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Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi, Parte 16

Tante genti sono passate su queste terre, che qualcosa si trova davvero, e dappertutto, scavando con l’aratro. Antichi vasi, statuette e monete escono al sole, sotto la vanga, da qualche antica tomba. Anche don Luigino ne possedeva, trovati in un suo campo, verso il Sauro: monete corrose, che non potei stabilire se fossero greche o romane, e alcuni vasetti neri, non figurati, di forme elegantissime. Di tesori dei briganti, ne vidi uno io stesso, assai modesto. L’aveva trovato per caso il falegname Lasala, che me lo mostrò. Aveva messo una sera un grosso ceppo nel focolare, e al chiarore delle fiamme s’era accorto di qualcosa che luccicava nel legno. Erano pochi scudi borbonici d’argento, nascosti in un buco di quel vecchio tronco.

Ma, per i contadini, queste non sono che briciole degli immensi tesori celati nelle viscere della terra. Per loro i fianchi dei monti, il fondo delle grotte, il fitto delle foreste sono pieni di oro lucente, che aspetta il fortunato scopritore. Soltanto, la ricerca dei tesori non va senza pericoli, perché è opera diabolica, e si toccano delle potenze oscure e spaventose. È inutile frugare a caso la terra: i tesori non compaiono che a colui che deve trovarli. E per sapere dove sono, non ci sono che le ispirazioni dei sogni, se non si ha avuto la fortuna di essere guidati da uno degli spiriti della terra che li custodiscono, da un monachicchio.

Il tesoro appare in sogno, al contadino addormentato, in tutto il suo sfolgorio. Lo si vede, una catasta d’oro, e si vede il luogo preciso, là nel bosco, vicino a quell’albero d’ilice con quel segno sul tronco, sotto quella gran pietra quadrata. Non c’è che andare e prenderlo. Ma bisogna andare di notte: di giorno il tesoro sfumerebbe. Bisogna andarci soli, e non confidarsi con anima viva: se sfugge una sola parola, il tesoro si perde. I pericoli sono spaventosi, nel bosco si aggirano gli spiriti dei morti: ben pochi animi sono così arditi da mettersi al cimento, e da portarlo, senza vacillare, a buon fine. Un contadino di Gagliano, che abitava non lontano da casa mia, aveva visto in sogno un tesoro. Era nella foresta di Accettura, poco sotto Stigliano. Si fece coraggio e parti nella notte: ma quando fu circondato dagli spiriti, nell’ombra nera, il cuore gli tremò nel petto. Vide fra gli alberi un lume lontano: era un carbonaio, un uomo senza paura, come tutti i carbonai, e calabrese: passava la notte nel bosco vicino alle sue fosse da carbone. La tentazione, per il povero contadino atterrito, fu troppo forte: egli non poté fare a meno di raccontare al carbonaio il suo sogno, e di pregarlo di assisterlo nella ricerca. Si misero dunque insieme a cercare la pietra vista in sogno, il contadino un po' rinfrancato dalla compagnia, e il calabrese pieno di coraggio, e armato della sua roncola. Trovarono la pietra: tutto era esattamente come in sogno Per fortuna erano in due: il masso era pesantissimo, e a fatica potevano smuoverlo. Quando furono riusciti ad alzarlo, apparve una grossa buca nella terra: il contadino si affacciò, e vide nel fondo luccicare l’oro, una straordinaria quantità di oro. Le pietruzze smosse del terreno battevano cadendo sulle monete, con un suono metallico che riempiva di delizia il suo cuore. Si trattava ora di calarsi nella fossa profonda e di prendere il tesoro, ma qui al contadino mancò di nuovo il coraggio, e disse al suo compagno di scendere e di porgergli il denaro, che lui, di sopra, avrebbe messo nel suo sacco: poi l’avrebbero spartito. Il carbonaio, che non temeva né diavoli né spiriti, scese nella fossa: ma ecco, tutto quel giallo lucente si era fatto nero ed opaco, tutto l’oro, d’un tratto, s’era mutato in carbone.

