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Storia e Storie, Come abbiamo creato un computer PIÙ INTELLIGENTE di noi (2)

Come abbiamo creato un computer PIÙ INTELLIGENTE di noi (2)

bombe, la storia in un certo senso si ribaltò. Toccò infatti ad un classico uomo senza né

arte né parte, non proprio un genio come Turing, scongiurare inquietanti scenari bellici,

questa volta non ascoltando un computer ma, al contrario, diffidando di un computer. Il

26 settembre del 1983, l'ufficiale sovietico Stanislav Petrov si trovava a dirigere l'installazione

militare nota come Sherpukov-15, un bunker segreto da cui l'esercito monitorava il

sistema satellitare di difesa. Il 1983 era stato un anno particolarmente teso: Reagan

aveva inasprito la sua retorica anti-comunista e aumentato il budget per la difesa e i sovietici

avevano per sbaglio abbattuto il volo di linea Korean 007. Con quest'aria pesantuccia era

compito di Petrov segnalare il primo allarme. La premessa era “Chi spara per primo, muore

per secondo”. La strategia sovietica si basava infatti sul launch-on-warning, ovvero

sul lancio di testate nucleari contro gli USA nel momento in cui fosse scattato il primo

allarme di attacco nucleare: allarme che spettava a Petrov comunicare e per come si erano messe

le cose quella notte di settembre, apparve all'improvviso uno scenario molto probabile.

Poco dopo la mezzanotte infatti il satellite aveva comunicato al sistema informatico di

sorveglianza il lancio da suolo americano di un missile, che avrebbe raggiunto il suolo

sovietico nel giro di 20 minuti. Il cervellone elettronico sovietico, il Krokus,ritenuto

infallibile, aveva subito dato l'allarme: a Petrov non restava che comunicarlo ai superiori

fino al segretario generale, il malandato Andropov. Neanche il tempo di reagire che

Krokus comunicò altri 4 missili in arrivo. Petrov però sapeva che Krokus non era così

infallibile come i dirigenti sovietici volevano far credere. In cuor suo era certo di un errore,

ma le ulteriori indagini effettuate dal suo team confermarono la versione di Krokus: 5

missili in arrivo in 15 minuti. Questo, dopotutto, era l'aspetto strano: solo 5 missili? Se

proprio gli USA avevano dato ordine di attacco nucleare avrebbero dovuto dispiegare una forza

ben più ingente. Un all-in insomma. Petrov si aggrappò a questa riflessione mentre si

metteva in contatto con i suoi superiori: non per comunicare l'imminente attacco,

ma per segnalare un'avaria di Krokus. Passarono i 15 minuti e nessun missile arrivò, Petrov

aveva avuto ragione. Forse nella sua testa giocò un ruolo chiave il ricordo recente

dell'incidente Korean Air Lines 007, quando il “Petrov” di turno non si era curato

di verificare se l'aereo intercettato in suolo sovietico fosse effettivamente un aereo

militare o civile. In un paese normale Petrov sarebbe stato considerato un eroe, ma non

in URSS, non stiamo parlando di un paese ordinario. I dirigenti comunisti infatti non potevano

screditare Krokus, da cui dipendeva buona parte della loro strategia militare. Si era

trattato di un falso allarme, d'accordo, ma per i piani alti fu causato pur sempre

da un errore umano, forse da un'errata valutazione dello stesso Petrov. La vicenda venne così

taciuta e dimenticata. Nel 1984 intanto uscirà nei cinema Terminator, le cui vicende seguono

gli sviluppi di un olocausto nucleare scatenato proprio da un supercomputer, Skynet. Se la

Terra non è ancora attraversata da cyborg assassini, forse è anche merito dell'umile

Petrov che fino alla sua recente morte ha sempre sostenuto di aver svolto il proprio

dovere. Ok, torniamo una attimo all'inizio, al racconto di Brown: se ricordate, l'onnipotente

supercomputer (e, detto tra noi, pure Skynet) doveva la sua potenza alle connessioni che

era in grado di stabilire con tutti gli altri computer dell'universo. Questo almeno nell'iperbolica

fantasia di Brown, che nel 1954 non disponeva certo delle conoscenze per spiegarci come

ciò avveniva. Conoscenze che tuttavia presero la forma molto concreta di lì a poco con

un termine coniato giustamente per l'occasione: Ipertesto. Il computer pazzo assassino prendeva forma.

