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Storia e Storie, OGGETTI FUORI DAL TEMPO? L’astronauta di Palenque e la Pila di Baghdad - Strane Storie

OGGETTI FUORI DAL TEMPO? L'astronauta di Palenque e la Pila di Baghdad - Strane Storie

Davvero una piccola anfora ritrovata a Baghdad e risalente a circa 2000 anni fa potrebbe

funzionare come una moderna batteria elettrica? Ed è possibile che il bassorilievo sul coperchio

di un sepolcro Maya raffiguri un'astronauta seduto all'interno di una capsula spaziale?

Sono due dei più celebri elementi a sostegno della teoria degli antichi astronauti. Ma

sono davvero indizi di antiche visite extraterrestri sul nostro pianeta?

È quanto cercheremo di capire oggi in questo nuovo episodio di Strane Storie!

Ben trovati! Io sono Massimo Polidoro e come ogni venerdì ci ritroviamo per indagare storie

misteriose e all'apparenza inspiegabili. Ma, come ormai sapete benissimo, spesso le apparenze

ingannano. Se arrivate qui per la prima volta, ma come

me siete curiosi di tutto ciò che è insolito e misterioso, vi invito a iscrivervi al mio

canale e, per non perdere i prossimi episodi, vi suggerisco di cliccare anche sulla campanellina.

E ora siamo pronti per tornare nuovamente a esplorare gli antichi misteri dell'antichità…

«Un'occhiata sincera e priva di pregiudizi a questa immagine dovrebbe indurre anche il

più duro degli scettici a fermarsi e a riflettere. Qui è un essere umano seduto, con la parte

superiore del corpo piegata in avanti come il pilota di una moto; oggi anche un bambino

identificherebbe il suo veicolo come un razzo».

Con queste parole lo svizzero Erich Von Däniken descrive il cosiddetto “astronauta di Palenque”,

un bassorilievo Maya risalente al 683 d.C.

Come potevano i Maya rappresentare e descrivere tanto accuratamente un'astronauta all'interno

di una capsula spaziale?

E come si spiega la batteria elettrica, funzionante sul principio galvanico, in mostra al museo

di Baghdad?

Coloro che sostengono la teoria degli “antichi astronauti”, di cui abbiamo parlato in un

precedente episodio, ricordate?, definiscono questi oggetti Out of place artifacts, cioè “manufatti

fuori posto”, che sembrano cioè impossibili rispetto alla tecnologia delle epoche in cui

furono prodotti. Proprio per questo sono anche chiamati “Oggetti fuori dal tempo”.

Von Däniken presagiva che un giorno tutte le scienze, dall'archeologia alla fisica,

dalla chimica alla geologia, avrebbero concentrato i loro sforzi per rispondere a una singola

domanda: i nostri antenati ricevettero veramente visite dallo spazio?

Come abbiamo visto nella puntata sugli antichi astronauti, la possibilità che esista un'intelligenza

extraterrestre nel cosmo è qualcosa che viene presa molto sul serio dagli scienziati. È

per questo, per esempio, che si investono molte risorse nell'impiego di enormi radiotelescopi,

capaci di captare possibili segnali inviati verso di noi da esseri su pianeti di altre

stelle.

Tuttavia, occorre fare molta attenzione a non permettere che speranze, sogni e desideri

su questioni tanto importanti annebbino la capacità di giudizio.

«L'arbitro ultimo è la natura» diceva l'astronomo Carl Sagan «e dobbiamo accettare

l'ipotesi di visite extraterrestri sulla terra solo quando le prove sono inconfutabili».

E, dunque, partiamo proprio dal manufatto più famoso di tutta la saga degli antichi

astronauti, tutt'oggi presentato da molti come la raffigurazione inconfutabile

di un uomo seduto all'interno

di una capsula spaziale: l'astronauta di Palenque.

Tale raffigurazione compare sul coperchio di un sarcofago a Palenque, la meravigliosa

città dai templi sepolti nella giungla dello stato messicano del Chiapas. La lastra copre

una tomba contenuta all'interno di una piramide maya, il Tempio delle Iscrizioni, e raffigura,

nel complesso disegno a intaglio, un uomo in posizione fetale.

Spesso la riproduzione di questo disegno è piuttosto confusa e le fotografie riprendono

solo alcuni particolari, impedendo di avere una buona visione d'insieme di tutta l'immagine.

Ma una volta che si inizia a esaminarla con'attenzione ci si rende conto che forse l'ipotesi del

veicolo spaziale non è la più realistica.

Innanzitutto c'è da chiedersi se davvero chi vede in questo bassorilievo un'astronave

extraterrestre consideri “appropriato” per un viaggio spaziale l'abbigliamento

dell'uomo ritratto nel bassorilievo.

Costui, infatti, è seminudo, a piedi scalzi e indossa un perizoma, collane, braccialetti,

cavigliere e copricapo tipici della nobiltà maya del 700 d.C. circa, proprio come altre

figure umane raffigurate in molti disegni e incisioni appartenenti alla stessa epoca.

Trattandosi di un sarcofago, si potrebbe pensare che la tomba contenga i resti del misterioso

uomo dello spazio, invece quando fu aperta vi si trovarono le ossa di un uomo e i resti

di ornamenti di giada con cui era stato abbigliato al momento della sua morte.

