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Conversazioni fra Sabina e Michele, I dialetti (Seconda parte)

(continua)

M.

No, io chiamo quello che parlano mia mamma e le sue sorelle “dialettàno”, perché loro hanno imparato il dialetto da mia nonna materna, che era originaria di Cosenza, in Calabria, poi quando era piccola, i suoi genitori sono emigrati a Fiume, che oggi si chiama Rijeka, è in Croazia, ma all’epoca era italiana…

S.

Uh-uh.

M.

… poi, all’inizio degli anni Quaranta, c’è stato l’esodo massiccio degli italiani, perché…

S.

Esatto.

M.

… Tito aveva iniziato a perseguitarli…

S.

Esatto.

M.

… e, allora, sono venuti a Rovigo, e quindi ti puoi immaginare una famiglia di origini calabresi, trapiantata prima a Fiume e poi a Rovigo…

S.

Bel miscuglio!

M.

… puoi immaginare come mia nonna abbia imparato il dialetto rodigino, e dopo lo ha trasmesso a… alle sue figlie, e quindi, ancora oggi, io prendo sempre in giro mia mamma e una delle mie zie (quella con cui ho più confidenza), soprattutto perché ci sono tre-quattro parole che ricorrono sempre; anche mentre parlano in dialetto, loro dicono sempre “oggi”, “soldi” e “sedia”. Non riescono a dire le parole corrispondenti venete, cioè “uncuò”, “schèi” e “carèga”.

S.

Ahahah.

M.

È una cosa tra il divertente e l’orribile, sentirle parlare in dialetto.

S.

Comunque, dài, è una bella avventura imparare il dialetto: è quasi un’altra lingua, eh?

M.

Sì, e infatti c’è sempre questa discussione: dove finisce il dialetto? Dove inizia la lingua? Perché il friulano, il sardo sono considerati lingue, e invece il veneto, il veneziano o anche il napoletano no?

S.

Ma infatti! Ma secondo me, il fatto stesso che è una cosa tramandata di padre in figlio, di madre in figlia, comunque una cosa che impari da bambino, così, per sentito dire, senza studiarla effettivamente con testi, oppure con libri o a scuola o… è una cosa che rimane dentro di te, perché la senti, la vivi tutti i giorni – almeno, a me è successo così; io lo parlo tranquillamente, il dialetto della mia zona – e, però, non hai nessun riscontro effettivo su… su testi, o comunque qualcosa di scritto, qualcosa che rimanga.

M.

Eh, ci sono dei tentativi di fare grammatiche, vocabolari di veneto, veneziano o di altri dialetti veneti provinciali, però c’è il fatto che la scuola non fa niente. Secondo me bisognerebbe insegnare il dialetto a scuola, almeno come materia facoltativa; certo, non tutte le materie in dialetto, anche se, per esempio, guarda la Spagna: in Catalogna insegnano tutto in catalano, nonostante il catalano sia una lingua regionale. Però, là hanno ottenuto questo riconoscimento politico e quindi hanno quasi un culto della propria identità regionale, mentre da noi uno che volesse propugnare un maggiore insegnamento, una politica culturale imperniata sul dialetto e sulla specificità regionale, viene spesso detto… così, viene preso o per regionalista, razzista… gli dicono di tutto.

S.

È vero, però io… cioè, sono d’accordo, sono perfettamente d’accordo che a scuola si deve imparare l’Italiano, perché è la lingua nazionale... e via… però, effettivamente, sarebbe una bella idea farla un po' come materia facoltativa dove ci si riconosce, dove si ritrova anche un po' le nostre radici di veneti.

M.

Sì, e anche quelli delle altre regioni.

S.

Certamente! Io ho detto Veneto perché stiamo parlando di noi e… quindi non volevo escludere nessuno, comunque.

M.

No, per carità… dico solo che qua in Veneto come abbiamo già visto, il dialetto è in fase calante, ma non è ancora moribondo come in altre regioni, dove quindi sarebbe ancora più auspicabile un… intervento della scuola o di istituzioni culturali, gruppi,… e poi leggevo tempo fa che in Catalogna c’è addirittura, non mi ricordo se è un museo, o un istituto della cultura catalana, e da noi è inimmaginabile di avere un palazzo della cultura veneta a Venezia, oppure uno della cultura piemontese a Torino,… perché, non lo so, noi abbiamo una ricchezza ancora, penso, maggiore di quella che hanno in Spagna, dove hanno queste altre tre o quattro lingue ufficiali – il catalano, il galiziano, il basco –, però non so se hanno dialetti; invece noi qua abbiamo tutti questi dialetti sparsi per tutta Italia però… però non… così… non riusciamo ad esserne un po' fieri, mi sembra.

S.

Fiero,… è la parola giusta! Secondo me hai proprio azzeccato il punto: noi tante volte… ehm… posso riscontrare che non siamo fieri delle nostre cose più antiche, più… ehm… le lasciamo andare in disuso, senza renderci conto che magari sarebbero un tesoro da non sottovalutare.

M.

