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M - Il figlio del secolo, M02 Le folle bisogna farle ondeggiare: D’Annunzio e la “vittoria mutilata”

*Gabriele D'Annunzio Roma, 6 maggio 1919*

La folla enorme radunata nella piazza del Campidoglio è immobile, immobile come la statua equestre dell'imperatore Marco Aurelio attorno alla quale si addensa. Attendono tutti con la testa rovesciata all'indietro e lo sguardo rivolto verso l'alto che Gabriele D'Annunzio appaia sulla balconata del municipio di Roma. Sono decine di migliaia di maschi, per lo più giovani, robusti, fi sicamente integri, eppure quell'uomo riesce a farli sentire dei mutilati. Grazie alla metafora della “vittoria mutilata”, coniata dal poeta, adesso ventimila giovani maschi integri e robusti avvertono la mancanza di un arto o di un organo. E lo adorano per questo.

Sono in buona parte reduci della Prima guerra mondiale, la più grande guerra della storia, che hanno combattuto e vinto contro il nemico ancestrale del popolo italiano nemmeno un anno prima sulle rive del fi ume Piave, eppure D'Annunzio riesce a farli sentire degli sconfi tti. E loro lo venerano per questo. Adorano e venerano il mago capace del miracolo di alchimia psicopatica che sta mutando la più grande vittoria mai conseguita dall'Italia sui campi di battaglia in una umiliante sconfitta.

Quando, la mattina del 6 maggio millenovecentodiciannove, la grande folla attende immobile ai piedi del monumento equestre a Marco Aurelio che l'alchimista della sconfi tta parli dalla ringhiera del Campidoglio, in tutta Italia il senso di umiliazione, di disfatta e d'ingiustizia è, infatti, oramai unanime. A renderlo tale sono bastate due settimane.

Il 24 aprile, il presidente del Consiglio Orlando e il suo ministro degli esteri Sonnino hanno abbandonato la conferenza di pace di Parigi. Il Patto di Londra che nel millenovecentoquindici fissò le condizioni dell'entrata in guerra a fi anco di Russia, Francia e Gran Bretagna aveva promesso all'Italia, in caso di vittoria, la Dalmazia, per secoli possedimento della Repubblica di Venezia. Secondo i nazionalisti, poi, la nuova dottrina dell'autodeterminazione dei popoli, propagandata da Wilson, darebbe ora all'Italia anche Fiume, piccola città di confi ne a larga maggioranza italiana, esclusa dagli accordi di Londra. Lo slogan è: Patto di Londra più Fiume. Ma il presidente degli Stati Uniti d'America, signore del gioco diplomatico, pare non voglia riconoscere all'alleato italiano né l'uno né l'altra.

Il 23 aprile Wilson, scavalcandone e umiliandone i rappresentanti, si è addirittura rivolto direttamente al popolo italiano con una lunga lettera pubblicata su un giornale francese in cui spiegava affettuosamente all'alleato minore le ragioni del suo duplice rifiuto: né Dalmazia né Fiume. Potrebbero anche essere delle buone ragioni ma ciò che ha prevalso su tutto è stato il disprezzo. Quel disprezzo che trasudava dal tono paternalistico con cui, nella lettera agli italiani, il nuovo bonario padrone del mondo istruiva quelli che Mussolini chiama gli “alunni della sua vittoria”. Gira addirittura voce che in privato il presidente francese Clemenceau, d'accordo con Wilson, defi nisca il collega italiano Orlando “una tigre vegetariana”.

Dopo l'abbandono della trattativa a Versailles, in Italia la delusione ha immediatamente assunto l'apparenza di dramma. I compagni di ieri ci negano ciò che ci avevano promesso al prezzo di seicentomila morti. La conferenza di pace, osserva Ivanoe Bonomi, “appare nella luce di un agguato”.

