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jules-verne-viaggio-al-centro-della-terra-ita-libro, Part (6)

Capitolo 12. Partimmo con un tempo coperto ma stabile: non c’era da temere nessun calore affaticante, né piogge disastrose. Vero tempo da turisti. Il piacere di correre a cavallo attraverso un paese sconosciuto mi riconciliava con l’inizio dell’impresa. Ero tutto preso dalla felicità dell’escursionista, fatta di desideri e di libertà. Cominci Del resto, dicevo tra me e me, che cosa arrischio? Di viaggiare in un paese assai curioso, di scalare una montagna degna di nota e, nella peggiore ipotesi, di discendere in fondo a un cratere spento. E' evidente che quel Saknussemm non ha fatto altro. Quanto all’esistenza di una galleria che metta capo al centro del globo, è cosa impossibile, pura immaginazione. Dunque, prendiamo di questa spedizione quanto vi è di buono da prendere, e senza discutere. Avevo appena finito questo ragionamento quando uscimmo da Reykjavik. Hans camminava in testa, con passo rapido, uguale e continuo. Seguivano i due cavalli con i bagagli, senza che fosse necessario guidarli. Ultimi, mio zio e io, che in verità non facevamo brutta figura sulle nostre bestie piccole ma vigorose. L’Islanda è una delle più grandi isole d’Europa: ha una superficie di oltre centomila chilometri quadrati e non contava allora che sessantamila abitanti. I geografi la dividevano in quattro zone, e noi dovevamo attraversare obliquamente quella che portava il nome di Quarto del Sud-ovest, Sudvestr Fjordungr. Lasciando Reykjavik, Hans aveva immediatamente seguito la riva del mare; attraversammo dei magri pascoli che si davano un gran da fare per essere verdi; ma restavano sempre gialli. Le cime rugose delle masse trachitiche, quella roccia vulcanica feldspatica, di struttura simile a granito o a porfido, costituita da sanidina, con mica, pirosseno, anfibolo, si disegnavano all’orizzonte tra le brume dell’Est; ogni tanto delle zone coperte di neve, concentrando la luce diffusa, splendevano sul versante delle cime lontane; alcune vette, ergendosi più arditamente, bucavano le grigie nubi e riapparivano al di sopra dei mobili vapori, simili a scogli emersi in pieno cielo. Spesso quelle catene di aride rocce facevano una punta verso il mare, mordendo i pascoli, ma restava sempre uno spazio sufficiente per passare. Del resto, i cavalli sceglievano d’istinto i passaggi favorevoli senza mai rallentare il passo. Mio zio non aveva neppure la consolazione di eccitare la cavalcatura con la voce e col frustino: non gli era permesso di essere impaziente. Da parte mia, non potevo fare a meno di sorridere vedendolo così grande sul suo cavallino, e siccome le lunghe gambe quasi toccavano terra, sembrava un centauro a sei piedi. Buona bestia! Buona bestia! diceva. Vedrai, Axel, che non c’è animale più intelligente del cavallo islandese: neve, tempeste, sentieri impraticabili, rocce, ghiacciai, niente lo ferma. E' coraggioso, sobrio e sicuro: mai un passo falso, mai una reazione. Se si presenta un fiume o un fiordo da attraversare, e certamente qualcuno se ne presenterà, lo vedrai entrare nell’acqua senza esitare, come un anfibio, raggiungere la riva opposta. Ma non bisogna trattarlo con autorità, bisogna lasciarlo fare: così faremo, I’uno sull’altro, le nostre dieci miglia al giorno. Noi sì, certo, risposi, ma la guida? Oh, la guida non mi dà pensiero. Sono uomini, quelli, che camminano senza accorgersene: si muovono così poco che non devono mai stancarsi. Del resto, occorrendo, gli cederò la mia cavalcatura. Se non mi muovessi un poco, sarei preso dai crampi. Le braccia vanno bene, ma bisogna pensare anche alle gambe. Frattanto avanzavamo rapidamente. Il paese era quasi deserto: qua e là una fattoria isolata, qualche boer, l’abitazione dei contadini islandesi, solitario, fatto di legno, di terra, di pezzi di lava, appariva come un mendicante sull’orlo d’un sentiero infossato. Quelle catapecchie mezze in rovina, pareva chiedessero la carità ai passanti, e si era quasi tentati di far loro l’elemosina. In quel paese mancavano le strade, anche i sentieri, e la vegetazione, per quanto fosse tarda a spuntare, faceva presto a cancellare il passo dei rari viaggiatori. Tuttavia quella parte della provincia, a due passi dalla capitale, contava fra le parti abitate e coltivate della Islanda. E com’erano allora le parti più deserte di quel deserto? Dopo aver percorso un mezzo miglio, non avevamo ancora visto né un colono sulla soglia della sua capanna, né un selvatico pastore che facesse pascolare un gregge meno selvatico di lui: solo alcune vacche e poche pecore abbandonate a