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Le mie esperienze con Couchsurfing, Chi mal comincia...

Chi mal comincia...

"Chi ben comincia è a metà dell’opera", dice un famoso proverbio. Ma chi, invece, "mal comincia"? Peccato che non ci sia un proverbio per questa situazione, perché lo potrei usare come titolo dell’esperienza che sto per raccontare, la nostra prima esperienza ufficiale come ospiti su Couchsurfing.

Per alcuni mesi, dopo il mio ritorno da Sofia nel dicembre 2010, e dopo aver convinto mia mamma a lasciarmi ospitare sconosciuti, non avevo comunque potuto farlo perché dovevamo rinnovare il piccolo bagno vicino al mio studio, sostituendo il wc e il lavandino, e aggiungendo una doccia. Infatti mia mamma non avrebbe mai lasciato che degli estranei usassero il nostro bagno, o meglio il "suo" bagno! Per Dominick, che era già mio amico, aveva chiuso un occhio, o forse due!

Comunque, ai primi di aprile, il bagno era finalmente pronto e io avevo ricevuto il nulla osta per invitare qualcuno. Già, invitare, perché chi sarebbe venuto spontaneamente a Rovigo?! A tutt’oggi, luglio 2013, avrò ricevuto forse 10-15 richieste dirette, e principalmente perché abito vicino a Venezia. Gli ospiti che si trovano nella mia situazione solitamente devono andare a cercare i viaggiatori in cerca di alloggio e invitarli a casa propria. Un onere in più per chi ospita, ma che comunque vale la pena compiere.

Così pensavo quando ho invitato Junmo, un ragazzo sudcoreano dal profilo abbastanza interessante, dove era scritto che parlava inglese e francese.

Junmo ha accettato il mio invito e gli ho dato appuntamento in Piazza Vittorio Emanuele II intorno alle quattro di pomeriggio. Appena ho cominciato a fargli qualche domanda e a ricevere risposte sempre più monosillabiche, ho capito che ogni mia minima aspettativa sarebbe stata disattesa. Inglese avanzato e francese intermedio? "Ma mi FACCI il piacere!" (v. note) direbbe il mitico ragionier Fantozzi. Non solo non parlava nessuna di queste lingue a un livello accettabile, ma sembrava persino incapace di capire quello che gli dicevo.

L’ho portato a casa nostra e gli ho mostrato il mio studio, che funge anche da stanza degli ospiti. Appena ha visto lo schermo SAMSUNG, gli si è illuminato lo sguardo. Ho provato a chiedergli quali piani avesse per i giorni seguenti, ma sono riuscito solo a capire che voleva vedere "the big place" (piazza San Marco a Venezia? Ma, in inglese, "piazza" si dice "square"...) e che un’altra cosa che voleva... ehm... "cosare" (v. nota) era "picia" (v. nota). Così, ho rinunciato e gli ho acceso il computer. È rimasto su Skype per più di un’ora!

Quella sera ha cenato da noi (all’inizio mia mamma cucinava quasi sempre per gli ospiti, adesso quasi mai) e non si può dire che non abbia gradito, nonostante abbia ingoiato tutto in religioso silenzio, rispondendo a monosillabi ai tentativi di mia mamma di fare un po' di conversazione.

Il giorno dopo doveva andare a Venezia. È venuto a fare colazione all’ora giusta, poi gli abbiamo detto che potevamo dargli un passaggio in stazione alle otto e mezza. Alle otto e venticinque lo abbiamo trovato di nuovo a letto! Gli ho detto che ormai era tardi per il treno delle nove, ma non ha voluto sentir ragioni. Ha fatto una doccia lampo (che ha lasciato emergere due magnifici orecchini neri) ed è salito in macchina. Quando è sceso, alla stazione, abbiamo visto che non aveva neanche infilato i calcagni nelle scarpe!

Un tipo strano, si direbbe. Beh, cari miei, molto di più! Quella sera è tornato giusto in tempo per la cena, al termine della quale lo abbiamo accompagnato al mio studio. Mia mamma gli ha chiesto, nel suo "broken English" (ma almeno lei sa farsi capire! ): "Tomorrow, Venice?" e lui, placidamente e con un sorriso un po' ebete sulla faccia, ha annuito: "Picia!"

Da allora, Junmo sarebbe stato per sempre "Picia".

Gli ho augurato la buona notte, ma poco dopo è suonato il campanello. Era lui che voleva che gli accendessi il computer! Uffa!

Finita qui? Manco per sogno! Verso le dieci di sera, mio papà sente un rumore di chiavi e viene a dirlo a me e a mia mamma, che subito si allarma, immaginando che possa essere un ladro.

Scendiamo tutti verso l’ingresso e mia mamma vede una sagoma rientrare dal giardino. Era Junmo! Aveva trovato le chiavi e aperto il portone d’entrata senza chiedere il permesso! Mia mamma non ci ha visto più dalla rabbia, soprattutto dopo che lui ha motivato il gesto con un chiarissimo "Smoking!" e lo ha sgridato con veemenza (sempre nel suo inglese accademico...)

Insomma, la mattina dopo, Junmo ha dovuto fare le valigie. Si è scusato dicendo "Spero non pensiate che abbia fumato marijuana" e mi ha dato in regalo una scatola per preparare una pietanza coreana. Ovviamente non ho capito la ricetta che mi ha spiegato a voce, e sulla scatola le spiegazioni erano solo in coreano. Provate a indovinare che fine ha fatto!

Ecco tutto. Junmo è entrato nella nostra storia di Couchsurfing come il peggior inizio che potessimo immaginare. Per fortuna i miei genitori hanno accettato di voltare pagina, e i capitoli successivi sono stati quasi tutti di piacevole lettura!



