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Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi, Parte 12

Mi rimasero i libri, le medicine e i consigli, e mi servirono subito. A parte i contagi, anche le malattie piú disparate ed estranee vanno a gruppi. In certe settimane non ci sono malati o soltanto di cose leggere: ma quando si trova un caso grave, si può essere certi che presto se ne presenteranno degli altri. Uno di questi periodi infatti, il primo dopo il mio arrivo, capitò subito dopo la partenza di mia sorella: una serie di casi difficili e pericolosi, che mi facevano paura. Tutte le malattie quaggiù, del resto, prendono sempre un aspetto eccessivo e mortale, ben diverso da quello che ero abituato a vedere nei lettini ben ordinati della Clinica Medica Universitaria di Torino. Sarà lo stato di anemia cronica dei vecchi malarici, sarà la denutrizione, sarà la scarsa reazione al male di questi uomini passivi e rassegnati: certo si vedono, fin dal primo giorno di malattia, accavallarsi tumultuosamente i sintomi più disparati, i visi dei sofferenti assumere l'aspetto angosciato dell'agonia. E io passavo di meraviglia in meraviglia, vedendo questi malati, che qualunque buon medico avrebbe giudicato perduti, migliorare e guarire con le cure piú elementari. Pareva che mi aiutasse una strana fortuna.

Visitai in quei giorni anche l'Arciprete. Aveva delle emorragie intestinali, ma, nella sua misantropia, non ne parlava, e continuava a passeggiare per il paese, senza curarsi. Fu don Cosimino, l'angelo della Posta, il solo confidente del vecchio che passava delle ore nell'ufficio postale e gli recitava i suoi epigrammi, a pregarmi di andarlo a trovare come per una visita di cortesia, e di vedere intanto se potevo far qualcosa per lui. Don Trajella abitava con la madre in uno stanzone, una specie di spelonca, in un vicoletto buio non lontano dalla chiesa. Quando entrai da lui, lo trovai che stava mangiando con la madre: avevano, in due, un solo piatto e un solo bicchiere. Il piatto era pieno di fagioli mal cotti, che erano tutto il desinare: madre e figlio, in quell'angolo di tavola senza tovaglia, ci pescavano a turno con vecchie forchette di stagno. Nel fondo della spelonca, separati da una tenda verde sbrindellata, c'erano due lettini gemelli, quello di don Giuseppe e quello della vecchia, non ancora rifatti. Contro il muro giaceva in terra in disordine un gran mucchio di libri: sul mucchio stavano posate delle galline. Altre galline correvano e svolazzavano qua e là per la stanza, che da chissà quanto tempo non era stata spazzata: un tanfo di pollaio prendeva alla gola. L'Arciprete, che mi aveva in simpatia e mi considerava, con don Cosimino, fra le poche persone con cui si poteva parlare perché non erano suoi nemici, mi accolse con piacere, con un sorriso sul viso arguto e sofferente. Mi presentò sua madre; la scusassi se non mi rispondeva: era vetula et infirma. E mi offerse subito un bicchiere di vino, che dovetti accettare, per non offenderlo, in quel suo unico bicchiere che doveva aver servito per anni, senza essere mai stato lavato, a lui e alla vecchia, a quanto potevo arguire dalla gromma unta e nera che lo incrostava tutto attorno. Don Trajella non aveva servitori ed era ormai così abituato a quella solitaria sporcizia che non ci faceva più caso. Quando, dopo che avemmo parlato dei suoi mali, si accorse che io guardavo con curiosità il mucchio dei libri, mi disse: - Che vuole? In questo paese non mette conto di leggere. Avevo dei bei libri, li vede? Ci sono delle edizioni rare. Quando sono venuto qui, quelle canaglie che li hanno portati, me li hanno per dispetto imbrattati di pece. Mi è passata la voglia di aprirli, e li ho lasciati lì in terra: ci stanno da molti anni -. Mi avvicinai al mucchio: i libri erano coperti da uno strato di polvere e di sterco di gallina: qua e là, sulle coste di pelle, si vedeva davvero qualche macchia di pece, ricordo dell'antico attentato. Ne tolsi qualcuno a caso: erano vecchi volumi secenteschi di teologia, di casistica, delle Storie dei Santi, e Padri della Chiesa, e poeti latini. Doveva esser stata, prima di esser così ridotta a cuccia per i polli, la buona biblioteca di un prete colto e curioso. In mezzo ai libri saltarono fuori degli opuscoli sgualciti e imbrattati: opera di don Trajella: studi storici e apologetici su san Calogero di Avila. - È un santo spagnolo poco conosciuto, - mi spiegò l'Arciprete. - Ho fatto anche dei quadri, temporibus illis, che rappresentano i vari episodi della sua vita, delle specie di polittici -. Insistetti perché me li mostrasse e si decise a tirarli fuori di sotto il letto, di dove, mi disse, non li aveva più riesumati dal giorno del suo arrivo. Erano delle tempere di gusto popolare, ma tutt'altro che prive di efficacia, con moltissime figure minute e rifinitissime, dei quadri compositi, con la nascita, la vita, i miracoli, la morte, e la gloria del santo. Di sotto il letto uscirono anche delle statuette, opera anche esse del prete, dei piccoli angeli e dei santi barocchi di legno e di terracotta dipinti, modellati con garbo facile nel gusto dei presepi napoletani del Seicento. Mi congratulai con l'inatteso collega. - Non ho più fatto nulla da che sono qua, in partibus in fidelium, a prestare, come suol dirsi, i sacramenti di santa Madre Chiesa a questi eretici che non ne vogliono sapere. Prima mi divertivo a fare queste cosette. Ma qui, in questo paese, non si può. Non mette conto di far nulla, qui. Prenda ancora un bicchiere di vino, don Carlo -. Mentre cercavo di evitare, con un pretesto, il terribile bicchiere, assai più amaro di tutti i possibili filtri, la vecchia madre, che era rimasta fino allora ferma e come assente sulla sua seggiola, si rizzò improvvisamente in piedi, gridando e agitando le braccia. Le galline spaventate cominciarono a svolazzare per la stanza, sui letti, sui libri, sulla tavola. Don Trajella si mise a rincorrerle qua e là per farle scendere dalle lenzuola, gridando: - Paese maledetto! - E quelle strillavano sempre più stupidamente atterrite, alzando dei nuvoli di polvere brillanti nel filo di sole che entrava per lo spiraglio della finestrella semichiusa. Profittai della confusione per uscirmene, tra quel gran volare di penne e ondeggiare nero di sottane.

Molto diverso, per mia fortuna, dal povero Trajella, doveva essere stato il suo predecessore, un prete grasso, ricco, allegro e gaudente, famoso in paese per la buona tavola e i numerosi figliuoli, e morto, a quel che si diceva, di una solenne indigestione. La casa dove finalmente pochi giorni dopo, appena partite le parenti del confinato pisano, andai ad abitare, era stata costruita da lui, ed era, si può dire, l'unica casa civile del paese. Se l'era fatta vicino alla vecchia chiesa della Madonna degli Angeli; e ora che la chiesa era crollata nel burrone, la casa si era trovata ad essere l'ultima sul ciglio del precipizio. Era composta di tre stanze, una in fila all'altra. Dalla strada, un vicoletto laterale sulla destra della via principale, si entrava in cucina, dalla cucina nella seconda camera, dove io misi il letto; e di qui si passava ad una stanza grande, con cinque finestrelle, che fu la mia stanza di soggiorno e il mio studio di pittura. Dalla porta dello studio si scendeva per quattro scalini di pietra in un piccolo orticello, chiuso, in fondo, da un cancelletto di ferro con un albero di fico nel mezzo. La camera da letto dava su un balconcino, da cui una scaletta saliva, sul fianco della casa, alla terrazza che la copriva tutta: di qui la vista spaziava sui più lontani orizzonti. La casa era modesta, costruita in modo economico, e non bella, perché non aveva carattere, non era né signorile né contadina, non aveva né la nobiltà rovinata del palazzo, né la miseria dei tuguri, ma soltanto la mediocrità stantia del gusto pretesco. Lo studio e la terrazza avevano un pavimento a scacchi colorati, come in certe sagrestie di campagna: non ho mai amato queste geometrie, su cui l'occhio si posa continuamente e che mi sono fastidiose quando dipingo. Le piastrelle di poco prezzo stingevano, quand'erano bagnate, e Barone, che amava rotolarsi per terra follemente, diventava allora, di bianco che era, un cane rosa. Ma i muri erano puliti, imbiancati a calce, le porte verniciate di azzurro, le persiane verdi. E soprattutto, a compenso di qualunque difetto, lo spirito epicureo del defunto prete aveva dotato la mia casa di un bene inestimabile. C'era un gabinetto, senz'acqua naturalmente, ma un vero gabinetto, col sedile di porcellana. Era il solo esistente a Gagliano, e probabilmente non se ne sarebbe trovato un altro a più di cento chilometri tutt'attorno. Nelle case dei signori ci sono ancora delle antiche seggette monumentali di legno intarsiato, dei piccoli troni pieni di autorità: e mi hanno detto, ma io non ne ho viste, che se ne trovano anche di quelle matrimoniali, a due posti, per quei coniugi affettuosi che non possono tollerare la più breve separazione. Nelle case dei poveri, naturalmente, non c'è nulla. Questo fatto dà luogo a delle curiose costumanze. A Grassano, in certe ore quasi fisse, il mattino presto e verso sera, si aprivano furtivamente le finestrelle delle case, e dallo spiraglio apparivano le mani rugose delle vecchie, che lasciavano piovere, in mezzo alla strada, il contenuto dei vasi. Erano le ore della «jettatura». A Gagliano questa cerimonia non era così generale né così regolata: non si sprecava così prodigalmente il concime per gli orti.

