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jules-verne-viaggio-al-centro-della-terra-ita-libro, Part (4)

Capitolo 8. Vero sobborgo di Amburgo, Altona è il capolinea della ferrovia di Kiel, che doveva portarci alla riva del Belt. In meno di venti minuti, entravamo nel territorio dell’Holstein. Alle sei e mezzo la vettura si fermò davanti alla stazione; i numerosi bagagli dello zio, quei colli voluminosi furono scaricati, trasportati, pesati, etichettati, ricaricati nel bagagliaio, e alle sette eravamo seduti in uno scompartimento, l’uno di fronte all’altro. Il vapore fischiò e la locomotiva si mise in movimento: eravamo partiti. Ero rassegnato? Non ancora. Tuttavia, l’aria fresca del mattino e i particolari del paesaggio, rapidamente rinnovati dalla velocità del treno, mi distraevano dalla mia grande preoccupazione. Quanto al professore, evidentemente il suo pensiero oltrepassava il treno, troppo lento per la sua impazienza. Eravamo soli nel vagone e non parlavamo. Mio zio passava in rivista con minuziosa attenzione le sue tasche e il sacco da viaggio. Fui sicuro che non gli mancava nessuno degli oggetti necessari all’esecuzione del suo progetto. Tra l’altro, un foglio piegato con cura portava la intestazione della cancelleria danese e la firma del signor Christiensen, console ad Amburgo e amico del professore. Doveva servire a ottenere a Copenaghen una raccomandazione per il governatore dell’Islanda. Scorsi anche il famoso documento preziosamente nascosto nello scompartimento più segreto del portafoglio. Lo maledissi dal fondo del cuore, e mi rimisi a esaminare il paese. Era un vasto séguito di pianure poco variate, monotone, limacciose e abbastanza feconde: una campagna assai favorevole all’impianto di una ferrovia e adatta a quelle linee rette così care alle compagnie ferroviarie. Ma quella monotonia non ebbe il tempo di stancarmi poiché, tre ore dopo la partenza, il treno si fermava a Kiel, a due passi dal mare. Non dovemmo occuparci dei bagagli, essendo registrati per Copenaghen. Però il professore li seguì con un occhio inquieto durante il trasporto sul battello a vapore, dove scomparvero nella stiva. Nella sua precipitazione, mio zio aveva calcolato così bene le ore di corrispondenza della ferrovia e del battello, che ci restava libera un’intera giornata. La nave Ellenora non partiva prima di notte. Quindi seguì uno stato febbrile di nove ore, durante il quale l’irascibile viaggiatore mandò a tutti i diavoli l’amministrazione dei battelli, quella delle ferrovie e i governi che tolleravano simili abusi. Io dovetti dargli man forte quando assalì a tal proposito il capitano dell’Ellenora. Pretendeva che accendesse i fuochi senza perdere un minuto; ma l’altro lo mandò a spasso. Come dovunque, anche a Kiel bisogna bene far passare la giornata. A furia di passeggiare sulle rive verdeggianti della baia, in fondo alla quale s’innalza la piccola città, di percorrere i fitti boschetti che le danno l’aspetto di un nido in un folto di rami, di ammirare le ville provviste ciascuna del loro annesso per i bagni freddi, di correre e di brontolare, facemmo le dieci di sera. I turbinii di fumo dell’Ellenora si alzavano nel cielo; il ponte tremava sotto i fremiti delle caldaie, e noi eravamo a bordo, proprietari delle due cuccette nell’unica cabina. Alle dieci e un quarto le ancore furono ritirate e lo streamer filò rapidamente sulle cupe acque del Gran Belt. La notte era buia e c’era una forte brezza e il mare mosso; nelle tenebre apparvero alcuni fuochi della costa, più tardi, non so dove, un faro a scatti balenò al di sopra delle onde: questo fu tutto quanto restò nella mia memoria di quella prima traversata. Alle sette del mattino sbarcavamo a Korsor, piccola città sulla costa occidentale del Seeland. Là saltammo dal battello in un altro treno, che ci portò attraverso un paese non meno piatto delle campagne dell’Holstein. Vi erano altre tre ore di viaggio prima di raggiungere la capitale della Danimarca. Mio zio non aveva chiuso occhio in tutta la notte. Mi pareva che nella sua impazienza spingesse il vagone coi piedi. Finalmente scorse un lembo di mare. Il Sund! esclamò. C’era sulla nostra sinistra una vasta costruzione che somigliava a un ospedale. E' un manicomio, disse uno dei compagni di viaggio. Bene! pensai. Ecco un ospedale nel quale dovremmo finire i nostri giorni. E per quanto grande fosse, sarebbe ancora troppo piccolo per contenere tutta la follia del professor Lidenbrock! Infine, alle dieci del mattino scendevamo a Copenaghen. I bagagli furono caricati su una vettura e portati con noi nel Bred-Gale, all’albergo Fenice. Fu questione d’una mezz’ora poiché la stazione ferroviaria era situata fuori della città. Qui mio zio, dopo aver fatto una toletta sommaria, mi trascinò ancora con sé. Il portiere dell’albergo parlava il tedesco e l’inglese; ma il professore, nella sua qualità di poliglotta, gli rivolse la parola