È molto più facile e meno delusivo che non seguendo le indicazioni dei sogni, trovare un tesoro quando si riesce a farsene insegnare il nascondiglio, e a farcisi accompagnare da uno dei piccoli esseri che conoscono i segreti della terra. I monachicchi sono gli spiriti dei bambini morti senza battesimo: ce ne sono moltissimi qui, dove i contadini tardano spesso molti anni a battezzare i propri figli. Quando mi chiamavano a curare qualche ragazzo, magari di dieci o dodici anni, la prima domanda della madre era: - C’è pericolo che muoia? Perché allora chiamerò subito il prete per battezzarlo. Non s’è ancora fatto, finora: ma se dovesse morire, non sia mai -. I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei: corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono la sedia di sotto alle donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro: e guai se lo perdono: tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercare di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lagrime, scongiurandoti di restituirglielo. Ora, i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c’è sotterra, sanno il luogo nascosto dei tesori. Per riavere il suo cappuccio rosso, senza cui non può vivere, il monachicchio ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Ma tu non devi accontentarlo fino a che non ti abbia accompagnato; finché il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà, ma appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e folli salti di gioia, e non manterrà la sua promessa.

Questa specie di gnomi o di folletti si vedono frequentemente, ma acchiapparli è difficilissimo. La Giulia ne aveva visti, e la sua amica la Parroccola anche, e molti contadini di Gagliano: ma nessuno di loro aveva potuto afferrare il cappuccio, e obbligare il monachicchio ad accompagnarli al tesoro. A Grassano c’era un giovanotto sui vent’anni, un manovale robusto, Carmelo Coiro, dalla faccia quadrata e bruciata dal sole, che veniva spesso, la sera, a bere un bicchiere di vino all’albergo di Prisco. Faceva l’operaio, lavorava a giornata nei campi, o nei lavori stradali: ma la sua passione, il suo ideale sarebbe stato di fare il corridore ciclista. Aveva letto delle imprese di Binda e di Guerra, la sua fantasia s’era accesa, e, su una sua vecchia bicicletta sgangherata, passava tutte le ore libere, e le domeniche, a correre, per allenarsi sulle tremende salite e sulle giravolte delle strade attorno al paese: si spingeva talvolta, nella polvere e nel caldo, fino a Matera, o fino a Potenza, e davvero non gli mancava né la forza, né la pazienza, né il fiato. Voleva andare nel nord in bicicletta, e diventare corridore. Quando gli dissi che se si fosse deciso avrei potuto indirizzarlo a un mio conoscente, giornalista sportivo, amico personale e biografo del grande Alfredo Binda, Carmelo credette di aver raggiunto il colmo della felicità: e lo vedevo sempre ricomparire, col viso pieno di speranza, nella cucina di Prisco. In quei giorni, Carmelo lavorava, con una squadra di operai, a riattare la strada che porta ad Irsina, lungo il Bilioso, un torrentaccio malarico che corre fra le pietre per buttarsi più lontano dopo Grottole, nel Basento. I badilanti usavano, nelle ore del maggior caldo, quando era impossibile lavorare, ritirarsi a dormire in una grotta naturale, una delle molte che bucano, in quel vallone, tutto il terreno, e che erano state, un tempo, il rifugio preferito dei briganti. Ma nella grotta c’era un monachicchio : lo spiritello bizzarro cominciò a fare i suoi dispettucci a Carmelo e ai suoi compagni: appena si erano appisolati, mezzi morti di fatica e di caldo, li tirava pel naso, li solleticava con delle pagliuzze, buttava dei sassi, li spruzzava con dell’acqua fredda, nascondeva le loro giacche o le loro scarpe, non li lasciava dormire, fischiava, saltellava dappertutto: era un tormento. Gli operai lo vedevano comparire fulmineo qua e là per la grotta, col suo grande cappuccio rosso, e cercavano in tutti i modi di prenderlo ma quello era più svelto di un gatto e piú furbo di una volpe: si persuasero presto che rubargli il cappuccio era cosa impossibile. Decisero allora, per poter in qualche modo difendersi dai suoi giochi fastidiosi, e prendere un po' di riposo, di lasciare a turno uno di loro di sentinella mentre gli altri dormivano, con l’incarico di tenere almeno lontano il monachicchio, se la fortuna non consentiva di afferrarlo. Tutto fu inutile: quell’inafferrabile folletto continuava i suoi dispetti come prima, ridendo allegramente della rabbia impotente degli operai. Disperati, essi ricorsero allora all’ingegnere che dirigeva i lavori: era un signore istruito, e forse sarebbe riuscito meglio di loro a domare il monachicchio scatenato. L’ingegnere venne, accompagnato dal suo assistente, un capomastro: tutti e due armati col fucile da caccia a due canne. Al loro arrivo il monachicchio si mise a fare sberleffi e risate, dal fondo della grotta, dove tutti lo vedevano benissimo, e saltava come un capretto. L’ingegnere imbracciò il fucile, che aveva caricato a palla, e lasciò partire un colpo. La palla colpì il monachicchio, e rimbalzò indietro verso quello che l’aveva tirata, e gli sfiorò il capo con un fischio pauroso, mentre lo spiritello saltava sempre più in alto, in preda a una folle gioia. L’ingegnere non tirò il secondo colpo: ma si lasciò cadere il fucile di mano: e lui, il capomastro, gli operai e Carmelo, senza aspettar altro, fuggirono terrorizzati. Da allora quei manovali si riposano all’aperto, sotto il sole, coprendosi il viso col cappello: anche tutte le altre grotte dei briganti, in quei dintorni di Irsina, erano piene di monachicchi, ed essi non osarono più metterci piede.