La traduzione dei glifi sul bordo del sarcofago e un approfondito studio archeologico hanno

permesso di stabilire che questa era la tomba di un re e che i resti appartenevano probabilmente

a Pakal (nato nel 603 e morto nel 680 d.C.). Il suo nome, Pakal, che nella lingua maya

significa scudo, protezione.

Ecco allora che il disegno sul coperchio della tomba inizia a non apparire più come un'illustrazione

tecnologica, bensì religiosa.

Solo se si osserva l'immagine nel contesto culturale da cui Von Däniken e tutti i cultori

della teoria degli antichi astronauti l'hanno sottratta, infatti, si riescono a comprendere

i curiosi disegni che circondano l'uomo. L'adorazione della Natura era alla base

delle credenze religiose dei Maya e, per loro, tutto il mondo fu generato da un seme di mais.

Gli uomini stessi erano composti di mais e nel loro corpo scorreva il sangue degli dei.

L'oggetto a forma di croce, spesso interpretato come il corpo del razzo, è in realtà una

rappresentazione schematica della sacra pianta del mais, l'Albero della vita, che si ritrova

anche in altri bassorilievi maya.

Sulle sue braccia, poi, si snoda un serpente a due teste e sulla cima si trova un quetzal,

un tipico uccello del Messico alle cui lunghe piume si ispira il mito del serpente piumato,

Itzamná, il Dio Supremo, e del dio Quetzalcoatl.

Dalla terra, ai lati della figura centrale, sorgono alte foglie di mais, del tutto simili

a quelle che si ritrovano in altri bassorilievi maya dedicati alla pianta del mais.

Quello che Von Däniken identifica poi come la parte terminale del razzo, con tanto di

sedile e “fiammata terminale”, è in realtà il Mostro Terrestre, il guardiano dell'oltretomba.

Anche questo compare su tanti altri bassorilievi maya.

Ecco allora che finalmente diventa possibile dare all'intera illustrazione la sua autentica

interpretazione: si tratta infatti della rappresentazione simbolica del momento della morte di Pakal,

sospeso tra l'aldilà e il mondo dei vivi, con lo sguardo rivolto verso la pianta del

mais, simbolo di rinascita e di vita, e verso il quetzal, simbolo del dio della vita.

Sul sarcofago sono anche rappresentate altre informazioni sulla vita di Pakal e sulle sue

credenze. Nella cornice che circonda il disegno centrale, per esempio, sono raffigurate tre

persone che furono in seguito identificate come alti dignitari, molto importanti per

il regno di Pakal.

Inoltre, vi si legge questa frase: “Essi chiusero il coperchio, il sarcofago del Dio

Mais”. La speranza dei suoi sudditi, infatti, era che Pakal sarebbe potuto rinascere come

il Dio del granoturco.

Nessun astronauta, dunque, ma l'umanissima e toccante speranza che da sempre accompagna

l'uomo circa la possibilità di sopravvivere alla propria morte.

D'accordo, ma come non considerare fuori posto ed enigmatico il ritrovamento di una

“batteria elettrica” risalente a 2000 anni fa?

Ebbene, è proprio questo che si pensò di avere scoperto nel 1936, durante gli scavi

a Khuyut Rabbou'a, nei pressi di Baghdad, in una zona archeologica della civiltà Parta

(vissuta tra il III secolo a.C. – il terzo d.C.), quando venne alla luce un oggetto molto

insolito.

Si trattava di una piccola anfora ovoidale di terracotta gialla, alta circa 15 centimetri,

le cui pareti interne erano ricoperte di uno strato di bitume impermeabilizzante.

Nell'imboccatura dell'anfora era infilato un cilindro di rame a fondo chiuso, lungo

9 centimetri e con un diametro di 26 millimetri circa. All'interno di questo cilindro, bloccato

da bitume, era infilata una sbarra ossidata di ferro.

Cilindri simili, di bronzo, erano stati trovati in passato a Seleucia e a Ctesifone, nel moderno

Iraq, ed erano stati identificati come contenitori per piccole pergamene arrotolate. In questo

caso, però, si riteneva di avere per le mani qualcosa di diverso: il paragone con una pila

a secco fu quasi inevitabile.

Una normale pila a secco, infatti, è costituita da un cilindro di zinco, all'interno del quale

si trova, tenuta bloccata da una chiusura isolante (una volta si usava la pece nera)

una bacchetta di carbone. Tutt'intorno, vi sono soluzioni gelificate di particolari

composti.

Lo stesso scopritore dell'oggetto di Bagdad, il tedesco König, scriveva nel 1938 che «dai

suoi costituenti e dalla loro disposizione si potrebbe pensare che esso sia una specie

di elemento galvanico o di batteria».

Dunque, la presenza di un oggetto simile nel passato giustifica l'ipotesi fanta-archeologica

secondo cui uomini dello spazio avrebbero trasmesso le loro conoscenze scientifiche

all'uomo per aiutarlo a progredire?

Anche ammesso che i Parti conoscessero l'elettricità, questa scoperta sarebbe rimasta isolata, senza

conseguenze tecnologiche di rilievo: proprio come successe con i Greci, che capirono per

primi la forza del vapore ma se ne servirono per piccole curiosità. Costruirono, per esempio,

un sistema di apertura automatica delle porte di un tempio, e non per costruire treni o

per lavori pesanti che lasciavano svolgere agli schiavi.