in buon danese, e in buon danese quel personaggio gli indicò dove si trovava il Museo delle Antichità del Nord. Il direttore di quel curioso istituto, nel quale sono ammucchiate meraviglie che permetterebbero di ricostruire la storia del paese, con le sue vecchie armi di pietra, i suoi nappi e i suoi gioielli, era uno scienziato, amico del console di Amburgo, il professore Thomson. Lo zio aveva per lui una calda lettera di raccomandazione. In generale uno scienziato riceve male un collega; ma qui la cosa andò altrimenti. Il signor Thomson, da uomo servizievole, fece un’accoglienza cor goletta danese, la Valkyria, doveva essere alla vela il 2 giugno, per dirigersi verso Reykjavik. Il capitano Bjarne si trovava a bordo, e il suo futuro passeggero, nella sua gioia, gli strinse la mano quasi volesse stritolargliela. Il brav’uomo si stupì un poco a quella stretta. Per lui era una cosa semplicissima andare in Islanda, giacché era quello il suo mestiere; ma per mio zio era una cosa sublime. Si capisce che il degno capitano approfittò di quell’entusiasmo per farci pagare doppio il passaggio sulla sua nave, ma noi non guardammo tanto per il sottile. Siate a bordo martedì alle sette del mattino, disse il capitano Bjarne, dopo aver intascato un numero rispettabile di biglietti di banca. Ringraziammo allora il signor Thomson delle sue cortesie e tornammo all’albergo Fenice. Va tutto bene, benissimo, ripeteva mio zio. Che fortuna aver trovato quella nave pronta a partire! E ora facciamo colazione e poi andiamo un po' in giro per la città. Ci recammo a Kongens-Nye-Torw, una piazza irregolare in cui si trova un posto di guardia con due innocenti cannoni puntati che non fanno paura a nessuno. Là vicino, al n. 5, c’era un ristorante francese tenuto da un certo Vincent: vi mangiammo abbastanza bene per ii modesto prezzo di quattro marchi a testa. Provai poi un piacere da ragazzo a percorrere la città. Mio zio si lasciava condurre in giro: del resto egli non vide niente, né l’insignificante palazzo del re, né il grazioso ponte del XVII secolo che attraversa il canale davanti al Museo, né quello immenso cenotafioll, un sepolcro o monumento sepolcrale vuoto, in onore di un morto illustre, di Torwaldsen, ornato di orribili pitture murali, che contiene le opere di quello scultore, né, in un parco abbastanza bello, il castello bomboniera di Rosenborg, né il mirabile edificio in stile rinascimentale della Borsa, né il suo campanile formato dalle code intrecciate di quattro dragoni di bronzo, né i grandi mulini dei bastioni, le cui larghe ali si gonfiano come le vele di un bastimento al vento del mare. Che deliziose passeggiate avremmo fatte, la mia leggiadra virlandese e io, dalla parte del porto, dove i vascelli e le fregate dormivano tranquillamente sotto la rossa tettoia, sulla riva verdeggiante dello stretto, attraverso quelle fitte ombre nelle quali si nascondeva la cittadella, i cui cannoni allungavano le gole nerastre fra i rami dei sambuchi e dei salici! Ma la mia povera Grauben era lontana, ohimè!.. E potevo sperare di rivederla ancora?.. Però, se mio zio non notò nulla di quei luoghi incantevoli, fu vivamente colpito alla vista di un certo campanile messo nell’isola di Amak, che forma il quartiere nord-ovest di Copenaghen. Ebbi l’ordine di dirigere i nostri passi da quel lato: montammo in una piccola imbarcazione a vapore che faceva il servizio dei canali e che, qualche minuto, dopo accostò alla banchina di Dock-Yard. Dopo aver attraversato alcune vie strette, nelle quali i galeotti, coi loro pantaloni metà gialli e metà grigi lavoravano sotto il bastone degli aguzzini, arrivammo davanti a Vor-Frelzers-Kirk. Quella chiesa non presentava nulla di notevole; ma il suo campanile abbastanza alto, aveva attirato l’attenzione del professore perché a partire dalla piattaforma una scala esterna circolava intorno alla sua guglia, e le sue spirali si svolgevano in pieno cielo. Andiamo su, disse mio zio. E le vertigini? obiettai. Ragione di più: occorre abituarsi. Però... Vieni, ti dico: non perdiamo tempo. Dovetti obbedire. Un guardiano, che abitava dalla parte opposta della via, ci porse una chiave, e l’ascensione cominciò. Mio zio mi precedeva con passo svelto, e io lo seguivo non senza terrore poiché la testa mi girava con deplorevole facilità. Non avevo né l’equilibrio, né i nervi insensibili dell’aquila. Finché fummo imprigionati nella parte inferiore, tutto andò bene; ma dopo centocinquanta scalini l’aria venne a colpirmi in viso: eravamo arrivati alla piattaforma del campanile, dove cominciava la scala aerea, che aveva la sola difesa di una fragile ringhiera, e i cui scalini pareva portassero su verso l’infinito. Non potrò mai! dissi. Saresti un vigliacco, per caso? Sali! ingiunse spietatamente il professore. Dovetti seguirlo arrampicandomi. L’aria aperta mi stordiva, sentivo il campanile oscillare alle raffiche; le gambe mi si piegavano