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Conversazioni fra Sabina e Michele, I dialetti (Prima parte)

Michele: Ciao, Sabina!

Sabina: Ciao, Michele!

Come va oggi?

M.

Bene, e tu?

S.

Bene, dài. Oggi è stata abbastanza una bella giornata, col sole, un pochettino di sole, quindi…

M.

Sì, fa ancora caldo, poi.

S.

Sì, fa ancora abbastanza caldo, per essere già novembre domani.

M.

Sì. Oggi parliamo dei dialetti e in particolare del nostro dialetto veneto, oppure dovremmo dire “dei nostri dialetti veneti”, visto che ogni paese ha il suo?

S.

Bello, come argomento! Molto vario. Anche perché, effettivamente, ogni paese ha proprio le sfumature diverse… euh… per ogni dialetto.

M.

Sì, c'è sempre qualche parola che cambia. Per esempio, nella mia provincia, il Polesine, ci sono diverse zone linguistiche, dialettali, e infatti ogni tanto, soprattutto con mio nonno, vediamo vocabolari oppure testi letterari, poesie in dialetto che vengono passati per polesani, però è un polesano diverso dal nostro polesano di Rovigo, ci sono tante parole che qua – mi dice lui – non si sono mai usate e quindi in Italia ma ancora di più, forse, in Veneto il dialetto ha una grande varietà e anche, da noi, ha un'importanza superiore a quella che ha in tante altre regioni.

S.

Ma, ti dirò, anche qua nelle mie zone il dialetto ha delle sfumature in base alla posizione geografica del paese. Diciamo che, rispetto… io abito nel vicentino, per cui rispetto a quello che viene parlato proprio a Vicenza, Vicenza città-centro, spostandoci un po' più verso Verona troviamo già delle parole che sono mischiate tra vicentino e veronese. Oppure, spostandoci un po' più verso nord, verso le… le prime montagne, così, abbiamo già un dialetto che cambia.

M.

Sì, come succede dappertutto. Anche qua nella mia provincia, che è proprio a metà strada fra Venezia e Bologna, fra il Veneto e l'Emilia-Romagna, ci sono certe zone – soprattutto, va bè, Rovigo e il Basso Polesine, cioè quello verso il mare, verso la foce del Po – dove si parla ancora un veneto abbastanza “veneto”; poi però, più si va verso sud, verso Ferrara e il Po, più i dialetti si imbastardiscono, fino a che arrivi proprio sulla riva del Po, e là parlano quasi in ferrarese, che è un dialetto che, personalmente, non sopporto.

S.

Perché non lo sopporti?

M.

Perché ha questa cadenza che trovo un po' volgare sotto certi punti di vista, e poi sarà che un po' si tende sempre a essere in rapporti conflittuali con i vicini e… non so, noi siamo stati anche – credo – sotto Ferrara, sotto gli Estensi per un certo periodo, quindi forse un po' di ribellione verso l'invasore, non lo so… però sento che già quando parlo io – anche quando parlo in dialetto, e anche in italiano, c'è comunque la contaminazione del sud ferrarese e non ho un bel veneto, diciamo, puro, come ce l'hanno a Padova, Treviso, Venezia ovviamente.

S.

Che, comunque, anche lì, abbiamo sfumature molto… secondo me, direi simpatiche, perché anche a Treviso hanno dei termini per… per… per dire certe cose che sono veramente da riderci su.

M.

Ad esempio?

S.

Ad esempio… ad esempio… i trevisani, quando devono chiamare un ragazzo, lo chiamano… lo chiamano “mulo”, come i triestini!

M.

Ah sì? Non sapevo.

S.

Davvero!

M.

Sì.

S.

Tanto che la prima volta che io l'ho sentito… mi sono quasi… sì, mi sono stupita, perché dico “Ma come? Chiami ‘mulo' un bambino? Non ho capito! Non è mica un somaro!”

M.

Ahahah!

S.

E, invece, era una forma affettiva di chiamare i propri bambini. Oppure, quando dicono “piccolo”, loro usano la parola “ceo”, o “cea” se è una femmina. Eh… son parole veramente… che, se non sei abituato a sentire, ti danno qualche… così, ti lasciano un po', ehm, stupito.

M.

Sì, sì. Infatti, proprio anche a Trieste, che nonostante sia staccata dal Veneto e non abbia una storia in comune con il Veneto, parlano questo dialetto molto simile al Veneto…

S.

È vero.

M.