La necessità e il desiderio di un'informazione interconnessa e non lineare, ovvero una sorta

di “rete” di documenti e memorie condivisa iniziò ben presto ad interessare le ricerche

nel campo informatico. Già nel 1945 Vannevar Bush aveva immaginato una macchina, il Memex,

capace non solo di immagazzinare documenti e libri ma anche di riprodurli, associandoli

gli uni con gli altri. Poi le svolta degli anni sessanta: dal prototipo onLine system

di Engelbart, antesignano della mail e della condivisione di documenti, fino ad ARPANET,

il progenitore di internet utilizzato in ambito militare dal Dipartimento di difesa statunitense.

All'inizio queste reti erano molto primordiali, molto limitate ma con gli anni ottanta

i personal computer iniziarono a erigersi su due piedi, come noi primate, a diffondersi anche per uso civile, e le cose dovettero

cambiare. Nel 1989 Tim Berners-Lee, che da una decina di anni lavorava come consulente

informatico al CERN di Ginevra dove aveva realizzato ENQUIRE, un database interno che

sfruttava le potenzialità dell'ipertesto, tentò di convincere i suoi superiori dei

vantaggi che avrebbe avuto la creazione di un sistema ipertestuale globale, il World

Wide Web, come battezzato più tardi, cioè un servizio di trasmissione e visualizzazione

di dati sotto forma di ipertesto. Da non confondersi con Internet, che è la tecnologia e nemmeno con Internet Explorer, che è un browser che forse qualcuno

di voi ancora usa. [risata] Berners-Lee faceva notare che l'espansione

dei progetti del CERN, con relativo turnover del personale, contribuiva alla dispersione

di informazioni e alla difficoltà nel ritrovarle. Nella sua nota, inoltre, scriveva “Il CERN

è un modello in miniatura di ciò che sarà il mondo fra pochi anni. Il CERN sta affrontando

problemi che in breve tempo colpiranno il resto del mondo. Fra una decina di anni potrebbero

esserci soluzioni commerciali a tali problemi, ma noi abbiamo bisogno di strumenti oggi per

poter continuare il nostro lavoro”. La sua proposta non suscitò molto interesse ma fu

comunque portata a termine. Nel giro di un anno, sul finire del 1990, Berners-Lee aveva

posto le basi per la struttura del World Wide Web come immaginato nel 1989: aveva un protocollo

di trasmissione, l'HTTP, un linguaggio di formattazione ipertestuale, l'HTML, un server

(interno al CERN) e un browser, chiamato appunto World Wide Web. Questi sono gli elementi che

ancora oggi rendono possibile a noi tutti comuni mortali la navigazione su internet. Il Mondo da che internet

ha preso piede non è più lo stesso, e questo con tutto il brutto e il bello del caso. Ma

siccome a me piace moltissimo sentire anche il parere di chi lavora a stretto contatto

con le realtà di cui parlo, in questo caso il mondo della programmazione, ho voluto chiedere

al fondatore di Boolean, Fabio, lui stesso sviluppatore, di darmi una sua opinione in merito. Esiste ancora la prima pagina in assoluto che è stata pubblicata da ormai 30 anni fa nel 1991 da diversi quando ricerca. E' come di tutte le pagine web si può vedere il codice scritto per creare quella pagina. Di chi conosce anche un po base di HTML può vedere che tanti dettagli sono rimasti molto simili. Li conoscerai tutti i dettagli e inizierai. Quella prima pagina web era caricata sul server, il primo server di internet che era un computer non malissimo. La cosa bella e curiosa è che questa era ancora visibile e come faceva a rimanere accesso quell computer? Semplicemente c'era una etichetta dove si ha scritto ‘questo server, per favore, non spegnere'. E quindi se qualcuno avesse tirato quella spina, avrebbe spento tutto l'internet. L'internet era questo computer e basta. Quel computer che faceva girare tutto l'internet era un computer Next. Next computer venne da un'azienda fondata da un tale Steve Jobs. Agli inizi del 1991 furono attivati i primi server esterni al CERN e poi, come predetto

da Berners-Lee, nel giro di dieci anni il dio denaro fece il resto. Ma anche lo scrittore

di fantascienza Arthur C. Clarke aveva profetizzato, nel 1964, un anno 2000 votato all'interconnessione.