sotto; dovetti arrampicarmi strisciando sulle ginocchia, poi sul ventre... Chiusi gli occhi: provavo le vertigini. Finalmente, aiutato dallo zio che mi tirava per il bavero, arrivai presso la palla. Guarda! mi disse il professore. Guarda bene!.. Bisogna prendere lezioni di abisso. Dovetti aprire gli occhi. Vedevo le cose appiattite e come schiacciate in una caduta, immerse in una nebbia fumosa. Al di sopra della mia testa passavano le nuvole fioccose che, per un rovesciamento di ottica, mi parevano immobili, mentre il campanile, la palla e io eravamo trasportati con fantastica velocità. Lontano, da una parte si stendeva la campagna verdeggiante, dall’altra il mare scintillava sotto un fascio di raggi. Il Sund si volgeva alla punta di Elsinore, con alcune vele bianche, vere ali di gabbiani, e, nella bruma dell’Est ondulavano le coste appena visibili della Svezia. Tutta quell’immensità turbinava sotto il mio sguardo. Pur tuttavia dovetti alzarmi, tenermi ritto, e guardare. La mia prima lezione contro le vertigini durò un’ora. Quando alla fine mi fu permesso di ridiscendere e di toccare col piede il pavimento solido della via, ero tutto indolenzito. Riprenderemo domani, disse il professore. E infatti per cinque giorni ripresi quell’esercizio vertiginoso e, volente o nolente, feci progressi nell’arte dell’alta contemplazione. Capitolo 9. Arrivò il giorno della partenza. La sera prima, il compiacente signor Thomson ci aveva portato pressanti commendatizie per il conte Trampe, governatore dell’Islanda, per il signor Pictursson, coadiutore del vescovo, e per il signor Finsen, sindaco di Reykjavik. In compenso mio zio gli concesse le più calorose strette di mano. Il giorno 2, alle sei del mattino, i nostri preziosi bagagli venivano portati a bordo della Valkyria. Il capitano ci condusse in due cabine abbastanza strette, collocate sotto una specie di tugal, il ripostiglio, che si ricava nell’ultimo angolo della poppa o della prua nei piccoli bastimenti. Avremo buon vento? domandò mio zio. Eccellente, rispose il capitano Bjarne, una brezza di Sud-est. Usciremo dal Sund col vento in poppa e a vele spiegate. Poco dopo infatti la goletta spiegò le vele di trinchetto, di randa, di gabbia, il velaccio e, con tutte le vele al vento, s’inoltrò nello stretto. Un’ora dopo, la capitale della Danimarca pareva affondare nei flutti lontani, e la Valkyria rasentava la costa di Elsinore. Nella disposizione di nervi in cui mi trovavo, mi pareva di vedere l’ombra di Amleto vagare sulla leggendaria terrazza. Sublime insensato, dicevo, tu certamente ci approveresti: forse ci seguiresti per venire a cercare nel centro del globo una soluzione al tuo eterno dubbio! Ma nulla apparve sulle antiche muraglie. Del resto il castello è molto più giovane dell’eroico principe di Danimarca. Serve ora di sontuosa portineria al portiere di quello stretto del Sund, per il quale passano ogni anno quindicimila navi di tutte le nazioni. Il castello di Krongborg non tardò a scomparire nella nebbia, come pure la torre di Helsinborg, innalzata sulla riva svedese, e la goletta s’inchinò leggermente sotto la brezza del Cattegat. La Valkyria era un bel veliero; ma con una nave a vela non si sa mai su che cosa contare. Essa trasportava a Reykjavik carbone, utensili domestici, vasellame, vestiti di lana e un carico di frumento. Cinque uomini di equipaggio, tutti danesi, bastavano per la sua manovra. Quanto durerà la traversata? chiese lo zio al capitano. Una decina di giorni, rispose quest’ultimo, se però non incontriamo troppi groppi di Nord-ovest quando attraverseremo le Faroer. Ma infine, non vi capita di subire ritardi considerevoli? No, signor Lidenbrock: state tranquillo, arriveremo. Verso sera la goletta aggirò il capo Skagen nella punta nord della Danimarca, attraversò durante la notte lo Skagerrak, rasentò l’estremità della Norvegia di traverso al capò Lindesnes e passò nel mare del Nord. Due giorni dopo, avvistammo le coste della Scozia all’altezza di Peterhead, e la Valkyria si diresse verso le Faroer passando tra le Orcadi e le Shetland. La goletta non tardò ad essere battuta dalle onde dell’Atlantico; dovette bordeggiare contro il vento del Nord e non senza fatica raggiungere le Faroer. Il giorno 8 il capitano avvistò Mygannes, la più orientale di quelle isole, e da quel momento fece rotta direttamente verso il capo Portland, sulla costa meridionale dell’Islanda. La traversata non ebbe alcun incidente degno di nota. Io sopportai abbastanza bene la prova del mare; mio zio invece, con suo gran dispetto e vergogna anche più grande, si sentì sempre male. Non poté quindi interrogare il capitano Bjarne sulla questione dello Sneffels, sui mezzi di comunicazione, sulle facilità di trasporto: dovette rimandare quelle spiegazioni al suo arrivo e passare tutto il tempo coricato nella cabina, le cui pareti scricchiolavano ai grandi colpi di beccheggio. Bisogna confessare che