La pila di Baghdad potrebbe dunque essere uno dei numerosi esempi di scoperte che precedono

la propria epoca, idee isolate, come le tante invenzioni futuribili di Leonardo, che non

riuscirono a sviluppare il proprio potenziale perché le condizioni sociali, politiche ed

economiche non erano ancora mature.

Ma a che cosa sarebbe servita una pila nell'antichità? Una pila con una potenza molto bassa (circa

mezzo volt di corrente), tale che per qualunque utilizzo avrebbe richiesto probabilmente l'uso

di molte altre “batterie” collegate in serie o in parallelo tra loro – e va ricordato

che questo è l'unico esemplare “montato” mai ritrovato.

König cita un metodo di elettrodoratura usato dagli artigiani nella moderna Baghdad, affermando

che potrebbe essere un sistema segreto, derivante da ancestrali conoscenze. In realtà, questo

metodo è identico a un brevetto inglese del 1839, e tra l'altro non richiede affatto

una sorgente esterna di corrente elettrica.

Si tratta di un metodo che consiste nel sospendere, con filo metallico l'oggetto da dorare in

un bagno di un sale d'oro solubile, contenuto in un recipiente di terracotta.

Attorno a questo vi è una soluzione di acqua e acido solforico, o comune sale da cucina,

in cui è immersa una lamina di zinco, collegata tramite il conduttore metallico, all'oggetto

da dorare. All'anodo lo zinco si ossida passando in soluzione come ione, mentre al

catodo l'oro metallico si deposita sull'oggetto da dorare.

Un'ipotesi, dunque, che non ha nulla a che fare con la batteria di Baghdad.

Tornando a quest'ultima, nemmeno i chimici sono concordi nell'ipotizzare che tipo di

elettrolita potesse essere presente nella cella. Per esempio, per ottenere l'ossidazione

del ferro e lo sviluppo di idrogeno dall'elettrolita si dovrebbero impiegare acidi forti, sconosciuti

a quell'epoca.

Un inevitabile parallelo fatto da alcuni è quello con la “pila al limone” illustrata

nei libri di chimica dimostrativa: una striscia di rame e una di zinco, infilzate in un limone,

generano abbastanza energia elettrica da accendere un piccolo LED.

Il paragone è suggestivo ma errato, dice per esempio Luigi Garlaschelli, chimico e

componente del CICAP, “La reazione qui avviene perché un elettrodo è di zinco. La reazione

catodica è la riduzione di H+ con sviluppo di idrogeno.

Il rame non è necessario, e può essere sostituito da una bacchettina conduttrice di grafite.

Nel caso della batteria di Baghdad, invece, si ha un elettrodo di ferro, anziché di zinco,

e i potenziali elettrochimici da considerare sono diversi.

E poi, continua Garlaschelli, se nella batteria di Bagdad mettiamo aceto o succo di limone

(o anche, come fa il francese Henri Broch, semplice acqua di mare), otteniamo una lieve

differenza di potenziale dovuta però alla reazione della piccola quantità di ossigeno

disciolta nel liquido, che poi presto cessa, se il gas disciolto non può essere rimpiazzato

da altro.

Tra l'altro, nemmeno questo sembra possibile nella batteria di Baghdad che era ermeticamente

sigillata. Sono state ipotizzate anche altre reazioni

catodiche, in teoria possibili, ma non si sa quanto verosimili.

Hanno tutte un grosso limite tecnologico, chiaro a chiunque abbia nozioni elementari

di elettrochimica” conclude Garlaschelli: “il fatto che nella batteria di Bagdad non

vi è traccia di un setto poroso o ponte salino che permetterebbe alle semireazioni anodica

e catodica di avvenire separatamente e di sfruttare il flusso di elettroni in un conduttore

esterno collegante i due elettrodi.

La cella si polarizzerebbe subito, e avrebbe un'efficienza e una durata di funzionamento

minime”.

Come si vede, insomma, l'argomento non è semplice, e diverse sono le congetture possibili.

Forse futuri scavi apporteranno nuovi elementi di valutazione, in mancanza dei quali, per

ora, è saggio mantenere, una paziente e cauta prudenza.

Anche perché potrebbe essere tutto un abbaglio.

Troppi particolari della storia rimangono infatti oscuri per permettere una conclusione

positiva. Per quel che si può stabilire, gli oggetti in questione non sono stati datati

con esattezza.

König scrisse che la batteria era “passata per molte mani” prima che egli venisse a

sapere della sua esistenza. È quindi possibile che essa non fosse nemmeno stata trovata tra

le rovine di Parti.

Non è da escludere che la famosa batteria sia un manufatto recente, buttato via sbadatamente

o presentato fraudolentemente a König come scoperta archeologica.

Il problema principale di autori come Von Däniken è che il loro approccio è estremamente

soggettivo. Si limitano a descrivere l'impressione che essi ricevono da un brano della Bibbia

o da una statuetta.

È un po' quello che succede con il test psicologico delle macchie d'inchiostro di

Rorschach, dove in una macchia indefinita ognuno finisce per vedere ciò che vuole.

L'approccio di Von Däniken e di chi vede ovunque tracce di antichi astronauti è analogo.

Sebbene descrivano immagini reali, queste immagini fanno parte di una cultura che a

costoro è del tutto estranea.