se stesse. Com’erano allora le regioni sconvolte dai fenomeni eruttivi, nate dalle esplosioni vulcaniche e dalle convulsioni sotterranee? Eravamo destinati a conoscerle più tardi; ma, consultando la carta di Olsen, vidi che si poteva evitarle rasentando l’orlo sinuoso della riva; in realtà il grande movimento plutonico si era concentrato soprattutto nell’interno dell’isola; là gli strati orizzontali delle rocce sovrapposte, chiamati trapp in lingua scandinava, le fasce trachitiche, le eruzioni di basalto, di tufo e di tutti i conglomerati vulcanici, le colate di lava e di porfido in fusione, ne hanno fatto un paese di un orrore sovrannaturale. Allora io non sospettavo neppure lo spettacolo che ci aspettava nella penisola dello Sneffels, dove quei guasti di natura vulcanica formano un formidabile caos. Due ore dopo aver lasciato Reykjavik, arrivammo al borgo di Gufenes, chiamato aoalkirkja o chiesa principale. Non offriva niente di notevole, tranne alcune case, appena da formare un casale in Germania. Hans vi si fermò per una mezz’ora. Prese parte al nostro pasto frugale, rispose con un sì o con un no alle domande di mio zio sul genere della strada, e quando gli domandò dove pensasse di passare la notte, rispose soltanto: Gardar. Consultai la carta per sapere che cosa fosse Gardar e trovai una borgata di quel nome sulla riva del Hvalfjord, a quattro miglia da Reykjavik. La mostrai a mio zio. Quattro sole miglia! egli esclamò. Quattro miglia su ventidue! Ma questa è una vera passeggiata! Volle fare un’osservazione alla guida, che, senza rispondere, si rimise alla testa dei cavalli e riprese il cammino. Tre ore dopo, sempre calpestando l’erba scolorita dei pascoli, dovemmo aggirare il Hvalfjord, giro più facile e meno lungo della traversata di quel golfo; e non tardammo a entrare in un ping-staoer, luogo di giurisdizione comunale chiamato Ejulberg, il cui campanile avrebbe suonato le dodici, se le chiese islandesi fossero state abbastanza ricche da possedere un orologio; somigliavano invece ai loro parrocchiani, che non avevano un orologio, e ne facevano a meno. Là facemmo rinfrescare i cavalli; poi, prendendo per una riva racchiusa tra una catena di colline e il mare, arrivammo in una sola tirata all’aoalkirkja di Brantar, e un miglio più oltre a Saurboer Annexia, chiesa annessa, situata sulla riva meridionale del Hvalfjord. Erano le quattro di sera; avevamo percorso quattro miglia. In quel punto il fiordo era largo almeno mezzo miglio; le onde battevano rumorose sulle rocce acute; il golfo si apriva tra le muraglie di scogli, sorta di scarpata a picco alta non meno di mille metri e notevole per gli strati brunastri che separavano quelli di tufo d’una sfumatura rossastra. Qualunque fosse l’intelligenza dei nostri cavalli, io non vedevo bene la traversata d’un vero braccio di mare a dorso di un quadrupede. Se sono intelligenti, pensai, non tenteranno di passare. In ogni modo, m’incarico lo di essere intelligente per loro. Ma lo zio, che non voleva aspettare, diede di sprone verso la riva. La cavalcatura giunse a fiutare l’ultima ondulazione delle onde e si fermò; mio zio, che aveva anche lui il suo istinto, la spinse ancora. Nuovo rifiuto dell’animale, che scosse la testa. Allora da una parte imprecazioni, colpi di frustino, dall’altra lo scalciare della bestia, che cominciò col disarcionare il cavaliere; e infine il cavalluccio, piegando i garretti, si ritirò dalle gambe del professore e lo lasciò piantato diritto su due pietre della riva, come il colosso di Rodi. Maledetto animale! esclamò lo zio, trasformato a un tratto in pedone e vergognoso come un ufficiale di cavalleria passato fantaccino. Fdirja, disse la guida toccandogli la spalla. Come! un battello? Derj, rispose Hans indicando un battello. Sì, risposi a mia volta. C’è una chiatta. Bisognava dirlo, allora. Ebbene, andiamo. Tidvatten, riprese la guida. Che dice? Dice marea, tradusse per me lo zio dal danese. Bisogna dunque aspettare la marea? Forbida? chiese mio zio. Ja, rispose Hans. Mio zio batté il piede, mentre i cavalli si dirigevano verso la chiatta. Io capii perfettamente la necessità di aspettare, per intraprendere la traversata del fiordo, un certo momento della marea, quando il mare, arrivato alla massima altezza, fosse in fase di stanca. Allora il flusso e il riflusso non avevano una azione sensibile, e il traghetto non arrischiava di essere trascinato, né addentro nel golfo, né in pieno oceano. Il momento favorevole arrivò solo alle sei di sera. Mio zio, io, la guida, i due traghettatori e i quattro cavalli avevamo preso posto in una specie di barca piatta, d’aspetto abbastanza