quella sorte un poco se la meritava. Il giorno 11, rilevammo capo Portland. Il tempo, allora chiaro, ci permise di scorgere il vulcano Myrdal che lo domina. Il capo è formato da un grande poggio isolato, con erti pendii, e si erge solitario sulla spiaggia. La Valkyria si tenne a ragionevole distanza dalla costa, seguendola verso l’Ovest, tra numerosi branchi di balene e di squali. Presto apparve un’immensa roccia traforata attraverso la quale il mare spumeggiante batteva con furia. Gli isolotti di Westman parvero uscire dall’oceano, come un seminato di scogli sul piano liquido. Da quel momento la goletta prese campo per aggirare a buona distanza il capo Reykjaness, che forma l’angolo occidentale dell’Islanda. Il mare, molto forte, impediva a mio zio di salire sul ponte per ammirare quelle coste frastagliate, battute dai venti di Sud-ovest. Quarantott’ore dopo, uscendo da una tempesta che obbligò la goletta a fuggire a vele ammainate, fu avvistato verso l’Est il gavitello di pericolo della punta di Skagen, i cui pericolosi scogli si prolungano a grande distanza sotto i flutti. Un pilota islandese venne a bordo, e tre ore dopo la Valkyria gettava l’ancora a Reykjavik nella baia di Faxa. Il professore uscì finalmente dalla cabina, un po' pallido, un po' disfatto, ma sempre entusiasta, con un lampo di soddisfazione negli occhi. La popolazione della città, straordinariamente interessata all’arrivo d’una nave nella quale ognuno ha qualche cosa da aspettare, era raggruppata sulla banchina. Mio zio aveva fretta di abbandonare la sua prigione galleggiante, per non dire il suo ospedale. Ma prima di lasciare il ponte della goletta mi trascinò sul davanti, e là, nella parte settentrionale della baia, m’indicò col dito un’alta montagna a due punte, con un doppio cono coperto di nevi eterne. Lo Sneffels! esclamò. Lo Sneffels! E dopo avermi raccomandato col gesto un silenzio assoluto, discese nel canotto che l’aspettava. Io lo seguii, e poco dopo mettevamo il piede sul suolo dell’Islanda. Subito comparve un signore di bella presenza, con una divisa da generale. Ma si trattava di un funzionario civile, il governatore dell’isola, il barone Trampe in persona. Il professore capì subito con che genere di persona aveva a che fare. Presentò al governatore le sue lettere di Copenaghen, e fra i due si intrecciò una breve conversazione in danese, alla quale io rimasi, si capisce, assolutamente estraneo. Ma da quel primo colloquio risultò che il barone Trampe si mise completamente a disposizione del professor Lidenbrock. Mio zio ebbe pure un’accoglienza amabilissima dal sindaco, il signor Finsen, dalla divisa non meno militare di quella del governatore, ma altrettanto pacifico per temperamento e per condizione. Quanto al coadiutore, il signor Pictursson, dovevamo rinunciare per il momento a essergli presentati perché stava facendo un giro episcopale nella provincia del Nord. Ma un uomo simpaticissimo, il cui aiuto fu per noi assai prezioso, fu il signor Fridriksson, professore di scienze naturali nella scuola di Reykjavik. Quel modesto scienziato parlava solo l’islandese e il latino; venne a offrirmi i suoi servizi nella lingua d’Orazio, e io sentii che eravamo fatti per intenderci. Fu infatti il solo personaggio col quale potei intrattenermi durante il mio soggiorno in Islanda. Delle tre camere di cui si componeva la sua casetta, quell’eccellente uomo ne mise due a nostra disposizione, e subito ci stabilimmo là coi nostri bagagli, la cui quantità stupì un poco gli abitanti di Reykjavik. Ebbene Axel, mi disse lo zio, le cose vanno bene e il più difficile è fatto. Come il più difficile? esclamai. Ma certo: ora non ci resta che discendere. Se la prendi così, hai ragione... Ma infine, dopo essere discesi, bisognerà risalire, m’immagino... Oh, questo non mi dà nessun pensiero. Vediamo un po'...Non c’è tempo da perdere. Io vado alla biblioteca. Forse vi si trova qualche manoscritto di Saknussemm, e mi farebbe piacere consultarlo. Frattanto io vado a visitare la città. Tu non hai intenzione di fare altrettanto? Oh, la cosa m’interessa molto poco. Quello ch’è degno di curiosità in questa terra d’Islanda non è il sopra, ma il sotto. Io uscii e mi misi a girovagare a caso. Non sarebbe stato facile smarrirsi nelle due vie di Reykjavik. Non fui dunque obbligato a fammi indicare la strada, ciò che nella lingua dei gesti, espone a molti equivoci. La città si allunga fra le due colline, su un suolo abbastanza basso e acquitrinoso. Un’immensa colata di lava la costeggia da un lato e discende a rampe abbastanza dolci verso il mare. Dall’altro si estende quella vasta baia di Faxa, limitata a Nord dall’enorme ghiaccio dello Sneffels, e nella quale la Valkyria si trovava sola all’ancora in quel momento. Di solito i guardacoste inglesi e francesi vi si tengono ancorati al largo; ma erano allora in servizio sulle coste orientali dell’isola. La più lunga delle due vie di