Senza una conoscenza dei contesti religiosi, artistici o storici dei disegni e delle raffigurazioni

nell'ambito delle culture che li hanno prodotti, le descrizioni fornite da Von Däniken e dai

suoi colleghi ci dicono molto più di quanto è nella loro mente piuttosto che in quella

degli antichi artisti che realizzarono tali opere.

Un altro esempio lo potete vedere nella puntata dedicata dagli ufo nei dipinti del Rinascimento

Le vicende degli “antichi astronauti”, rese popolari da Colosimo e da Von Däniken,

ma poi portate poi avanti per tutti gli anni 70 da schiere di imitatori, persero gradualmente

di fascino e credibilità, man mano che lavori condotti rispettando i criteri della scienza

ne dimostravano la totale inconsistenza.

Ma l'idea che certi oggetti, monumenti ed episodi dell'antichità nascondessero una

storia molto più misteriosa e inattesa di quella ricostruita e proposta da archeologi

e storici non ha mai perso il suo appeal.

Così, dagli anni 90 in poi abbiamo visto una nuova generazione di “riscrittori”

della storia passata.

L'idea degli extraterrestri però era passata di moda, così autori come Graham Hancock,

Robert Bauval, Zacharia Sitchin, Maurice Cotterell, Charles H. Hapgood e altri hanno pensato bene

di ipotizzare che, in realtà, nella preistoria dell'umanità fosse vissuta una civiltà

evolutissima poi scomparsa: alcuni di questi la identificano con la solita Atlantide, altri

con gli Egizi ma in versione hi-tech.

Ma come mai queste tesi fanta-archeologiche e i libri che le raccontano hanno così tanto

successo?

Da un lato va riconosciuto che si tratta quasi sempre di libri scritti bene, in maniera avvincente,

nella cui lettura vi si può abbandonare anche uno scettico se sospende momentaneamente l'incredulità

e si lascia trasportare dalla fantasia, così come si farebbe con un buon romanzo d'avventura.

Secondariamente, questo tipo di libri ha probabilmente contribuito a creare una nuova mitologia,

o meglio ad aggiornare per l'uomo moderno i miti del passato.

Magia e soprannaturale hanno lasciato il posto alla tecnologia, gli dèi dei cieli sono diventati

extraterrestri, i cataclismi guerre nucleari, ma al di là delle trasformazioni superficiali

si tratta sempre delle stesse antiche storie relative a un tempo passato, un “era dell'oro”,

in cui l'uomo viveva felice, guidato da esseri superiori, per poi perdere improvvisamente

tutto.

E oggi, in tempi di crisi, molti aspettano che questi esseri superiori ritornino per

venirci a salvare.

È questa d'altra parte la funzione dei miti, aiutare l'uomo ad adattarsi a un mondo

che per molti aspetti confonde e mistifica.

Le interpretazioni spaziali hanno rivitalizzato lo sbiadito potere dell'antica mitologia

di parlare all'uomo moderno, stimolando la sua curiosità con risposte semplici e

complete a domande complesse sul passato, e soddisfacendo in qualche modo la sua ricerca

spirituale per una relazione con le forze trascendenti.

Per quanto rassicuranti, però, i miti non rappresentano una reale soluzione ai problemi,

come invece molti sembrano portati a credere. Sperare che vengano gli extraterrestri a salvarci

serve unicamente a distrarre la nostra attenzione da quelle che sono responsabilità solo nostre.

Se desideriamo vincere le ingiustizie sociali, preservare l'ambiente, vivere in una società

etica e solidale e permettere alla nostra civiltà di sopravvivere non possiamo fare

a meno di essere onesti.

Il che significa essere onesti sempre, anche quando ciò ci costringe a distinguere quello

che è scienza da quello che è solo fantasia. Abbracciare ciecamente teorie pseudoscientifiche

e mezze verità non ci aiuterà a nulla, ma servirà solo a rallentare il nostro progresso.

Io sono Massimo Polidoro, vi ringrazio per essere stati con me e vi invito a iscrivervi

al mio canale. Vi segnalo che se volete seguire più da vicino il mio lavoro, potete farlo

attraverso le Stories che pubblico su Instagram, oppure attraverso il gruppo Facebook o anche

ricevendo “L'esploratore dell'insolito”, la mia newsletter settimanale con cui condivido

anteprime e anticipazioni sul mio lavoro. E sul mio canale YouTube è attiva anche una

community, dove segnalo eventuali dirette e altre iniziative.

Sul tema degli Antichi astronauti ho scritto parecchio nei miei libri e in particolare in quello che si intitola

Enigmi e misteri della storia

Qui, invece, ci rivediamo venerdì prossimo, alle 13.30, con un nuovo inspiegabile episodio

di Strane Storie.

Se vi incuriosiscono le storie di antiche civiltà e misteri del passato, ne troverete

altre sul mio canale. Potete inoltre approfondire anche con i libri, gli articoli e i video

che trovate segnalati qui sotto. Ditemi che cosa ne pensate, lasciatemi un commento e

segnalatemi altre “strane storie” che vi piacerebbe affrontassi. Cercherò di accontentarvi!

A presto.

Oggetti fuori dal tempo, eh? Certo che il tempo è strano…

In che senso? Be', avrà sentito dire che il tempo fugge.

Certo. Ma lo sa perché?

Ho paura a chiederglielo… Ma perché tutti vogliono ammazzarlo!