Carmelo, del resto, con quella sua aria atletica e ostinata, non era nuovo a questi strani incontri. Qualche mese prima, mi raccontò, egli tornava, a notte fatta, dal Bilioso verso casa sua, su in paese. Era con lui suo zio, sergente della guardia di finanza. Anch’io l’avevo conosciuto, questo buon sottufficiale, quand’era venuto in licenza. Zio e nipote dunque risalivano la valle, lungo il sentiero ripido, dove io andavo spesso, in quei giorni, a passeggiare e a dipingere. Era una sera d’inverno, faceva freddo, il cielo era coperto di nuvole e il buio era completo. Erano stati a pescare nel Bilioso, lontano, sotto Irsina, si erano attardati, e la notte li aveva colti. Ma lo zio aveva con sé la sua pistola automatica, una Mauser a ventiquattro colpi, e perciò camminavano tranquilli, senza paura di cattivi incontri. Quando furono a mezza salita, dove ci sono quelle due querce, vicino a una casa colonica, videro farsi loro incontro, in mezzo al sentiero, un grosso cane. Lo riconobbero: era il cane di un contadino loro amico, che abitava appunto lì, nella masseria. Il cane abbaiava minaccioso, non voleva lasciarli passare. Lo chiamarono per nome, cercarono di blandirlo, poi di minacciarlo: non c’era verso, quella bestia sembrava arrabbiata, e si avventava con la bocca aperta per morderli. I due se la videro brutta; e poiché non c’era altro mezzo di salvarsi, lo zio tirò fuori la sua arma, e lasciò partire tutta la scarica dei suoi ventiquattro colpi. Il cane, ad ogni colpo, apriva smisuratamente la sua gran bocca rossa, ingoiava le palle, ad una ad una, come fossero pagnotte, e ad ogni colpo cresceva di grandezza, gonfiava, diventava enorme e sempre piú si faceva loro addosso furioso. I due si sentirono perduti: ma in quel momento si ricordarono di san Rocco e della Madonna di Viggiano; e, chiamandoli in soccorso, fecero un gran segno di croce. Il cane, che era ormai gigantesco, grande come una casa, si fermò di colpo: le ventiquattro palle, nel suo stomaco, esplosero ad una ad una, con fragore spaventoso, finché la bestia scoppiò come una bolla di sapone e si dileguò per l’aria. Il sentiero era libero, e zio e nipote arrivarono presto a casa della madre di Carmelo. La vecchia era una strega, e le avveniva spesso di conversare con le anime dei morti, di incontrare monachicchi, e di intrattenersi con dei veri diavoli, nel cimitero. Era una contadina magra, pulita, e di buon umore.