fragile. Abituato com’ero ai traghetti a vapore dell’Elba, considerai i remi dei battellieri un meschino congegno meccanico. Ci volle più di un’ora per attraversare il fiordo, ma finalmente il passaggio avvenne senza alcun incidente. Mezz’ora dopo, raggiungevamo l’aoalkirkja di Gardar. Capitolo 13. Avrebbe dovuto far notte, ma al sessantacinquesimo parallelo il calore diurno delle regioni polari non poteva stupirmi: in Islanda, durante i mesi di giugno e luglio, il sole non tramonta mai. Però la temperatura si era abbassata: avevo freddo e soprattutto fame. Fu dunque benvenuto il boer che si aprì ospitalmente per accoglierci. Era la casa di un contadino, ma in fatto di ospitalità valeva quella di un re. Al nostro arrivo, il padrone si presentò a stringerci la mano, e senz’altra cerimonia ci fece segno di seguirlo. Seguirlo infatti, poiché accompagnarlo sarebbe stato impossibile. Un passaggio lungo, stretto, oscuro, dava a risentiva fortemente. Avevamo appena messo giù il nostro armamentario di viaggiatori, quando la voce dell’ospite c’invitò a passare nella cucina, il solo ambiente in cui si accendeva il fuoco, anche coi più grandi freddi. Lo zio si affrettò a obbedire a quell’amichevole ingiunzione, e io lo seguii. Il camino della cucina, la quale serviva anche da sala da pranzo, era di modello antico: in mezzo alla stanza, il focolare formato da una sola pietra, e nel tetto un buco dal quale sfuggiva il fumo. Al nostro ingresso l’ospite, come se ci vedesse per la prima volta, ci salutò con la parola saellvertu, che significa siate felici, e ci baciò sulla guancia. Dopo di lui, la moglie pronunciò la stessa parola, accompagnata dallo stesso cerimoniale; poi i due sposi s’inchinarono profondamente, mettendo una mano sul cuore. Mi affretto a dire che l’islandese era madre di diciannove figli, tutti, grandi e piccini, formicolanti alla rinfusa in mezzo alle volute di fumo, di cui il focolare riempiva la camera. Ogni tanto vedevo una testina bionda e un po' malinconica uscire da quella nebbia. Si sarebbe detta una ghirlanda d’angeli con le facce non ben lavate. Sia io che mio zio facemmo buona accoglienza a quella covata, e tre o quattro di quei marmocchi non tardarono a montarci sulle spalle, altrettanti sulle ginocchia, e il resto si collocò tra le gambe. Quelli che parlavano ripetevano saellvertu in tutti i toni immaginabili; quelli che non parlavano gridavano anche più forte. Quel concerto fu interrotto dall’annuncio del pasto. In quel momento entrò il cacciatore, che aveva provveduto al nutrimento dei cavalli, vale a dire che li aveva lasciati economicamente in libertà sui prati, dove le povere bestie dovevano contentarsi di brucare il raro musco delle rocce e qualche fuco poco nutriente, non mancando poi l’indomani di presentarsi da sé a riprendere il lavoro del giorno prima. Saellvertu, fece Hans entrando. E tranquillamente, automaticamente, senza che un bacio fosse più accentuato dell’altro, baciò l’ospite, la moglie e i loro diciannove rampolli. Terminata la cerimonia, ci mettemmo a tavola in numero di ventiquattro, per conseguenza gli uni sugli altri nel vero senso della parola: i più fortunati avevano due soli marmocchi sulle ginocchia. All’arrivo della zuppa, in quel mondo si fece il silenzio, e la scarsa facondia, naturale anche nei bambini islandesi, riprese il suo impero. L’ospite ci servì una zuppa di lichene tutt’altro che spiacevole, poi un’enorme porzione di pesce secco, nuotante nel burro inacidito da venti anni, e quindi, secondo le idee gastronomiche islandesi, preferibile al burro fresco. Insieme, lo skyr, specie di latte cagliato, accompagnato da biscotto e condito con succo di bacche di ginepro. Infine, per bevanda, del siero misto ad acqua, chiamato nel paese blanda. Non potei giudicare se quello strano nutrimento fosse buono o no: avevo fame, e, al dolce, inghiottii fino all’ultimo boccone una specie di polenta di grano saraceno. Terminato il pasto, i ragazzi scomparvero e i grandi circondarono il focolare, in cui bruciavano insieme torba, erica, sterco di bue e ossi di pesce secco. E dopo quella presa di calore, i vari gruppi tornarono nelle rispettive camere. La padrona di casa ci offrì di toglierci, secondo l’uso, le calze e i pantaloni; ma, a un grazioso rifiuto da parte nostra, non insisté, e finalmente potei rannicchiarmi nella mia cuccia di foraggio. L’indomani alle cinque, demmo il nostro addio al contadino islandese. Mio zio stentò molto a fargli accettare una conveniente remunerazione, e alla fine Hans diede il segnale della partenza. A cento passi da Gardar, il terreno cominciò a cambiare aspetto: il suolo divenne acquitrinoso