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M - Il figlio del secolo, M07: Il capodanno fedifrago e la rivoluzione piccolo borghese

Benito Mussolini Milano, 31 dicembre 1920

Il Natale andrebbe abolito. Tutti quei giorni di ferie, tutte quelle ore trascorse a tavola, tutto quel cibo, i bambini che frignano, le mogli che chiacchierano, gli addomi che prolassano… Un uomo di questo passo s'infiacchisce, si ammolla come lo stoccafisso. Un uomo invecchia di un anno per ogni dieci giorni che trascorre in famiglia durante le festività natalizie. Se toccasse a lui decidere, non avrebbe nessuna esitazione a sopprimerle.

Per il pranzo di Natale, la famiglia Mussolini è rimasta a tavola più di tre ore. In dieci avranno ingurgitato una teglia di pasta al forno che avrebbe sfamato un reggimento. Rachele, oltre al panettone che lui aveva acquistato da Cova, ha perfino voluto cimentarsi con una torta impolverata “artisticamente” di zucchero a velo con un disco di cartoncino intagliato, come suggerito da una rivista femminile; poi gli è toccato anche di ascoltare la filastrocca natalizia della piccola Edda e la preghiera di ringraziamento a nostro Signore Gesù Cristo recitata da suo fratello Arnaldo.

Ma il pomeriggio di San Silvestro del 31 dicembre millenovecentoventi Benito Mussolini lo trascorre in pace, a casa della Ceccato, l'amante giovane, nei paraggi del Duomo. Dopo che è nato il bastardo a fi ne ottobre, lui le ha preso un quartierino in via Pietro Verri 1, per il quale ha già anticipato sei mensilità di pigione, pari a 1200 lire. La ragazza ci vive con la madre e con il piccolo Glauco. Lo hanno battezzato così, con il nome dell'eroe omerico che insieme a Sarpedonte assalta il muro eretto dagli achei a difesa delle navi.

Glauco ha gli occhi e i capelli scuri del padre, anche se porta il “bianco” nel nome e anche se la registrazione all'ufficio dell'anagrafe riporta la sola indicazione della madre: “Glauco Ceccato, di padre ignoto.” In ogni caso, Bianca sprizza di felicità quando Benito li va a trovare: gli sfila le scarpe, lo fa mettere comodo in poltrona, non gli chiede nulla di nulla.

Questo pomeriggio, poi, lui si è presentato con dolci e spumante per brindare all'anno nuovo. Lei lo lusinga pregandolo di suonare un po' il violino per loro. Dice che niente come il violino suonato da suo padre riesce a calmare il piccolo Glauco. E lui suona volentieri. Non è più tempo di dividersi tra la casa e il bordello, tra la moglie e le puttane. L'anno che viene compirà trentotto anni: inizia a essere troppo vecchio per questo. D'altra parte, anche un serio padre di famiglia ha il diritto – e, forse, perfino il dovere – di non abdicare ai piaceri della vita.

E, poi, lui si merita un po' di riposo: questi ultimi sono stati giorni difficili, come sempre. Il 27 dicembre la Commissione esecutiva dei Fasci ha insistito per diramare un comunicato di violenta condanna dell'azione militare governativa contro Fiume. La mozione è stata approvata all'unanimità con il suo solo voto contrario. Ma il giorno successivo, per i lettori del giornale, lui ha pubblicato un articolo di fuoco a difesa di D'Annunzio. Lo ha intitolato “Il delitto!”, con tanto di punto esclamativo. Fiume, in ogni caso, è acqua passata. Gli italiani si sono voltati da un'altra parte pur di non vedere. E D'Annunzio, del resto, non poteva proseguire la sua recita di fronte a un teatro vuoto.