OGGETTI FUORI DAL TEMPO? L’astronauta di Palenque e la Pila di Baghdad - Strane Storie

Davvero una piccola anfora ritrovata a Baghdad e risalente a circa 2000 anni fa potrebbe

funzionare come una moderna batteria elettrica? Ed è possibile che il bassorilievo sul coperchio

di un sepolcro Maya raffiguri un'astronauta seduto all'interno di una capsula spaziale?

Sono due dei più celebri elementi a sostegno della teoria degli antichi astronauti. Ma

sono davvero indizi di antiche visite extraterrestri sul nostro pianeta?

È quanto cercheremo di capire oggi in questo nuovo episodio di Strane Storie!

Ben trovati! Io sono Massimo Polidoro e come ogni venerdì ci ritroviamo per indagare storie Welcome! My name is Massimo Polidoro and like every Friday we meet to investigate stories

misteriose e all'apparenza inspiegabili. Ma, come ormai sapete benissimo, spesso le apparenze

ingannano. Se arrivate qui per la prima volta, ma come

me siete curiosi di tutto ciò che è insolito e misterioso, vi invito a iscrivervi al mio

canale e, per non perdere i prossimi episodi, vi suggerisco di cliccare anche sulla campanellina.

E ora siamo pronti per tornare nuovamente a esplorare gli antichi misteri dell'antichità…

«Un'occhiata sincera e priva di pregiudizi a questa immagine dovrebbe indurre anche il

più duro degli scettici a fermarsi e a riflettere. Qui è un essere umano seduto, con la parte

superiore del corpo piegata in avanti come il pilota di una moto; oggi anche un bambino

identificherebbe il suo veicolo come un razzo».

Con queste parole lo svizzero Erich Von Däniken descrive il cosiddetto “astronauta di Palenque”,

un bassorilievo Maya risalente al 683 d.C.

Come potevano i Maya rappresentare e descrivere tanto accuratamente un'astronauta all'interno

di una capsula spaziale?

E come si spiega la batteria elettrica, funzionante sul principio galvanico, in mostra al museo

di Baghdad?

Coloro che sostengono la teoria degli “antichi astronauti”, di cui abbiamo parlato in un

precedente episodio, ricordate?, definiscono questi oggetti Out of place artifacts, cioè “manufatti

fuori posto”, che sembrano cioè impossibili rispetto alla tecnologia delle epoche in cui

furono prodotti. Proprio per questo sono anche chiamati “Oggetti fuori dal tempo”.

Von Däniken presagiva che un giorno tutte le scienze, dall'archeologia alla fisica,

dalla chimica alla geologia, avrebbero concentrato i loro sforzi per rispondere a una singola

domanda: i nostri antenati ricevettero veramente visite dallo spazio?

Come abbiamo visto nella puntata sugli antichi astronauti, la possibilità che esista un'intelligenza

extraterrestre nel cosmo è qualcosa che viene presa molto sul serio dagli scienziati. È

per questo, per esempio, che si investono molte risorse nell'impiego di enormi radiotelescopi, for this reason, for example, that many resources are invested in the use of enormous radio telescopes,

capaci di captare possibili segnali inviati verso di noi da esseri su pianeti di altre

stelle.

Tuttavia, occorre fare molta attenzione a non permettere che speranze, sogni e desideri

su questioni tanto importanti annebbino la capacità di giudizio.

«L'arbitro ultimo è la natura» diceva l'astronomo Carl Sagan «e dobbiamo accettare

l'ipotesi di visite extraterrestri sulla terra solo quando le prove sono inconfutabili».

E, dunque, partiamo proprio dal manufatto più famoso di tutta la saga degli antichi

astronauti, tutt'oggi presentato da molti come la raffigurazione inconfutabile

di un uomo seduto all'interno

di una capsula spaziale: l'astronauta di Palenque.

Tale raffigurazione compare sul coperchio di un sarcofago a Palenque, la meravigliosa

città dai templi sepolti nella giungla dello stato messicano del Chiapas. La lastra copre

una tomba contenuta all'interno di una piramide maya, il Tempio delle Iscrizioni, e raffigura,

nel complesso disegno a intaglio, un uomo in posizione fetale. overall intaglio drawing, a man in a fetal position.

Spesso la riproduzione di questo disegno è piuttosto confusa e le fotografie riprendono Often the reproduction of this drawing is quite confusing and the photographs resume

solo alcuni particolari, impedendo di avere una buona visione d'insieme di tutta l'immagine.

Ma una volta che si inizia a esaminarla con'attenzione ci si rende conto che forse l'ipotesi del

veicolo spaziale non è la più realistica.

Innanzitutto c'è da chiedersi se davvero chi vede in questo bassorilievo un'astronave

extraterrestre consideri “appropriato” per un viaggio spaziale l'abbigliamento

dell'uomo ritratto nel bassorilievo.

Costui, infatti, è seminudo, a piedi scalzi e indossa un perizoma, collane, braccialetti,

cavigliere e copricapo tipici della nobiltà maya del 700 d.C. circa, proprio come altre

figure umane raffigurate in molti disegni e incisioni appartenenti alla stessa epoca.

Trattandosi di un sarcofago, si potrebbe pensare che la tomba contenga i resti del misterioso

uomo dello spazio, invece quando fu aperta vi si trovarono le ossa di un uomo e i resti

di ornamenti di giada con cui era stato abbigliato al momento della sua morte.