I vantaggi e la facilità delle nuove forme di comunicazioni satellitari, secondo Clarke,

avrebbero sì permesso tante cose belle, tra cui anche sorbirvi i miei video, ma avrebbe

altresì privato le città del loro ruolo di incontro e scambio. Concludeva infatti

laconico: “spero solo che quando arriverà il giorno in cui le città saranno abolite,

il mondo non si trasformi in un'unica gigantesca periferia”. Che volete farci, Clarke era

pur sempre uno scrittore di fantascienza e, come Brown, aveva il gusto per la provocazione.

Quando però a voler provocare è un informatico, meglio correre nel bunker. Nel 1989, mentre

Berners-Lee dettava i cardini del Web, un informatico cinese, Feng-hsiung Hsu, insieme

al collega canadese Murray Campbell ottennero i fondi dalla IBM per la creazione del computer

Deep Blue, uno scatolone - senza offesa- dotato di centinaia di processori pensato e programmato

unicamente per giocare a scacchi. Deep Blue infatti era il perfezionamento di Deep Thought, computer creato da Hsu e Campbell qualche anno prima, quando ancora frequentavano l'università,

che non aveva altra missione sulla terra se non quella di battere un essere umano in una

partita a scacchi. Il Deep Thought non era certo il primo computer a dilettarsi negli

scacchi. A fine anni ottanta però si distinse da tutti gli altri primeggiando nelle competizioni

tra altri computer. Ora non so se vi ricordate quel vecchio programma dove i robot si massacravano tra

di loro? Magnifico, ecco, più o meno era lo stesso ma qui i computer giocavano a scacchi

e non con una motosega. Il Deep Thought sconfisse anche alcuni campioni umani come Robert Byrne

e David Levy, ma dovette soccombere sotto i colpi del campione del mondo di scacchi

Garry Kaspàrav. Ma era solo l'inizio. Hsu e Campbell se la legarono al dito e perfezionarono

la loro creatura: era nato Deep Blue. La potenza di Deep Blue derivava unicamente dalla spropositata

capacità di calcolo e di elaborazione. Dotato di 216 processori, era in grado di scandagliare

dalle 50 alle 100 milioni di posizioni al secondo, possibilmente per trovare quella

più efficiente in base ad alcuni parametri e funzioni basilari. Così come la bomba di Turing, Deep Blue sfruttava il metodo forza bruta:valutare tutte le opzioni e isolare, in questo caso, quella più vantaggiosa. Deep Blue si allenò duramente in vista della sfida

con Kasparov. Una sua versione light, il Deep Blue Jr. (dotato solo di una ventina di processori)

riuscì a battere i campioni Ilya Gurevich e Patrick Wolff, ma non riuscì a prevalere

su Joel Benjamin, che infatti ne divenne il mentore. Sì è andata così, Benjamin “istruì”

Deep Blue insegnandogli tutta una serie di mosse e di aperture. Gli insegnò persino

come dare e togliere la cera. Soltanto allora, nel febbraio 1996 ci fu l'incontro dell'anno

con Kasparov. Il match, al meglio delle 6, fu vinto da Kasparov, ma non senza difficoltà.

Il primo game fu vinto infatti da Deep Blue che divenne così il primo computer a battere

un campione del mondo in una partita. Ci fu poi un pareggio e 3 vittorie per Kasparov

che si aggiudicò il match per 4 game a 2. Ogni 3 minuti Deep Blue calcolava 50 miliardi

di posizioni, Kasparov solo 10. Nonostante questa disparità le lacune di Deep Blue si

palesarono soprattutto nella fase centrale della partita. Abilissimo nelle aperture e

chiusure, poiché disponeva di una vastissima “libreria”, mancava della lungimiranza

per attraversare la paludose fasi di stallo. Giocava in maniera grezza quasi come un neofita.