L’aria, su queste terre deserte, e fra queste capanne, è tutta piena di spiriti. Ma non sono tutti maligni e bizzarri come i monachicchi, né malvagi come i demoni. Ci sono anche degli spiriti buoni e protettori, degli angeli.

Una sera, sull’imbrunire, verso la fine d’ottobre, venne da me un contadino per farsi rinnovare la medicatura di un ascesso. Io buttai in terra, nel mio studio, le bende e il cotone sporchi, e chiamai la Giulia perché li scopasse via. La Giulia aveva, in questo, l’abitudine gaglianese, di buttare le spazzature, attraverso la porta, in mezzo alla strada. Tutti fanno così, e ci pensano poi i maiali a far pulizia. Ma quella sera mi avvidi che la donna radunava quei rifiuti in un mucchietto, e lo lasciava in casa, vicino all’uscio. Le chiesi perché li conservasse: non era certo uno scrupolo igienico. - È già calata la sera, - mi rispose Giulia, - non posso buttarli. L’angelo, non sia mai, si sdegnerebbe -. E mi spiegò, stupita che non lo sapessi: - Al crepuscolo, in ogni casa, scendono dal cielo tre angioli. Uno si mette sulla porta, uno viene alla tavola, e il terzo a capo del letto. Guardano la casa e la difendono. Né i lupi né gli spiriti cattivi ci possono entrare, per tutta la notte. Se io buttassi le spazzature attraverso la porta, potrei buttarle sul viso dell’angelo, che non si vede; e l’angelo si offenderebbe, e non tornerebbe mai più. Le porterò via domattina, dopo che l’angelo sarà partito, al sorger del sole.



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Tante genti sono passate su queste terre, che qualcosa si trova davvero, e dappertutto, scavando con l’aratro. Antichi vasi, statuette e monete escono al sole, sotto la vanga, da qualche antica tomba. Anche don Luigino ne possedeva, trovati in un suo campo, verso il Sauro: monete corrose, che non potei stabilire se fossero greche o romane, e alcuni vasetti neri, non figurati, di forme elegantissime. Di tesori dei briganti, ne vidi uno io stesso, assai modesto. L’aveva trovato per caso il falegname Lasala, che me lo mostrò. Aveva messo una sera un grosso ceppo nel focolare, e al chiarore delle fiamme s’era accorto di qualcosa che luccicava nel legno. Erano pochi scudi borbonici d’argento, nascosti in un buco di quel vecchio tronco.

Ma, per i contadini, queste non sono che briciole degli immensi tesori celati nelle viscere della terra. Per loro i fianchi dei monti, il fondo delle grotte, il fitto delle foreste sono pieni di oro lucente, che aspetta il fortunato scopritore. Soltanto, la ricerca dei tesori non va senza pericoli, perché è opera diabolica, e si toccano delle potenze oscure e spaventose. È inutile frugare a caso la terra: i tesori non compaiono che a colui che deve trovarli. E per sapere dove sono, non ci sono che le ispirazioni dei sogni, se non si ha avuto la fortuna di essere guidati da uno degli spiriti della terra che li custodiscono, da un monachicchio.