… hanno questa particolarità della parola “mulo”, che penso sia la parola triestina più conosciuta fuori Trieste, proprio perché è un falso amico, diciamo, e devi esser là; dopo, una volta che uno è là capisce, però può causare equivoci e certe…

S.

All'inizio sicuramente; poi, quando ti abitui, quando abitui… ehm… ti… ascolti più volte queste persone parlare, quando capisci, insomma, gli equivoci vanno scemandosi, si dissolvono. Però all'inizio, sì, sono cose un po'… un po' strane, un po' particolari.

M.

Sì.

S.

Poi, a volte, io mi chiedo come mai vengono fuori certi… certi termini. Chissà da dove arrivano, chissà chi li ha inventati! Eh, così, fa parte del nostro essere veneti.

M.

Sì.

S.

Comunque io ho notato che ultimamente i dialetti vanno sempre più sparendo. Anche i ragazzi… anche i ragazzi non lo usano quasi più perché, giustamente, a scuola imparano l'italiano, ed è giusto che sia così, e quando li senti parlare in dialetto, fanno da ridere perché ci mettono un accento italianizzato che non si sa più se… che roba è, eheh!

M.

Sì. Anche qui le generazioni più giovani parlano spesso italiano e hanno questa pronuncia, anche, senza accento, che dici “Ma sei di qua?”. Non si sente quasi neanche più la provenienza, come se facessero apposta a togliere tu… qualsiasi accento veneto. Però il veneto è comunque la regione – o una delle poche regioni – dove tutti capiscono ancora il dialetto e sono in grado… la maggior parte è anche in grado di avere una conversazione a un certo livello. Avevo letto, tempo fa, che il 75% dei veneti o capisce o perlomeno… o parla dialetto, non mi ricordo, ma è ancora una percentuale molto alta se pensi a… a altri dialetti come il milanese o il piemontese, che sono in via di estinzione.

S.

È vero, comunque io posso vederlo anche sui miei figli, che loro generalmente parlano in italiano, e poi quando ci troviamo con i nonni, allora tentano di parlare in dialetto anche loro, ma escono di quelle frasi che c'è da morir dal ridere! Perché loro tentano di adeguarsi ai nonni, i nonni tentano di adeguarsi ai ragazzi… eheh… non ti dico… eheh… che castroni escono! Un po' di “italiacano”, eheheh.

(continua)



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Michele: Ciao, Sabina!

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Come va oggi?

M.

Bene, e tu?

S.

Bene, dài. Oggi è stata abbastanza una bella giornata, col sole, un pochettino di sole, quindi…

M.

Sì, fa ancora caldo, poi.

S.

Sì, fa ancora abbastanza caldo, per essere già novembre domani.

M.

Sì. Oggi parliamo dei dialetti e in particolare del nostro dialetto veneto, oppure dovremmo dire “dei nostri dialetti veneti”, visto che ogni paese ha il suo?

S.

Bello, come argomento! Molto vario. Anche perché, effettivamente, ogni paese ha proprio le sfumature diverse… euh… per ogni dialetto.

M.

Sì, c'è sempre qualche parola che cambia. Per esempio, nella mia provincia, il Polesine, ci sono diverse zone linguistiche, dialettali, e infatti ogni tanto, soprattutto con mio nonno, vediamo vocabolari oppure testi letterari, poesie in dialetto che vengono passati per polesani, però è un polesano diverso dal nostro polesano di Rovigo, ci sono tante parole che qua – mi dice lui – non si sono mai usate e quindi in Italia ma ancora di più, forse, in Veneto il dialetto ha una grande varietà e anche, da noi, ha un'importanza superiore a quella che ha in tante altre regioni.

S.

Ma, ti dirò, anche qua nelle mie zone il dialetto ha delle sfumature in base alla posizione geografica del paese. Diciamo che, rispetto… io abito nel vicentino, per cui rispetto a quello che viene parlato proprio a Vicenza, Vicenza città-centro, spostandoci un po' più verso Verona troviamo già delle parole che sono mischiate tra vicentino e veronese. Oppure, spostandoci un po' più verso nord, verso le… le prime montagne, così, abbiamo già un dialetto che cambia.

M.

Sì, come succede dappertutto. Anche qua nella mia provincia, che è proprio a metà strada fra Venezia e Bologna, fra il Veneto e l'Emilia-Romagna, ci sono certe zone – soprattutto, va bè, Rovigo e il Basso Polesine, cioè quello verso il mare, verso la foce del Po – dove si parla ancora un veneto abbastanza “veneto”; poi però, più si va verso sud, verso Ferrara e il Po, più i dialetti si imbastardiscono, fino a che arrivi proprio sulla riva del Po, e là parlano quasi in ferrarese, che è un dialetto che, personalmente, non sopporto.