La traduzione dei glifi sul bordo del sarcofago e un approfondito studio archeologico hanno

permesso di stabilire che questa era la tomba di un re e che i resti appartenevano probabilmente

a Pakal (nato nel 603 e morto nel 680 d.C.). Il suo nome, Pakal, che nella lingua maya

significa scudo, protezione.

Ecco allora che il disegno sul coperchio della tomba inizia a non apparire più come un'illustrazione

tecnologica, bensì religiosa.

Solo se si osserva l'immagine nel contesto culturale da cui Von Däniken e tutti i cultori

della teoria degli antichi astronauti l'hanno sottratta, infatti, si riescono a comprendere

i curiosi disegni che circondano l'uomo. L'adorazione della Natura era alla base

delle credenze religiose dei Maya e, per loro, tutto il mondo fu generato da un seme di mais.

Gli uomini stessi erano composti di mais e nel loro corpo scorreva il sangue degli dei.

L'oggetto a forma di croce, spesso interpretato come il corpo del razzo, è in realtà una

rappresentazione schematica della sacra pianta del mais, l'Albero della vita, che si ritrova

anche in altri bassorilievi maya.

Sulle sue braccia, poi, si snoda un serpente a due teste e sulla cima si trova un quetzal,

un tipico uccello del Messico alle cui lunghe piume si ispira il mito del serpente piumato,

Itzamná, il Dio Supremo, e del dio Quetzalcoatl.

Dalla terra, ai lati della figura centrale, sorgono alte foglie di mais, del tutto simili

a quelle che si ritrovano in altri bassorilievi maya dedicati alla pianta del mais.

Quello che Von Däniken identifica poi come la parte terminale del razzo, con tanto di

sedile e “fiammata terminale”, è in realtà il Mostro Terrestre, il guardiano dell'oltretomba.

Anche questo compare su tanti altri bassorilievi maya.

Ecco allora che finalmente diventa possibile dare all'intera illustrazione la sua autentica

interpretazione: si tratta infatti della rappresentazione simbolica del momento della morte di Pakal,

sospeso tra l'aldilà e il mondo dei vivi, con lo sguardo rivolto verso la pianta del

mais, simbolo di rinascita e di vita, e verso il quetzal, simbolo del dio della vita.

Sul sarcofago sono anche rappresentate altre informazioni sulla vita di Pakal e sulle sue

credenze. Nella cornice che circonda il disegno centrale, per esempio, sono raffigurate tre

persone che furono in seguito identificate come alti dignitari, molto importanti per

il regno di Pakal.

Inoltre, vi si legge questa frase: “Essi chiusero il coperchio, il sarcofago del Dio

Mais”. La speranza dei suoi sudditi, infatti, era che Pakal sarebbe potuto rinascere come

il Dio del granoturco.

Nessun astronauta, dunque, ma l'umanissima e toccante speranza che da sempre accompagna

l'uomo circa la possibilità di sopravvivere alla propria morte.

D'accordo, ma come non considerare fuori posto ed enigmatico il ritrovamento di una

“batteria elettrica” risalente a 2000 anni fa?

Ebbene, è proprio questo che si pensò di avere scoperto nel 1936, durante gli scavi

a Khuyut Rabbou'a, nei pressi di Baghdad, in una zona archeologica della civiltà Parta

(vissuta tra il III secolo a.C. – il terzo d.C.), quando venne alla luce un oggetto molto

insolito.

Si trattava di una piccola anfora ovoidale di terracotta gialla, alta circa 15 centimetri,

le cui pareti interne erano ricoperte di uno strato di bitume impermeabilizzante.

Nell'imboccatura dell'anfora era infilato un cilindro di rame a fondo chiuso, lungo

9 centimetri e con un diametro di 26 millimetri circa. All'interno di questo cilindro, bloccato

da bitume, era infilata una sbarra ossidata di ferro.

Cilindri simili, di bronzo, erano stati trovati in passato a Seleucia e a Ctesifone, nel moderno

Iraq, ed erano stati identificati come contenitori per piccole pergamene arrotolate. In questo

caso, però, si riteneva di avere per le mani qualcosa di diverso: il paragone con una pila

a secco fu quasi inevitabile.

Una normale pila a secco, infatti, è costituita da un cilindro di zinco, all'interno del quale

si trova, tenuta bloccata da una chiusura isolante (una volta si usava la pece nera)

una bacchetta di carbone. Tutt'intorno, vi sono soluzioni gelificate di particolari

composti.

Lo stesso scopritore dell'oggetto di Bagdad, il tedesco König, scriveva nel 1938 che «dai

suoi costituenti e dalla loro disposizione si potrebbe pensare che esso sia una specie

di elemento galvanico o di batteria».

Dunque, la presenza di un oggetto simile nel passato giustifica l'ipotesi fanta-archeologica

secondo cui uomini dello spazio avrebbero trasmesso le loro conoscenze scientifiche

all'uomo per aiutarlo a progredire?

Anche ammesso che i Parti conoscessero l'elettricità, questa scoperta sarebbe rimasta isolata, senza

conseguenze tecnologiche di rilievo: proprio come successe con i Greci, che capirono per

primi la forza del vapore ma se ne servirono per piccole curiosità. Costruirono, per esempio,

un sistema di apertura automatica delle porte di un tempio, e non per costruire treni o

per lavori pesanti che lasciavano svolgere agli schiavi.

