esplosione. I pompeiani, terrorizzati, vedono una gigantesca colonna di gas e ceneri che sale nel cielo. Anche Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto Plinio il Giovane, assiste allo stesso fenomeno, ma da una postazione più sicura, la villa di suo zio Gaio Plinio Secondo, soprannominato Plinio il Vecchio. La villa si trova infatti a Miseno, dall'altra parte del golfo di Napoli rispetto a Pompei, perché qui c'è la flotta navale romana di cui Plinio il Vecchio è ammiraglio.

Plinio, oltre ad essere ammiraglio della flotta, era anche un naturalista e aveva scritto tantissime opere scientifiche che però purtroppo sono andate tutte perse. Tutte tranne una: la Naturalis historia, un'enciclopedia in 37 volumi che contiene tutto il sapere dell'epoca sui diversi campi delle scienze naturali di cui Plinio era appassionato. Ecco perché, appena si accorge di questo fenomeno così impressionante, Plinio ha il desiderio di andare ad osservarlo da vicino.

La colonna di fumo intanto si sta espandendo sempre di più nel cielo, come un enorme fungo che sovrasta Pompei. Il sole scompare dietro a questa enorme nuvola nera e cala il buio sulla città. La colonna continua a salire verso l'alto e, dopo circa mezz'ora, il magma arriva ad una altezza tale che a contatto con le correnti fredde, che soffiano verso Pompei, si solidifica e forma delle pietre che cominciano a piovere sulla città. Alcune pietre sono leggere, perché i gas vulcanici le hanno rese porose al momento della loro formazione, ma altre sono dei grossi pezzi di roccia solida che si sono staccati dal Vulcano e che possono uccidere chiunque venga colpito. Cadendo a una velocità di 200 Km orari sono come dei veri e propri proiettili. La gente comincia a fuggire verso la propria abitazione per trovare riparo. Gli operai che stavano lavorando alla ristrutturazione delle case le abbandonano immediatamente e corrono via. Nel corso degli scavi, gli archeologi hanno ritrovato gli strumenti che gli operai stavano utilizzando in quel momento, comprese delle ciotoline piene di sostanze coloranti che usavano per restaurare gli affreschi sulle pareti. I fornai lasciano nei forni il pane che stavano cuocendo e abbandonano i muli che usavano per portare il grano in città. Duemila anni dopo gli archeologi hanno ritrovato sia il pane, ormai pietrificato, sia gli scheletri dei poveri muli che erano rinchiusi in un cortile senza uscita.

A un'ora dall'inizio dell'eruzione, i pompeiani comprendono che la loro vita è in pericolo e che bisogna andare via dalla città. Alcune delle famiglie più ricche abbandonano la loro abitazione, lasciando lì i calici d'argento in cui bevevano il vino, i cucchiai che usavano per mangiare (allora le forchette non esistevano), gli orecchini e i bracciali che indossavano e tanti altri oggetti preziosi che oggi si possono vedere al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La maggior parte delle persone, compresi anche gli schiavi ormai liberi, cercano la salvezza dirigendosi verso sud, ma trovano la morte per le strade della città, schiacciati dai detriti che continuano a piovere dal cielo.

Giulio Polibio resta invece in casa insieme al resto della famiglia per stare vicino a sua figlia che, essendo incinta, non può correre. L'unica speranza è che le pareti possano proteggerli dalla pioggia di pietre. Ma il peso di tutto questo materiale vulcanico sui tetti rappresenta un altro reale pericolo. Una donna di circa trent'anni muore in seguito al crollo del tetto dell'osteria in cui si trovava. Quando gli archeologi l'hanno ritrovata, ai polsi portava dei bracciali in oro e argento a forma di serpente. All'interno di uno di questi bracciali un'incisione diceva: “Il padrone alla sua schiava”. Si trattava quindi di una donna non libera e questi bracciali le erano stati regalati dal suo padrone. La stessa sorte tocca a molte famiglie che muoiono schiacciate, quando il tetto della loro casa gli crolla addosso.