La mancanza di quel semplice apparecchio, assoluta in tutta la regione, crea naturalmente delle consuetudini che non si sradicano facilmente, che richiamano mille altre cose della vita, e si accompagnano a sentimenti considerati nobilissimi e poetici. Il falegname Lasala, un «americano» intelligente, che era stato, molti anni prima, sindaco di Grassano, e che conservava gelosamente, nel suo monumentale apparecchio radio portato di laggiù, con i dischi di Caruso e dell'arrivo di De Pinedo, quelli di discorsi commemorativi di Matteotti, mi raccontava che, dopo la settimana di lavoro a New York, usava incontrare un gruppo di compaesani, ogni domenica, per una scampagnata. - Eravamo sempre otto o dieci: c'era un dottore, un farmacista, dei commercianti, un cameriere d'albergo, e qualche artigiano. Tutti del nostro paese, ci si conosceva fin da bambini. La vita è triste, tra quei grattacieli, con tutte quelle straordinarie comodità, e gli ascensori, le porte girevoli, la metropolitana, e sempre case e palazzi e strade, e mai un po' di terra. Viene la malinconia. La domenica mattina si saliva in treno, ma bisognava fare dei chilometri, per trovare la campagna! Quando eravamo arrivati in qualche posto solitario, diventavamo tutti allegri come ci si fosse tolto un peso di dosso. E allora, sotto un albero, tutti insieme, ci si calava i pantaloni. Che delizia! Si sentiva l'aria fresca, la natura. Non come in quei gabinetti americani, lucidi e tutti eguali. Ci pareva di essere ragazzi, d'essere tornati a Grassano, si era felici, si rideva, si sentiva l'aria della Patria. E, quando avevamo finito, gridavamo tutti insieme: «Viva l'Italia!». Ci veniva proprio dal cuore.

La nuova casa aveva il vantaggio di essere in fondo al paese, fuori degli sguardi continui del podestà e dei suoi accoliti: avrei potuto, finalmente, passeggiare senza urtarmi ad ogni passo nelle solite persone, con i soliti discorsi. È usanza, qui, che i signori, quando incontrano qualcuno per via, non gli chiedano come sta, ma gli rivolgano a mo' di saluto questa domanda: - Beh! Che cos'hai mangiato oggi? - Se l'interlocutore è un contadino, risponderà in silenzio con il gesto della mano, portata all'altezza del viso e oscillante lentamente su se stessa con il pollice e il mignolo teso e le altre dita piegate, che vuol dire «poco o nulla». Se è un signore, si dilungherà a elencare le povere vivande del suo pranzo, e si informerà di quelle del suo amico: se nessuna passione d'odio e di intrigo locale accende in quel momento i loro animi, la conversazione continuerà per un pezzo senza uscire da questo scambio di confidenze gastronomiche.

Avrei potuto mettere il capo fuori dell'uscio senza battere subito il naso contro l'onnipresente pancia, enorme al punto di ostruire tutta la via, di don Gennaro, guardia, messo comunale, accalappiacani, e spia del podestà; sempre attento ad ogni passo dei confinati e a ogni parola dei contadini; brav'uomo, forse, in fondo, ma devoto all'autorità e a don Luigino, e ostinato a far rispettare i suoi bizzarri decreti sulla circolazione dei maiali e dei cani, e a minacciare e ad affibbiare le multe, per le ragioni più inverosimili, alle donne che non avevano il denaro per pagarle. E soprattutto era una casa, un luogo dove avrei potuto esser solo e lavorare. Mi affrettai dunque a salutare la vedova, e a cominciare la mia nuova vita, nella mia residenza definitiva. La casa apparteneva all'erede del prete, don Rocco Macioppi, un modesto proprietario di mezza età, gentile, cerimonioso, chiesastico e occhialuto, e ad una sua nipote, donna Maria Maddalena, una zitella sui venticinque anni, d'un biondo slavato, allevata dalle monache di Potenza, anemica, sospirosa e linfatica. Fu inteso che essi avrebbero tenuto, per coltivare l'insalata, l'uso dell'orto, nel quale sarebbero entrati dal cancello: ma io vi potevo passeggiare a mio piacere. L'alloggio era quasi vuoto: il padrone e lo zoppo suo amico mi fornirono le suppellettili necessarie. Io ci portai le cose che mi ero fatte arrivare in quei giorni: il mio cavalletto grande e la poltrona, suo necessario complemento: l'uno per dipingere e l'altra per guardare i quadri a mano a mano che li faccio: mi sono entrambi indispensabili, e ci sono affezionato: mi hanno sempre seguito in tutti i miei viaggi qua e là per il mondo. E una cassa di libri, che mi era giunta allora allora, e per la quale dovetti ricevere una visita speciale del podestà e del brigadiere. Don Luigino mi mandò a dire che doveva assistere alla sua apertura, per controllare che non ci fossero libri proibiti, e, con l'assistenza del suo braccio secolare, esaminò, ad uno ad uno, i miei volumi. Lo fece, naturalmente, da uomo di studi, che non si stupisce di nulla con molti sorrisi d'intesa, felice della sua sapienza e della sua autorità. Libri proibiti non ce n'erano. Ma c'era, per esempio, una comune edizione degli Essais di Montaigne. - Questo è francese, non è vero? - esclamò il podestà, strizzando l'occhio, come a dire che non cercassi d'ingannarlo. - Ma è un francese antico, don Luigi! - Già, Montaigne, uno di quelli della Rivoluzione francese -. Faticai a convincerlo che non si poteva considerarlo un autore pericoloso: il maestro sapeva il fatto suo e sorrideva compiaciuto, perché intendessi che se mi lasciava il libro, che avrebbe dovuto sequestrarmi, era per un atto di particolare benevolenza e di solidarietà tra uomini di cultura.

La casa era in ordine, la roba era a posto, e ora dovevo risolvere il problema di trovare una donna che mi facesse le pulizie, che andasse a prendermi l'acqua alla fontana e mi preparasse da mangiare. Il padrone, 1'ammazzacapre, donna Caterina e le sue nipoti furono concordi: - Ce n'è una sola che fa per lei. Non può prendere che quella! - E donna Caterina mi disse: - Le parlerò io, la farò venire. A me dà retta; e non dirà di no -. Il problema era più difficile di quanto non credessi: e non perché mancassero donne a Gagliano, che anzi, a decine si sarebbero contese quel lavoro e quel guadagno. Ma io vivevo solo, non avevo con me né moglie né madre né sorella; e nessuna donna poteva perciò entrare, da sola, in casa mia. Lo impediva il costume, antichissimo e assoluto, che è a fondamento del rapporto fra i sessi. L'amore, o l'attrattiva sessuale, è considerata dai contadini come una forza della natura, potentissima, e tale che nessuna volontà è in grado di opporvisi. Se un uomo e una donna si trovano insieme al riparo e senza testimoni, nulla può impedire che essi si abbraccino: né propositi contrari, né castità, né alcun'altra difficoltà può vietarlo; e se per caso effettivamente essi non lo fanno, è tuttavia come se lo avessero fatto: trovarsi assieme è fare all'amore. L'onnipotenza di questo dio è tale, e così semplice è l'impulso naturale, che non può esistere una vera morale sessuale, e neanche una vera riprovazione sociale per gli amori illeciti. Moltissime sono le ragazze madri, ed esse non sono affatto messe al bando o additate al disprezzo pubblico: tutt'al più troveranno qualche maggior difficoltà a sposarsi in paese, e dovranno accasarsi nei paesi circostanti, o accontentarsi di un marito un po' zoppo o con qualche altro difetto corporale. Se però non può esistere un freno morale contro la libera violenza del desiderio, interviene il costume a rendere difficile l'occasione. Nessuna donna può frequentare un uomo se non in presenza d'altri, soprattutto se l'uomo non ha moglie: e il divieto è rigidissimo: infrangerlo anche nel modo più innocente equivale ad aver peccato. La regola riguarda tutte le donne, perché l'amore non conosce età.