Il tesoro appare in sogno, al contadino addormentato, in tutto il suo sfolgorio. Lo si vede, una catasta d’oro, e si vede il luogo preciso, là nel bosco, vicino a quell’albero d’ilice con quel segno sul tronco, sotto quella gran pietra quadrata. Non c’è che andare e prenderlo. Ma bisogna andare di notte: di giorno il tesoro sfumerebbe. Bisogna andarci soli, e non confidarsi con anima viva: se sfugge una sola parola, il tesoro si perde. I pericoli sono spaventosi, nel bosco si aggirano gli spiriti dei morti: ben pochi animi sono così arditi da mettersi al cimento, e da portarlo, senza vacillare, a buon fine. Un contadino di Gagliano, che abitava non lontano da casa mia, aveva visto in sogno un tesoro. Era nella foresta di Accettura, poco sotto Stigliano. Si fece coraggio e parti nella notte: ma quando fu circondato dagli spiriti, nell’ombra nera, il cuore gli tremò nel petto. Vide fra gli alberi un lume lontano: era un carbonaio, un uomo senza paura, come tutti i carbonai, e calabrese: passava la notte nel bosco vicino alle sue fosse da carbone. La tentazione, per il povero contadino atterrito, fu troppo forte: egli non poté fare a meno di raccontare al carbonaio il suo sogno, e di pregarlo di assisterlo nella ricerca. Si misero dunque insieme a cercare la pietra vista in sogno, il contadino un po' rinfrancato dalla compagnia, e il calabrese pieno di coraggio, e armato della sua roncola. Trovarono la pietra: tutto era esattamente come in sogno Per fortuna erano in due: il masso era pesantissimo, e a fatica potevano smuoverlo. Quando furono riusciti ad alzarlo, apparve una grossa buca nella terra: il contadino si affacciò, e vide nel fondo luccicare l’oro, una straordinaria quantità di oro. Le pietruzze smosse del terreno battevano cadendo sulle monete, con un suono metallico che riempiva di delizia il suo cuore. Si trattava ora di calarsi nella fossa profonda e di prendere il tesoro, ma qui al contadino mancò di nuovo il coraggio, e disse al suo compagno di scendere e di porgergli il denaro, che lui, di sopra, avrebbe messo nel suo sacco: poi l’avrebbero spartito. Il carbonaio, che non temeva né diavoli né spiriti, scese nella fossa: ma ecco, tutto quel giallo lucente si era fatto nero ed opaco, tutto l’oro, d’un tratto, s’era mutato in carbone.

È molto più facile e meno delusivo che non seguendo le indicazioni dei sogni, trovare un tesoro quando si riesce a farsene insegnare il nascondiglio, e a farcisi accompagnare da uno dei piccoli esseri che conoscono i segreti della terra. I monachicchi sono gli spiriti dei bambini morti senza battesimo: ce ne sono moltissimi qui, dove i contadini tardano spesso molti anni a battezzare i propri figli. Quando mi chiamavano a curare qualche ragazzo, magari di dieci o dodici anni, la prima domanda della madre era: - C’è pericolo che muoia? Perché allora chiamerò subito il prete per battezzarlo. Non s’è ancora fatto, finora: ma se dovesse morire, non sia mai -. I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei: corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono la sedia di sotto alle donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro: e guai se lo perdono: tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercare di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lagrime, scongiurandoti di restituirglielo. Ora, i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c’è sotterra, sanno il luogo nascosto dei tesori. Per riavere il suo cappuccio rosso, senza cui non può vivere, il monachicchio ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Ma tu non devi accontentarlo fino a che non ti abbia accompagnato; finché il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà, ma appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e folli salti di gioia, e non manterrà la sua promessa.