La pila di Baghdad potrebbe dunque essere uno dei numerosi esempi di scoperte che precedono

la propria epoca, idee isolate, come le tante invenzioni futuribili di Leonardo, che non

riuscirono a sviluppare il proprio potenziale perché le condizioni sociali, politiche ed

economiche non erano ancora mature.

Ma a che cosa sarebbe servita una pila nell'antichità? Una pila con una potenza molto bassa (circa

mezzo volt di corrente), tale che per qualunque utilizzo avrebbe richiesto probabilmente l'uso

di molte altre “batterie” collegate in serie o in parallelo tra loro – e va ricordato

che questo è l'unico esemplare “montato” mai ritrovato.

König cita un metodo di elettrodoratura usato dagli artigiani nella moderna Baghdad, affermando

che potrebbe essere un sistema segreto, derivante da ancestrali conoscenze. In realtà, questo

metodo è identico a un brevetto inglese del 1839, e tra l'altro non richiede affatto

una sorgente esterna di corrente elettrica.

Si tratta di un metodo che consiste nel sospendere, con filo metallico l'oggetto da dorare in

un bagno di un sale d'oro solubile, contenuto in un recipiente di terracotta.

Attorno a questo vi è una soluzione di acqua e acido solforico, o comune sale da cucina,

in cui è immersa una lamina di zinco, collegata tramite il conduttore metallico, all'oggetto

da dorare. All'anodo lo zinco si ossida passando in soluzione come ione, mentre al

catodo l'oro metallico si deposita sull'oggetto da dorare.

Un'ipotesi, dunque, che non ha nulla a che fare con la batteria di Baghdad.

Tornando a quest'ultima, nemmeno i chimici sono concordi nell'ipotizzare che tipo di

elettrolita potesse essere presente nella cella. Per esempio, per ottenere l'ossidazione

del ferro e lo sviluppo di idrogeno dall'elettrolita si dovrebbero impiegare acidi forti, sconosciuti

a quell'epoca.

Un inevitabile parallelo fatto da alcuni è quello con la “pila al limone” illustrata

nei libri di chimica dimostrativa: una striscia di rame e una di zinco, infilzate in un limone,

generano abbastanza energia elettrica da accendere un piccolo LED.

Il paragone è suggestivo ma errato, dice per esempio Luigi Garlaschelli, chimico e

componente del CICAP, “La reazione qui avviene perché un elettrodo è di zinco. La reazione

catodica è la riduzione di H+ con sviluppo di idrogeno.

Il rame non è necessario, e può essere sostituito da una bacchettina conduttrice di grafite.

Nel caso della batteria di Baghdad, invece, si ha un elettrodo di ferro, anziché di zinco,

e i potenziali elettrochimici da considerare sono diversi.

E poi, continua Garlaschelli, se nella batteria di Bagdad mettiamo aceto o succo di limone

(o anche, come fa il francese Henri Broch, semplice acqua di mare), otteniamo una lieve

differenza di potenziale dovuta però alla reazione della piccola quantità di ossigeno

disciolta nel liquido, che poi presto cessa, se il gas disciolto non può essere rimpiazzato

da altro.

Tra l'altro, nemmeno questo sembra possibile nella batteria di Baghdad che era ermeticamente

sigillata. Sono state ipotizzate anche altre reazioni

catodiche, in teoria possibili, ma non si sa quanto verosimili.

Hanno tutte un grosso limite tecnologico, chiaro a chiunque abbia nozioni elementari

di elettrochimica” conclude Garlaschelli: “il fatto che nella batteria di Bagdad non

vi è traccia di un setto poroso o ponte salino che permetterebbe alle semireazioni anodica

e catodica di avvenire separatamente e di sfruttare il flusso di elettroni in un conduttore

esterno collegante i due elettrodi.

La cella si polarizzerebbe subito, e avrebbe un'efficienza e una durata di funzionamento

minime”.

Come si vede, insomma, l'argomento non è semplice, e diverse sono le congetture possibili.

Forse futuri scavi apporteranno nuovi elementi di valutazione, in mancanza dei quali, per

ora, è saggio mantenere, una paziente e cauta prudenza.

Anche perché potrebbe essere tutto un abbaglio.

Troppi particolari della storia rimangono infatti oscuri per permettere una conclusione

positiva. Per quel che si può stabilire, gli oggetti in questione non sono stati datati

con esattezza.

König scrisse che la batteria era “passata per molte mani” prima che egli venisse a

sapere della sua esistenza. È quindi possibile che essa non fosse nemmeno stata trovata tra

le rovine di Parti.

Non è da escludere che la famosa batteria sia un manufatto recente, buttato via sbadatamente

o presentato fraudolentemente a König come scoperta archeologica.

Il problema principale di autori come Von Däniken è che il loro approccio è estremamente

soggettivo. Si limitano a descrivere l'impressione che essi ricevono da un brano della Bibbia

o da una statuetta.

È un po' quello che succede con il test psicologico delle macchie d'inchiostro di

Rorschach, dove in una macchia indefinita ognuno finisce per vedere ciò che vuole.

L'approccio di Von Däniken e di chi vede ovunque tracce di antichi astronauti è analogo.

Sebbene descrivano immagini reali, queste immagini fanno parte di una cultura che a

costoro è del tutto estranea.