La partenza da Parigi dei delegati italiani è stata un gesto clamoroso e fiero. Al diplomatico che minacciava le gravi conseguenze economiche della rottura italiana, pare che Sonnino abbia risposto: “Siamo un popolo sobrio e conosciamo bene l'arte di morir di fame.” Quel popolo ha accolto i suoi portavoce con un tripudio di orgogliosa autocommiserazione. Nell'ultima settimana di aprile, le piazze di tutta Italia si sono infiammate dirivendicazioni per Fiume e la Dalmazia italiana. Come mai era accaduto prima, il popolo italiano si è stretto ai suoi governanti nel comune sentimento della deprivazione. Si è puntata l'intera posta sul fascino universale della sconfi tta, sulla voluttà del disastro. Una scommessa decisamente pericolosa.

In Parlamento, Filippo Turati, capo indiscusso dell'ala riformista del Partito socialista, ha ammonito sui rischi di quella scommessa azzardata attaccando con violenza Orlando e Sonnino: “O voi sapete con matematica certezza, che un componimento è possibile… A che pro, allora, questa enorme montatura dell'opinione del Paese?… Oppure voi non siete certi del risultato e allora la montatura, che avete provocato, v'imprigiona, vi taglia ogni via di ritorno che non sia di umiliazione profonda.” Facile profezia.

Alla conferenza di pace, infatti, Wilson e gli altri maestri della vittoria hanno tranquillamente continuato a trattare e a decidere i nuovi confini del mondo senza gli italiani. Per quindici giorni di orgasmo patriottico, mentre i liberali, i nazionalisti e i fascisti italiani sono ipnotizzati su alcuni scogli dell'Adriatico, a Parigi gli alleati si dividono le colonie tedesche in Africa e l'Impero turco nel Vicino Oriente. Soltanto due settimane dopo l'abbandono sdegnoso, Orlando e Sonnino sono, così, costretti a tornare a Parigi con la coda tra le gambe. Il danno morale è enorme. Un popolo che si era illuso di poter resistere solo contro tutti piomba nell'abbandono. A milioni di contadini pacifi ci, ignoranti del mondo, che per quattro anni hanno fatto la guerra mondiale nelle trincee senza nemmeno ben sapere in quale terra fossero scavate, viene detto che si sono svenati per nulla, che la ferita sanguina invano. La delusione esplode in loro come un dolore quasi disperato.

Il treno su cui Sonnino e Orlando hanno viaggiato per tutta la notte, affannati, pentiti, smaniosi di non mancare l'incontro con le delegazioni tedesche, entra a Parigi proprio mentre Gabriele D'Annunzio fi nalmente si mostra sulla balconata del Campidoglio. Appare immediatamente chiaro che il mago intende tenere ben aperti i margini della ferita. I suoi attendenti stendono sulla ringhiera del Quirinale una grande bandiera tricolore.

La mano delicata e ingioiellata di D'Annunzio sta carezzando il tricolore in cui fu avvolta la salma di Giovanni Randaccio, capitano di fanteria, suo intimo amico, caduto nella decima battaglia dell'Isonzo durante un assalto suicida a una collinetta alle foci del fiume Timavo, istigato dal poeta. La ferita deve continuare a sanguinare. Sul simbolo della “vittoria mutilata”, il sangue rappreso del fante macchia di un rosso fosco il rosso vermiglio della bandiera che brilla, colpita dal sole di Roma. La folla ai piedi della balconata, ancora immobile, contempla la bandiera e si tasta segretamente il corpo alla ricerca dell'arto mancante.

Gabriele D'Annunzio, in alta uniforme bianca da ufficiale di cavalleria, si aggrappa con entrambe le mani alla ringhiera da cui pende la bandiera-sudario. L'uomo è un mito vivente.

Nato nel 1863, Gabriele D'Annunzio ha speso il primo cinquantennio della propria vita nel tentativo di diventare il primo poeta d'Italia. Ci è riuscito. I suoi versi e le sue prose – in particolare il romanzo Il piacere – hanno influenzato i gusti di una generazione e acquisito risonanza internazionale. Lui sostiene con tracotanza di “aver riportato la letteratura italiana in Europa” e ha ragione. I maggiori intellettuali del continente lo leggono, lo ammirano e lo elogiano pubblicamente. La sua vita, intanto, viene vissuta come un'opera d'arte: dandy impareggiabile, edonista militante, seduttore trionfale, istrionico, sensuale, immaginifico, mette la propria erudizione sconfi nata al servizio della ricerca ossessiva delle gioie dei sensi e di appetiti carnali sfrenati. Poi, in piena Belle Époque, quasi d'improvviso, il culto estetico trapassa in lui in quello della violenza, l'inquietudine di un'epoca assume tinte sanguinolente. Il suo insaziabile desiderio di conquiste femminili diventa desiderio di espansioni territoriali. Il cantore dei languori infiniti diventa il cantore del massacro: canta prima le imprese coloniali nelle Canzoni d'Oltremare, poi spinge l'Italia in guerra con il discorso di Quarto; l'esteta decadente si muta in Vate, un poeta sacro, profeta della gloria nazionale.

