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Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi, Parte 17

In questa atmosfera numinosa passavo le mie ore, protetto dagli angioli la notte, e dalla sapienza stregonesca di Giulia durante il giorno. Curavo i malati, dipingevo, leggevo, scrivevo, in quella solitudine abitata dagli spiriti e dagli animali. Riuscivo a tenermi lontano, il più possibile, dagli intrighi e dalle passioni dei signori, restando in casa quasi tutto il giorno. Ma li incontravo sempre la mattina, quando dovevo andare in municipio per la firma, e passavo sotto il balcone della scuola, dove don Luigino fumava con le bacchette in mano e dopo colazione, quando andavo a prendere il caffè dal dottor Milillo, e soprattutto la sera, alla riunione generale per l'arrivo della posta e dei giornali. Anche il mese di ottobre, con i suoi giorni uguali, era passato: eran venuti i primi freddi, e le piogge: ma il paesaggio non era rinverdito, ed era rimasto identico, nel suo squallore bianco-giallastro. Uscivo spesso, nelle belle giornate, a dipingere: ma lavoravo soprattutto in casa, nello studio o sulla terrazza. Dipingevo molte nature morte, e facevo spesso posare i ragazzi, che avevano preso l'abitudine di venirmi a trovare, e mi giravano tutto il giorno per casa. Avrei voluto dipingere anche ritratti dei contadini: ma gli uomini avevano da fare nei campi, e le donne se ne schermivano, per quanto lusingate dalle mie richieste. Anche la Giulia, se le chiedevo di posare, non aveva mai tempo: capii che c'era qualche oscura ragione che la impediva. La Giulia mi considerava il suo padrone, e non avrebbe detto di no a nessuna mia domanda; anzi, spesso, con estrema naturalezza, prendeva l'iniziativa di servigi che non avrei mai pensato a richiederle. Avevo fatto venire da Bari una bigoncia di ferro smaltato per farci il bagno; e la mattina la portavo nella mia camera da letto per lavarmici, chiudendo la porta della cucina, dove la donna col suo bambino stava in faccende. La cosa pareva molto strana alla Giulia che un mattino aprì la porta, e senza mostrare di scandalizzarsi della mia nudità, mi chiese come mi fosse possibile fare il bagno senza che nessuno mi insaponasse la schiena, e mi aiutasse ad asciugarmi. Non so se fosse stata abituata dal prete a questo servigio, o se fosse un'antica tradizione, venuta dai tempi omerici, quando le donne lavavano e ungevano d'olio i guerrieri; ma certo, da allora, non potei evitare che la mia schiena fosse insaponata e massaggiata dalle sue dita ruvide e robuste. La strega si stupiva anche che io non le chiedessi di fare all'amore. - Sei ben fatto, - mi diceva, - non ti manca nulla -. Ma non insisteva, né diceva niente di più, abituata, in questo, a una animalesca passività, e rispettava la mia freddezza, che doveva certamente avere le sue ragioni misteriose. Si limitava, tutt'al più, a lodare le mie bellezze: - Quanto sei bello, - diceva, - quanto sei bello grasso -. L'essere grasso qui il primo segno della bellezza, come nei paesi d'oriente; forse perché per raggiungere la grassezza, impossibile ai contadini denutriti, è necessario essere signori e potenti. La Giulia dunque era disposta per me a qualunque servigio, e tuttavia, quando le chiedevo di posare, che le avrei fatto il ritratto, si rifiutava come di cosa impossibile. Capii allora che la sua ripugnanza aveva una ragione magica, ed essa stessa me lo confermò. Un ritratto sottrae qualcosa alla persona ritrattata, un'immagine: e, per questa sottrazione, il pittore acquista un potere assoluto su chi ha posato per lui. Ė questa la ragione inconsapevole per cui molta gente ripugna anche dal farsi fotografare. La