Ma ormai quello fra il team IBM e Kasparov era un conto aperto. Deep Blue fu ancora migliorato:

nuovi processori, stavolta più numerosi e nuove “facoltà”. 1997, round 2, la rivincita, neanche a tecnica. Per il nostro

eroe le cose si misero subito in salita: primo game a Kasparov, abile nello sfruttare una

strategia versatile e poco prevedibile. E ai computer non piacciono le cose poco prevedibili.

Deep Blue si aggiudicò comunque il secondo con i successivi tre match finiti in parità.

L'ultimo game, il sesto, fu così decisivo. Vinse...Deep Blue, primo computer a sconfiggere

un campione del mondo di scacchi in un vero e proprio match. Con Kasparov che non la prese

bene e accusò il team Deep Blue di aver imbrogliato, ma intanto pubblicità e azioni della IBM scoppiarono alle stelle. IBM che in realtà non fece molto per smentire Kasparov. Scacchi a parte, le

imprese di Deep Blue hanno ovviamente aperto nuovi orizzonti sullo sviluppo dell'informatica dell'intelligenza artificiale. All'epoca Deep Blue costò milioni di dollari e la sua

potenza e forza bruta sono oggi totalmente surclassate da dispositivi da poche centinaia

di euro. Deep Blue, da buon campione, si è ritirato al culmine della propria gloria e

oggi è un pezzo da museo. Philip Dick si domandava se i robot sognassero pecore elettriche. Uccidere esseri umani, devo uccidere.

Chissà se Deep Blue starà sognando le infinite partite che non ha ancora giocato. O forse

sta solo aspettando che i suoi due vecchi ingegneri gli domandino se là fuori esiste

un dio... Ecco dire che episodio è stato intenso è un eufemismo. Sicuramente alternativo rispetto alla normalità. Un grazie a tutti voi per l'ascolto, ai miei mecenati Patreon e Youtube, a Matteo

per la partecipazione, al mio team per l'aiuto nella creazione dell'episodio e – ultimo

ma non meno importante – a Boolean per aver supportato un progetto così stimolante. Vi

ricordo che in descrizione potete trovare informazioni su come diventare programmatori,

e chissà, costruire un giorno il supercomputer che ci ucciderà tutti. In quel caso vi auguro di fare come Deep Blue perlomeno finché io non me ne andrò. Ci sentiamo molto presto. Per aspera ad astra.


Come abbiamo creato un computer PIÙ INTELLIGENTE di noi (2)

bombe, la storia in un certo senso si ribaltò. Toccò infatti ad un classico uomo senza né

arte né parte, non proprio un genio come Turing, scongiurare inquietanti scenari bellici,

questa volta non ascoltando un computer ma, al contrario, diffidando di un computer. Il

26 settembre del 1983, l'ufficiale sovietico Stanislav Petrov si trovava a dirigere l'installazione

militare nota come Sherpukov-15, un bunker segreto da cui l'esercito monitorava il

sistema satellitare di difesa. Il 1983 era stato un anno particolarmente teso: Reagan

aveva inasprito la sua retorica anti-comunista e aumentato il budget per la difesa e i sovietici

avevano per sbaglio abbattuto il volo di linea Korean 007. Con quest'aria pesantuccia era

compito di Petrov segnalare il primo allarme. La premessa era “Chi spara per primo, muore

per secondo”. La strategia sovietica si basava infatti sul launch-on-warning, ovvero

sul lancio di testate nucleari contro gli USA nel momento in cui fosse scattato il primo

allarme di attacco nucleare: allarme che spettava a Petrov comunicare e per come si erano messe

le cose quella notte di settembre, apparve all'improvviso uno scenario molto probabile.

Poco dopo la mezzanotte infatti il satellite aveva comunicato al sistema informatico di

sorveglianza il lancio da suolo americano di un missile, che avrebbe raggiunto il suolo

sovietico nel giro di 20 minuti. Il cervellone elettronico sovietico, il Krokus,ritenuto

infallibile, aveva subito dato l'allarme: a Petrov non restava che comunicarlo ai superiori

fino al segretario generale, il malandato Andropov. Neanche il tempo di reagire che