e meno favorevole al cammino. Sulla destra, la fila delle montagne si prolungava indefinitivamente come un immenso sistema di fortificazioni naturali, di cui seguivamo la controscarpa: spesso si presentava un ruscello che bisognava passare necessariamente a guado cercando di non far bagnare troppo i bagagli. Il deserto diventava sempre più profondo; qualche volta però un’ombra umana pareva fuggisse lontano. Se una svolta della strada ci avvicinava d’improvviso a uno di quegli spettri, io provavo un istantaneo disgusto alla vista di una testa gonfia, dalla pelle lucente sprovvista di capelli, e a quella di piaghe ripugnanti rivelate dagli strappi di miserabili cenci. Quella disgraziata creatura non si avvicinava a stendere la mano deformata; fuggiva anzi, ma non tanto presto che Hans non potesse salutarla col solito saellvertu. Spetelsk, diceva. Lebbroso, traduceva mio zio. E quella sola parola bastava a produrre un effetto ripulsivo. Quell’orribile male è abbastanza comune in Islanda: non è contagioso, ma ereditario; quindi a quei miserabili è vietato il matrimonio. Quelle apparizioni non erano tali da rallegrare il paesaggio, che andava diventando profondamente triste: gli ultimi ciuffi d’erba morivano sotto i nostri piedi. Non un albero, se non qualche gruppo di betulle nane che sembravano sterpaglie. Non un animale, se non qualche cavallo, di quelli che il padrone non poteva nutrire e che vagavano sulle desolate pianure. Talvolta un falco si librava tra le grigie nubi e poi fuggiva sbattendo rapidamente le ali verso le contrade del Sud. Io mi lasciavo prendere dalla malinconia di quella natura selvatica, e i ricordi mi riportavano al paese natio. Dovemmo attraversare ben presto parecchi piccoli fiordi senza importanza, e infine un vero golfo. La marea, in quel momento ferma, ci permise di passare subito e di raggiungere, un miglio più in là, il villaggio di Alftanes. La sera, dopo aver passato a guado l’Alfa e l’Heta, due fiumi ricchi di trote e di lucci, fummo obbligati a trascorrere la notte in una catapecchia abbandonata, degna d’essere frequentata da tutti i folletti della mitologia scandinava. Sicuramente il genio del freddo vi aveva eletto il suo domicilio, e ne fece delle sue per tutta la notte. Il giorno seguente non presentò nessun particolare incidente. Sempre lo stesso terreno acquitrinoso, la stessa uniformità, sempre l’uguale triste aspetto. La sera, avevamo superata metà della distanza da percorrere, e dormivamo all’annexia di Krosolbt. Il 19 giugno, un terreno di lava si stese sotto i nostri piedi per circa un miglio. Quella disposizione del suolo era chiamata nel paese hraun; la lava, alla quale si mescola in realtà anche una parte di asfalto bituminoso, rugosa alla superficie, assumeva forme di gomene ora allungate, ora arrotolate su se stesse; un’immensa colata scendeva dalle montagne vicine, vulcani attualmente spenti, ma di cui quegli avanzi dimostravano la passata violenza. Però qua e là serpeggiavano ancora alcune fumate di sorgenti calde. Ci mancava il tempo per osservare quei fenomeni; bisognava andare avanti. Presto il suolo acquitrinoso ricomparve sotto il piede delle cavalcature, interrotto qua e là da piccoli laghi. La nostra direzione era allora verso Ovest: avevamo infatti aggirata la grande baia di Faxa, e la doppia cima bianca dello Sneffels si ergeva tra le nubi a meno di cinque miglia. I cavalli camminavano bene: le difficoltà del terreno non li fermavano. Per conto mio, cominciavo a sentirmi molto stanco, mentre mio zio era sempre sereno e arzillo come il primo giorno. Non potevo fare a meno di ammirare tanto lui quanto il cacciatore, che considerava quella spedizione una semplice passeggiata. Il sabato 20 giugno, alle sei di sera, raggiungemmo Budir, borgata sulla riva del mare, e la guida domandò la paga convenuta, che mio zio gli diede subito. La famiglia stessa di Hans, vale a dire i suoi zii e i suoi cugini, ci offrì l’ospitalità. Fummo bene accolti, e io, pur senza abusare della bontà di quella brava gente, mi sarei volentieri rifatto in casa loro delle fatiche del viaggio. Ma mio zio, che non aveva da rifarsi di nulla, non l’intendeva così, e l’indomani dovemmo inforcare di nuovo le nostre brave bestie. Il suolo risentiva della vicinanza della montagna, le cui radici di granito spuntavano da terra come quelle d’una vecchia quercia. Aggiravamo l’immensa base del vulcano. Il professore non lo lasciava con gli occhi, gesticolava, pareva dicesse in tono di sfida: Ecco il gigante che io sono venuto a domare! Finalmente, dopo quattro ore di cammino, i cavalli si fermarono da sé alla porta del presbiterio di Stapi.