Reykjavik è parallela alla spiaggia: ivi dimorano i mercati e i negozianti, in casette di legno costruite con travi rosse disposte orizzontalmente; l’altra via, più a Ovest, corre verso un laghetto, in mezzo tra la casa del vescovo e quella di altri personaggi estranei al commercio. Feci presto a percorrere quelle vie cupe e tristi. Intravedevo ogni tanto un tratto di prato scolorito, come un vecchio tappeto di lana logoro per l’uso, o anche un’apparenza di orto, i cui rari legumi, patate, cavoli e lattughe, sarebbero stati benissimo su una tavola lillipuziana; anche alcuni girasoli malaticci tentavano di prendere un po' di sole. Verso la metà della via non commerciale trovai il cimitero pubblico, cinto da un muro di terra nel quale il posto non mancava di certo. Dopo pochi passi, arrivai alla casa del governatore, una casupola in paragone al palazzo municipale di Amburgo, ma un palazzo a confronto delle capanne islandesi. Tra il laghetto e la città s’innalzava la chiesa, costruita secondo il gusto protestante e fatta di pietre calcinate, delle quali gli stessi vulcani fanno le spese di estrazione. Evidentemente ai forti venti dell’Ovest il suo tetto di tegole rosse doveva disperdersi per aria con grave danno dei fedeli. Su una vicina prominenza scorsi la Scuola Nazionale, nella quale, come seppi poi dal nostro ospite, s’insegnava l’ebraico, l’inglese, il francese e il danese, quattro lingue delle quali, con mia vergogna, non conoscevo nemmeno una parola. Sarei stato l’ultimo dei quaranta allievi del piccolo collegio, indegno di dormire con essi in quei letti a due scompartimenti tutti chiusi in cui dei tipi delicati morirebbero soffocati già nella prima notte. In tre ore visitai, non soltanto la città, ma anche i dintorni. L’aspetto generale era straordinariamente triste: niente alberi, niente vegetazione per così dire, e da per tutto le creste vive delle rocce vulcaniche. Le capanne degli islandesi sono fatte di terra e di torba, e i muri sono inclinati in dentro: sembrano tetti posati sul suolo. Ma quei tetti sono prati relativamente fecondi. Mercé il calore dell’abitazione, l’erba vi cresce con sufficiente perfezione, e viene falciata accuratamente all’epoca della fienagione, altrimenti gli animali domestici andrebbero a pascolare su quelle dimore verdeggianti. Durante la mia escursione, incontrai pochi abitanti: tornando nella via dei commercianti, trovai gran parte della popolazione occupata a seccare, salare e insaccare merluzzo, principale articolo di esportazione. Gli uomini sembravano robusti, ma pesanti, una specie di tedeschi biondi dall’occhio pensoso, che si sentono un po' fuori dell’umanità, poveri esiliati, relegati su quella terra di ghiaccio, la cui natura avrebbe dovuto formare degli Eschimesi, poiché li condannava a vivere sul limite del circolo polare. Tentai invano di sorprendere sul loro volto un sorriso: ridevano talvolta per una specie d’involontaria contrazione dei muscoli, ma non sorridevano mai. Il loro costume consisteva in un grossolano camiciotto di lana nera, noto in tutti i paesi scandinavi con il nome di vadmel, un cappello a larga tesa, un paio di calzoni con la fascia rossa e due pezzi di cuoio ripiegati in modo da formare le calzature. Le donne, col viso triste e rassegnato, abbastanza piacevole ma senza espressione, vestivano un corpetto e una gonna di vadmel scuro: le fanciulle portavano sui capelli intrecciati a ghirlanda un berrettino di lana a maglia bruno; le maritate avevano la testa avvolta con un fazzoletto colorato, sormontato da una specie di cimiero in tela bianca. Dopo una buona passeggiata tornai nella casa del signor Fridriksson, dove si trovava già mio zio in compagnia dell’ospite. Capitolo 10. Il pranzo era pronto Ah! Le sue opere non le abbiamo. Come! In Islanda! Non esistono né in Islanda né altrove. E perché? Perché Ame Saknussemm fu perseguitato per eresia, e nel 1573 le sue opere furono bruciate a Copenaghen per mano del carnefice. Benissimo! Perfetto! esclamò mio zio, con grande scandalo del professore di scienze naturali. Eh? fece questo. Sì, tutto si spiega, tutto si concatena, tutto è chiaro, e ora capisco perché Saknussemm, messo all’indice e costretto a nascondere le scoperte del suo genio, abbia dovuto celare in un incomprensibile crittogramma il segreto... Quale segreto? domandò vivamente il signor Fridriksson. Un segreto che... di cui... balbettò mio zio. Avrebbe per caso qualche documento particolare? insistè il nostro ospite. No, no... Facevo una piccola supposizione. Bene... rispose il signor Fridriksson, che ebbe la finezza di non insistere notando il turbamento del suo interlocutore. Poi aggiunse: Spero che non lascerete la nostra isola senza aver attinto alle sue ricchezze mineralogiche. Certo, rispose mio zio, ma arrivo un po' tardi: altri scienziati ci saranno già passati, no? E' vero, signor Lidenbrok; i lavori di Olafsen e Povelsen eseguiti per