Santarcangelese, che viveva addirittura nel mondo della magia, aveva paura della mia pittura: e non tanto perché io potessi adoperare la sua figura dipinta, come una statua di cera, per qualche malvagia stregoneria ai suoi danni, quanto proprio per l'influsso e la potenza che io avrei esercitato cavando da lei un'immagine, come lo esercitavo certamente su persone e cose e alberi e paesi, con le pitture che andavo facendo ogni giorno. Io capii anche che, per vincere questo suo timore magico, avrei dovuto adoperare una magia più forte della paura; e questa non poteva essere che una potenza diretta e superiore, la violenza. La minacciai dunque di batterla, e ne feci l'atto, e forse anche qualcosa di più dell'atto: le braccia della Giulia, del resto, non erano certamente meno robuste delle mie. Appena vide e senti le mie mani alzate, il viso della Giulia si copri di uno sfavillio di beatitudine e si aperse ad un sorriso felice a mostrare i suoi denti di lupo. Come prevedevo, nulla era più desiderabile per lei che di essere dominata da una forza assoluta. Divenuta a un tratto docile come un agnello, la Giulia posò con pazienza, e di fronte agli argomenti indiscutibili della potenza, dimenticò i ben giustificati e naturali timori. Così potei dipingerla, col suo scialle nero che le incorniciava l'antico viso giallo di serpente. La dipinsi anche, in un grande quadro, sdraiata, con il suo bambino in braccio; se c'è un modo di essere materno, dove non traspare nessun sentimentalismo, questo era il suo: un attaccamento fisico e terrestre, una compassione amara e rassegnata; era come una montagna battuta dal vento e solcata dalle acque, da cui sorgesse una collinetta più verde e gentile. Il bambino di Giulia era rotondo, grassoccio, di temperamento dolce e bonaccione: parlava ancora poco, e io capivo pochissimo quello che diceva, quando trotterellava per le mie stanze inseguendo Barone. Con Barone spartiva i fichi secchi, le fette di pane e i dolci che gli regalavo: Nino si rizzava in punta di piedi e alzava la mano il più alto possibile, serrando fra le dita il suo bene, perché il cane non ci arrivasse: ma quello era più grande di lui, e giocando e saltando allegro, e attento a non fargli male, gli rubava i fichi di mano. Quando Barone si sdraiava in terra, il Nino gli si coricava addosso, e giocavano assieme: poi il bambino si addormentava, stanco di giochi, e il cane restava immobile sotto di lui, come un cuscino, e non osava neppure tirare il fiato per non svegliarlo. Così rimanevano per delle ore sul pavimento della cucina. Malgrado le occupazioni e il lavoro, i giorni passavano nella più squallida monotonia, in quel mondo di morte, senza tempo, né amore, né libertà. Una sola presenza reale sarebbe stata per me mille volte più viva che le infinite pullulanti presenze degli spiriti incorporei, che rendono piú greve la solitudine, ti guardano e ti seguono. La continua magia degli animali e delle cose pesa sul cuore come un funebre incanto. E non ti si presentano, per liberartene, che altri modi di magia. La Giulia m'insegnava i suoi filtri, e gli incantesimi d'amore. Ma che cosa è piú contrario all'amore, espansione di libertà, che la magia, espressione di potenza? C'erano delle formule per incatenare i cuori delle persone presenti, altre per legare i lontani. Una, che Giulia assicurava particolarmente efficace, serviva per le persone al di là dei monti e dei mari, lontano di qui, e le trascinava, perché, abbandonando ogni altra cosa, tornassero, spinte da amore, e venissero al richiamo. Era una poesia, dove i versi espressivi si alternavano a quelli assurdamente stregoneschi, secondo le regole magiche. Diceva