Senza una conoscenza dei contesti religiosi, artistici o storici dei disegni e delle raffigurazioni

nell'ambito delle culture che li hanno prodotti, le descrizioni fornite da Von Däniken e dai

suoi colleghi ci dicono molto più di quanto è nella loro mente piuttosto che in quella

degli antichi artisti che realizzarono tali opere.

Un altro esempio lo potete vedere nella puntata dedicata dagli ufo nei dipinti del Rinascimento

Le vicende degli “antichi astronauti”, rese popolari da Colosimo e da Von Däniken,

ma poi portate poi avanti per tutti gli anni 70 da schiere di imitatori, persero gradualmente

di fascino e credibilità, man mano che lavori condotti rispettando i criteri della scienza

ne dimostravano la totale inconsistenza.

Ma l'idea che certi oggetti, monumenti ed episodi dell'antichità nascondessero una

storia molto più misteriosa e inattesa di quella ricostruita e proposta da archeologi

e storici non ha mai perso il suo appeal.

Così, dagli anni 90 in poi abbiamo visto una nuova generazione di “riscrittori”

della storia passata.

L'idea degli extraterrestri però era passata di moda, così autori come Graham Hancock,

Robert Bauval, Zacharia Sitchin, Maurice Cotterell, Charles H. Hapgood e altri hanno pensato bene

di ipotizzare che, in realtà, nella preistoria dell'umanità fosse vissuta una civiltà

evolutissima poi scomparsa: alcuni di questi la identificano con la solita Atlantide, altri

con gli Egizi ma in versione hi-tech.

Ma come mai queste tesi fanta-archeologiche e i libri che le raccontano hanno così tanto

successo?

Da un lato va riconosciuto che si tratta quasi sempre di libri scritti bene, in maniera avvincente,

nella cui lettura vi si può abbandonare anche uno scettico se sospende momentaneamente l'incredulità

e si lascia trasportare dalla fantasia, così come si farebbe con un buon romanzo d'avventura.

Secondariamente, questo tipo di libri ha probabilmente contribuito a creare una nuova mitologia,

o meglio ad aggiornare per l'uomo moderno i miti del passato.

Magia e soprannaturale hanno lasciato il posto alla tecnologia, gli dèi dei cieli sono diventati

extraterrestri, i cataclismi guerre nucleari, ma al di là delle trasformazioni superficiali

si tratta sempre delle stesse antiche storie relative a un tempo passato, un “era dell'oro”,

in cui l'uomo viveva felice, guidato da esseri superiori, per poi perdere improvvisamente

tutto.

E oggi, in tempi di crisi, molti aspettano che questi esseri superiori ritornino per

venirci a salvare.

È questa d'altra parte la funzione dei miti, aiutare l'uomo ad adattarsi a un mondo

che per molti aspetti confonde e mistifica.

Le interpretazioni spaziali hanno rivitalizzato lo sbiadito potere dell'antica mitologia

di parlare all'uomo moderno, stimolando la sua curiosità con risposte semplici e

complete a domande complesse sul passato, e soddisfacendo in qualche modo la sua ricerca

spirituale per una relazione con le forze trascendenti.

Per quanto rassicuranti, però, i miti non rappresentano una reale soluzione ai problemi,

come invece molti sembrano portati a credere. Sperare che vengano gli extraterrestri a salvarci

serve unicamente a distrarre la nostra attenzione da quelle che sono responsabilità solo nostre.

Se desideriamo vincere le ingiustizie sociali, preservare l'ambiente, vivere in una società

etica e solidale e permettere alla nostra civiltà di sopravvivere non possiamo fare

a meno di essere onesti.

Il che significa essere onesti sempre, anche quando ciò ci costringe a distinguere quello

che è scienza da quello che è solo fantasia. Abbracciare ciecamente teorie pseudoscientifiche

e mezze verità non ci aiuterà a nulla, ma servirà solo a rallentare il nostro progresso.

Io sono Massimo Polidoro, vi ringrazio per essere stati con me e vi invito a iscrivervi

al mio canale. Vi segnalo che se volete seguire più da vicino il mio lavoro, potete farlo

attraverso le Stories che pubblico su Instagram, oppure attraverso il gruppo Facebook o anche

ricevendo “L'esploratore dell'insolito”, la mia newsletter settimanale con cui condivido

anteprime e anticipazioni sul mio lavoro. E sul mio canale YouTube è attiva anche una

community, dove segnalo eventuali dirette e altre iniziative.

Sul tema degli Antichi astronauti ho scritto parecchio nei miei libri e in particolare in quello che si intitola

Enigmi e misteri della storia

Qui, invece, ci rivediamo venerdì prossimo, alle 13.30, con un nuovo inspiegabile episodio

di Strane Storie.

Se vi incuriosiscono le storie di antiche civiltà e misteri del passato, ne troverete

altre sul mio canale. Potete inoltre approfondire anche con i libri, gli articoli e i video

che trovate segnalati qui sotto. Ditemi che cosa ne pensate, lasciatemi un commento e

segnalatemi altre “strane storie” che vi piacerebbe affrontassi. Cercherò di accontentarvi!

A presto.

Oggetti fuori dal tempo, eh? Certo che il tempo è strano…

In che senso? Be', avrà sentito dire che il tempo fugge.

Certo. Ma lo sa perché?

Ho paura a chiederglielo… Ma perché tutti vogliono ammazzarlo!