Nel frattempo, Plinio il Vecchio ha appena ricevuto una lettera da Rectina, una sua carissima amica. Rectina è disperata e vuole il suo aiuto: solo fuggendo via mare può forse salvarsi. Plinio allora fa preparare delle barche e intorno alle cinque del pomeriggio parte insieme ai suoi uomini per tentare di portare in salvo Rectina e molte altre persone disperate. Ad un certo punto, però, è costretto a fermarsi, perché la navigazione all'interno di quella enorme nube nera è impossibile e anche molto pericolosa. Anche in mare piovono cenere e pomici e così Plinio cambia rotta e procede verso la città di Stabia, dove si fa ospitare nella lussuosa villa del suo amico Pomponiano.

Sono passate dodici ore dall'inizio dell'eruzione e un po' più a nord di Pompei, la cittadina di Ercolano si è quasi completamente svuotata. Dei suoi 3000 abitanti, solo una trentina di persone è rimasta in città. Fino a quel momento Ercolano non è stata colpita dalla pioggia di materiali eruttivi, perché il vento ha continuato a soffiare in direzione di Pompei. Gli Ercolanesi hanno perciò avuto tutto il tempo per scappare verso la spiaggia, dove si sistemano per trascorrere la notte e aspettare i soccorsi che potrebbero arrivare via mare. La sorte di queste persone però non è migliore di quella dei pompeiani. Sta infatti per cominciare una seconda fase dell'eruzione: la colonna di materiali eruttivi, che fino a quel momento aveva continuato a salire verso il cielo, comincia a precipitare sotto il suo stesso peso. Si forma quindi una valanga infuocata di gas, ceneri e vapore, la cosiddetta “nube ardente”, che ha un temperatura tra i 400 e i 600 gradi centigradi e che scorre lungo i fianchi del Vesuvio verso Ercolano e la sua spiaggia a una velocità di 100 km/h. Le persone non hanno scampo: appena le investe la nube ardente, vengono incenerite all'istante. Circa 300 persone, tra adulti e bambini, che si sono invece rifugiate all'interno di alcuni ricoveri per barche hanno una sorte ancora peggiore: quando il fiume infuocato li raggiunge, la temperatura in questi ambienti chiusi si innalza così tanto e così improvvisamente che la loro pelle e gli organi interni evaporano, il loro cervello comincia a bollire e scoppia e il loro scheletro si frantuma come vetro. Gli archeologi hanno ritrovato diversi oggetti che queste persone avevano portato con sé durante la fuga: qualcuno aveva addosso le chiavi di casa, delle donne avevano messo nella loro borsa collane e bracciali di grande valore, qualche bambino aveva scelto di portare il proprio salvadanaio di legno, anche se conteneva solo due monete. Insomma, nel momento del pericolo, ognuno aveva scelto di salvare quello che riteneva più caro.

Diverse ore dopo, quando ormai è quasi l'alba, su Pompei non piovono più lapilli e alcuni dei sopravvissuti escono dalle loro case per cercare di allontanarsi dalla città, camminando su questo sterminato tappeto di pomici. Una scossa di terremoto, però, indica l'inizio di un'altra esplosione del Vesuvio. Una nuova colonna di gas e ceneri si innalza nel cielo per poi crollare e dare origine a un'altra “nube ardente” che stavolta scorre velocissima verso Pompei. Questa per fortuna si ferma fuori dalle mura della città, ma purtroppo ce ne saranno altre. A partire da quel momento l'eruzione continua alternando piogge di pomici a nubi ardenti. Stavolta le nuove valanghe infuocate attraversano tutta la città. Alcuni pompeiani muoiono istantaneamente sotto l'impatto di questi fiumi infuocati che scorrono per le strade, altri perdono la vita respirando le ceneri e i gas tossici che bruciano i loro polmoni. Gli archeologi durante gli scavi hanno trovato i corpi pietrificati di molte di queste vittime. Un gruppo di 13 adulti e bambini si trovava in un orto, oggi chiamato “orto dei fuggiaschi”, e stava cercando di raggiungere il mare, quando l'ondata infuocata li aveva travolti.

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