Stella, da lontano te vuardo e dà vicino te saluto 'N faccia te vado e 'n vocca te sputo.
Stella, non face che ha da murí
Face che ha da turnà

E con me ha da restà.

Bisogna pronunziarla stando sull'uscio di casa, la notte, e guardando una stella, che è quella a cui ci si rivolge. L'ho provata, qualche volta, ma non mi è servita. Stavo appoggiato alla porta, con Barone ai miei piedi, e guardavo il cielo. Ottobre era passato, e nell'aria nera brillavano le mie stelle natali, le fredde stelle lucenti del Sagittario.



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In questa atmosfera numinosa passavo le mie ore, protetto dagli angioli la notte, e dalla sapienza stregonesca di Giulia durante il giorno. Curavo i malati, dipingevo, leggevo, scrivevo, in quella solitudine abitata dagli spiriti e dagli animali. Riuscivo a tenermi lontano, il più possibile, dagli intrighi e dalle passioni dei signori, restando in casa quasi tutto il giorno. Ma li incontravo sempre la mattina, quando dovevo andare in municipio per la firma, e passavo sotto il balcone della scuola, dove don Luigino fumava con le bacchette in mano e dopo colazione, quando andavo a prendere il caffè dal dottor Milillo, e soprattutto la sera, alla riunione generale per l'arrivo della posta e dei giornali. Anche il mese di ottobre, con i suoi giorni uguali, era passato: eran venuti i primi freddi, e le piogge: ma il paesaggio non era rinverdito, ed era rimasto identico, nel suo squallore bianco-giallastro. Uscivo spesso, nelle belle giornate, a dipingere: ma lavoravo soprattutto in casa, nello studio o sulla terrazza. Dipingevo molte nature morte, e facevo spesso posare i ragazzi, che avevano preso l'abitudine di venirmi a trovare, e mi giravano tutto il giorno per casa. Avrei voluto dipingere anche ritratti dei contadini: ma gli uomini avevano da fare nei campi, e le donne se ne schermivano, per quanto lusingate dalle mie richieste. Anche la Giulia, se le chiedevo di posare, non aveva mai tempo: capii che c'era qualche oscura ragione che la impediva. La Giulia mi considerava il suo padrone, e non avrebbe detto di no a nessuna mia domanda; anzi, spesso, con estrema naturalezza, prendeva l'iniziativa di servigi che non avrei mai pensato a richiederle. Avevo fatto venire da Bari una bigoncia di ferro smaltato per farci il bagno; e la mattina la portavo nella mia camera da letto per lavarmici, chiudendo la porta della cucina, dove la donna col suo bambino stava in faccende. La cosa pareva molto strana alla Giulia che un mattino aprì la porta, e senza mostrare di scandalizzarsi della mia nudità, mi chiese come mi fosse possibile fare il bagno senza che nessuno mi insaponasse la schiena, e mi aiutasse ad asciugarmi. Non so se fosse stata abituata dal prete a questo servigio, o se fosse un'antica tradizione, venuta dai tempi omerici, quando le donne lavavano e ungevano d'olio i guerrieri; ma certo, da allora, non potei evitare che la mia schiena fosse insaponata e massaggiata dalle sue dita ruvide e robuste. La strega si stupiva anche che io non le chiedessi di fare all'amore. - Sei ben fatto, - mi diceva, - non ti manca nulla -. Ma non insisteva, né diceva niente di più, abituata, in questo, a una animalesca passività, e rispettava la mia freddezza, che doveva certamente avere le sue ragioni misteriose. Si limitava, tutt'al più, a lodare le mie bellezze: - Quanto sei bello, - diceva, - quanto sei bello grasso -. L'essere grasso qui il primo segno della bellezza, come nei paesi d'oriente; forse perché per raggiungere la grassezza, impossibile ai contadini denutriti, è necessario essere signori e potenti. La Giulia dunque era disposta per me a qualunque servigio, e tuttavia, quando le chiedevo di posare, che le avrei fatto il ritratto, si rifiutava come di cosa impossibile. Capii allora che la sua ripugnanza aveva una ragione magica, ed essa stessa me lo confermò. Un ritratto sottrae qualcosa alla persona ritrattata, un'immagine: e, per questa sottrazione, il pittore acquista un potere assoluto su chi ha posato per lui. Ė questa la ragione inconsapevole per cui molta gente ripugna anche dal farsi fotografare. La Santarcangelese, che viveva addirittura nel mondo