S.

Perché non lo sopporti?

M.

Perché ha questa cadenza che trovo un po' volgare sotto certi punti di vista, e poi sarà che un po' si tende sempre a essere in rapporti conflittuali con i vicini e… non so, noi siamo stati anche – credo – sotto Ferrara, sotto gli Estensi per un certo periodo, quindi forse un po' di ribellione verso l'invasore, non lo so… però sento che già quando parlo io – anche quando parlo in dialetto, e anche in italiano, c'è comunque la contaminazione del sud ferrarese e non ho un bel veneto, diciamo, puro, come ce l'hanno a Padova, Treviso, Venezia ovviamente.

S.

Che, comunque, anche lì, abbiamo sfumature molto… secondo me, direi simpatiche, perché anche a Treviso hanno dei termini per… per… per dire certe cose che sono veramente da riderci su.

M.

Ad esempio?

S.

Ad esempio… ad esempio… i trevisani, quando devono chiamare un ragazzo, lo chiamano… lo chiamano “mulo”, come i triestini!

M.

Ah sì? Non sapevo.

S.

Davvero!

M.

Sì.

S.

Tanto che la prima volta che io l'ho sentito… mi sono quasi… sì, mi sono stupita, perché dico “Ma come? Chiami ‘mulo' un bambino? Non ho capito! Non è mica un somaro!”

M.

Ahahah!

S.

E, invece, era una forma affettiva di chiamare i propri bambini. Oppure, quando dicono “piccolo”, loro usano la parola “ceo”, o “cea” se è una femmina. Eh… son parole veramente… che, se non sei abituato a sentire, ti danno qualche… così, ti lasciano un po', ehm, stupito.

M.

Sì, sì. Infatti, proprio anche a Trieste, che nonostante sia staccata dal Veneto e non abbia una storia in comune con il Veneto, parlano questo dialetto molto simile al Veneto…

S.

È vero.

M.

… hanno questa particolarità della parola “mulo”, che penso sia la parola triestina più conosciuta fuori Trieste, proprio perché è un falso amico, diciamo, e devi esser là; dopo, una volta che uno è là capisce, però può causare equivoci e certe…

S.

All'inizio sicuramente; poi, quando ti abitui, quando abitui… ehm… ti… ascolti più volte queste persone parlare, quando capisci, insomma, gli equivoci vanno scemandosi, si dissolvono. Però all'inizio, sì, sono cose un po'… un po' strane, un po' particolari.

M.

Sì.

S.

Poi, a volte, io mi chiedo come mai vengono fuori certi… certi termini. Chissà da dove arrivano, chissà chi li ha inventati! Eh, così, fa parte del nostro essere veneti.

M.

Sì.

S.

Comunque io ho notato che ultimamente i dialetti vanno sempre più sparendo. Anche i ragazzi… anche i ragazzi non lo usano quasi più perché, giustamente, a scuola imparano l'italiano, ed è giusto che sia così, e quando li senti parlare in dialetto, fanno da ridere perché ci mettono un accento italianizzato che non si sa più se… che roba è, eheh!

M.

Sì. Anche qui le generazioni più giovani parlano spesso italiano e hanno questa pronuncia, anche, senza accento, che dici “Ma sei di qua?”. Non si sente quasi neanche più la provenienza, come se facessero apposta a togliere tu… qualsiasi accento veneto. Però il veneto è comunque la regione – o una delle poche regioni – dove tutti capiscono ancora il dialetto e sono in grado… la maggior parte è anche in grado di avere una conversazione a un certo livello. Avevo letto, tempo fa, che il 75% dei veneti o capisce o perlomeno… o parla dialetto, non mi ricordo, ma è ancora una percentuale molto alta se pensi a… a altri dialetti come il milanese o il piemontese, che sono in via di estinzione.

S.

È vero, comunque io posso vederlo anche sui miei figli, che loro generalmente parlano in italiano, e poi quando ci troviamo con i nonni, allora tentano di parlare in dialetto anche loro, ma escono di quelle frasi che c'è da morir dal ridere! Perché loro tentano di adeguarsi ai nonni, i nonni tentano di adeguarsi ai ragazzi… eheh… non ti dico… eheh… che castroni escono! Un po' di “italiacano”, eheheh.

(continua)


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