ordine del re, gli studi di Troil, e ultimamente le osservazioni degli scienziati Gaimard e Robert a bordo della corvetta francese La Recherche, che fu mandata nel 1835 dall’ammiraglio Duperré per ritrovare le tracce della spedizione di de Blosseville e de La Lilloise, di cui si erano perdute le tracce, e, di recente, le osservazioni degli scienziati imbarcati sulla fregata Regina Ortensia hanno certamente contribuito a far conoscere l’Islanda. Però, credete a me c’è ancora molto da fare. Credete? domandò mio zio con accento bonario, cercando di moderare il lampo dei propri occhi. Ma sì. Quante montagne, quanti ghiacciai, quanti vulcani da studiare, ancora poco conosciuti! Guardate, senza andare troppo lontano, guardate quel monte che s’innalza all’orizzonte: è lo Sneffels! Ah! fece mio zio. Dite lo Sneffels? Sì, uno dei vulcani più curiosi, di cui si visita raramente il cratere. Spento? Oh, spento da cinquecento anni! Ebbene, disse mio zio, che incrociava freneticamente le gambe per non saltare in aria, ho voglia di cominciare i miei studi geologici da quel Seffel... Fessel... come avete detto? Sneffels, rispose l’eccellente signor Fridriksson. Questa parte della conversazione era avvenuta in latino; cosicché io avevo capito tutto, e mi riusciva a stento di restar serio vedendo mio zio trattenere la soddisfazione che gli traboccava da ogni parte: tentava d’assumere una piccola aria d’innocenza che pareva la smorfia d’un vecchio diavolo. Sì, rispose, le vostre parole mi decidono. Tenteremo di scalare quello Sneffels, forse anche di studiare il cratere. Mi rincresce, rispose il signor Fridriksson, che le mie occupazioni non mi permettano di assentarmi. Vi avrei accompagnato con piacere e anche con profitto. Oh, no! Oh, no! rispose vivamente mio zio. Noi non vogliamo disturbare nessuno, signore: in ogni modo vi ringrazio con tutto il cuore. La presenza di uno scienziato pari vostro ci sarebbe stata molto utile, ma i doveri della vostra professione... Mi piace credere, che nell’innocenza della sua anima islandese, il nostro ospite non comprendesse la malizia di mio zio. Approvo toto corde, signor Lidenbrok, riprese l’ospite, che vogliate cominciare da quel vulcano: vi farete un’ampia messe di curiose osservazioni. Ma ditemi, in che modo fate conto di raggiungere la penisola dello Sneffels? Per mare, attraversando la baia. E' la strada più breve. Certo; ma è impossibile prenderla. Perché? Perché a Reykjavik non abbiamo neppure un canotto. Diavolo! Bisognerà andare per terra, seguendo la costa. Sarà una strada più lunga ma più interessante. Bene. Vedrò di procurarmi una guida. Ne ho appunto una da proporvi. Un uomo sicuro, intelligente? Sì, un abitante della penisola. E' un cacciatore di edredòni, l’uccello palmipede che nidifica sugli scogli, e che che tappezza i nidi del suo finissimo piumino, molle, soffice, con cui s’imbottiscono guanciali. Un uccello che vive nelle regioni artiche nell’emisfero settentrionale. Questo cacciatore è molto abile, e ne sarete contento. Parla perfettamente il danese. E quando potrò vederlo? Anche domani, se vi fa piacere. Perché non oggi? Perché arriverà appunto domani. A domani dunque, concluse mio zio con un sospiro. Quell’importante conversazione terminò poco dopo con calorosi ringraziamenti del professore tedesco al professore islandese. Durante il pranzo, mio zio aveva saputo cose importanti, tra l’altro la storia di Saknussemm e la ragione del suo misterioso documento, poi, che il suo ospite non lo avrebbe accompagnato nella spedizione e che l’indomani una guida sarebbe stata ai suoi ordini.



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Capitolo 8. Vero sobborgo di Amburgo, Altona è il capolinea della ferrovia di Kiel, che doveva portarci alla riva del Belt. In meno di venti minuti, entravamo nel territorio dell’Holstein. Alle sei e mezzo la vettura si fermò davanti alla stazione; i numerosi bagagli dello zio, quei colli voluminosi furono scaricati, trasportati, pesati, etichettati, ricaricati nel bagagliaio, e alle sette eravamo seduti in uno scompartimento, l’uno di fronte all’altro. Il vapore fischiò e la locomotiva si mise in movimento: eravamo partiti. Ero rassegnato? Non ancora. Tuttavia, l’aria fresca del mattino e i particolari del paesaggio, rapidamente rinnovati dalla velocità del treno, mi distraevano dalla mia grande preoccupazione. Quanto al professore, evidentemente il suo pensiero oltrepassava il treno, troppo lento per la sua impazienza. Eravamo soli nel vagone e non parlavamo. Mio zio passava in rivista con minuziosa attenzione le sue tasche e il sacco da viaggio. Fui sicuro che non gli mancava nessuno degli oggetti necessari all’esecuzione del suo progetto. Tra l’altro, un foglio piegato con cura portava la intestazione della cancelleria danese e la firma del signor Christiensen, console ad Amburgo e amico del professore. Doveva servire a ottenere a Copenaghen una