della magia, aveva paura della mia pittura: e non tanto perché io potessi adoperare la sua figura dipinta, come una statua di cera, per qualche malvagia stregoneria ai suoi danni, quanto proprio per l'influsso e la potenza che io avrei esercitato cavando da lei un'immagine, come lo esercitavo certamente su persone e cose e alberi e paesi, con le pitture che andavo facendo ogni giorno. Io capii anche che, per vincere questo suo timore magico, avrei dovuto adoperare una magia più forte della paura; e questa non poteva essere che una potenza diretta e superiore, la violenza. La minacciai dunque di batterla, e ne feci l'atto, e forse anche qualcosa di più dell'atto: le braccia della Giulia, del resto, non erano certamente meno robuste delle mie. Appena vide e senti le mie mani alzate, il viso della Giulia si copri di uno sfavillio di beatitudine e si aperse ad un sorriso felice a mostrare i suoi denti di lupo. Come prevedevo, nulla era più desiderabile per lei che di essere dominata da una forza assoluta. Divenuta a un tratto docile come un agnello, la Giulia posò con pazienza, e di fronte agli argomenti indiscutibili della potenza, dimenticò i ben giustificati e naturali timori. Così potei dipingerla, col suo scialle nero che le incorniciava l'antico viso giallo di serpente. La dipinsi anche, in un grande quadro, sdraiata, con il suo bambino in braccio; se c'è un modo di essere materno, dove non traspare nessun sentimentalismo, questo era il suo: un attaccamento fisico e terrestre, una compassione amara e rassegnata; era come una montagna battuta dal vento e solcata dalle acque, da cui sorgesse una collinetta più verde e gentile. Il bambino di Giulia era rotondo, grassoccio, di temperamento dolce e bonaccione: parlava ancora poco, e io capivo pochissimo quello che diceva, quando trotterellava per le mie stanze inseguendo Barone. Con Barone spartiva i fichi secchi, le fette di pane e i dolci che gli regalavo: Nino si rizzava in punta di piedi e alzava la mano il più alto possibile, serrando fra le dita il suo bene, perché il cane non ci arrivasse: ma quello era più grande di lui, e giocando e saltando allegro, e attento a non fargli male, gli rubava i fichi di mano. Quando Barone si sdraiava in terra, il Nino gli si coricava addosso, e giocavano assieme: poi il bambino si addormentava, stanco di giochi, e il cane restava immobile sotto di lui, come un cuscino, e non osava neppure tirare il fiato per non svegliarlo. Così rimanevano per delle ore sul pavimento della cucina. Malgrado le occupazioni e il lavoro, i giorni passavano nella più squallida monotonia, in quel mondo di morte, senza tempo, né amore, né libertà. Una sola presenza reale sarebbe stata per me mille volte più viva che le infinite pullulanti presenze degli spiriti incorporei, che rendono piú greve la solitudine, ti guardano e ti seguono. La continua magia degli animali e delle cose pesa sul cuore come un funebre incanto. E non ti si presentano, per liberartene, che altri modi di magia. La Giulia m'insegnava i suoi filtri, e gli incantesimi d'amore. Ma che cosa è piú contrario all'amore, espansione di libertà, che la magia, espressione di potenza? C'erano delle formule per incatenare i cuori delle persone presenti, altre per legare i lontani. Una, che Giulia assicurava particolarmente efficace, serviva per le persone al di là dei monti e dei mari, lontano di qui, e le trascinava, perché, abbandonando ogni altra cosa, tornassero, spinte da amore, e venissero al richiamo. Era una poesia, dove i versi espressivi si alternavano a quelli assurdamente stregoneschi, secondo le regole magiche. Diceva

Stella, da lontano te vuardo e dà vicino te saluto 'N faccia te vado e 'n vocca te sputo.
Stella, non face che ha da murí
Face che ha da turnà

E con me ha da restà.

Bisogna pronunziarla stando sull'uscio di casa, la notte, e guardando una stella, che è quella a cui ci si rivolge. L'ho provata, qualche volta, ma non mi è servita. Stavo appoggiato alla porta, con Barone ai miei piedi, e guardavo il cielo. Ottobre era passato, e nell'aria nera brillavano le mie stelle natali, le fredde stelle lucenti del Sagittario.


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