Krokus comunicò altri 4 missili in arrivo. Petrov però sapeva che Krokus non era così

infallibile come i dirigenti sovietici volevano far credere. In cuor suo era certo di un errore,

ma le ulteriori indagini effettuate dal suo team confermarono la versione di Krokus: 5

missili in arrivo in 15 minuti. Questo, dopotutto, era l'aspetto strano: solo 5 missili? Se

proprio gli USA avevano dato ordine di attacco nucleare avrebbero dovuto dispiegare una forza

ben più ingente. Un all-in insomma. Petrov si aggrappò a questa riflessione mentre si

metteva in contatto con i suoi superiori: non per comunicare l'imminente attacco,

ma per segnalare un'avaria di Krokus. Passarono i 15 minuti e nessun missile arrivò, Petrov

aveva avuto ragione. Forse nella sua testa giocò un ruolo chiave il ricordo recente

dell'incidente Korean Air Lines 007, quando il “Petrov” di turno non si era curato

di verificare se l'aereo intercettato in suolo sovietico fosse effettivamente un aereo

militare o civile. In un paese normale Petrov sarebbe stato considerato un eroe, ma non

in URSS, non stiamo parlando di un paese ordinario. I dirigenti comunisti infatti non potevano

screditare Krokus, da cui dipendeva buona parte della loro strategia militare. Si era

trattato di un falso allarme, d'accordo, ma per i piani alti fu causato pur sempre

da un errore umano, forse da un'errata valutazione dello stesso Petrov. La vicenda venne così

taciuta e dimenticata. Nel 1984 intanto uscirà nei cinema Terminator, le cui vicende seguono

gli sviluppi di un olocausto nucleare scatenato proprio da un supercomputer, Skynet. Se la

Terra non è ancora attraversata da cyborg assassini, forse è anche merito dell'umile

Petrov che fino alla sua recente morte ha sempre sostenuto di aver svolto il proprio

dovere. Ok, torniamo una attimo all'inizio, al racconto di Brown: se ricordate, l'onnipotente

supercomputer (e, detto tra noi, pure Skynet) doveva la sua potenza alle connessioni che

era in grado di stabilire con tutti gli altri computer dell'universo. Questo almeno nell'iperbolica

fantasia di Brown, che nel 1954 non disponeva certo delle conoscenze per spiegarci come

ciò avveniva. Conoscenze che tuttavia presero la forma molto concreta di lì a poco con

un termine coniato giustamente per l'occasione: Ipertesto. Il computer pazzo assassino prendeva forma.

La necessità e il desiderio di un'informazione interconnessa e non lineare, ovvero una sorta

di “rete” di documenti e memorie condivisa iniziò ben presto ad interessare le ricerche

nel campo informatico. Già nel 1945 Vannevar Bush aveva immaginato una macchina, il Memex,

capace non solo di immagazzinare documenti e libri ma anche di riprodurli, associandoli

gli uni con gli altri. Poi le svolta degli anni sessanta: dal prototipo onLine system

di Engelbart, antesignano della mail e della condivisione di documenti, fino ad ARPANET,

il progenitore di internet utilizzato in ambito militare dal Dipartimento di difesa statunitense.

All'inizio queste reti erano molto primordiali, molto limitate ma con gli anni ottanta

i personal computer iniziarono a erigersi su due piedi, come noi primate, a diffondersi anche per uso civile, e le cose dovettero

cambiare. Nel 1989 Tim Berners-Lee, che da una decina di anni lavorava come consulente

informatico al CERN di Ginevra dove aveva realizzato ENQUIRE, un database interno che

sfruttava le potenzialità dell'ipertesto, tentò di convincere i suoi superiori dei

vantaggi che avrebbe avuto la creazione di un sistema ipertestuale globale, il World

Wide Web, come battezzato più tardi, cioè un servizio di trasmissione e visualizzazione

di dati sotto forma di ipertesto. Da non confondersi con Internet, che è la tecnologia e nemmeno con Internet Explorer, che è un browser che forse qualcuno

di voi ancora usa. [risata] Berners-Lee faceva notare che l'espansione

dei progetti del CERN, con relativo turnover del personale, contribuiva alla dispersione

di informazioni e alla difficoltà nel ritrovarle. Nella sua nota, inoltre, scriveva “Il CERN