Il teatro dei Fasci, invece, adesso si sta riempiendo a una velocità sorprendente. Per la prima volta, Umberto Pasella non è più costretto a mentire sui dati del tesseramento. Dopo i fatti di sangue di Bologna e Ferrara, da 1065 tessere vendute nel bimestre ottobre-novembre si è balzati alle 10.860 vendute in dicembre. Oramai in tutta Italia si contano 88 sezioni per 20.000 iscritti. Nella sola Bologna si sono già raggiunti i 2500 iscritti, quando a inizio novembre erano poche decine. Inoltre, intere categorie sindacali stanno abbandonando la Camera del lavoro socialista. In poche settimane, impiegati comunali e provinciali, dipendenti del dazio, professori di ruolo, e poi vigili urbani, maestri, funzionari delle Opere pie, hanno tutti stracciato la tessera della Confederazione generale del lavoro per prendere quella fascista. Ogni volta che una squadra fascista brucia in piazza una bandiera rossa, centinaia di piccolo-borghesi si mettono in fi la alle sedi del Fascio. L'effetto è a valanga, il fascismo si diffonde con la progressione del contagio. È gente nuova, gente ignota, gente con cui lui fi no a un anno prima non avrebbe preso nemmeno un caffè, una folla d'impiegati e bottegai che fino a prima della guerra assisteva indifferente alla politica, né di destra né di sinistra, e nemmeno di centro, né rossi né neri, gente che si muove sempre e per sempre nella zona grigia. Ma adesso non sta più a guardare. Eh, sì… gli spettatori cambiano.

A volte, come a Ferrara, basta un cattivo raccolto per propagare il panico. Che cosa meravigliosa il panico, questa levatrice della Storia! Cesare Rossi ripete in continuazione che proprio questo potrà essere il loro miracoloso baratto: odio in cambio di paura. I nuovi fascisti sono tutta gente che fino a ieri tremava per la paura della rivoluzione socialista, gente che viveva di paura, mangiava paura, beveva paura, si coricava nel letto con la paura. Uomini che frignavano nel sonno come bambini e quando la moglie gli chiedeva “cosa succede, caro?”, tirando su con il naso, rispondevano “niente, non è niente, dormi”. Adesso alla borsa valori dei pezzenti stanno scambiando il metallo pesante dell'angoscia con la valuta pregiata dell'odio mortale.

Dei piccolo-borghesi odiatori: di questa gente sarà formato il loro esercito. I ceti medi declassati a causa delle speculazioni di guerra del grande capitale, gli ufficialetti che non si rassegnano a perdere un comando per tornare alla mediocrità della vita quotidiana, i travet che più di ogni altra cosa si sentono insultati dalle scarpe nuove della fi glia del contadino, i mezzadri che hanno comprato un pezzetto di terra dopo Caporetto e adesso sono pronti a uccidere pur di mantenerla, tutte brave persone prese dal panico, cadute in ansietà. Tutta gente scossa nella propria fi bra più intima da un desiderio incontenibile di sottomissione a un uomo forte e, al tempo stesso, di dominio sugli inermi. Sono pronti a baciare le scarpe di qualsiasi nuovo padrone purché venga dato anche a loro qualcuno da calpestare.

Il piccolo Glauco dorme, il suono del violino lo ha acquietato. Via Pietro Verri è quasi deserta, salvo per una vettura di strada che la percorre verso Montenapoleone. La calma prima della tempesta: fra poche ore sui pianerottoli delle case di ringhiera s'incendieranno i bengala, si scatenerà la festa, si comincerà un anno nuovo di zecca.

Il Fondatore guarda il proprio rifl esso nei vetri delle vecchie finestre in centina e non si riconosce. Il dilagare del movimento che lui ha fondato nemmeno due anni prima gli ritorna ammantato della maestà di un pensiero altrui, di una vita straniera.

Ma chi è davvero questa gente? Dov'erano rintanati fino a ieri? Non è possibile che sia stato lui a far nascere queste folle di pantofolai che all'improvviso impugnano il bastone. E nemmeno la guerra. A essere sinceri, nemmeno la guerra può essere il padre di tutte le cose. Il virus che dilaga lungo la via Emilia contagiando migliaia d'impiegati postali pronti a incendiare Camere del lavoro deve essere stato preincubato in tempo di pace. Non può essere altrimenti. Nella guerra non sono rinati, la guerra li ha soltanto restituiti a se stessi, li ha fatti diventare ciò che già erano. Il fascismo, forse, non è l'ospite di questo virus che si propaga ma l'ospitato.