raccomandazione per il governatore dell’Islanda. Scorsi anche il famoso documento preziosamente nascosto nello scompartimento più segreto del portafoglio. Lo maledissi dal fondo del cuore, e mi rimisi a esaminare il paese. Era un vasto séguito di pianure poco variate, monotone, limacciose e abbastanza feconde: una campagna assai favorevole all’impianto di una ferrovia e adatta a quelle linee rette così care alle compagnie ferroviarie. Ma quella monotonia non ebbe il tempo di stancarmi poiché, tre ore dopo la partenza, il treno si fermava a Kiel, a due passi dal mare. Non dovemmo occuparci dei bagagli, essendo registrati per Copenaghen. Però il professore li seguì con un occhio inquieto durante il trasporto sul battello a vapore, dove scomparvero nella stiva. Nella sua precipitazione, mio zio aveva calcolato così bene le ore di corrispondenza della ferrovia e del battello, che ci restava libera un’intera giornata. La nave Ellenora non partiva prima di notte. Quindi seguì uno stato febbrile di nove ore, durante il quale l’irascibile viaggiatore mandò a tutti i diavoli l’amministrazione dei battelli, quella delle ferrovie e i governi che tolleravano simili abusi. Io dovetti dargli man forte quando assalì a tal proposito il capitano dell’Ellenora. Pretendeva che accendesse i fuochi senza perdere un minuto; ma l’altro lo mandò a spasso. Come dovunque, anche a Kiel bisogna bene far passare la giornata. A furia di passeggiare sulle rive verdeggianti della baia, in fondo alla quale s’innalza la piccola città, di percorrere i fitti boschetti che le danno l’aspetto di un nido in un folto di rami, di ammirare le ville provviste ciascuna del loro annesso per i bagni freddi, di correre e di brontolare, facemmo le dieci di sera. I turbinii di fumo dell’Ellenora si alzavano nel cielo; il ponte tremava sotto i fremiti delle caldaie, e noi eravamo a bordo, proprietari delle due cuccette nell’unica cabina. Alle dieci e un quarto le ancore furono ritirate e lo streamer filò rapidamente sulle cupe acque del Gran Belt. La notte era buia e c’era una forte brezza e il mare mosso; nelle tenebre apparvero alcuni fuochi della costa, più tardi, non so dove, un faro a scatti balenò al di sopra delle onde: questo fu tutto quanto restò nella mia memoria di quella prima traversata. Alle sette del mattino sbarcavamo a Korsor, piccola città sulla costa occidentale del Seeland. Là saltammo dal battello in un altro treno, che ci portò attraverso un paese non meno piatto delle campagne dell’Holstein. Vi erano altre tre ore di viaggio prima di raggiungere la capitale della Danimarca. Mio zio non aveva chiuso occhio in tutta la notte. Mi pareva che nella sua impazienza spingesse il vagone coi piedi. Finalmente scorse un lembo di mare. Il Sund! esclamò. C’era sulla nostra sinistra una vasta costruzione che somigliava a un ospedale. E' un manicomio, disse uno dei compagni di viaggio. Bene! pensai. Ecco un ospedale nel quale dovremmo finire i nostri giorni. E per quanto grande fosse, sarebbe ancora troppo piccolo per contenere tutta la follia del professor Lidenbrock! Infine, alle dieci del mattino scendevamo a Copenaghen. I bagagli furono caricati su una vettura e portati con noi nel Bred-Gale, all’albergo Fenice. Fu questione d’una mezz’ora poiché la stazione ferroviaria era situata fuori della città. Qui mio zio, dopo aver fatto una toletta sommaria, mi trascinò ancora con sé. Il portiere dell’albergo parlava il tedesco e l’inglese; ma il professore, nella sua qualità di poliglotta, gli rivolse la parola in buon danese, e in buon danese quel personaggio gli indicò dove si trovava il Museo delle Antichità del Nord. Il direttore di quel curioso istituto, nel quale sono ammucchiate meraviglie che permetterebbero di ricostruire la storia del paese, con le sue vecchie armi di pietra, i suoi nappi e i suoi gioielli, era uno scienziato, amico del console di Amburgo, il professore Thomson. Lo zio aveva per lui una calda lettera di raccomandazione. In generale uno scienziato riceve male un collega; ma qui la cosa andò altrimenti. Il signor Thomson, da uomo servizievole, fece un’accoglienza cor goletta danese, la Valkyria, doveva essere alla vela il 2 giugno, per dirigersi verso Reykjavik. Il capitano Bjarne si trovava a bordo, e il suo futuro passeggero, nella sua gioia, gli strinse la mano quasi volesse stritolargliela. Il brav’uomo si stupì un poco a quella stretta. Per lui era una cosa semplicissima andare in Islanda, giacché era quello il suo mestiere; ma per mio zio era una cosa sublime. Si capisce che il degno capitano approfittò di quell’entusiasmo per farci pagare doppio il passaggio sulla sua nave, ma noi non guardammo tanto per il sottile. Siate a bordo martedì alle sette del mattino, disse il capitano Bjarne, dopo aver intascato un numero rispettabile di biglietti di banca. Ringraziammo allora il signor Thomson delle sue cortesie e tornammo all’albergo Fenice. Va