Avevo curato una nonna, una vecchia contadina di settantacinque anni, Maria Rosano, dagli occhi azzurri chiari nel viso pieno di bontà. Aveva una malattia di cuore, dai sintomi gravi e preoccupanti, e si sentiva molto male. - Non mi alzerò più da questo letto, dottore. È arrivata la mia ora, - mi diceva. Ma io, che mi sentivo aiutato dalla fortuna, l'assicuravo del contrario. Un giorno, per farle coraggio, le dissi: - Guarirai, sta' sicura. Da questo letto scenderai, senza bisogno di aiuto. Tra un mese starai bene, e verrai da sola, fino a casa mia, in fondo al paese, a salutarmi -. La vecchia si rimise davvero in salute, e, dopo un mese, sentii battere alla mia porta. Era Maria, che si era ricordata delle mie parole, e veniva a ringraziarmi e a benedirmi, con le braccia cariche di regali, fichi secchi, e salami, e focacce dolci fatte con le sue mani. Era una donna molto simpatica, piena di buon senso e di tenerezza materna, saggia nel parlare e con un certo ottimismo paziente e comprensivo nell'antica faccia rugosa. Io la ringraziai dei suoi doni e la trattenni a conversare; ma mi accorgevo che la contadina stava sempre più a disagio, ritta ora su un piede ora sull'altro, e lanciava delle occhiate alla porta come se volesse scappare e non osasse. Dapprincipio non né capivo la ragione: poi mi avvidi che la vecchia era entrata da me da sola, a differenza di tutte le altre donne che venivano a farsi visitare o a chiamarmi, e che arrivavano sempre in due o almeno accompagnate da una bambina, che è un modo di rispettare il costume e di ridurlo insieme a poco più di un simbolo; e sospettai che fosse questa la ragione della sua inquietudine. Lei stessa me lo confermò. Mi considerava il suo benefattore, il suo salvatore miracoloso: si sarebbe buttata nel fuoco per me: non avevo soltanto guarito lei, che aveva un piede nella fossa, ma anche la sua nipotina prediletta, malata di una brutta polmonite. Le avevo detto di venire sola a trovarmi, quando fosse stata bene. Io intendevo che non avrebbe avuto bisogno di nessuno per darle il braccio: ma la buona vecchia aveva presa la cosa alla lettera, e non aveva osato infrangere il mio ordine. Perciò non si era fatta accompagnare; aveva fatto per me davvero un grosso sacrificio; e ora era inquieta perché essere con me, a malgrado dell'evidente innocenza, era tuttavia di per sé una grossa infrazione al costume. Mi misi a ridere, e anche lei rise, ma mi disse che l'uso era più vecchio di lei e di me, e se ne andò contenta. Non c'è abitudine o regola o legge che resista a una contraria necessità o a un potente desiderio: e anche quest'uso si riduce, praticamente, a una formalità: ma la formalità è rispettata. Tuttavia la campagna è grande, i casi della vita molteplici, e non mancano le vecchie mezzane accompagnatrici né le giovani compiacenti. Le donne, chiuse nei veli, sono come animali selvatici. Non pensano che all'amore fisico, con estrema naturalezza, e ne parlano con una libertà e semplicità di linguaggio che stupisce. Quando passi per la via, ti guardano con i neri occhi scrutatori, chinati obliquamente a pesare la tua virilità, e le odi poi, dietro le tue spalle, mormorare i loro giudizi e le lodi della tua nascosta bellezza. Se ti volti, celano il viso tra le mani e ti guardano attraverso le dita. Nessun sentimento si accompagna a questa atmosfera di desiderio, che esce dagli occhi e pare riempire l'aria del paese, se non forse quello della soggezione a un destino, a una potenza superiore, che non si può eludere. Anche l'amore si accompagna, più che all'entusiasmo o alla speranza, a una sorta di rassegnazione. Se l'occasione è fuggevole, non bisogna lasciarla svanire: le intese sono rapide e senza parole. Quello che si racconta, e che io stesso credevo vero, della severità feroce dei costumi, della gelosia turchesca, del selvaggio senso dell'onore familiare che porta ai delitti e alle vendette, non è che leggenda, quaggiù. Forse era realtà in tempo non molto lontano, e ne resta un residuo nella rigidezza dei formalismi. Ma l'emigrazione ha cambiato tutto. Gli uomini mancano e il paese appartiene alle donne. Una buona parte delle spose hanno il marito in America. Quello scrive il primo anno, scrive ancora il secondo, poi non se ne sa più nulla, forse si fa un'altra famiglia laggiù, certo scompare per sempre e non torna più. La moglie lo aspetta il primo anno, lo aspetta il secondo, poi si presenta un'occasione e nasce un bambino. Gran parte dei figli sono illegittimi: l'autorità delle madri è sovrana. Gagliano ha milleduecento abitanti, in America ci sono duemila gaglianesi. Grassano ne ha cinquemila e un numero quasi uguale di grassanesi sono negli Stati Uniti. In paese ci restano molte più donne che uomini: chi siano i padri non può più avere un'importanza così gelosa: il sentimento d'onore si disgiunge da quello di paternità: il regime è matriarcale. Nelle ore del giorno, che i contadini sono lontani, il paese è abbandonato alle donne, queste regine-uccelli, che regnano sulla turba brulicante dei figli. I bambini sono amati, adorati, vezzeggiati dalle madri, che trepidano per i loro mali, che li allattano per anni e anni, non li lasciano un minuto, li portano con sé, sulla schiena e sulle braccia, avvolti negli scialli neri, mentre, ritte con l'anfora in testa, vengono dalla fontana. Molti ne muoiono, gli altri crescono precoci, poi prendono la malaria, si fanno gialli e melanconici, e diventano uomini, e vanno alla guerra, o in America, o restano in paese a curvare la schiena, come bestie, sotto il sole, ogni giorno dell'anno.

Se i figli illegittimi non sono una reale vergogna per le donne, tanto meno lo sono, naturalmente, per gli uomini. I preti hanno quasi tutti dei figli, e nessuno trova che la cosa porti disdoro al loro sacerdozio. Se Dio non li riprende, da piccoli, li fanno allevare nei collegi di Potenza o di Melfi. Il portalettere di Grassano, un vecchietto arzillo, un po' zoppicante, con un bel paio di baffi tirati in su, era celebre e onorato in paese, perché si diceva che avesse, come Priamo, cinquanta figli. Di questi, ventidue o ventitré erano i figli delle sue due o tre mogli; gli altri, sparsi per il paese e per le terre vicine, e forse in parte leggendari, gli erano attribuiti, ma egli non se ne curava, e di molti non conosceva l'esistenza. Lo chiamavano 'u Re, non so se per la regalità del suo potere virile, o per i baffi monarchici: e i suoi figli erano detti, in paese, i Principini. Il prevalente rapporto matriarcale, il modo naturale e animalesco dell'amore, lo squilibrio dovuto all'emigrazione devono tuttavia fare i conti con il residuo senso familiare, col sentimento fortissimo della consanguineità, e con gli antichi costumi, che tendono a impedire il contatto degli uomini e delle donne. Avrebbero potuto entrare a casa mia, per farmi i servizi, soltanto quelle donne che fossero, in qualche modo, esentate dal seguire la regola comune; quelle che avessero avuto molti figli di padre incerto, che senza poter essere chiamate prostitute (ché tale mestiere non esiste in paese), facessero tuttavia mostra di una certa libertà di costumi, e si dedicassero insieme alle cose dell'amore e alle pratiche magiche per procacciarlo: le streghe.