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Capitolo 12. Partimmo con un tempo coperto ma stabile: non c’era da temere nessun calore affaticante, né piogge disastrose. Vero tempo da turisti. Il piacere di correre a cavallo attraverso un paese sconosciuto mi riconciliava con l’inizio dell’impresa. Ero tutto preso dalla felicità dell’escursionista, fatta di desideri e di libertà. Cominci Del resto, dicevo tra me e me, che cosa arrischio? Di viaggiare in un paese assai curioso, di scalare una montagna degna di nota e, nella peggiore ipotesi, di discendere in fondo a un cratere spento. E' evidente che quel Saknussemm non ha fatto altro. Quanto all’esistenza di una galleria che metta capo al centro del globo, è cosa impossibile, pura immaginazione. Dunque, prendiamo di questa spedizione quanto vi è di buono da prendere, e senza discutere. Avevo appena finito questo ragionamento quando uscimmo da Reykjavik. Hans camminava in testa, con passo rapido, uguale e continuo. Seguivano i due cavalli con i bagagli, senza che fosse necessario guidarli. Ultimi, mio zio e io, che in verità non facevamo brutta figura sulle nostre bestie piccole ma vigorose. L’Islanda è una delle più grandi isole d’Europa: ha una superficie di oltre centomila chilometri quadrati e non contava allora che sessantamila abitanti. I geografi la dividevano in quattro zone, e noi dovevamo attraversare obliquamente quella che portava il nome di Quarto del Sud-ovest, Sudvestr Fjordungr. Lasciando Reykjavik, Hans aveva immediatamente seguito la riva del mare; attraversammo dei magri pascoli che si davano un gran da fare per essere verdi; ma restavano sempre gialli. Le cime rugose delle masse trachitiche, quella roccia vulcanica feldspatica, di struttura simile a granito o a porfido, costituita da sanidina, con mica, pirosseno, anfibolo, si disegnavano all’orizzonte tra le brume dell’Est; ogni tanto delle zone coperte di neve, concentrando la luce diffusa, splendevano sul versante delle cime lontane; alcune vette, ergendosi più arditamente, bucavano le grigie nubi e riapparivano al di sopra dei mobili vapori, simili a scogli emersi in pieno cielo. Spesso quelle catene di aride rocce facevano una punta verso il mare, mordendo i pascoli, ma restava sempre uno spazio sufficiente per passare. Del resto, i cavalli sceglievano d’istinto i passaggi favorevoli senza mai rallentare il passo. Mio zio non aveva neppure la consolazione di eccitare la cavalcatura con la voce e col frustino: non gli era permesso di essere impaziente. Da parte mia, non potevo fare a meno di sorridere vedendolo così grande sul suo cavallino, e siccome le lunghe gambe quasi toccavano terra, sembrava un centauro a sei piedi. Buona bestia! Buona bestia! diceva. Vedrai, Axel, che non c’è animale più intelligente del cavallo islandese: neve, tempeste, sentieri impraticabili, rocce, ghiacciai, niente lo ferma. E' coraggioso, sobrio e sicuro: mai un passo falso, mai una reazione. Se si presenta un fiume o un fiordo da attraversare, e certamente qualcuno se ne presenterà, lo vedrai entrare nell’acqua senza esitare, come un anfibio, raggiungere la riva opposta. Ma non bisogna trattarlo con autorità, bisogna lasciarlo fare: così faremo, I’uno sull’altro, le nostre dieci miglia al giorno. Noi sì, certo, risposi, ma la guida? Oh, la guida non mi dà pensiero. Sono uomini, quelli, che camminano senza accorgersene: si muovono così poco che non devono mai stancarsi. Del resto, occorrendo, gli cederò la mia cavalcatura. Se non mi muovessi un poco, sarei preso dai crampi. Le braccia vanno bene, ma bisogna pensare anche alle gambe. Frattanto avanzavamo rapidamente. Il paese era quasi deserto: qua e là una fattoria isolata, qualche boer, l’abitazione dei contadini islandesi, solitario, fatto di legno, di terra, di pezzi di lava, appariva come un mendicante sull’orlo d’un sentiero infossato. Quelle catapecchie mezze in rovina, pareva chiedessero la carità ai passanti, e si era quasi tentati di far loro l’elemosina. In quel paese mancavano le strade, anche i sentieri, e la vegetazione, per quanto fosse tarda a spuntare, faceva presto a cancellare il passo dei rari viaggiatori. Tuttavia quella parte della provincia, a due passi dalla capitale, contava fra le parti abitate e coltivate della Islanda. E com’erano allora le parti più deserte di quel deserto? Dopo aver percorso un mezzo miglio, non avevamo ancora visto né un colono sulla soglia della sua capanna, né un selvatico pastore che facesse pascolare un gregge meno selvatico di lui: solo alcune vacche e poche pecore abbandonate a se stesse. Com’erano allora le regioni sconvolte dai fenomeni