è un modello in miniatura di ciò che sarà il mondo fra pochi anni. Il CERN sta affrontando

problemi che in breve tempo colpiranno il resto del mondo. Fra una decina di anni potrebbero

esserci soluzioni commerciali a tali problemi, ma noi abbiamo bisogno di strumenti oggi per

poter continuare il nostro lavoro”. La sua proposta non suscitò molto interesse ma fu

comunque portata a termine. Nel giro di un anno, sul finire del 1990, Berners-Lee aveva

posto le basi per la struttura del World Wide Web come immaginato nel 1989: aveva un protocollo

di trasmissione, l'HTTP, un linguaggio di formattazione ipertestuale, l'HTML, un server

(interno al CERN) e un browser, chiamato appunto World Wide Web. Questi sono gli elementi che

ancora oggi rendono possibile a noi tutti comuni mortali la navigazione su internet. Il Mondo da che internet

ha preso piede non è più lo stesso, e questo con tutto il brutto e il bello del caso. Ma

siccome a me piace moltissimo sentire anche il parere di chi lavora a stretto contatto

con le realtà di cui parlo, in questo caso il mondo della programmazione, ho voluto chiedere

al fondatore di Boolean, Fabio, lui stesso sviluppatore, di darmi una sua opinione in merito.   Esiste ancora la prima pagina in assoluto che è stata pubblicata da ormai 30 anni fa nel 1991 da diversi quando ricerca. E' come di tutte le pagine web si può vedere il codice scritto per creare quella pagina. Di chi conosce anche un po base di HTML può vedere che tanti dettagli sono rimasti molto simili. Li conoscerai tutti i dettagli e inizierai. Quella prima pagina web era caricata sul server, il primo server di internet che era un computer non malissimo. La cosa bella e curiosa è che questa era ancora visibile e come faceva a rimanere accesso quell computer?  Semplicemente c'era una etichetta dove si ha scritto ‘questo server, per favore, non spegnere'. E quindi se qualcuno avesse tirato quella spina, avrebbe spento tutto l'internet. L'internet era questo computer e basta. Quel computer che faceva girare tutto l'internet era un computer Next. Next computer venne da un'azienda fondata da un tale Steve Jobs. Agli inizi del 1991 furono attivati i primi server esterni al CERN e poi, come predetto

da Berners-Lee, nel giro di dieci anni il dio denaro fece il resto. Ma anche lo scrittore

di fantascienza Arthur C. Clarke aveva profetizzato, nel 1964, un anno 2000 votato all'interconnessione.

I vantaggi e la facilità delle nuove forme di comunicazioni satellitari, secondo Clarke,

avrebbero sì permesso tante cose belle, tra cui anche sorbirvi i miei video, ma avrebbe

altresì privato le città del loro ruolo di incontro e scambio. Concludeva infatti

laconico: “spero solo che quando arriverà il giorno in cui le città saranno abolite,

il mondo non si trasformi in un'unica gigantesca periferia”. Che volete farci, Clarke era

pur sempre uno scrittore di fantascienza e, come Brown, aveva il gusto per la provocazione.

Quando però a voler provocare è un informatico, meglio correre nel bunker. Nel 1989, mentre

Berners-Lee dettava i cardini del Web, un informatico cinese, Feng-hsiung Hsu, insieme

al collega canadese Murray Campbell ottennero i fondi dalla IBM per la creazione del computer

Deep Blue, uno scatolone - senza offesa- dotato di centinaia di processori pensato e programmato

unicamente per giocare a scacchi. Deep Blue infatti era il perfezionamento di Deep Thought, computer creato da Hsu e Campbell qualche anno prima, quando ancora frequentavano l'università,

che non aveva altra missione sulla terra se non quella di battere un essere umano in una

partita a scacchi. Il Deep Thought non era certo il primo computer a dilettarsi negli

scacchi. A fine anni ottanta però si distinse da tutti gli altri primeggiando nelle competizioni

tra altri computer. Ora non so se vi ricordate quel vecchio programma dove i robot si massacravano tra

di loro? Magnifico, ecco, più o meno era lo stesso ma qui i computer giocavano a scacchi

e non con una motosega. Il Deep Thought sconfisse anche alcuni campioni umani come Robert Byrne

e David Levy, ma dovette soccombere sotto i colpi del campione del mondo di scacchi