Di tali donne ce n'era almeno una ventina a Gagliano: ma, mi disse donna Caterina, alcune erano troppo sporche e disordinate, altre incapaci di tenere civilmente la casa, altre avevano da badare a qualche loro terra, altre servivano già in casa dei signori del luogo. - Una sola fa veramente per lei: è pulita, è onesta, sa far da mangiare, e poi, la casa dove lei va ad abitare è un po' come fosse la sua. Ci ha vissuto molti anni col prete buon'anima, fino alla sua morte -. Mi decisi dunque a cercarla: accettò di venire da me, e fece il suo ingresso nella mia nuova casa. Giulia Venere, detta Giulia la Santarcangelese, perché era nata in quel paese bianco, di là dall'Agri, aveva quarantun anno, e aveva avuto, tra parti normali e aborti, diciassette gravidanze, da quindici padri diversi. Il primo figlio l'aveva fatto col marito, al tempo della grande guerra: poi l'uomo era partito per l'America, portando con sé il bambino, ed era scomparso in quel continente, senza mai più dar notizia di sé. Gli altri figli erano venuti dopo: due gemelli, nati prima del termine, erano del prete. Quasi tutti questi bambini erano morti da piccoli: io non ne vidi mai altri che una ragazza di dodici anni, che lavorava in un paese vicino con una famiglia di pastori e veniva ogni tanto a trovare la madre: una specie di piccola capra selvatica, nera di occhi e di pelle, con i neri capelli arruffati e spioventi sul viso, che stava in un silenzio astioso e diffidente, e non rispondeva alle domande, pronta a fuggire appena si sentiva guardata; e l'ultimo nato, Nino, di due anni, un bambino grasso e robusto che Giulia portava sempre con sé sotto lo scialle, e di cui non ho mai saputo chi fosse il padre.

Giulia era una donna alta e formosa, con un vitino sottile come quello di un'anfora, tra il petto e i fianchi robusti. Doveva aver avuto, nella sua gioventù, una specie di barbara e solenne bellezza. Il viso era ormai rugoso per gli anni e giallo per la malaria, ma restavano i segni dell'antica venustà nella sua struttura severa, come nei muri di un tempio classico, che ha perso i marmi che l'adornavano, ma conserva intatta la forma e le proporzioni. Sul grande corpo imponente, diritto, spirante una forza animalesca, si ergeva, coperta dal velo, una testa piccola, dall'ovale allungato. La fronte era alta e diritta, mezza coperta da una ciocca di capelli nerissimi lisci e unti; gli occhi a mandorla, neri e opachi, avevano il bianco venato di azzurro e di bruno, come quelli dei cani. Il naso era lungo e sottile, un po' arcuato; la bocca larga, dalle labbra sottili e pallide, con una piega amara, si apriva, per un riso cattivo a mostrare due file di denti bianchissimi, potenti come quelli di un lupo. Questo viso aveva un fortissimo carattere arcaico, non nel senso del classico greco, né del romano, ma di una antichità più misteriosa e crudele, cresciuta sempre sulla stessa terra, senza rapporti e mistioni con gli uomini, ma legata alla zolla e alle eterne divinità animali. Vi si vedevano una fredda sensualità, una oscura ironia, una crudeltà naturale, una protervia impenetrabile e una passività piena di potenza, che si legavano in un'espressione insieme severa, intelligente e malvagia. Nell'ondeggiare dei veli e della larga gonnella corta, nelle lunghe gambe robuste come tronchi d'albero, quel grande corpo si muoveva con gesti lenti, equilibrati, pieni di una forza armonica, e portava, erta e fiera, su quella base monumentale e materna, la piccola, nera testa di serpente.

Giulia entrò nella mia casa volentieri, come una regina che ritorni, dopo un'assenza, a visitare una delle sue province predilette. Ci era stata tanti anni, ci aveva avuto dei figli, aveva regnato sulla cucina e sul letto del prete, che le aveva regalato quegli anelli d'oro che le pendevano dalle orecchie. Ne conosceva tutti i segreti, il camino che tirava male, la finestra che non chiudeva, i chiodi piantati nei muri. Allora la casa era piena di mobili, di provviste, di bottiglie, di conserve e di ogni ben di Dio. Ora era vuota, c'era soltanto un letto, poche sedie, un tavolo di cucina. Non c'era stufa: il mangiare doveva esser cotto al fuoco del camino. Ma Giulia sapeva dove procurarsi il necessario, dove trovare la legna e il carbone, da chi farsi prestare una botte per l'acqua, in attesa che qualche mercante ambulante arrivasse a venderne in paese. Giulia conosceva tutti e sapeva tutto: le case di Gagliano non avevano segreti per lei, e i fatti di ciascuno, e i particolari più intimi della vita di ogni donna e di ogni uomo, e i loro sentimenti e motivi più nascosti. Era una donna antichissima, come se avesse avuto centinaia d'anni, e nulla perciò le potesse esser celato; la sua sapienza non era quella bonaria e proverbiale delle vecchie, legata a una tradizione impersonale, né quella pettegola di una faccendiera; ma una specie di fredda consapevolezza passiva, dove la vita si specchiava senza pietà e senza giudizio morale: né compatimento né biasimo apparivano mai nel suo ambiguo sorriso. Era, come le bestie, uno spirito della terra; non aveva paura del tempo, né della fatica, né degli uomini. Sapeva portare senza sforzo, come tutte le donne di qui, che fanno, invece degli uomini, i lavori pesanti, i più gravi pesi. Andava alla fontana con la botte da trenta litri, e la riportava piena sul capo, senza reggerla con le mani, occupate a tenere il bambino, inerpicandosi sui sassi della strada ripida con l'equilibrio diabolico di una capra. Faceva il fuoco alla maniera paesana, che si adopera poca legna, con i ceppi accesi da un capo, e avvicinati a mano a mano che si consumano. Su quel fuoco cuoceva, con le scarse risorse del paese, dei piatti saporiti. Le teste delle capre le preparava a reganate, in una pentola di coccio, con le braci sotto e sopra il coperchio, dopo aver intriso il cervello con un uovo e delle erbe profumiate. Delle budella faceva i gnemurielli, arrotolandole come gomitoli di filo attorno a un pezzo di fegato o di grasso e a una foglia d'alloro, e mettendole ad abbrustolire sulla fiamma, infilate a uno spiedo: l'odore di carne bruciata e il fumo grigio si spandevano per la casa e per la via, annunciatori di una barbara delizia. Nella cucina più misteriosa dei filtri, Giulia era maestra: 1e ragazze ricorrevano a lei per consiglio per preparare i loro intrugli amorosi. Conosceva le erbe e il potere degli oggetti magici. Sapeva curare le malattie con gli incantesimi, e perfino poteva far morire chi volesse, con la sola virtù di terribili formule.

Giulia aveva una sua casa, non lontana dalla mia, più in basso, verso il Timbone della Madonna degli Angeli. Ci dormiva, la notte, con il suo ultimo amante, il barbiere, un giovanotto albino, dagli occhi rossi di coniglio. Batteva al mio uscio la mattina presto, con il suo bambino, andava a prender l'acqua, preparava il fuoco e il pranzo, e se ne ripartiva nel pomeriggio: la sera dovevo cuocermi la cena da solo. Giulia andava, veniva, ricompariva a suo piacere: ma non aveva arie da padrona di casa. Aveva capito subito che i tempi non erano più quelli di una volta, e che io ero un tutt'altro cristiano che il suo antico prete: forse più misterioso a lei di quello che lei potesse essere per me. Mi supponeva un grande potere, ed era contenta di questo, nella sua passività. Fredda, impassibile e animalesca, la strega contadina era una serva fedele.

Così finì il primo periodo del mio soggiorno gaglianese, passato a Gagliano di Sopra, nella casa della vedova. Contento della nuova solitudine, stavo sdraiato sulla mia terrazza, e guardavo l'ombra delle nuvole muoversi sulle creste lontane, come una nave sul mare. Udivo, dalle stanze di sotto, il rumore dei passi di Giulia e l'abbaiare del cane. Questi due strani esseri, la strega e Barone, furono, da allora, i compagni abituali della mia vita.