Non contento, allo scoppio della Prima guerra mondiale, alla boa dei cinquant'anni, all'età in cui gli uomini del suo tempo entrano nella vecchiaia, D'Annunzio, il collezionista di lacche e smalti sul nulla, decide di diventare il primo soldato d'Italia. E ci riesce. Ottenuto di potersi arruolare come ufficiale di collegamento nei lancieri di Novara, conseguito un brevetto di volo, partecipa a incursioni aeree su Trieste, Trento e Parenzo, all'attacco sul monte San Michele nel fronte carsico. Ferito durante un atterraggio d'emergenza, perde l'occhio destro. Impiega la convalescenza per comporre il Notturno, una delle sue opere più misteriose e ispirate, poi, tornato al fronte contro ogni parere medico, nella decima battaglia dell'Isonzo concepisce l'assalto arrischiato a Quota 28 oltre il corso del fi ume Timavo. È lì che muore Giovanni Randaccio. Come a voler vendicare l'amico, il poeta prepara una serie di sensazionali imprese belliche: attacca il porto di Cattaro, vola su Vienna con la sua squadriglia e fa piovere dal cielo manifesti di propaganda che invitano alla resa la capitale del nemico, viola il blocco navale austriaco nella baia di Buccari a bordo di piccole imbarcazioni d'assalto con un'incursione beffarda che risolleva il morale delle truppe italiane dopo la disfatta di Caporetto. Il suo nome è iscritto di diritto nella lista degli assi e degli eroi.

A questo punto, però, al culmine della gloria, il poeta-guerriero viene riafferrato dalla sua malinconia. Mosso da un'inguaribile disperazione romantica – nota Mussolini – dopo la controffensiva trionfale dell'esercito italiano a Vittorio Veneto, D'Annunzio avverte il senso della propria improvvisa inutilità. Il 14 ottobre millenovecentodiciotto, nell'ultimo mese di guerra, scrive a Costanzo Ciano, suo compagno nella beffa di Buccari: “Per me e per te, e per i nostri pari, la pace è oggi una sciagura. Spero di avere almeno il tempo di morire come merito… Sì, Costanzo, tentiamo qualche altra grande impresa prima di essere pacifi cati per forza.” Dieci giorni più tardi, quando la guerra è già vinta ma non si è nemmeno ancora firmato l'armistizio, dalle colonne del Corriere della Sera il Vate lancia già l'allarme contro i pericoli che l'Italia sia defraudata. “Vittoria nostra,” scrive, “non sarai mutilata.” L'espressione comincia già a circolare sulle bocche dei soldati non ancora smobilitati e, come in un'inquietante profezia autoavverantesi, nel giro di pochi mesi diviene realtà.

Quest'uomo che ha avuto tutto dalla vita ed è stato tutto, che facendosi soldato, marinaio, aviatore è stato l'unico letterato italiano da secoli a fondere poeta e guerriero, letteratura e vita, salotti e piazze, individuo e masse, si abbandona a una prematura, cosmica delusione. Ed eccolo, dunque, afferrato alla ringhiera del Campidoglio che si appresta all'ultima fusione, quella tra il popolo e il suo capopopolo. “Romani, cadeva ieri il quarto anniversario della Sagra dei Mille. Era ieri il cinque maggio: una data due volte solenne, la data di due dipartite fatali.”