Garry Kaspàrav. Ma era solo l'inizio. Hsu e Campbell se la legarono al dito e perfezionarono

la loro creatura: era nato Deep Blue. La potenza di Deep Blue derivava unicamente dalla spropositata

capacità di calcolo e di elaborazione. Dotato di 216 processori, era in grado di scandagliare

dalle 50 alle 100 milioni di posizioni al secondo, possibilmente per trovare quella

più efficiente in base ad alcuni parametri e funzioni basilari. Così come la bomba di Turing, Deep Blue sfruttava il metodo forza bruta:valutare tutte le opzioni e isolare, in questo caso, quella più vantaggiosa. Deep Blue si allenò duramente in vista della sfida

con Kasparov. Una sua versione light, il Deep Blue Jr. (dotato solo di una ventina di processori)

riuscì a battere i campioni Ilya Gurevich e Patrick Wolff, ma non riuscì a prevalere

su Joel Benjamin, che infatti ne divenne il mentore. Sì è andata così, Benjamin “istruì”

Deep Blue insegnandogli tutta una serie di mosse e di aperture. Gli insegnò persino

come dare e togliere la cera. Soltanto allora, nel febbraio 1996 ci fu l'incontro dell'anno

con Kasparov. Il match, al meglio delle 6, fu vinto da Kasparov, ma non senza difficoltà.

Il primo game fu vinto infatti da Deep Blue che divenne così il primo computer a battere

un campione del mondo in una partita. Ci fu poi un pareggio e 3 vittorie per Kasparov

che si aggiudicò il match per 4 game a 2. Ogni 3 minuti Deep Blue calcolava 50 miliardi

di posizioni, Kasparov solo 10. Nonostante questa disparità le lacune di Deep Blue si

palesarono soprattutto nella fase centrale della partita. Abilissimo nelle aperture e

chiusure, poiché disponeva di una vastissima “libreria”, mancava della lungimiranza

per attraversare la paludose fasi di stallo. Giocava in maniera grezza quasi come un neofita.

Ma ormai quello fra il team IBM e Kasparov era un conto aperto. Deep Blue fu ancora migliorato:

nuovi processori, stavolta più numerosi e nuove “facoltà”. 1997, round 2, la rivincita, neanche a tecnica. Per il nostro

eroe le cose si misero subito in salita: primo game a Kasparov, abile nello sfruttare una

strategia versatile e poco prevedibile. E ai computer non piacciono le cose poco prevedibili.

Deep Blue si aggiudicò comunque il secondo con i successivi tre match finiti in parità.

L'ultimo game, il sesto, fu così decisivo. Vinse...Deep Blue, primo computer a sconfiggere

un campione del mondo di scacchi in un vero e proprio match. Con Kasparov che non la prese

bene e accusò il team Deep Blue di aver imbrogliato, ma intanto pubblicità e azioni della IBM scoppiarono alle stelle. IBM che in realtà non fece molto per smentire Kasparov. Scacchi a parte, le

imprese di Deep Blue hanno ovviamente aperto nuovi orizzonti sullo sviluppo dell'informatica dell'intelligenza artificiale. All'epoca Deep Blue costò milioni di dollari e la sua

potenza e forza bruta sono oggi totalmente surclassate da dispositivi da poche centinaia

di euro. Deep Blue, da buon campione, si è ritirato al culmine della propria gloria e

oggi è un pezzo da museo. Philip Dick si domandava se i robot sognassero pecore elettriche. Uccidere esseri umani, devo uccidere.

Chissà se Deep Blue starà sognando le infinite partite che non ha ancora giocato. O forse

sta solo aspettando che i suoi due vecchi ingegneri gli domandino se là fuori esiste

un dio... Ecco dire che episodio è stato intenso è un eufemismo. Sicuramente alternativo rispetto alla normalità. Un grazie a tutti voi per l'ascolto, ai miei mecenati Patreon e Youtube, a Matteo

per la partecipazione, al mio team per l'aiuto nella creazione dell'episodio e – ultimo

ma non meno importante – a Boolean per aver supportato un progetto così stimolante. Vi

ricordo che in descrizione potete trovare informazioni su come diventare programmatori,

e chissà, costruire un giorno il supercomputer che ci ucciderà tutti. In quel caso vi auguro di fare come Deep Blue perlomeno finché io non me ne andrò. Ci sentiamo molto presto. Per aspera ad astra.