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Mi rimasero i libri, le medicine e i consigli, e mi servirono subito. A parte i contagi, anche le malattie piú disparate ed estranee vanno a gruppi. In certe settimane non ci sono malati o soltanto di cose leggere: ma quando si trova un caso grave, si può essere certi che presto se ne presenteranno degli altri. Uno di questi periodi infatti, il primo dopo il mio arrivo, capitò subito dopo la partenza di mia sorella: una serie di casi difficili e pericolosi, che mi facevano paura. Tutte le malattie quaggiù, del resto, prendono sempre un aspetto eccessivo e mortale, ben diverso da quello che ero abituato a vedere nei lettini ben ordinati della Clinica Medica Universitaria di Torino. Sarà lo stato di anemia cronica dei vecchi malarici, sarà la denutrizione, sarà la scarsa reazione al male di questi uomini passivi e rassegnati: certo si vedono, fin dal primo giorno di malattia, accavallarsi tumultuosamente i sintomi più disparati, i visi dei sofferenti assumere l'aspetto angosciato dell'agonia. E io passavo di meraviglia in meraviglia, vedendo questi malati, che qualunque buon medico avrebbe giudicato perduti, migliorare e guarire con le cure piú elementari. Pareva che mi aiutasse una strana fortuna.

Visitai in quei giorni anche l'Arciprete. Aveva delle emorragie intestinali, ma, nella sua misantropia, non ne parlava, e continuava a passeggiare per il paese, senza curarsi. Fu don Cosimino, l'angelo della Posta, il solo confidente del vecchio che passava delle ore nell'ufficio postale e gli recitava i suoi epigrammi, a pregarmi di andarlo a trovare come per una visita di cortesia, e di vedere intanto se potevo far qualcosa per lui. Don Trajella abitava con la madre in uno stanzone, una specie di spelonca, in un vicoletto buio non lontano dalla chiesa. Quando entrai da lui, lo trovai che stava mangiando con la madre: avevano, in due, un solo piatto e un solo bicchiere. Il piatto era pieno di fagioli mal cotti, che erano tutto il desinare: madre e figlio, in quell'angolo di tavola senza tovaglia, ci pescavano a turno con vecchie forchette di stagno. Nel fondo della spelonca, separati da una tenda verde sbrindellata, c'erano due lettini gemelli, quello di don Giuseppe e quello della vecchia, non ancora rifatti. Contro il muro giaceva in terra in disordine un gran mucchio di libri: sul mucchio stavano posate delle galline. Altre galline correvano e svolazzavano qua e là per la stanza, che da chissà quanto tempo non era stata spazzata: un tanfo di pollaio prendeva alla gola. L'Arciprete, che mi aveva in simpatia e mi considerava, con don Cosimino, fra le poche persone con cui si poteva parlare perché non erano suoi nemici, mi accolse con piacere, con un sorriso sul viso arguto e sofferente. Mi presentò sua madre; la scusassi se non mi rispondeva: era vetula et infirma. E mi offerse subito un bicchiere di vino, che dovetti accettare, per non offenderlo, in quel suo unico bicchiere che doveva aver servito per anni, senza essere mai stato lavato, a lui e alla vecchia, a quanto potevo arguire dalla gromma unta e nera che lo incrostava tutto attorno. Don Trajella non aveva servitori ed era ormai così abituato a quella solitaria sporcizia che non ci faceva più caso. Quando, dopo che avemmo parlato dei suoi mali, si accorse che io guardavo con curiosità il mucchio dei libri, mi disse: - Che vuole? In questo paese non mette conto di leggere. Avevo dei bei libri, li vede? Ci sono delle edizioni rare. Quando sono venuto qui, quelle canaglie che li hanno portati, me li hanno per dispetto imbrattati di pece. Mi è passata la voglia di aprirli, e li ho lasciati lì in terra: ci stanno da molti anni -. Mi avvicinai al mucchio: i libri erano coperti da uno strato di polvere e di sterco di gallina: qua e là, sulle coste di pelle, si vedeva davvero qualche macchia di pece, ricordo dell'antico attentato. Ne tolsi qualcuno a caso: erano vecchi volumi secenteschi di teologia, di casistica, delle Storie dei Santi, e Padri della Chiesa, e poeti latini. Doveva esser stata, prima di esser così ridotta a cuccia per i polli, la buona biblioteca di un prete colto e curioso. In mezzo ai libri saltarono fuori degli opuscoli sgualciti e imbrattati: opera di don Trajella: studi storici e apologetici su san Calogero di Avila. - È un santo spagnolo poco conosciuto, - mi spiegò l'Arciprete. - Ho fatto anche dei quadri, temporibus illis, che rappresentano i vari episodi della sua vita, delle specie di polittici -. Insistetti perché me li mostrasse e si decise a tirarli fuori di sotto il letto, di dove, mi disse, non li aveva più riesumati dal giorno del suo arrivo. Erano delle tempere di gusto popolare, ma tutt'altro che prive di efficacia, con moltissime figure minute e rifinitissime, dei quadri compositi, con la nascita, la vita, i miracoli, la morte, e la gloria del santo. Di sotto il letto uscirono anche delle statuette, opera anche esse del prete, dei piccoli angeli e dei santi barocchi di legno e di terracotta dipinti, modellati con garbo facile nel gusto dei presepi napoletani del Seicento. Mi congratulai con l'inatteso collega. - Non ho più fatto nulla da che sono qua, in partibus in fidelium, a prestare, come suol dirsi, i sacramenti di santa Madre Chiesa a questi eretici che non ne vogliono sapere. Prima mi divertivo a fare queste cosette. Ma qui, in questo paese, non si può. Non mette conto di far nulla, qui. Prenda ancora un bicchiere di vino, don Carlo -. Mentre cercavo di evitare, con un pretesto, il terribile bicchiere, assai più amaro di tutti i possibili filtri, la vecchia madre, che era rimasta fino allora ferma e come assente sulla sua seggiola, si rizzò improvvisamente in piedi, gridando e agitando le braccia. Le galline spaventate cominciarono a svolazzare per la stanza, sui letti, sui libri, sulla tavola. Don Trajella si mise a rincorrerle qua e là per farle scendere dalle lenzuola, gridando: - Paese maledetto! - E quelle strillavano sempre più stupidamente atterrite, alzando dei nuvoli di polvere brillanti nel filo di sole che entrava per lo spiraglio della finestrella semichiusa. Profittai della confusione per uscirmene, tra quel gran volare di penne e ondeggiare nero di sottane.

Molto diverso, per mia fortuna, dal povero Trajella, doveva essere stato il suo predecessore, un prete grasso, ricco, allegro e gaudente, famoso in paese per la buona tavola e i numerosi figliuoli, e morto, a quel che si diceva, di una solenne indigestione. La casa dove finalmente pochi giorni dopo, appena partite le parenti del confinato pisano, andai ad abitare, era stata costruita da lui, ed era, si può dire, l'unica casa civile del paese. Se l'era fatta vicino alla vecchia chiesa della Madonna degli Angeli; e ora che la chiesa era crollata nel burrone, la casa si era trovata ad essere l'ultima sul ciglio del precipizio. Era composta di tre stanze, una in fila all'altra. Dalla strada, un vicoletto laterale sulla destra della via principale, si entrava in cucina, dalla cucina nella seconda camera, dove io misi il letto; e di qui si passava ad una stanza grande, con cinque finestrelle, che fu la mia stanza di soggiorno e il mio studio di pittura. Dalla porta dello studio si scendeva per quattro scalini di pietra in un piccolo orticello, chiuso, in fondo, da un cancelletto di ferro con un albero di fico nel mezzo. La camera da letto dava su un balconcino, da cui una scaletta saliva, sul fianco della casa, alla terrazza che la copriva tutta: di qui la vista spaziava sui più lontani orizzonti. La casa era modesta, costruita in modo economico, e non bella, perché non aveva carattere, non era né signorile né contadina, non aveva né la nobiltà rovinata del palazzo, né la miseria dei tuguri, ma soltanto la mediocrità stantia del gusto pretesco. Lo studio e la terrazza avevano un pavimento a scacchi colorati, come in certe sagrestie di campagna: non ho mai amato queste geometrie, su cui l'occhio si posa continuamente e che mi sono fastidiose quando dipingo. Le piastrelle di poco prezzo stingevano, quand'erano bagnate, e Barone, che amava rotolarsi per terra follemente, diventava allora, di bianco che era, un cane rosa. Ma i muri erano puliti, imbiancati a calce, le porte verniciate di azzurro, le persiane verdi. E soprattutto, a compenso di qualunque difetto, lo spirito epicureo del defunto prete aveva dotato la mia casa di un bene inestimabile. C'era un gabinetto, senz'acqua naturalmente, ma un vero gabinetto, col sedile di porcellana. Era il solo esistente a Gagliano, e probabilmente non se ne sarebbe trovato un altro a più di cento chilometri tutt'attorno. Nelle case dei signori ci sono ancora delle antiche seggette monumentali di legno intarsiato, dei piccoli troni pieni di autorità: e mi hanno detto, ma io non ne ho viste, che se ne trovano anche di quelle matrimoniali, a due posti, per quei coniugi affettuosi che non possono tollerare la più breve separazione. Nelle case dei poveri, naturalmente, non c'è nulla. Questo fatto dà luogo a delle curiose costumanze. A Grassano, in certe ore quasi fisse, il mattino presto e verso sera, si aprivano furtivamente le finestrelle delle case, e dallo spiraglio apparivano le mani rugose delle vecchie, che lasciavano piovere, in mezzo alla strada, il contenuto dei vasi. Erano le ore della «jettatura». A Gagliano questa cerimonia non era così generale né così regolata: non si sprecava così prodigalmente il concime per gli orti.