Bisogna precipitare gli eventi. Tutto qui. Può darsi che il nuovo anno ti chiami ad arbitrare il match. Di questo passo, la rivoluzione non la faranno i comunisti, la faranno i proprietari di due camere e cucina in un condominio di periferia.

Campagne del Polesine Fine febbraio 1921, notte

Il casolare dorme. Dorme nel silenzio e nel buio dei gelidi inverni della pianura padana. È notte fonda, la luce del giorno irraggiungibile, equidistante. È l'ora meridiana dell'oblio, l'ora che non trascorre, l'ora del lupo. Qualunque creatura dorme, dentro e fuori la casa, per decine di chilometri in ogni direzione. Dormono i bambini e i vecchi, dormono le donne e gli uomini, i padri, le madri, i figli, dormono gli animali nella stalla, i cani nelle cucce e le centinaia di specie selvatiche, tra mammiferi, rettili, anfibi e pesci, che svernano nelle terre umide del delta.

Il camion è partito da Ferrara. Gli uomini che siedono nel cassone scoperto – una mezza dozzina – hanno cenato abbondantemente in trattoria, hanno riso, hanno scommesso, poi hanno atteso che si facesse l'ora trangugiando liquore al solito posto. Il camion, un residuato bellico, procede a rilento su gomme piene, sperduto nei meandri nebbiosi tra i canali di drenaggio di territori anfibi, su giaciture depresse con ampie porzioni sotto il livello del mare. Le sue ruote piene ne aggravano la subsidenza, il lento sprofondamento di questo lembo continentale, premono su serie detritiche spesse migliaia di metri dentro la crosta del suolo.

Quando arriva in vista del casolare, il camion rallenta ulteriormente, avanzando quasi a passo d'uomo. Qualcuno suggerisce di spegnere i fari ma non c'è luna, il cielo è vuoto e si perderebbe la strada. Tutte le creature infime che vivono strisciando al suolo, attratte dalla luce dei fanali, escono dalle loro tane. Topi, talpe, lucertole, gechi, ramarri, bisce, vermi, bachi, rospi e millepiedi si avvicinano all'auto avanzando sul ventre. Tra le prime a cercare il giorno artificiale dei fari, per andarvi a cozzare, le falene di ogni peso e dimensione.

Il piccolo corpo globulare di un rospo dell'aglio incontra la ruota. Cerca inutilmente di scavare il terreno con i suoi speroni. L'insignificante massa elastica riceve il macigno sul dorso bruno con macchie olivastre, la sfera di materia gelatinosa si tende allo spasimo, poi lo schianto rilascia un suono in cui si mescolano uno sfiato d'aria e un versamento d'acque. Irrompendo nel cortile del casolare, la ruota del camion riguadagna la totale aderenza al suolo.

Gli squadristi circondano la casa e chiamano per nome. Il nome della loro preda risuona a migliaia di metri nel silenzio della campagna paralizzata. Sono tutti armati di moschetti della Grande guerra, sia italiani sia austriaci. Tutti tranne un tizio alto, ammantato in un impermeabile di pelle nera, il volto celato da un paio di grossi occhiali da motociclista. Lui brandisce una grossa mazza di legno con la testa rinforzata in ferro. È lui che chiama nella notte.

Il capolega, che ha sentito il camion arrivare e avvistato nel buio la luce dei fanali, fugge nei campi da una porticina sul retro. È già lontano, già in salvo quando l'uomo con il trench nero abbatte a colpi di mazza la porta d'ingresso della sua casa. La devastazione è metodica, semplice, incontrastata. Presi dalla sua facile euforia, i distruttori sparano anche qualche colpo di rivoltella contro la madia dove si tiene da conto il pane del giorno prima. L'uomo in fuga, udendo a distanza le urla terrorizzate della moglie e delle fi glie, torna indietro. Allarga le braccia verso gli squadristi nel cortile:

“Volete me? Eccomi.”

Lo mettono al muro. Fanno scendere vecchi, moglie e bambini perché assistano alla fucilazione del figlio, del marito, del padre e allineano di fronte a lui una caricatura di plotone d'esecuzione. Le due bambine – avranno forse sette e nove anni – non strillano, non piangono, ammutolite dalla morte imminente del padre e dalla apocalisse del loro mondo.