Sono le prime parole che D'Annunzio pronuncia da quel balcone. Alludono a Garibaldi e a Napoleone. La folla che lo ascolta rapita è ancora immobile. L'orazione prosegue, come sempre, in una lingua aulica, attraverso ondate successive di motti latini, riferimenti eruditi e arcani, accenni indecifrabili, proclami solenni, metafore ricercate, estasi sublimi, preziosismi, arcaismi, estetismi. La gente comune non lo capisce ma ne asseconda il ritmo oratorio tenendo il tempo attraverso un movimento ondulatorio del capo, come si canticchia sovrappensiero il motivetto di una canzone popolare.

Dopo alcuni minuti, però, l'oratore sembra fi nalmente accorgersi della bandiera. Il poeta la sfi ora, poi la carezza, la saggia con i polpastrelli come se, attraverso la sua consistenza tattile, volesse accertarsi della propria esistenza.

“L'ho qui. Eccola. Alla Quota 12, alla Cava di pietra, ripiegata servì da guanciale all'eroe moribondo. Questa, Romani, questa, Italiani, questa, compagni, è la bandiera di quest'ora.”

D'Annunzio percorre la bandiera con lo sguardo come se volesse scorgervi il volto dell'amico perduto. L'immagine sublime del fante che, cadavere, vi ha poggiato la testa – afferma – vi è rimasta impressa come la Sacra Sindone di un Cristo minore. Non c'è da stupirsi del miracolo: tutti i morti nella religione della patria si somigliano.

L'oratore chiede silenzio. Ora ascoltatemi. L'anima della nazione è ancora una volta sospesa nell'ignoto. Si attende in silenzio ma in piedi. La bandiera di Randaccio sarà listata a lutto finché Fiume e la Dalmazia non torneranno all'Italia. Tutti i buoni italiani, in silenzio, stendano il lutto sulle loro bandiere fino a quel giorno.

Poi, a un tratto, anche l'oratore fa silenzio. Non c'è più nessuna voce umana sulla piazza del Campidoglio di Roma. D'Annunzio ruota il collo a sinistra e in alto. Tende l'orecchio a un'eco lontana.

“Li sentite? !” urla alla folla. Nessuna risposta. “Li sentite?” ripete. “Laggiù, sulle vie dell'Istria, sulle vie della Dalmazia, che tutte sono romane, non udite la cadenza di un esercito in marcia?” Sì, ora la folla li sente quei passi di marcia di antiche legioni vittoriose svanite nel tempo, di padri mitici andati alla conquista del mondo. La folla assiepata nella piazza del Campidoglio sente quei passi e istintivamente, inconsapevolmente, accordandosi al loro ritmo arcaico, sotto il monumento equestre all'imperatore Marco Aurelio, oscillando con il corpo a destra e a sinistra come i portatori sotto il peso di un feretro, comincia a marciare sul posto. I morti vanno più veloci dei vivi. Le folle, D'Annunzio lo sa, bisogna farle ondeggiare.

Questa, Romani, questa, Italiani, questa, compagni, è la bandiera di quest'ora. L'immagine sublime del fante, che vi poggiò la testa, v'è rimasta effigiata. Ed è l'immagine di tutti i morti; ché tutti quelli che sono morti per la patria e nella patria si somigliano… Ora ascoltatemi. Fate il più grande silenzio… Ancora una volta è sospesa nell'ignoto l'anima della nazione, che nella durezza della solitudine aveva ritrovato tutta la sua disciplina e tutta la sua forza. Attendiamo in silenzio ma in piedi… Io, perché l'aspettazione sia votiva e il raccoglimento sia vigile e il giuramento sia fedele, fisso all'arca di Aquileia, voglio abbrunare la mia bandiera fi nché Fiume non sia nostra, fi nché la Dalmazia non sia nostra.

Ogni buon cittadino, in silenzio, abbruni la sua bandiera, finché Fiume non sia nostra, finché la Dalmazia non sia nostra.

*Gabriele D'Annunzio, Roma, 6 maggio 1919*

Quello che avviene è così enorme che… darei dei pugni sul muro. Fucilarli, fucilarli tutti: io non trovo altra parola che renda il pensiero.