La mancanza di quel semplice apparecchio, assoluta in tutta la regione, crea naturalmente delle consuetudini che non si sradicano facilmente, che richiamano mille altre cose della vita, e si accompagnano a sentimenti considerati nobilissimi e poetici. Il falegname Lasala, un «americano» intelligente, che era stato, molti anni prima, sindaco di Grassano, e che conservava gelosamente, nel suo monumentale apparecchio radio portato di laggiù, con i dischi di Caruso e dell'arrivo di De Pinedo, quelli di discorsi commemorativi di Matteotti, mi raccontava che, dopo la settimana di lavoro a New York, usava incontrare un gruppo di compaesani, ogni domenica, per una scampagnata. - Eravamo sempre otto o dieci: c'era un dottore, un farmacista, dei commercianti, un cameriere d'albergo, e qualche artigiano. Tutti del nostro paese, ci si conosceva fin da bambini. La vita è triste, tra quei grattacieli, con tutte quelle straordinarie comodità, e gli ascensori, le porte girevoli, la metropolitana, e sempre case e palazzi e strade, e mai un po' di terra. Viene la malinconia. La domenica mattina si saliva in treno, ma bisognava fare dei chilometri, per trovare la campagna! Quando eravamo arrivati in qualche posto solitario, diventavamo tutti allegri come ci si fosse tolto un peso di dosso. E allora, sotto un albero, tutti insieme, ci si calava i pantaloni. Che delizia! Si sentiva l'aria fresca, la natura. Non come in quei gabinetti americani, lucidi e tutti eguali. Ci pareva di essere ragazzi, d'essere tornati a Grassano, si era felici, si rideva, si sentiva l'aria della Patria. E, quando avevamo finito, gridavamo tutti insieme: «Viva l'Italia!». Ci veniva proprio dal cuore.

La nuova casa aveva il vantaggio di essere in fondo al paese, fuori degli sguardi continui del podestà e dei suoi accoliti: avrei potuto, finalmente, passeggiare senza urtarmi ad ogni passo nelle solite persone, con i soliti discorsi. È usanza, qui, che i signori, quando incontrano qualcuno per via, non gli chiedano come sta, ma gli rivolgano a mo' di saluto questa domanda: - Beh! Che cos'hai mangiato oggi? - Se l'interlocutore è un contadino, risponderà in silenzio con il gesto della mano, portata all'altezza del viso e oscillante lentamente su se stessa con il pollice e il mignolo teso e le altre dita piegate, che vuol dire «poco o nulla». Se è un signore, si dilungherà a elencare le povere vivande del suo pranzo, e si informerà di quelle del suo amico: se nessuna passione d'odio e di intrigo locale accende in quel momento i loro animi, la conversazione continuerà per un pezzo senza uscire da questo scambio di confidenze gastronomiche.

Avrei potuto mettere il capo fuori dell'uscio senza battere subito il naso contro l'onnipresente pancia, enorme al punto di ostruire tutta la via, di don Gennaro, guardia, messo comunale, accalappiacani, e spia del podestà; sempre attento ad ogni passo dei confinati e a ogni parola dei contadini; brav'uomo, forse, in fondo, ma devoto all'autorità e a don Luigino, e ostinato a far rispettare i suoi bizzarri decreti sulla circolazione dei maiali e dei cani, e a minacciare e ad affibbiare le multe, per le ragioni più inverosimili, alle donne che non avevano il denaro per pagarle. E soprattutto era una casa, un luogo dove avrei potuto esser solo e lavorare. Mi affrettai dunque a salutare la vedova, e a cominciare la mia nuova vita, nella mia residenza definitiva. La casa apparteneva all'erede del prete, don Rocco Macioppi, un modesto proprietario di mezza età, gentile, cerimonioso, chiesastico e occhialuto, e ad una sua nipote, donna Maria Maddalena, una zitella sui venticinque anni, d'un biondo slavato, allevata dalle monache di Potenza, anemica, sospirosa e linfatica. Fu inteso che essi avrebbero tenuto, per coltivare l'insalata, l'uso dell'orto, nel quale sarebbero entrati dal cancello: ma io vi potevo passeggiare a mio piacere. L'alloggio era quasi vuoto: il padrone e lo zoppo suo amico mi fornirono le suppellettili necessarie. Io ci portai le cose che mi ero fatte arrivare in quei giorni: il mio cavalletto grande e la poltrona, suo necessario complemento: l'uno per dipingere e l'altra per guardare i quadri a mano a mano che li faccio: mi sono entrambi indispensabili, e ci sono affezionato: mi hanno sempre seguito in tutti i miei viaggi qua e là per il mondo. E una cassa di libri, che mi era giunta allora allora, e per la quale dovetti ricevere una visita speciale del podestà e del brigadiere. Don Luigino mi mandò a dire che doveva assistere alla sua apertura, per controllare che non ci fossero libri proibiti, e, con l'assistenza del suo braccio secolare, esaminò, ad uno ad uno, i miei volumi. Lo fece, naturalmente, da uomo di studi, che non si stupisce di nulla con molti sorrisi d'intesa, felice della sua sapienza e della sua autorità. Libri proibiti non ce n'erano. Ma c'era, per esempio, una comune edizione degli Essais di Montaigne. - Questo è francese, non è vero? - esclamò il podestà, strizzando l'occhio, come a dire che non cercassi d'ingannarlo. - Ma è un francese antico, don Luigi! - Già, Montaigne, uno di quelli della Rivoluzione francese -. Faticai a convincerlo che non si poteva considerarlo un autore pericoloso: il maestro sapeva il fatto suo e sorrideva compiaciuto, perché intendessi che se mi lasciava il libro, che avrebbe dovuto sequestrarmi, era per un atto di particolare benevolenza e di solidarietà tra uomini di cultura.

La casa era in ordine, la roba era a posto, e ora dovevo risolvere il problema di trovare una donna che mi facesse le pulizie, che andasse a prendermi l'acqua alla fontana e mi preparasse da mangiare. Il padrone, 1'ammazzacapre, donna Caterina e le sue nipoti furono concordi: - Ce n'è una sola che fa per lei. Non può prendere che quella! - E donna Caterina mi disse: - Le parlerò io, la farò venire. A me dà retta; e non dirà di no -. Il problema era più difficile di quanto non credessi: e non perché mancassero donne a Gagliano, che anzi, a decine si sarebbero contese quel lavoro e quel guadagno. Ma io vivevo solo, non avevo con me né moglie né madre né sorella; e nessuna donna poteva perciò entrare, da sola, in casa mia. Lo impediva il costume, antichissimo e assoluto, che è a fondamento del rapporto fra i sessi. L'amore, o l'attrattiva sessuale, è considerata dai contadini come una forza della natura, potentissima, e tale che nessuna volontà è in grado di opporvisi. Se un uomo e una donna si trovano insieme al riparo e senza testimoni, nulla può impedire che essi si abbraccino: né propositi contrari, né castità, né alcun'altra difficoltà può vietarlo; e se per caso effettivamente essi non lo fanno, è tuttavia come se lo avessero fatto: trovarsi assieme è fare all'amore. L'onnipotenza di questo dio è tale, e così semplice è l'impulso naturale, che non può esistere una vera morale sessuale, e neanche una vera riprovazione sociale per gli amori illeciti. Moltissime sono le ragazze madri, ed esse non sono affatto messe al bando o additate al disprezzo pubblico: tutt'al più troveranno qualche maggior difficoltà a sposarsi in paese, e dovranno accasarsi nei paesi circostanti, o accontentarsi di un marito un po' zoppo o con qualche altro difetto corporale. Se però non può esistere un freno morale contro la libera violenza del desiderio, interviene il costume a rendere difficile l'occasione. Nessuna donna può frequentare un uomo se non in presenza d'altri, soprattutto se l'uomo non ha moglie: e il divieto è rigidissimo: infrangerlo anche nel modo più innocente equivale ad aver peccato. La regola riguarda tutte le donne, perché l'amore non conosce età.