Questa specie di gnomi o di folletti si vedono frequentemente, ma acchiapparli è difficilissimo. La Giulia ne aveva visti, e la sua amica la Parroccola anche, e molti contadini di Gagliano: ma nessuno di loro aveva potuto afferrare il cappuccio, e obbligare il monachicchio ad accompagnarli al tesoro. A Grassano c’era un giovanotto sui vent’anni, un manovale robusto, Carmelo Coiro, dalla faccia quadrata e bruciata dal sole, che veniva spesso, la sera, a bere un bicchiere di vino all’albergo di Prisco. Faceva l’operaio, lavorava a giornata nei campi, o nei lavori stradali: ma la sua passione, il suo ideale sarebbe stato di fare il corridore ciclista. Aveva letto delle imprese di Binda e di Guerra, la sua fantasia s’era accesa, e, su una sua vecchia bicicletta sgangherata, passava tutte le ore libere, e le domeniche, a correre, per allenarsi sulle tremende salite e sulle giravolte delle strade attorno al paese: si spingeva talvolta, nella polvere e nel caldo, fino a Matera, o fino a Potenza, e davvero non gli mancava né la forza, né la pazienza, né il fiato. Voleva andare nel nord in bicicletta, e diventare corridore. Quando gli dissi che se si fosse deciso avrei potuto indirizzarlo a un mio conoscente, giornalista sportivo, amico personale e biografo del grande Alfredo Binda, Carmelo credette di aver raggiunto il colmo della felicità: e lo vedevo sempre ricomparire, col viso pieno di speranza, nella cucina di Prisco. In quei giorni, Carmelo lavorava, con una squadra di operai, a riattare la strada che porta ad Irsina, lungo il Bilioso, un torrentaccio malarico che corre fra le pietre per buttarsi più lontano dopo Grottole, nel Basento. I badilanti usavano, nelle ore del maggior caldo, quando era impossibile lavorare, ritirarsi a dormire in una grotta naturale, una delle molte che bucano, in quel vallone, tutto il terreno, e che erano state, un tempo, il rifugio preferito dei briganti. Ma nella grotta c’era un monachicchio : lo spiritello bizzarro cominciò a fare i suoi dispettucci a Carmelo e ai suoi compagni: appena si erano appisolati, mezzi morti di fatica e di caldo, li tirava pel naso, li solleticava con delle pagliuzze, buttava dei sassi, li spruzzava con dell’acqua fredda, nascondeva le loro giacche o le loro scarpe, non li lasciava dormire, fischiava, saltellava dappertutto: era un tormento. Gli operai lo vedevano comparire fulmineo qua e là per la grotta, col suo grande cappuccio rosso, e cercavano in tutti i modi di prenderlo ma quello era più svelto di un gatto e piú furbo di una volpe: si persuasero presto che rubargli il cappuccio era cosa impossibile. Decisero allora, per poter in qualche modo difendersi dai suoi giochi fastidiosi, e prendere un po' di riposo, di lasciare a turno uno di loro di sentinella mentre gli altri dormivano, con l’incarico di tenere almeno lontano il monachicchio, se la fortuna non consentiva di afferrarlo. Tutto fu inutile: quell’inafferrabile folletto continuava i suoi dispetti come prima, ridendo allegramente della rabbia impotente degli operai. Disperati, essi ricorsero allora all’ingegnere che dirigeva i lavori: era un signore istruito, e forse sarebbe riuscito meglio di loro a domare il monachicchio scatenato. L’ingegnere venne, accompagnato dal suo assistente, un capomastro: tutti e due armati col fucile da caccia a due canne. Al loro arrivo il monachicchio si mise a fare sberleffi e risate, dal fondo della grotta, dove tutti lo vedevano benissimo, e saltava come un capretto. L’ingegnere imbracciò il fucile, che aveva caricato a palla, e lasciò partire un colpo. La palla colpì il monachicchio, e rimbalzò indietro verso quello che l’aveva tirata, e gli sfiorò il capo con un fischio pauroso, mentre lo spiritello saltava sempre più in alto, in preda a una folle gioia. L’ingegnere non tirò il secondo colpo: ma si lasciò cadere il fucile di mano: e lui, il capomastro, gli operai e Carmelo, senza aspettar altro, fuggirono terrorizzati. Da allora quei manovali si riposano all’aperto, sotto il sole, coprendosi il viso col cappello: anche tutte le altre grotte dei briganti, in quei dintorni di Irsina, erano piene di monachicchi, ed essi non osarono più metterci piede.