*Lettera di Filippo Turati ad Anna Kuliscioff a proposito delle manifestazioni dannunziane di Roma, maggio 1919*



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*Gabriele D'Annunzio Roma, 6 maggio 1919*

La folla enorme radunata nella piazza del Campidoglio è immobile, immobile come la statua equestre dell'imperatore Marco Aurelio attorno alla quale si addensa. Attendono tutti con la testa rovesciata all'indietro e lo sguardo rivolto verso l'alto che Gabriele D'Annunzio appaia sulla balconata del municipio di Roma. Sono decine di migliaia di maschi, per lo più giovani, robusti, fi sicamente integri, eppure quell'uomo riesce a farli sentire dei mutilati. Grazie alla metafora della “vittoria mutilata”, coniata dal poeta, adesso ventimila giovani maschi integri e robusti avvertono la mancanza di un arto o di un organo. E lo adorano per questo.

Sono in buona parte reduci della Prima guerra mondiale, la più grande guerra della storia, che hanno combattuto e vinto contro il nemico ancestrale del popolo italiano nemmeno un anno prima sulle rive del fi ume Piave, eppure D'Annunzio riesce a farli sentire degli sconfi tti. E loro lo venerano per questo. Adorano e venerano il mago capace del miracolo di alchimia psicopatica che sta mutando la più grande vittoria mai conseguita dall'Italia sui campi di battaglia in una umiliante sconfitta.

Quando, la mattina del 6 maggio millenovecentodiciannove, la grande folla attende immobile ai piedi del monumento equestre a Marco Aurelio che l'alchimista della sconfi tta parli dalla ringhiera del Campidoglio, in tutta Italia il senso di umiliazione, di disfatta e d'ingiustizia è, infatti, oramai unanime. A renderlo tale sono bastate due settimane.

Il 24 aprile, il presidente del Consiglio Orlando e il suo ministro degli esteri Sonnino hanno abbandonato la conferenza di pace di Parigi. Il Patto di Londra che nel millenovecentoquindici fissò le condizioni dell'entrata in guerra a fi anco di Russia, Francia e Gran Bretagna aveva promesso all'Italia, in caso di vittoria, la Dalmazia, per secoli possedimento della Repubblica di Venezia. Secondo i nazionalisti, poi, la nuova dottrina dell'autodeterminazione dei popoli, propagandata da Wilson, darebbe ora all'Italia anche Fiume, piccola città di confi ne a larga maggioranza italiana, esclusa dagli accordi di Londra. Lo slogan è: Patto di Londra più Fiume. Ma il presidente degli Stati Uniti d'America, signore del gioco diplomatico, pare non voglia riconoscere all'alleato italiano né l'uno né l'altra.

Il 23 aprile Wilson, scavalcandone e umiliandone i rappresentanti, si è addirittura rivolto direttamente al popolo italiano con una lunga lettera pubblicata su un giornale francese in cui spiegava affettuosamente all'alleato minore le ragioni del suo duplice rifiuto: né Dalmazia né Fiume. Potrebbero anche essere delle buone ragioni ma ciò che ha prevalso su tutto è stato il disprezzo. Quel disprezzo che trasudava dal tono paternalistico con cui, nella lettera agli italiani, il nuovo bonario padrone del mondo istruiva quelli che Mussolini chiama gli “alunni della sua vittoria”. Gira addirittura voce che in privato il presidente francese Clemenceau, d'accordo con Wilson, defi nisca il collega italiano Orlando “una tigre vegetariana”.

Dopo l'abbandono della trattativa a Versailles, in Italia la delusione ha immediatamente assunto l'apparenza di dramma. I compagni di ieri ci negano ciò che ci avevano promesso al prezzo di seicentomila morti. La conferenza di pace, osserva Ivanoe Bonomi, “appare nella luce di un agguato”.