Avevo curato una nonna, una vecchia contadina di settantacinque anni, Maria Rosano, dagli occhi azzurri chiari nel viso pieno di bontà. Aveva una malattia di cuore, dai sintomi gravi e preoccupanti, e si sentiva molto male. - Non mi alzerò più da questo letto, dottore. È arrivata la mia ora, - mi diceva. Ma io, che mi sentivo aiutato dalla fortuna, l'assicuravo del contrario. Un giorno, per farle coraggio, le dissi: - Guarirai, sta' sicura. Da questo letto scenderai, senza bisogno di aiuto. Tra un mese starai bene, e verrai da sola, fino a casa mia, in fondo al paese, a salutarmi -. La vecchia si rimise davvero in salute, e, dopo un mese, sentii battere alla mia porta. Era Maria, che si era ricordata delle mie parole, e veniva a ringraziarmi e a benedirmi, con le braccia cariche di regali, fichi secchi, e salami, e focacce dolci fatte con le sue mani. Era una donna molto simpatica, piena di buon senso e di tenerezza materna, saggia nel parlare e con un certo ottimismo paziente e comprensivo nell'antica faccia rugosa. Io la ringraziai dei suoi doni e la trattenni a conversare; ma mi accorgevo che la contadina stava sempre più a disagio, ritta ora su un piede ora sull'altro, e lanciava delle occhiate alla porta come se volesse scappare e non osasse. Dapprincipio non né capivo la ragione: poi mi avvidi che la vecchia era entrata da me da sola, a differenza di tutte le altre donne che venivano a farsi visitare o a chiamarmi, e che arrivavano sempre in due o almeno accompagnate da una bambina, che è un modo di rispettare il costume e di ridurlo insieme a poco più di un simbolo; e sospettai che fosse questa la ragione della sua inquietudine. Lei stessa me lo confermò. Mi considerava il suo benefattore, il suo salvatore miracoloso: si sarebbe buttata nel fuoco per me: non avevo soltanto guarito lei, che aveva un piede nella fossa, ma anche la sua nipotina prediletta, malata di una brutta polmonite. Le avevo detto di venire sola a trovarmi, quando fosse stata bene. Io intendevo che non avrebbe avuto bisogno di nessuno per darle il braccio: ma la buona vecchia aveva presa la cosa alla lettera, e non aveva osato infrangere il mio ordine. Perciò non si era fatta accompagnare; aveva fatto per me davvero un grosso sacrificio; e ora era inquieta perché essere con me, a malgrado dell'evidente innocenza, era tuttavia di per sé una grossa infrazione al costume. Mi misi a ridere, e anche lei rise, ma mi disse che l'uso era più vecchio di lei e di me, e se ne andò contenta. Non c'è abitudine o regola o legge che resista a una contraria necessità o a un potente desiderio: e anche quest'uso si riduce, praticamente, a una formalità: ma la formalità è rispettata. Tuttavia la campagna è grande, i casi della vita molteplici, e non mancano le vecchie mezzane accompagnatrici né le giovani compiacenti. Le donne, chiuse nei veli, sono come animali selvatici. Non pensano che all'amore fisico, con estrema naturalezza, e ne parlano con una libertà e semplicità di linguaggio che stupisce. Quando passi per la via, ti guardano con i neri occhi scrutatori, chinati obliquamente a pesare la tua virilità, e le odi poi, dietro le tue spalle, mormorare i loro giudizi e le lodi della tua nascosta bellezza. Se ti volti, celano il viso tra le mani e ti guardano attraverso le dita. Nessun sentimento si accompagna a questa atmosfera di desiderio, che esce dagli occhi e pare riempire l'aria del paese, se non forse quello della soggezione a un destino, a una potenza superiore, che non si può eludere. Anche l'amore si accompagna, più che all'entusiasmo o alla speranza, a una sorta di rassegnazione. Se l'occasione è fuggevole, non bisogna lasciarla svanire: le intese sono rapide e senza parole. Quello che si racconta, e che io stesso credevo vero, della severità feroce dei costumi, della gelosia turchesca, del selvaggio senso dell'onore familiare che porta ai delitti e alle vendette, non è che leggenda, quaggiù. Forse era realtà in tempo non molto lontano, e ne resta un residuo nella rigidezza dei formalismi. Ma l'emigrazione ha cambiato tutto. Gli uomini mancano e il paese appartiene alle donne. Una buona parte delle spose hanno il marito in America. Quello scrive il primo anno, scrive ancora il secondo, poi non se ne sa più nulla, forse si fa un'altra famiglia laggiù, certo scompare per sempre e non torna più. La moglie lo aspetta il primo anno, lo aspetta il secondo, poi si presenta un'occasione e nasce un bambino. Gran parte dei figli sono illegittimi: l'autorità delle madri è sovrana. Gagliano ha milleduecento abitanti, in America ci sono duemila gaglianesi. Grassano ne ha cinquemila e un numero quasi uguale di grassanesi sono negli Stati Uniti. In paese ci restano molte più donne che uomini: chi siano i padri non può più avere un'importanza così gelosa: il sentimento d'onore si disgiunge da quello di paternità: il regime è matriarcale. Nelle ore del giorno, che i contadini sono lontani, il paese è abbandonato alle donne, queste regine-uccelli, che regnano sulla turba brulicante dei figli. I bambini sono amati, adorati, vezzeggiati dalle madri, che trepidano per i loro mali, che li allattano per anni e anni, non li lasciano un minuto, li portano con sé, sulla schiena e sulle braccia, avvolti negli scialli neri, mentre, ritte con l'anfora in testa, vengono dalla fontana. Molti ne muoiono, gli altri crescono precoci, poi prendono la malaria, si fanno gialli e melanconici, e diventano uomini, e vanno alla guerra, o in America, o restano in paese a curvare la schiena, come bestie, sotto il sole, ogni giorno dell'anno.

Se i figli illegittimi non sono una reale vergogna per le donne, tanto meno lo sono, naturalmente, per gli uomini. I preti hanno quasi tutti dei figli, e nessuno trova che la cosa porti disdoro al loro sacerdozio. Se Dio non li riprende, da piccoli, li fanno allevare nei collegi di Potenza o di Melfi. Il portalettere di Grassano, un vecchietto arzillo, un po' zoppicante, con un bel paio di baffi tirati in su, era celebre e onorato in paese, perché si diceva che avesse, come Priamo, cinquanta figli. Di questi, ventidue o ventitré erano i figli delle sue due o tre mogli; gli altri, sparsi per il paese e per le terre vicine, e forse in parte leggendari, gli erano attribuiti, ma egli non se ne curava, e di molti non conosceva l'esistenza. Lo chiamavano 'u Re, non so se per la regalità del suo potere virile, o per i baffi monarchici: e i suoi figli erano detti, in paese, i Principini. Il prevalente rapporto matriarcale, il modo naturale e animalesco dell'amore, lo squilibrio dovuto all'emigrazione devono tuttavia fare i conti con il residuo senso familiare, col sentimento fortissimo della consanguineità, e con gli antichi costumi, che tendono a impedire il contatto degli uomini e delle donne. Avrebbero potuto entrare a casa mia, per farmi i servizi, soltanto quelle donne che fossero, in qualche modo, esentate dal seguire la regola comune; quelle che avessero avuto molti figli di padre incerto, che senza poter essere chiamate prostitute (ché tale mestiere non esiste in paese), facessero tuttavia mostra di una certa libertà di costumi, e si dedicassero insieme alle cose dell'amore e alle pratiche magiche per procacciarlo: le streghe.