Carmelo, del resto, con quella sua aria atletica e ostinata, non era nuovo a questi strani incontri. Qualche mese prima, mi raccontò, egli tornava, a notte fatta, dal Bilioso verso casa sua, su in paese. Era con lui suo zio, sergente della guardia di finanza. Anch’io l’avevo conosciuto, questo buon sottufficiale, quand’era venuto in licenza. Zio e nipote dunque risalivano la valle, lungo il sentiero ripido, dove io andavo spesso, in quei giorni, a passeggiare e a dipingere. Era una sera d’inverno, faceva freddo, il cielo era coperto di nuvole e il buio era completo. Erano stati a pescare nel Bilioso, lontano, sotto Irsina, si erano attardati, e la notte li aveva colti. Ma lo zio aveva con sé la sua pistola automatica, una Mauser a ventiquattro colpi, e perciò camminavano tranquilli, senza paura di cattivi incontri. Quando furono a mezza salita, dove ci sono quelle due querce, vicino a una casa colonica, videro farsi loro incontro, in mezzo al sentiero, un grosso cane. Lo riconobbero: era il cane di un contadino loro amico, che abitava appunto lì, nella masseria. Il cane abbaiava minaccioso, non voleva lasciarli passare. Lo chiamarono per nome, cercarono di blandirlo, poi di minacciarlo: non c’era verso, quella bestia sembrava arrabbiata, e si avventava con la bocca aperta per morderli. I due se la videro brutta; e poiché non c’era altro mezzo di salvarsi, lo zio tirò fuori la sua arma, e lasciò partire tutta la scarica dei suoi ventiquattro colpi. Il cane, ad ogni colpo, apriva smisuratamente la sua gran bocca rossa, ingoiava le palle, ad una ad una, come fossero pagnotte, e ad ogni colpo cresceva di grandezza, gonfiava, diventava enorme e sempre piú si faceva loro addosso furioso. I due si sentirono perduti: ma in quel momento si ricordarono di san Rocco e della Madonna di Viggiano; e, chiamandoli in soccorso, fecero un gran segno di croce. Il cane, che era ormai gigantesco, grande come una casa, si fermò di colpo: le ventiquattro palle, nel suo stomaco, esplosero ad una ad una, con fragore spaventoso, finché la bestia scoppiò come una bolla di sapone e si dileguò per l’aria. Il sentiero era libero, e zio e nipote arrivarono presto a casa della madre di Carmelo. La vecchia era una strega, e le avveniva spesso di conversare con le anime dei morti, di incontrare monachicchi, e di intrattenersi con dei veri diavoli, nel cimitero. Era una contadina magra, pulita, e di buon umore.

L’aria, su queste terre deserte, e fra queste capanne, è tutta piena di spiriti. Ma non sono tutti maligni e bizzarri come i monachicchi, né malvagi come i demoni. Ci sono anche degli spiriti buoni e protettori, degli angeli.

Una sera, sull’imbrunire, verso la fine d’ottobre, venne da me un contadino per farsi rinnovare la medicatura di un ascesso. Io buttai in terra, nel mio studio, le bende e il cotone sporchi, e chiamai la Giulia perché li scopasse via. La Giulia aveva, in questo, l’abitudine gaglianese, di buttare le spazzature, attraverso la porta, in mezzo alla strada. Tutti fanno così, e ci pensano poi i maiali a far pulizia. Ma quella sera mi avvidi che la donna radunava quei rifiuti in un mucchietto, e lo lasciava in casa, vicino all’uscio. Le chiesi perché li conservasse: non era certo uno scrupolo igienico. - È già calata la sera, - mi rispose Giulia, - non posso buttarli. L’angelo, non sia mai, si sdegnerebbe -. E mi spiegò, stupita che non lo sapessi: - Al crepuscolo, in ogni casa, scendono dal cielo tre angioli. Uno si mette sulla porta, uno viene alla tavola, e il terzo a capo del letto. Guardano la casa e la difendono. Né i lupi né gli spiriti cattivi ci possono entrare, per tutta la notte. Se io buttassi le spazzature attraverso la porta, potrei buttarle sul viso dell’angelo, che non si vede; e l’angelo si offenderebbe, e non tornerebbe mai più. Le porterò via domattina, dopo che l’angelo sarà partito, al sorger del sole.


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