La partenza da Parigi dei delegati italiani è stata un gesto clamoroso e fiero. Al diplomatico che minacciava le gravi conseguenze economiche della rottura italiana, pare che Sonnino abbia risposto: “Siamo un popolo sobrio e conosciamo bene l'arte di morir di fame.” Quel popolo ha accolto i suoi portavoce con un tripudio di orgogliosa autocommiserazione. Nell'ultima settimana di aprile, le piazze di tutta Italia si sono infiammate dirivendicazioni per Fiume e la Dalmazia italiana. Come mai era accaduto prima, il popolo italiano si è stretto ai suoi governanti nel comune sentimento della deprivazione. Si è puntata l'intera posta sul fascino universale della sconfi tta, sulla voluttà del disastro. Una scommessa decisamente pericolosa.

In Parlamento, Filippo Turati, capo indiscusso dell'ala riformista del Partito socialista, ha ammonito sui rischi di quella scommessa azzardata attaccando con violenza Orlando e Sonnino: “O voi sapete con matematica certezza, che un componimento è possibile… A che pro, allora, questa enorme montatura dell'opinione del Paese?… Oppure voi non siete certi del risultato e allora la montatura, che avete provocato, v'imprigiona, vi taglia ogni via di ritorno che non sia di umiliazione profonda.” Facile profezia.

Alla conferenza di pace, infatti, Wilson e gli altri maestri della vittoria hanno tranquillamente continuato a trattare e a decidere i nuovi confini del mondo senza gli italiani. Per quindici giorni di orgasmo patriottico, mentre i liberali, i nazionalisti e i fascisti italiani sono ipnotizzati su alcuni scogli dell'Adriatico, a Parigi gli alleati si dividono le colonie tedesche in Africa e l'Impero turco nel Vicino Oriente. Soltanto due settimane dopo l'abbandono sdegnoso, Orlando e Sonnino sono, così, costretti a tornare a Parigi con la coda tra le gambe. Il danno morale è enorme. Un popolo che si era illuso di poter resistere solo contro tutti piomba nell'abbandono. A milioni di contadini pacifi ci, ignoranti del mondo, che per quattro anni hanno fatto la guerra mondiale nelle trincee senza nemmeno ben sapere in quale terra fossero scavate, viene detto che si sono svenati per nulla, che la ferita sanguina invano. La delusione esplode in loro come un dolore quasi disperato.

Il treno su cui Sonnino e Orlando hanno viaggiato per tutta la notte, affannati, pentiti, smaniosi di non mancare l'incontro con le delegazioni tedesche, entra a Parigi proprio mentre Gabriele D'Annunzio fi nalmente si mostra sulla balconata del Campidoglio. Appare immediatamente chiaro che il mago intende tenere ben aperti i margini della ferita. I suoi attendenti stendono sulla ringhiera del Quirinale una grande bandiera tricolore.

La mano delicata e ingioiellata di D'Annunzio sta carezzando il tricolore in cui fu avvolta la salma di Giovanni Randaccio, capitano di fanteria, suo intimo amico, caduto nella decima battaglia dell'Isonzo durante un assalto suicida a una collinetta alle foci del fiume Timavo, istigato dal poeta. La ferita deve continuare a sanguinare. Sul simbolo della “vittoria mutilata”, il sangue rappreso del fante macchia di un rosso fosco il rosso vermiglio della bandiera che brilla, colpita dal sole di Roma. La folla ai piedi della balconata, ancora immobile, contempla la bandiera e si tasta segretamente il corpo alla ricerca dell'arto mancante.

Gabriele D'Annunzio, in alta uniforme bianca da ufficiale di cavalleria, si aggrappa con entrambe le mani alla ringhiera da cui pende la bandiera-sudario. L'uomo è un mito vivente.

Nato nel 1863, Gabriele D'Annunzio ha speso il primo cinquantennio della propria vita nel tentativo di diventare il primo poeta d'Italia. Ci è riuscito. I suoi versi e le sue prose – in particolare il romanzo Il piacere – hanno influenzato i gusti di una generazione e acquisito risonanza internazionale. Lui sostiene con tracotanza di “aver riportato la letteratura italiana in Europa” e ha ragione. I maggiori intellettuali del continente lo leggono, lo ammirano e lo elogiano pubblicamente. La sua vita, intanto, viene vissuta come un'opera d'arte: dandy impareggiabile, edonista militante, seduttore trionfale, istrionico, sensuale, immaginifico, mette la propria erudizione sconfi nata al servizio della ricerca ossessiva delle gioie dei sensi e di appetiti carnali sfrenati. Poi, in piena Belle Époque, quasi d'improvviso, il culto estetico trapassa in lui in quello della violenza, l'inquietudine di un'epoca assume tinte sanguinolente. Il suo insaziabile desiderio di conquiste femminili diventa desiderio di espansioni territoriali. Il cantore dei languori infiniti diventa il cantore del massacro: canta prima le imprese coloniali nelle Canzoni d'Oltremare, poi spinge l'Italia in guerra con il discorso di Quarto; l'esteta decadente si muta in Vate, un poeta sacro, profeta della gloria nazionale.