Di tali donne ce n'era almeno una ventina a Gagliano: ma, mi disse donna Caterina, alcune erano troppo sporche e disordinate, altre incapaci di tenere civilmente la casa, altre avevano da badare a qualche loro terra, altre servivano già in casa dei signori del luogo. - Una sola fa veramente per lei: è pulita, è onesta, sa far da mangiare, e poi, la casa dove lei va ad abitare è un po' come fosse la sua. Ci ha vissuto molti anni col prete buon'anima, fino alla sua morte -. Mi decisi dunque a cercarla: accettò di venire da me, e fece il suo ingresso nella mia nuova casa. Giulia Venere, detta Giulia la Santarcangelese, perché era nata in quel paese bianco, di là dall'Agri, aveva quarantun anno, e aveva avuto, tra parti normali e aborti, diciassette gravidanze, da quindici padri diversi. Il primo figlio l'aveva fatto col marito, al tempo della grande guerra: poi l'uomo era partito per l'America, portando con sé il bambino, ed era scomparso in quel continente, senza mai più dar notizia di sé. Gli altri figli erano venuti dopo: due gemelli, nati prima del termine, erano del prete. Quasi tutti questi bambini erano morti da piccoli: io non ne vidi mai altri che una ragazza di dodici anni, che lavorava in un paese vicino con una famiglia di pastori e veniva ogni tanto a trovare la madre: una specie di piccola capra selvatica, nera di occhi e di pelle, con i neri capelli arruffati e spioventi sul viso, che stava in un silenzio astioso e diffidente, e non rispondeva alle domande, pronta a fuggire appena si sentiva guardata; e l'ultimo nato, Nino, di due anni, un bambino grasso e robusto che Giulia portava sempre con sé sotto lo scialle, e di cui non ho mai saputo chi fosse il padre.

Giulia era una donna alta e formosa, con un vitino sottile come quello di un'anfora, tra il petto e i fianchi robusti. Doveva aver avuto, nella sua gioventù, una specie di barbara e solenne bellezza. Il viso era ormai rugoso per gli anni e giallo per la malaria, ma restavano i segni dell'antica venustà nella sua struttura severa, come nei muri di un tempio classico, che ha perso i marmi che l'adornavano, ma conserva intatta la forma e le proporzioni. Sul grande corpo imponente, diritto, spirante una forza animalesca, si ergeva, coperta dal velo, una testa piccola, dall'ovale allungato. La fronte era alta e diritta, mezza coperta da una ciocca di capelli nerissimi lisci e unti; gli occhi a mandorla, neri e opachi, avevano il bianco venato di azzurro e di bruno, come quelli dei cani. Il naso era lungo e sottile, un po' arcuato; la bocca larga, dalle labbra sottili e pallide, con una piega amara, si apriva, per un riso cattivo a mostrare due file di denti bianchissimi, potenti come quelli di un lupo. Questo viso aveva un fortissimo carattere arcaico, non nel senso del classico greco, né del romano, ma di una antichità più misteriosa e crudele, cresciuta sempre sulla stessa terra, senza rapporti e mistioni con gli uomini, ma legata alla zolla e alle eterne divinità animali. Vi si vedevano una fredda sensualità, una oscura ironia, una crudeltà naturale, una protervia impenetrabile e una passività piena di potenza, che si legavano in un'espressione insieme severa, intelligente e malvagia. Nell'ondeggiare dei veli e della larga gonnella corta, nelle lunghe gambe robuste come tronchi d'albero, quel grande corpo si muoveva con gesti lenti, equilibrati, pieni di una forza armonica, e portava, erta e fiera, su quella base monumentale e materna, la piccola, nera testa di serpente.

Giulia entrò nella mia casa volentieri, come una regina che ritorni, dopo un'assenza, a visitare una delle sue province predilette. Ci era stata tanti anni, ci aveva avuto dei figli, aveva regnato sulla cucina e sul letto del prete, che le aveva regalato quegli anelli d'oro che le pendevano dalle orecchie. Ne conosceva tutti i segreti, il camino che tirava male, la finestra che non chiudeva, i chiodi piantati nei muri. Allora la casa era piena di mobili, di provviste, di bottiglie, di conserve e di ogni ben di Dio. Ora era vuota, c'era soltanto un letto, poche sedie, un tavolo di cucina. Non c'era stufa: il mangiare doveva esser cotto al fuoco del camino. Ma Giulia sapeva dove procurarsi il necessario, dove trovare la legna e il carbone, da chi farsi prestare una botte per l'acqua, in attesa che qualche mercante ambulante arrivasse a venderne in paese. Giulia conosceva tutti e sapeva tutto: le case di Gagliano non avevano segreti per lei, e i fatti di ciascuno, e i particolari più intimi della vita di ogni donna e di ogni uomo, e i loro sentimenti e motivi più nascosti. Era una donna antichissima, come se avesse avuto centinaia d'anni, e nulla perciò le potesse esser celato; la sua sapienza non era quella bonaria e proverbiale delle vecchie, legata a una tradizione impersonale, né quella pettegola di una faccendiera; ma una specie di fredda consapevolezza passiva, dove la vita si specchiava senza pietà e senza giudizio morale: né compatimento né biasimo apparivano mai nel suo ambiguo sorriso. Era, come le bestie, uno spirito della terra; non aveva paura del tempo, né della fatica, né degli uomini. Sapeva portare senza sforzo, come tutte le donne di qui, che fanno, invece degli uomini, i lavori pesanti, i più gravi pesi. Andava alla fontana con la botte da trenta litri, e la riportava piena sul capo, senza reggerla con le mani, occupate a tenere il bambino, inerpicandosi sui sassi della strada ripida con l'equilibrio diabolico di una capra. Faceva il fuoco alla maniera paesana, che si adopera poca legna, con i ceppi accesi da un capo, e avvicinati a mano a mano che si consumano. Su quel fuoco cuoceva, con le scarse risorse del paese, dei piatti saporiti. Le teste delle capre le preparava a reganate, in una pentola di coccio, con le braci sotto e sopra il coperchio, dopo aver intriso il cervello con un uovo e delle erbe profumiate. Delle budella faceva i gnemurielli, arrotolandole come gomitoli di filo attorno a un pezzo di fegato o di grasso e a una foglia d'alloro, e mettendole ad abbrustolire sulla fiamma, infilate a uno spiedo: l'odore di carne bruciata e il fumo grigio si spandevano per la casa e per la via, annunciatori di una barbara delizia. Nella cucina più misteriosa dei filtri, Giulia era maestra: 1e ragazze ricorrevano a lei per consiglio per preparare i loro intrugli amorosi. Conosceva le erbe e il potere degli oggetti magici. Sapeva curare le malattie con gli incantesimi, e perfino poteva far morire chi volesse, con la sola virtù di terribili formule.

Giulia aveva una sua casa, non lontana dalla mia, più in basso, verso il Timbone della Madonna degli Angeli. Ci dormiva, la notte, con il suo ultimo amante, il barbiere, un giovanotto albino, dagli occhi rossi di coniglio. Batteva al mio uscio la mattina presto, con il suo bambino, andava a prender l'acqua, preparava il fuoco e il pranzo, e se ne ripartiva nel pomeriggio: la sera dovevo cuocermi la cena da solo. Giulia andava, veniva, ricompariva a suo piacere: ma non aveva arie da padrona di casa. Aveva capito subito che i tempi non erano più quelli di una volta, e che io ero un tutt'altro cristiano che il suo antico prete: forse più misterioso a lei di quello che lei potesse essere per me. Mi supponeva un grande potere, ed era contenta di questo, nella sua passività. Fredda, impassibile e animalesca, la strega contadina era una serva fedele.

Così finì il primo periodo del mio soggiorno gaglianese, passato a Gagliano di Sopra, nella casa della vedova. Contento della nuova solitudine, stavo sdraiato sulla mia terrazza, e guardavo l'ombra delle nuvole muoversi sulle creste lontane, come una nave sul mare. Udivo, dalle stanze di sotto, il rumore dei passi di Giulia e l'abbaiare del cane. Questi due strani esseri, la strega e Barone, furono, da allora, i compagni abituali della mia vita.


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