eruttivi, nate dalle esplosioni vulcaniche e dalle convulsioni sotterranee? Eravamo destinati a conoscerle più tardi; ma, consultando la carta di Olsen, vidi che si poteva evitarle rasentando l’orlo sinuoso della riva; in realtà il grande movimento plutonico si era concentrato soprattutto nell’interno dell’isola; là gli strati orizzontali delle rocce sovrapposte, chiamati trapp in lingua scandinava, le fasce trachitiche, le eruzioni di basalto, di tufo e di tutti i conglomerati vulcanici, le colate di lava e di porfido in fusione, ne hanno fatto un paese di un orrore sovrannaturale. Allora io non sospettavo neppure lo spettacolo che ci aspettava nella penisola dello Sneffels, dove quei guasti di natura vulcanica formano un formidabile caos. Due ore dopo aver lasciato Reykjavik, arrivammo al borgo di Gufenes, chiamato aoalkirkja o chiesa principale. Non offriva niente di notevole, tranne alcune case, appena da formare un casale in Germania. Hans vi si fermò per una mezz’ora. Prese parte al nostro pasto frugale, rispose con un sì o con un no alle domande di mio zio sul genere della strada, e quando gli domandò dove pensasse di passare la notte, rispose soltanto: Gardar. Consultai la carta per sapere che cosa fosse Gardar e trovai una borgata di quel nome sulla riva del Hvalfjord, a quattro miglia da Reykjavik. La mostrai a mio zio. Quattro sole miglia! egli esclamò. Quattro miglia su ventidue! Ma questa è una vera passeggiata! Volle fare un’osservazione alla guida, che, senza rispondere, si rimise alla testa dei cavalli e riprese il cammino. Tre ore dopo, sempre calpestando l’erba scolorita dei pascoli, dovemmo aggirare il Hvalfjord, giro più facile e meno lungo della traversata di quel golfo; e non tardammo a entrare in un ping-staoer, luogo di giurisdizione comunale chiamato Ejulberg, il cui campanile avrebbe suonato le dodici, se le chiese islandesi fossero state abbastanza ricche da possedere un orologio; somigliavano invece ai loro parrocchiani, che non avevano un orologio, e ne facevano a meno. Là facemmo rinfrescare i cavalli; poi, prendendo per una riva racchiusa tra una catena di colline e il mare, arrivammo in una sola tirata all’aoalkirkja di Brantar, e un miglio più oltre a Saurboer Annexia, chiesa annessa, situata sulla riva meridionale del Hvalfjord. Erano le quattro di sera; avevamo percorso quattro miglia. In quel punto il fiordo era largo almeno mezzo miglio; le onde battevano rumorose sulle rocce acute; il golfo si apriva tra le muraglie di scogli, sorta di scarpata a picco alta non meno di mille metri e notevole per gli strati brunastri che separavano quelli di tufo d’una sfumatura rossastra. Qualunque fosse l’intelligenza dei nostri cavalli, io non vedevo bene la traversata d’un vero braccio di mare a dorso di un quadrupede. Se sono intelligenti, pensai, non tenteranno di passare. In ogni modo, m’incarico lo di essere intelligente per loro. Ma lo zio, che non voleva aspettare, diede di sprone verso la riva. La cavalcatura giunse a fiutare l’ultima ondulazione delle onde e si fermò; mio zio, che aveva anche lui il suo istinto, la spinse ancora. Nuovo rifiuto dell’animale, che scosse la testa. Allora da una parte imprecazioni, colpi di frustino, dall’altra lo scalciare della bestia, che cominciò col disarcionare il cavaliere; e infine il cavalluccio, piegando i garretti, si ritirò dalle gambe del professore e lo lasciò piantato diritto su due pietre della riva, come il colosso di Rodi. Maledetto animale! esclamò lo zio, trasformato a un tratto in pedone e vergognoso come un ufficiale di cavalleria passato fantaccino. Fdirja, disse la guida toccandogli la spalla. Come! un battello? Derj, rispose Hans indicando un battello. Sì, risposi a mia volta. C’è una chiatta. Bisognava dirlo, allora. Ebbene, andiamo. Tidvatten, riprese la guida. Che dice? Dice marea, tradusse per me lo zio dal danese. Bisogna dunque aspettare la marea? Forbida? chiese mio zio. Ja, rispose Hans. Mio zio batté il piede, mentre i cavalli si dirigevano verso la chiatta. Io capii perfettamente la necessità di aspettare, per intraprendere la traversata del fiordo, un certo momento della marea, quando il mare, arrivato alla massima altezza, fosse in fase di stanca. Allora il flusso e il riflusso non avevano una azione sensibile, e il traghetto non arrischiava di essere trascinato, né addentro nel golfo, né in pieno oceano. Il momento favorevole arrivò solo alle sei di sera. Mio zio, io, la guida, i due traghettatori e i quattro cavalli avevamo preso posto in una specie di barca piatta, d’aspetto abbastanza fragile. Abituato com’ero ai traghetti a vapore dell’Elba, considerai