Non contento, allo scoppio della Prima guerra mondiale, alla boa dei cinquant'anni, all'età in cui gli uomini del suo tempo entrano nella vecchiaia, D'Annunzio, il collezionista di lacche e smalti sul nulla, decide di diventare il primo soldato d'Italia. E ci riesce. Ottenuto di potersi arruolare come ufficiale di collegamento nei lancieri di Novara, conseguito un brevetto di volo, partecipa a incursioni aeree su Trieste, Trento e Parenzo, all'attacco sul monte San Michele nel fronte carsico. Ferito durante un atterraggio d'emergenza, perde l'occhio destro. Impiega la convalescenza per comporre il Notturno, una delle sue opere più misteriose e ispirate, poi, tornato al fronte contro ogni parere medico, nella decima battaglia dell'Isonzo concepisce l'assalto arrischiato a Quota 28 oltre il corso del fi ume Timavo. È lì che muore Giovanni Randaccio. Come a voler vendicare l'amico, il poeta prepara una serie di sensazionali imprese belliche: attacca il porto di Cattaro, vola su Vienna con la sua squadriglia e fa piovere dal cielo manifesti di propaganda che invitano alla resa la capitale del nemico, viola il blocco navale austriaco nella baia di Buccari a bordo di piccole imbarcazioni d'assalto con un'incursione beffarda che risolleva il morale delle truppe italiane dopo la disfatta di Caporetto. Il suo nome è iscritto di diritto nella lista degli assi e degli eroi.

A questo punto, però, al culmine della gloria, il poeta-guerriero viene riafferrato dalla sua malinconia. Mosso da un'inguaribile disperazione romantica – nota Mussolini – dopo la controffensiva trionfale dell'esercito italiano a Vittorio Veneto, D'Annunzio avverte il senso della propria improvvisa inutilità. Il 14 ottobre millenovecentodiciotto, nell'ultimo mese di guerra, scrive a Costanzo Ciano, suo compagno nella beffa di Buccari: “Per me e per te, e per i nostri pari, la pace è oggi una sciagura. Spero di avere almeno il tempo di morire come merito… Sì, Costanzo, tentiamo qualche altra grande impresa prima di essere pacifi cati per forza.” Dieci giorni più tardi, quando la guerra è già vinta ma non si è nemmeno ancora firmato l'armistizio, dalle colonne del Corriere della Sera il Vate lancia già l'allarme contro i pericoli che l'Italia sia defraudata. “Vittoria nostra,” scrive, “non sarai mutilata.” L'espressione comincia già a circolare sulle bocche dei soldati non ancora smobilitati e, come in un'inquietante profezia autoavverantesi, nel giro di pochi mesi diviene realtà.

Quest'uomo che ha avuto tutto dalla vita ed è stato tutto, che facendosi soldato, marinaio, aviatore è stato l'unico letterato italiano da secoli a fondere poeta e guerriero, letteratura e vita, salotti e piazze, individuo e masse, si abbandona a una prematura, cosmica delusione. Ed eccolo, dunque, afferrato alla ringhiera del Campidoglio che si appresta all'ultima fusione, quella tra il popolo e il suo capopopolo. “Romani, cadeva ieri il quarto anniversario della Sagra dei Mille. Era ieri il cinque maggio: una data due volte solenne, la data di due dipartite fatali.”