Sì, è vero, poi abbiamo anche un po' il vizio di… denigrarci, di… pensare che quello che abbiamo noi in fondo non è così bello, così di valore, quindi ci buttiamo sempre su quello che è straniero, e invece dovremmo riscoprire le nostre origini e rivalutarle, insomma.

S.

Anche perché effettivamente, dialetti a parte, abbiamo delle cose molto belle qua in Italia, eh….

M.

Sì, abbiamo il più gran numero di monumenti, di patrimonio culturale di tutto il mondo. Abbiamo percentuali di monumenti, di musei, di ville che tutti ci invidiano, infatti.

S.

Sì, infatti.

M.

Tante persone vorrebbero venire in Italia, poi magari vanno in Francia perché è più semplice, però…

S.

Ecco, comunque è vero, stai proprio azzeccando il punto. Anche la settimana scorsa si parlava qua a casa , con i ragazzi,… così, che… io, abitando a Vicenza, abbiamo tutte le ville venete, abbiamo ehm… tutta l’architettura palladiana che è qualcosa di… ehm… di meraviglioso, c’è gente che viene da tutto il mondo per ammirare queste opere, e noi che ce l’abbiamo qua diciamo: “Mah… cosa vuoi che andiamo fare lì, non c’è niente da vedere!”

M.

Sì, è vero.

S.

Siamo talmente abituati ad averle lì a portata di mano, che non ci rendiamo conto quanto siano importanti, quanta bellezza ci sia dentro a queste opere. E un po' così succede, secondo me, anche per il dialetto con tutte queste sfumature, e tutte queste parole simpatiche… con tutte queste parole che hanno questo significato proprio… ehm… antico.

M.

Sì, e poi ci sono certe parole dialettali che sono molto più specifiche delle parole italiane corrispondenti, quindi, certe volte ti capita di sapere come dire una cosa, un’azione in dialetto e di non trovare la parola in italiano.

S.

La corrispondente che renda bene il senso in italiano, tante volte si fa fatica a trovarla. Ma proprio perché è nata così, dalla terra!

M.

Sì.

S.

Ecco!

M.

Va bene, penso che per questa lezione possiamo finire qua. Ci siamo anche forse dilungati un po' ma speriamo di aver fatto qualcosa di interessante per i nostri studenti.

S.

Io mi auguro veramente che loro si divertano a studiare queste lezioni, che trovino dei termini nuovi, e che… e che la ascoltino volentieri.

M.

Va bene, allora ci sentiamo prossimamente.

S.

Ci sentiamo nelle prossime… nei prossimi giorni, ciao Michele.

M.

Ciao Sabina.

S.

Ciao ciao.

 



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M.

No, io chiamo quello che parlano mia mamma e le sue sorelle “dialettàno”, perché loro hanno imparato il dialetto da mia nonna materna, che era originaria di Cosenza, in Calabria, poi quando era piccola, i suoi genitori sono emigrati a Fiume, che oggi si chiama Rijeka, è in Croazia, ma all’epoca era italiana…

S.

Uh-uh.

M.

… poi, all’inizio degli anni Quaranta, c’è stato l’esodo massiccio degli italiani, perché…

S.

Esatto.

M.

… Tito aveva iniziato a perseguitarli…

S.

Esatto.

M.

… e, allora, sono venuti a Rovigo, e quindi ti puoi immaginare una famiglia di origini calabresi, trapiantata prima a Fiume e poi a Rovigo…

S.

Bel miscuglio!

M.

… puoi immaginare come mia nonna abbia imparato il dialetto rodigino, e dopo lo ha trasmesso a… alle sue figlie, e quindi, ancora oggi, io prendo sempre in giro mia mamma e una delle mie zie (quella con cui ho più confidenza), soprattutto perché ci sono tre-quattro parole che ricorrono sempre; anche mentre parlano in dialetto, loro dicono sempre “oggi”, “soldi” e “sedia”. Non riescono a dire le parole corrispondenti venete, cioè “uncuò”, “schèi” e “carèga”.

S.

Ahahah.

M.

È una cosa tra il divertente e l’orribile, sentirle parlare in dialetto.

S.

Comunque, dài, è una bella avventura imparare il dialetto: è quasi un’altra lingua, eh?

M.

Sì, e infatti c’è sempre questa discussione: dove finisce il dialetto? Dove inizia la lingua? Perché il friulano, il sardo sono considerati lingue, e invece il veneto, il veneziano o anche il napoletano no?

S.

Ma infatti! Ma secondo me, il fatto stesso che è una cosa tramandata di padre in figlio, di madre in figlia, comunque una cosa che impari da bambino, così, per sentito dire, senza studiarla effettivamente con testi, oppure con libri o a scuola o… è una cosa che rimane dentro di te, perché la senti, la vivi tutti i giorni – almeno, a me è successo così; io lo parlo tranquillamente, il dialetto della mia zona – e, però, non hai nessun riscontro effettivo su… su testi, o comunque qualcosa di scritto, qualcosa che rimanga.

M.