i remi dei battellieri un meschino congegno meccanico. Ci volle più di un’ora per attraversare il fiordo, ma finalmente il passaggio avvenne senza alcun incidente. Mezz’ora dopo, raggiungevamo l’aoalkirkja di Gardar. Capitolo 13. Avrebbe dovuto far notte, ma al sessantacinquesimo parallelo il calore diurno delle regioni polari non poteva stupirmi: in Islanda, durante i mesi di giugno e luglio, il sole non tramonta mai. Però la temperatura si era abbassata: avevo freddo e soprattutto fame. Fu dunque benvenuto il boer che si aprì ospitalmente per accoglierci. Era la casa di un contadino, ma in fatto di ospitalità valeva quella di un re. Al nostro arrivo, il padrone si presentò a stringerci la mano, e senz’altra cerimonia ci fece segno di seguirlo. Seguirlo infatti, poiché accompagnarlo sarebbe stato impossibile. Un passaggio lungo, stretto, oscuro, dava a risentiva fortemente. Avevamo appena messo giù il nostro armamentario di viaggiatori, quando la voce dell’ospite c’invitò a passare nella cucina, il solo ambiente in cui si accendeva il fuoco, anche coi più grandi freddi. Lo zio si affrettò a obbedire a quell’amichevole ingiunzione, e io lo seguii. Il camino della cucina, la quale serviva anche da sala da pranzo, era di modello antico: in mezzo alla stanza, il focolare formato da una sola pietra, e nel tetto un buco dal quale sfuggiva il fumo. Al nostro ingresso l’ospite, come se ci vedesse per la prima volta, ci salutò con la parola saellvertu, che significa siate felici, e ci baciò sulla guancia. Dopo di lui, la moglie pronunciò la stessa parola, accompagnata dallo stesso cerimoniale; poi i due sposi s’inchinarono profondamente, mettendo una mano sul cuore. Mi affretto a dire che l’islandese era madre di diciannove figli, tutti, grandi e piccini, formicolanti alla rinfusa in mezzo alle volute di fumo, di cui il focolare riempiva la camera. Ogni tanto vedevo una testina bionda e un po' malinconica uscire da quella nebbia. Si sarebbe detta una ghirlanda d’angeli con le facce non ben lavate. Sia io che mio zio facemmo buona accoglienza a quella covata, e tre o quattro di quei marmocchi non tardarono a montarci sulle spalle, altrettanti sulle ginocchia, e il resto si collocò tra le gambe. Quelli che parlavano ripetevano saellvertu in tutti i toni immaginabili; quelli che non parlavano gridavano anche più forte. Quel concerto fu interrotto dall’annuncio del pasto. In quel momento entrò il cacciatore, che aveva provveduto al nutrimento dei cavalli, vale a dire che li aveva lasciati economicamente in libertà sui prati, dove le povere bestie dovevano contentarsi di brucare il raro musco delle rocce e qualche fuco poco nutriente, non mancando poi l’indomani di presentarsi da sé a riprendere il lavoro del giorno prima. Saellvertu, fece Hans entrando. E tranquillamente, automaticamente, senza che un bacio fosse più accentuato dell’altro, baciò l’ospite, la moglie e i loro diciannove rampolli. Terminata la cerimonia, ci mettemmo a tavola in numero di ventiquattro, per conseguenza gli uni sugli altri nel vero senso della parola: i più fortunati avevano due soli marmocchi sulle ginocchia. All’arrivo della zuppa, in quel mondo si fece il silenzio, e la scarsa facondia, naturale anche nei bambini islandesi, riprese il suo impero. L’ospite ci servì una zuppa di lichene tutt’altro che spiacevole, poi un’enorme porzione di pesce secco, nuotante nel burro inacidito da venti anni, e quindi, secondo le idee gastronomiche islandesi, preferibile al burro fresco. Insieme, lo skyr, specie di latte cagliato, accompagnato da biscotto e condito con succo di bacche di ginepro. Infine, per bevanda, del siero misto ad acqua, chiamato nel paese blanda. Non potei giudicare se quello strano nutrimento fosse buono o no: avevo fame, e, al dolce, inghiottii fino all’ultimo boccone una specie di polenta di grano saraceno. Terminato il pasto, i ragazzi scomparvero e i grandi circondarono il focolare, in cui bruciavano insieme torba, erica, sterco di bue e ossi di pesce secco. E dopo quella presa di calore, i vari gruppi tornarono nelle rispettive camere. La padrona di casa ci offrì di toglierci, secondo l’uso, le calze e i pantaloni; ma, a un grazioso rifiuto da parte nostra, non insisté, e finalmente potei rannicchiarmi nella mia cuccia di foraggio. L’indomani alle cinque, demmo il nostro addio al contadino islandese. Mio zio stentò molto a fargli accettare una conveniente remunerazione, e alla fine Hans diede il segnale della partenza. A cento passi da Gardar, il terreno cominciò a cambiare aspetto: il suolo divenne acquitrinoso e meno favorevole al cammino. Sulla destra, la fila