Gli squadristi puntano le armi. Al comando dell'uomo con gli occhiali da motociclista aprono il fuoco. Ma il capolega è ancora in piedi: hanno tutti alzato la mira per una finta esecuzione.

In quel momento la moglie scoppia a singhiozzare, si scioglie in un irrefrenabile pianto di sollievo. Il marito scosta la schiena dal muro e muove un cauto passo verso di lei. Solo la bambina più grande capisce. Tende una piccola mano con il palmo aperto, rivolto in alto e in fuori, e lancia un urlo che durerà tutta la sua vita:

“No, babbo, scappa, scappa!”

L'uomo con gli occhialoni ruota la mazza ferrata sopra la propria testa e sferra il colpo sul cranio del capolega. Il padre abbattuto si trascina per terra con il volto coperto di sangue verso le fi glie, balbetta parole sconnesse, striscia ventre a terra tra le gambe degli squadristi che lo colpiscono con i loro bastoni.

Sembra finita. Il capo degli assassini fa cenno, però, ai suoi di fermare il massacro. Poi avanza lentamente sull'uomo a terra, lo scavalca con la gamba destra, gli si mette a cavalcioni e si piega sulle ginocchia, con un gesto incongruo, in una postura scomoda e goffa, accovacciato sui propri talloni, quasi fosse spinto dal bisogno improvviso di defecare. Invece estrae dalla tasca del trench una rivoltella e con quella spara nella schiena al moribondo. Il corpo sussulta. Ora è finita.

Sulla via del ritorno, ammucchiati nel cassone del camion, gli assassini cantano. Il loro canto si perde a oriente nella prima luce che sorge sul mondo dalle golene del delta come nel primo giorno della creazione. Dopo questa notte, la vita non sarà più la stessa nelle campagne del Polesine. Il terrore si stende ovunque, sottile, uniforme, in un velo di brina.

Ce ne fregammo un dì della galera / ce ne fregammo della brutta morte / per preparare questa gente forte / che se ne frega adesso di morir. / Il mondo sa che la camicia nera / si indossa per uccidere e morir [combattere e patir]…

Canto degli squadristi ferraresi



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Benito Mussolini Milano, 31 dicembre 1920

Il Natale andrebbe abolito. Tutti quei giorni di ferie, tutte quelle ore trascorse a tavola, tutto quel cibo, i bambini che frignano, le mogli che chiacchierano, gli addomi che prolassano… Un uomo di questo passo s'infiacchisce, si ammolla come lo stoccafisso. Un uomo invecchia di un anno per ogni dieci giorni che trascorre in famiglia durante le festività natalizie. Se toccasse a lui decidere, non avrebbe nessuna esitazione a sopprimerle.

Per il pranzo di Natale, la famiglia Mussolini è rimasta a tavola più di tre ore. In dieci avranno ingurgitato una teglia di pasta al forno che avrebbe sfamato un reggimento. Rachele, oltre al panettone che lui aveva acquistato da Cova, ha perfino voluto cimentarsi con una torta impolverata “artisticamente” di zucchero a velo con un disco di cartoncino intagliato, come suggerito da una rivista femminile; poi gli è toccato anche di ascoltare la filastrocca natalizia della piccola Edda e la preghiera di ringraziamento a nostro Signore Gesù Cristo recitata da suo fratello Arnaldo.

Ma il pomeriggio di San Silvestro del 31 dicembre millenovecentoventi Benito Mussolini lo trascorre in pace, a casa della Ceccato, l'amante giovane, nei paraggi del Duomo. Dopo che è nato il bastardo a fi ne ottobre, lui le ha preso un quartierino in via Pietro Verri 1, per il quale ha già anticipato sei mensilità di pigione, pari a 1200 lire. La ragazza ci vive con la madre e con il piccolo Glauco. Lo hanno battezzato così, con il nome dell'eroe omerico che insieme a Sarpedonte assalta il muro eretto dagli achei a difesa delle navi.

Glauco ha gli occhi e i capelli scuri del padre, anche se porta il “bianco” nel nome e anche se la registrazione all'ufficio dell'anagrafe riporta la sola indicazione della madre: “Glauco Ceccato, di padre ignoto.” In ogni caso, Bianca sprizza di felicità quando Benito li va a trovare: gli sfila le scarpe, lo fa mettere comodo in poltrona, non gli chiede nulla di nulla.