Eh, ci sono dei tentativi di fare grammatiche, vocabolari di veneto, veneziano o di altri dialetti veneti provinciali, però c’è il fatto che la scuola non fa niente. Secondo me bisognerebbe insegnare il dialetto a scuola, almeno come materia facoltativa; certo, non tutte le materie in dialetto, anche se, per esempio, guarda la Spagna: in Catalogna insegnano tutto in catalano, nonostante il catalano sia una lingua regionale. Però, là hanno ottenuto questo riconoscimento politico e quindi hanno quasi un culto della propria identità regionale, mentre da noi uno che volesse propugnare un maggiore insegnamento, una politica culturale imperniata sul dialetto e sulla specificità regionale, viene spesso detto… così, viene preso o per regionalista, razzista… gli dicono di tutto.

S.

È vero, però io… cioè, sono d’accordo, sono perfettamente d’accordo che a scuola si deve imparare l’Italiano, perché è la lingua nazionale... e via… però, effettivamente, sarebbe una bella idea farla un po' come materia facoltativa dove ci si riconosce, dove si ritrova anche un po' le nostre radici di veneti.

M.

Sì, e anche quelli delle altre regioni.

S.

Certamente! Io ho detto Veneto perché stiamo parlando di noi e… quindi non volevo escludere nessuno, comunque.

M.

No, per carità… dico solo che qua in Veneto come abbiamo già visto, il dialetto è in fase calante, ma non è ancora moribondo come in altre regioni, dove quindi sarebbe ancora più auspicabile un… intervento della scuola o di istituzioni culturali, gruppi,… e poi leggevo tempo fa che in Catalogna c’è addirittura, non mi ricordo se è un museo, o un istituto della cultura catalana, e da noi è inimmaginabile di avere un palazzo della cultura veneta a Venezia, oppure uno della cultura piemontese a Torino,… perché, non lo so, noi abbiamo una ricchezza ancora, penso, maggiore di quella che hanno in Spagna, dove hanno queste altre tre o quattro lingue ufficiali – il catalano, il galiziano, il basco –, però non so se hanno dialetti; invece noi qua abbiamo tutti questi dialetti sparsi per tutta Italia però… però non… così… non riusciamo ad esserne un po' fieri, mi sembra.

S.

Fiero,… è la parola giusta! Secondo me hai proprio azzeccato il punto: noi tante volte… ehm… posso riscontrare che non siamo fieri delle nostre cose più antiche, più… ehm… le lasciamo andare in disuso, senza renderci conto che magari sarebbero un tesoro da non sottovalutare.

M.

Sì, è vero, poi abbiamo anche un po' il vizio di… denigrarci, di… pensare che quello che abbiamo noi in fondo non è così bello, così di valore, quindi ci buttiamo sempre su quello che è straniero, e invece dovremmo riscoprire le nostre origini e rivalutarle, insomma.

S.

Anche perché effettivamente, dialetti a parte, abbiamo delle cose molto belle qua in Italia, eh….

M.

Sì, abbiamo il più gran numero di monumenti, di patrimonio culturale di tutto il mondo. Abbiamo percentuali di monumenti, di musei, di ville che tutti ci invidiano, infatti.

S.

Sì, infatti.

M.

Tante persone vorrebbero venire in Italia, poi magari vanno in Francia perché è più semplice, però…

S.

Ecco, comunque è vero, stai proprio azzeccando il punto. Anche la settimana scorsa si parlava qua a casa , con i ragazzi,… così, che… io, abitando a Vicenza, abbiamo tutte le ville venete, abbiamo ehm… tutta l’architettura palladiana che è qualcosa di… ehm… di meraviglioso, c’è gente che viene da tutto il mondo per ammirare queste opere, e noi che ce l’abbiamo qua diciamo: “Mah… cosa vuoi che andiamo fare lì, non c’è niente da vedere!”

M.

Sì, è vero.

S.

Siamo talmente abituati ad averle lì a portata di mano, che non ci rendiamo conto quanto siano importanti, quanta bellezza ci sia dentro a queste opere. E un po' così succede, secondo me, anche per il dialetto con tutte queste sfumature, e tutte queste parole simpatiche… con tutte queste parole che hanno questo significato proprio… ehm… antico.

M.

Sì, e poi ci sono certe parole dialettali che sono molto più specifiche delle parole italiane corrispondenti, quindi, certe volte ti capita di sapere come dire una cosa, un’azione in dialetto e di non trovare la parola in italiano.

S.

La corrispondente che renda bene il senso in italiano, tante volte si fa fatica a trovarla. Ma proprio perché è nata così, dalla terra!

M.

Sì.

S.

Ecco!

M.

Va bene, penso che per questa lezione possiamo finire qua. Ci siamo anche forse dilungati un po' ma speriamo di aver fatto qualcosa di interessante per i nostri studenti.

S.

Io mi auguro veramente che loro si divertano a studiare queste lezioni, che trovino dei termini nuovi, e che… e che la ascoltino volentieri.

M.

Va bene, allora ci sentiamo prossimamente.

S.

Ci sentiamo nelle prossime… nei prossimi giorni, ciao Michele.

M.

Ciao Sabina.

S.

Ciao ciao.

 


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