delle montagne si prolungava indefinitivamente come un immenso sistema di fortificazioni naturali, di cui seguivamo la controscarpa: spesso si presentava un ruscello che bisognava passare necessariamente a guado cercando di non far bagnare troppo i bagagli. Il deserto diventava sempre più profondo; qualche volta però un’ombra umana pareva fuggisse lontano. Se una svolta della strada ci avvicinava d’improvviso a uno di quegli spettri, io provavo un istantaneo disgusto alla vista di una testa gonfia, dalla pelle lucente sprovvista di capelli, e a quella di piaghe ripugnanti rivelate dagli strappi di miserabili cenci. Quella disgraziata creatura non si avvicinava a stendere la mano deformata; fuggiva anzi, ma non tanto presto che Hans non potesse salutarla col solito saellvertu. Spetelsk, diceva. Lebbroso, traduceva mio zio. E quella sola parola bastava a produrre un effetto ripulsivo. Quell’orribile male è abbastanza comune in Islanda: non è contagioso, ma ereditario; quindi a quei miserabili è vietato il matrimonio. Quelle apparizioni non erano tali da rallegrare il paesaggio, che andava diventando profondamente triste: gli ultimi ciuffi d’erba morivano sotto i nostri piedi. Non un albero, se non qualche gruppo di betulle nane che sembravano sterpaglie. Non un animale, se non qualche cavallo, di quelli che il padrone non poteva nutrire e che vagavano sulle desolate pianure. Talvolta un falco si librava tra le grigie nubi e poi fuggiva sbattendo rapidamente le ali verso le contrade del Sud. Io mi lasciavo prendere dalla malinconia di quella natura selvatica, e i ricordi mi riportavano al paese natio. Dovemmo attraversare ben presto parecchi piccoli fiordi senza importanza, e infine un vero golfo. La marea, in quel momento ferma, ci permise di passare subito e di raggiungere, un miglio più in là, il villaggio di Alftanes. La sera, dopo aver passato a guado l’Alfa e l’Heta, due fiumi ricchi di trote e di lucci, fummo obbligati a trascorrere la notte in una catapecchia abbandonata, degna d’essere frequentata da tutti i folletti della mitologia scandinava. Sicuramente il genio del freddo vi aveva eletto il suo domicilio, e ne fece delle sue per tutta la notte. Il giorno seguente non presentò nessun particolare incidente. Sempre lo stesso terreno acquitrinoso, la stessa uniformità, sempre l’uguale triste aspetto. La sera, avevamo superata metà della distanza da percorrere, e dormivamo all’annexia di Krosolbt. Il 19 giugno, un terreno di lava si stese sotto i nostri piedi per circa un miglio. Quella disposizione del suolo era chiamata nel paese hraun; la lava, alla quale si mescola in realtà anche una parte di asfalto bituminoso, rugosa alla superficie, assumeva forme di gomene ora allungate, ora arrotolate su se stesse; un’immensa colata scendeva dalle montagne vicine, vulcani attualmente spenti, ma di cui quegli avanzi dimostravano la passata violenza. Però qua e là serpeggiavano ancora alcune fumate di sorgenti calde. Ci mancava il tempo per osservare quei fenomeni; bisognava andare avanti. Presto il suolo acquitrinoso ricomparve sotto il piede delle cavalcature, interrotto qua e là da piccoli laghi. La nostra direzione era allora verso Ovest: avevamo infatti aggirata la grande baia di Faxa, e la doppia cima bianca dello Sneffels si ergeva tra le nubi a meno di cinque miglia. I cavalli camminavano bene: le difficoltà del terreno non li fermavano. Per conto mio, cominciavo a sentirmi molto stanco, mentre mio zio era sempre sereno e arzillo come il primo giorno. Non potevo fare a meno di ammirare tanto lui quanto il cacciatore, che considerava quella spedizione una semplice passeggiata. Il sabato 20 giugno, alle sei di sera, raggiungemmo Budir, borgata sulla riva del mare, e la guida domandò la paga convenuta, che mio zio gli diede subito. La famiglia stessa di Hans, vale a dire i suoi zii e i suoi cugini, ci offrì l’ospitalità. Fummo bene accolti, e io, pur senza abusare della bontà di quella brava gente, mi sarei volentieri rifatto in casa loro delle fatiche del viaggio. Ma mio zio, che non aveva da rifarsi di nulla, non l’intendeva così, e l’indomani dovemmo inforcare di nuovo le nostre brave bestie. Il suolo risentiva della vicinanza della montagna, le cui radici di granito spuntavano da terra come quelle d’una vecchia quercia. Aggiravamo l’immensa base del vulcano. Il professore non lo lasciava con gli occhi, gesticolava, pareva dicesse in tono di sfida: Ecco il gigante che io sono venuto a domare! Finalmente, dopo quattro ore di cammino, i cavalli si fermarono da sé alla porta del presbiterio di Stapi.

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