Sono le prime parole che D'Annunzio pronuncia da quel balcone. Alludono a Garibaldi e a Napoleone. La folla che lo ascolta rapita è ancora immobile. L'orazione prosegue, come sempre, in una lingua aulica, attraverso ondate successive di motti latini, riferimenti eruditi e arcani, accenni indecifrabili, proclami solenni, metafore ricercate, estasi sublimi, preziosismi, arcaismi, estetismi. La gente comune non lo capisce ma ne asseconda il ritmo oratorio tenendo il tempo attraverso un movimento ondulatorio del capo, come si canticchia sovrappensiero il motivetto di una canzone popolare.

Dopo alcuni minuti, però, l'oratore sembra fi nalmente accorgersi della bandiera. Il poeta la sfi ora, poi la carezza, la saggia con i polpastrelli come se, attraverso la sua consistenza tattile, volesse accertarsi della propria esistenza.

“L'ho qui. Eccola. Alla Quota 12, alla Cava di pietra, ripiegata servì da guanciale all'eroe moribondo. Questa, Romani, questa, Italiani, questa, compagni, è la bandiera di quest'ora.”

D'Annunzio percorre la bandiera con lo sguardo come se volesse scorgervi il volto dell'amico perduto. L'immagine sublime del fante che, cadavere, vi ha poggiato la testa – afferma – vi è rimasta impressa come la Sacra Sindone di un Cristo minore. Non c'è da stupirsi del miracolo: tutti i morti nella religione della patria si somigliano.

L'oratore chiede silenzio. Ora ascoltatemi. L'anima della nazione è ancora una volta sospesa nell'ignoto. Si attende in silenzio ma in piedi. La bandiera di Randaccio sarà listata a lutto finché Fiume e la Dalmazia non torneranno all'Italia. Tutti i buoni italiani, in silenzio, stendano il lutto sulle loro bandiere fino a quel giorno.

Poi, a un tratto, anche l'oratore fa silenzio. Non c'è più nessuna voce umana sulla piazza del Campidoglio di Roma. D'Annunzio ruota il collo a sinistra e in alto. Tende l'orecchio a un'eco lontana.

“Li sentite? !” urla alla folla. Nessuna risposta. “Li sentite?” ripete. “Laggiù, sulle vie dell'Istria, sulle vie della Dalmazia, che tutte sono romane, non udite la cadenza di un esercito in marcia?” Sì, ora la folla li sente quei passi di marcia di antiche legioni vittoriose svanite nel tempo, di padri mitici andati alla conquista del mondo. La folla assiepata nella piazza del Campidoglio sente quei passi e istintivamente, inconsapevolmente, accordandosi al loro ritmo arcaico, sotto il monumento equestre all'imperatore Marco Aurelio, oscillando con il corpo a destra e a sinistra come i portatori sotto il peso di un feretro, comincia a marciare sul posto. I morti vanno più veloci dei vivi. Le folle, D'Annunzio lo sa, bisogna farle ondeggiare.

Questa, Romani, questa, Italiani, questa, compagni, è la bandiera di quest'ora. L'immagine sublime del fante, che vi poggiò la testa, v'è rimasta effigiata. Ed è l'immagine di tutti i morti; ché tutti quelli che sono morti per la patria e nella patria si somigliano… Ora ascoltatemi. Fate il più grande silenzio… Ancora una volta è sospesa nell'ignoto l'anima della nazione, che nella durezza della solitudine aveva ritrovato tutta la sua disciplina e tutta la sua forza. Attendiamo in silenzio ma in piedi… Io, perché l'aspettazione sia votiva e il raccoglimento sia vigile e il giuramento sia fedele, fisso all'arca di Aquileia, voglio abbrunare la mia bandiera fi nché Fiume non sia nostra, fi nché la Dalmazia non sia nostra.

Ogni buon cittadino, in silenzio, abbruni la sua bandiera, finché Fiume non sia nostra, finché la Dalmazia non sia nostra.

*Gabriele D'Annunzio, Roma, 6 maggio 1919*

Quello che avviene è così enorme che… darei dei pugni sul muro. Fucilarli, fucilarli tutti: io non trovo altra parola che renda il pensiero.

*Lettera di Filippo Turati ad Anna Kuliscioff a proposito delle manifestazioni dannunziane di Roma, maggio 1919*

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