Questo pomeriggio, poi, lui si è presentato con dolci e spumante per brindare all'anno nuovo. Lei lo lusinga pregandolo di suonare un po' il violino per loro. Dice che niente come il violino suonato da suo padre riesce a calmare il piccolo Glauco. E lui suona volentieri. Non è più tempo di dividersi tra la casa e il bordello, tra la moglie e le puttane. L'anno che viene compirà trentotto anni: inizia a essere troppo vecchio per questo. D'altra parte, anche un serio padre di famiglia ha il diritto – e, forse, perfino il dovere – di non abdicare ai piaceri della vita.

E, poi, lui si merita un po' di riposo: questi ultimi sono stati giorni difficili, come sempre. Il 27 dicembre la Commissione esecutiva dei Fasci ha insistito per diramare un comunicato di violenta condanna dell'azione militare governativa contro Fiume. La mozione è stata approvata all'unanimità con il suo solo voto contrario. Ma il giorno successivo, per i lettori del giornale, lui ha pubblicato un articolo di fuoco a difesa di D'Annunzio. Lo ha intitolato “Il delitto!”, con tanto di punto esclamativo. Fiume, in ogni caso, è acqua passata. Gli italiani si sono voltati da un'altra parte pur di non vedere. E D'Annunzio, del resto, non poteva proseguire la sua recita di fronte a un teatro vuoto.

Il teatro dei Fasci, invece, adesso si sta riempiendo a una velocità sorprendente. Per la prima volta, Umberto Pasella non è più costretto a mentire sui dati del tesseramento. Dopo i fatti di sangue di Bologna e Ferrara, da 1065 tessere vendute nel bimestre ottobre-novembre si è balzati alle 10.860 vendute in dicembre. Oramai in tutta Italia si contano 88 sezioni per 20.000 iscritti. Nella sola Bologna si sono già raggiunti i 2500 iscritti, quando a inizio novembre erano poche decine. Inoltre, intere categorie sindacali stanno abbandonando la Camera del lavoro socialista. In poche settimane, impiegati comunali e provinciali, dipendenti del dazio, professori di ruolo, e poi vigili urbani, maestri, funzionari delle Opere pie, hanno tutti stracciato la tessera della Confederazione generale del lavoro per prendere quella fascista. Ogni volta che una squadra fascista brucia in piazza una bandiera rossa, centinaia di piccolo-borghesi si mettono in fi la alle sedi del Fascio. L'effetto è a valanga, il fascismo si diffonde con la progressione del contagio. È gente nuova, gente ignota, gente con cui lui fi no a un anno prima non avrebbe preso nemmeno un caffè, una folla d'impiegati e bottegai che fino a prima della guerra assisteva indifferente alla politica, né di destra né di sinistra, e nemmeno di centro, né rossi né neri, gente che si muove sempre e per sempre nella zona grigia. Ma adesso non sta più a guardare. Eh, sì… gli spettatori cambiano.

A volte, come a Ferrara, basta un cattivo raccolto per propagare il panico. Che cosa meravigliosa il panico, questa levatrice della Storia! Cesare Rossi ripete in continuazione che proprio questo potrà essere il loro miracoloso baratto: odio in cambio di paura. I nuovi fascisti sono tutta gente che fino a ieri tremava per la paura della rivoluzione socialista, gente che viveva di paura, mangiava paura, beveva paura, si coricava nel letto con la paura. Uomini che frignavano nel sonno come bambini e quando la moglie gli chiedeva “cosa succede, caro?”, tirando su con il naso, rispondevano “niente, non è niente, dormi”. Adesso alla borsa valori dei pezzenti stanno scambiando il metallo pesante dell'angoscia con la valuta pregiata dell'odio mortale.