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Chi mal comincia...

"Chi ben comincia è a metà dell’opera", dice un famoso proverbio. Ma chi, invece, "mal comincia"? Peccato che non ci sia un proverbio per questa situazione, perché lo potrei usare come titolo dell’esperienza che sto per raccontare, la nostra prima esperienza ufficiale come ospiti su Couchsurfing.

Per alcuni mesi, dopo il mio ritorno da Sofia nel dicembre 2010, e dopo aver convinto mia mamma a lasciarmi ospitare sconosciuti, non avevo comunque potuto farlo perché dovevamo rinnovare il piccolo bagno vicino al mio studio, sostituendo il wc e il lavandino, e aggiungendo una doccia. Infatti mia mamma non avrebbe mai lasciato che degli estranei usassero il nostro bagno, o meglio il "suo" bagno! Per Dominick, che era già mio amico, aveva chiuso un occhio, o forse due!

Comunque, ai primi di aprile, il bagno era finalmente pronto e io avevo ricevuto il nulla osta per invitare qualcuno. Già, invitare, perché chi sarebbe venuto spontaneamente a Rovigo?! A tutt’oggi, luglio 2013, avrò ricevuto forse 10-15 richieste dirette, e principalmente perché abito vicino a Venezia. Gli ospiti che si trovano nella mia situazione solitamente devono andare a cercare i viaggiatori in cerca di alloggio e invitarli a casa propria. Un onere in più per chi ospita, ma che comunque vale la pena compiere.

Così pensavo quando ho invitato Junmo, un ragazzo sudcoreano dal profilo abbastanza interessante, dove era scritto che parlava inglese e francese.

Junmo ha accettato il mio invito e gli ho dato appuntamento in Piazza Vittorio Emanuele II intorno alle quattro di pomeriggio. Appena ho cominciato a fargli qualche domanda e a ricevere risposte sempre più monosillabiche, ho capito che ogni mia minima aspettativa sarebbe stata disattesa. Inglese avanzato e francese intermedio? "Ma mi FACCI il piacere!" (v. note) direbbe il mitico ragionier Fantozzi. Non solo non parlava nessuna di queste lingue a un livello accettabile, ma sembrava persino incapace di capire quello che gli dicevo.

L’ho portato a casa nostra e gli ho mostrato il mio studio, che funge anche da stanza degli ospiti. Appena ha visto lo schermo SAMSUNG, gli si è illuminato lo sguardo. Ho provato a chiedergli quali piani avesse per i giorni seguenti, ma sono riuscito solo a capire che voleva vedere "the big place" (piazza San Marco a Venezia? Ma, in inglese, "piazza" si dice "square"...) e che un’altra cosa che voleva... ehm... "cosare" (v. nota) era "picia" (v. nota). Così, ho rinunciato e gli ho acceso il computer. È rimasto su Skype per più di un’ora!

Quella sera ha cenato da noi (all’inizio mia mamma cucinava quasi sempre per gli ospiti, adesso quasi mai) e non si può dire che non abbia gradito, nonostante abbia ingoiato tutto in religioso silenzio, rispondendo a monosillabi ai tentativi di mia mamma di fare un po' di conversazione.

Il giorno dopo doveva andare a Venezia. È venuto a fare colazione all’ora giusta, poi gli abbiamo detto che potevamo dargli un passaggio in stazione alle otto e mezza. Alle otto e venticinque lo abbiamo trovato di nuovo a letto! Gli ho detto che ormai era tardi per il treno delle nove, ma non ha voluto sentir ragioni. Ha fatto una doccia lampo (che ha lasciato emergere due magnifici orecchini neri) ed è salito in macchina. Quando è sceso, alla stazione, abbiamo visto che non aveva neanche infilato i calcagni nelle scarpe!

Un tipo strano, si direbbe. Beh, cari miei, molto di più! Quella sera è tornato giusto in tempo per la cena, al termine della quale lo abbiamo accompagnato al mio studio. Mia mamma gli ha chiesto, nel suo "broken English" (ma almeno lei sa farsi capire! ): "Tomorrow, Venice?" e lui, placidamente e con un sorriso un po' ebete sulla faccia, ha annuito: "Picia!"

Da allora, Junmo sarebbe stato per sempre "Picia".

Gli ho augurato la buona notte, ma poco dopo è suonato il campanello. Era lui che voleva che gli accendessi il computer! Uffa!

Finita qui? Manco per sogno! Verso le dieci di sera, mio papà sente un rumore di chiavi e viene a dirlo a me e a mia mamma, che subito si allarma, immaginando che possa essere un ladro.

Scendiamo tutti verso l’ingresso e mia mamma vede una sagoma rientrare dal giardino. Era Junmo! Aveva trovato le chiavi e aperto il portone d’entrata senza chiedere il permesso! Mia mamma non ci ha visto più dalla rabbia, soprattutto dopo che lui ha motivato il gesto con un chiarissimo "Smoking!" e lo ha sgridato con veemenza (sempre nel suo inglese accademico...)

Insomma, la mattina dopo, Junmo ha dovuto fare le valigie. Si è scusato dicendo "Spero non pensiate che abbia fumato marijuana" e mi ha dato in regalo una scatola per preparare una pietanza coreana. Ovviamente non ho capito la ricetta che mi ha spiegato a voce, e sulla scatola le spiegazioni erano solo in coreano. Provate a indovinare che fine ha fatto!

Ecco tutto. Junmo è entrato nella nostra storia di Couchsurfing come il peggior inizio che potessimo immaginare. Per fortuna i miei genitori hanno accettato di voltare pagina, e i capitoli successivi sono stati quasi tutti di piacevole lettura!


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