Dei piccolo-borghesi odiatori: di questa gente sarà formato il loro esercito. I ceti medi declassati a causa delle speculazioni di guerra del grande capitale, gli ufficialetti che non si rassegnano a perdere un comando per tornare alla mediocrità della vita quotidiana, i travet che più di ogni altra cosa si sentono insultati dalle scarpe nuove della fi glia del contadino, i mezzadri che hanno comprato un pezzetto di terra dopo Caporetto e adesso sono pronti a uccidere pur di mantenerla, tutte brave persone prese dal panico, cadute in ansietà. Tutta gente scossa nella propria fi bra più intima da un desiderio incontenibile di sottomissione a un uomo forte e, al tempo stesso, di dominio sugli inermi. Sono pronti a baciare le scarpe di qualsiasi nuovo padrone purché venga dato anche a loro qualcuno da calpestare.

Il piccolo Glauco dorme, il suono del violino lo ha acquietato. Via Pietro Verri è quasi deserta, salvo per una vettura di strada che la percorre verso Montenapoleone. La calma prima della tempesta: fra poche ore sui pianerottoli delle case di ringhiera s'incendieranno i bengala, si scatenerà la festa, si comincerà un anno nuovo di zecca.

Il Fondatore guarda il proprio rifl esso nei vetri delle vecchie finestre in centina e non si riconosce. Il dilagare del movimento che lui ha fondato nemmeno due anni prima gli ritorna ammantato della maestà di un pensiero altrui, di una vita straniera.

Ma chi è davvero questa gente? Dov'erano rintanati fino a ieri? Non è possibile che sia stato lui a far nascere queste folle di pantofolai che all'improvviso impugnano il bastone. E nemmeno la guerra. A essere sinceri, nemmeno la guerra può essere il padre di tutte le cose. Il virus che dilaga lungo la via Emilia contagiando migliaia d'impiegati postali pronti a incendiare Camere del lavoro deve essere stato preincubato in tempo di pace. Non può essere altrimenti. Nella guerra non sono rinati, la guerra li ha soltanto restituiti a se stessi, li ha fatti diventare ciò che già erano. Il fascismo, forse, non è l'ospite di questo virus che si propaga ma l'ospitato.

Bisogna precipitare gli eventi. Tutto qui. Può darsi che il nuovo anno ti chiami ad arbitrare il match. Di questo passo, la rivoluzione non la faranno i comunisti, la faranno i proprietari di due camere e cucina in un condominio di periferia.

Campagne del Polesine Fine febbraio 1921, notte

Il casolare dorme. Dorme nel silenzio e nel buio dei gelidi inverni della pianura padana. È notte fonda, la luce del giorno irraggiungibile, equidistante. È l'ora meridiana dell'oblio, l'ora che non trascorre, l'ora del lupo. Qualunque creatura dorme, dentro e fuori la casa, per decine di chilometri in ogni direzione. Dormono i bambini e i vecchi, dormono le donne e gli uomini, i padri, le madri, i figli, dormono gli animali nella stalla, i cani nelle cucce e le centinaia di specie selvatiche, tra mammiferi, rettili, anfibi e pesci, che svernano nelle terre umide del delta.

Il camion è partito da Ferrara. Gli uomini che siedono nel cassone scoperto – una mezza dozzina – hanno cenato abbondantemente in trattoria, hanno riso, hanno scommesso, poi hanno atteso che si facesse l'ora trangugiando liquore al solito posto. Il camion, un residuato bellico, procede a rilento su gomme piene, sperduto nei meandri nebbiosi tra i canali di drenaggio di territori anfibi, su giaciture depresse con ampie porzioni sotto il livello del mare. Le sue ruote piene ne aggravano la subsidenza, il lento sprofondamento di questo lembo continentale, premono su serie detritiche spesse migliaia di metri dentro la crosta del suolo.

Quando arriva in vista del casolare, il camion rallenta ulteriormente, avanzando quasi a passo d'uomo. Qualcuno suggerisce di spegnere i fari ma non c'è luna, il cielo è vuoto e si perderebbe la strada. Tutte le creature infime che vivono strisciando al suolo, attratte dalla luce dei fanali, escono dalle loro tane. Topi, talpe, lucertole, gechi, ramarri, bisce, vermi, bachi, rospi e millepiedi si avvicinano all'auto avanzando sul ventre. Tra le prime a cercare il giorno artificiale dei fari, per andarvi a cozzare, le falene di ogni peso e dimensione.

Il piccolo corpo globulare di un rospo dell'aglio incontra la ruota. Cerca inutilmente di scavare il terreno con i suoi speroni. L'insignificante massa elastica riceve il macigno sul dorso bruno con macchie olivastre, la sfera di materia gelatinosa si tende allo spasimo, poi lo schianto rilascia un suono in cui si mescolano uno sfiato d'aria e un versamento d'acque. Irrompendo nel cortile del casolare, la ruota del camion riguadagna la totale aderenza al suolo.

Gli squadristi circondano la casa e chiamano per nome. Il nome della loro preda risuona a migliaia di metri nel silenzio della campagna paralizzata. Sono tutti armati di moschetti della Grande guerra, sia italiani sia austriaci. Tutti tranne un tizio alto, ammantato in un impermeabile di pelle nera, il volto celato da un paio di grossi occhiali da motociclista. Lui brandisce una grossa mazza di legno con la testa rinforzata in ferro. È lui che chiama nella notte.

Il capolega, che ha sentito il camion arrivare e avvistato nel buio la luce dei fanali, fugge nei campi da una porticina sul retro. È già lontano, già in salvo quando l'uomo con il trench nero abbatte a colpi di mazza la porta d'ingresso della sua casa. La devastazione è metodica, semplice, incontrastata. Presi dalla sua facile euforia, i distruttori sparano anche qualche colpo di rivoltella contro la madia dove si tiene da conto il pane del giorno prima. L'uomo in fuga, udendo a distanza le urla terrorizzate della moglie e delle fi glie, torna indietro. Allarga le braccia verso gli squadristi nel cortile:

“Volete me? Eccomi.”

Lo mettono al muro. Fanno scendere vecchi, moglie e bambini perché assistano alla fucilazione del figlio, del marito, del padre e allineano di fronte a lui una caricatura di plotone d'esecuzione. Le due bambine – avranno forse sette e nove anni – non strillano, non piangono, ammutolite dalla morte imminente del padre e dalla apocalisse del loro mondo.

Gli squadristi puntano le armi. Al comando dell'uomo con gli occhiali da motociclista aprono il fuoco. Ma il capolega è ancora in piedi: hanno tutti alzato la mira per una finta esecuzione.

In quel momento la moglie scoppia a singhiozzare, si scioglie in un irrefrenabile pianto di sollievo. Il marito scosta la schiena dal muro e muove un cauto passo verso di lei. Solo la bambina più grande capisce. Tende una piccola mano con il palmo aperto, rivolto in alto e in fuori, e lancia un urlo che durerà tutta la sua vita:

“No, babbo, scappa, scappa!”

L'uomo con gli occhialoni ruota la mazza ferrata sopra la propria testa e sferra il colpo sul cranio del capolega. Il padre abbattuto si trascina per terra con il volto coperto di sangue verso le fi glie, balbetta parole sconnesse, striscia ventre a terra tra le gambe degli squadristi che lo colpiscono con i loro bastoni.

Sembra finita. Il capo degli assassini fa cenno, però, ai suoi di fermare il massacro. Poi avanza lentamente sull'uomo a terra, lo scavalca con la gamba destra, gli si mette a cavalcioni e si piega sulle ginocchia, con un gesto incongruo, in una postura scomoda e goffa, accovacciato sui propri talloni, quasi fosse spinto dal bisogno improvviso di defecare. Invece estrae dalla tasca del trench una rivoltella e con quella spara nella schiena al moribondo. Il corpo sussulta. Ora è finita.

Sulla via del ritorno, ammucchiati nel cassone del camion, gli assassini cantano. Il loro canto si perde a oriente nella prima luce che sorge sul mondo dalle golene del delta come nel primo giorno della creazione. Dopo questa notte, la vita non sarà più la stessa nelle campagne del Polesine. Il terrore si stende ovunque, sottile, uniforme, in un velo di brina.

Ce ne fregammo un dì della galera / ce ne fregammo della brutta morte / per preparare questa gente forte / che se ne frega adesso di morir. / Il mondo sa che la camicia nera / si indossa per uccidere e morir [combattere e patir]…

Canto degli squadristi ferraresi

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