tutto bene, benissimo, ripeteva mio zio. Che fortuna aver trovato quella nave pronta a partire! E ora facciamo colazione e poi andiamo un po' in giro per la città. Ci recammo a Kongens-Nye-Torw, una piazza irregolare in cui si trova un posto di guardia con due innocenti cannoni puntati che non fanno paura a nessuno. Là vicino, al n. 5, c’era un ristorante francese tenuto da un certo Vincent: vi mangiammo abbastanza bene per ii modesto prezzo di quattro marchi a testa. Provai poi un piacere da ragazzo a percorrere la città. Mio zio si lasciava condurre in giro: del resto egli non vide niente, né l’insignificante palazzo del re, né il grazioso ponte del XVII secolo che attraversa il canale davanti al Museo, né quello immenso cenotafioll, un sepolcro o monumento sepolcrale vuoto, in onore di un morto illustre, di Torwaldsen, ornato di orribili pitture murali, che contiene le opere di quello scultore, né, in un parco abbastanza bello, il castello bomboniera di Rosenborg, né il mirabile edificio in stile rinascimentale della Borsa, né il suo campanile formato dalle code intrecciate di quattro dragoni di bronzo, né i grandi mulini dei bastioni, le cui larghe ali si gonfiano come le vele di un bastimento al vento del mare. Che deliziose passeggiate avremmo fatte, la mia leggiadra virlandese e io, dalla parte del porto, dove i vascelli e le fregate dormivano tranquillamente sotto la rossa tettoia, sulla riva verdeggiante dello stretto, attraverso quelle fitte ombre nelle quali si nascondeva la cittadella, i cui cannoni allungavano le gole nerastre fra i rami dei sambuchi e dei salici! Ma la mia povera Grauben era lontana, ohimè!.. E potevo sperare di rivederla ancora?.. Però, se mio zio non notò nulla di quei luoghi incantevoli, fu vivamente colpito alla vista di un certo campanile messo nell’isola di Amak, che forma il quartiere nord-ovest di Copenaghen. Ebbi l’ordine di dirigere i nostri passi da quel lato: montammo in una piccola imbarcazione a vapore che faceva il servizio dei canali e che, qualche minuto, dopo accostò alla banchina di Dock-Yard. Dopo aver attraversato alcune vie strette, nelle quali i galeotti, coi loro pantaloni metà gialli e metà grigi lavoravano sotto il bastone degli aguzzini, arrivammo davanti a Vor-Frelzers-Kirk. Quella chiesa non presentava nulla di notevole; ma il suo campanile abbastanza alto, aveva attirato l’attenzione del professore perché a partire dalla piattaforma una scala esterna circolava intorno alla sua guglia, e le sue spirali si svolgevano in pieno cielo. Andiamo su, disse mio zio. E le vertigini? obiettai. Ragione di più: occorre abituarsi. Però... Vieni, ti dico: non perdiamo tempo. Dovetti obbedire. Un guardiano, che abitava dalla parte opposta della via, ci porse una chiave, e l’ascensione cominciò. Mio zio mi precedeva con passo svelto, e io lo seguivo non senza terrore poiché la testa mi girava con deplorevole facilità. Non avevo né l’equilibrio, né i nervi insensibili dell’aquila. Finché fummo imprigionati nella parte inferiore, tutto andò bene; ma dopo centocinquanta scalini l’aria venne a colpirmi in viso: eravamo arrivati alla piattaforma del campanile, dove cominciava la scala aerea, che aveva la sola difesa di una fragile ringhiera, e i cui scalini pareva portassero su verso l’infinito. Non potrò mai! dissi. Saresti un vigliacco, per caso? Sali! ingiunse spietatamente il professore. Dovetti seguirlo arrampicandomi. L’aria aperta mi stordiva, sentivo il campanile oscillare alle raffiche; le gambe mi si piegavano sotto; dovetti arrampicarmi strisciando sulle ginocchia, poi sul ventre... Chiusi gli occhi: provavo le vertigini. Finalmente, aiutato dallo zio che mi tirava per il bavero, arrivai presso la palla. Guarda! mi disse il professore. Guarda bene!.. Bisogna prendere lezioni di abisso. Dovetti aprire gli occhi. Vedevo le cose appiattite e come schiacciate in una caduta, immerse in una nebbia fumosa. Al di sopra della mia testa passavano le nuvole fioccose che, per un rovesciamento di ottica, mi parevano immobili, mentre il campanile, la palla e io eravamo trasportati con fantastica velocità. Lontano, da una parte si stendeva la campagna verdeggiante, dall’altra il mare scintillava sotto un fascio di raggi. Il Sund si volgeva alla punta di Elsinore, con alcune vele bianche, vere ali di gabbiani, e, nella bruma dell’Est ondulavano le coste appena visibili della Svezia. Tutta quell’immensità turbinava sotto il mio sguardo. Pur tuttavia dovetti alzarmi, tenermi ritto, e guardare. La mia prima lezione contro le vertigini durò un’ora. Quando alla fine mi fu permesso di ridiscendere e di toccare col piede il pavimento solido della via, ero tutto indolenzito. Riprenderemo domani, disse il professore. E infatti per cinque giorni ripresi quell’esercizio vertiginoso e, volente o nolente, feci progressi nell’arte dell’alta contemplazione. Capitolo 9. Arrivò il giorno della partenza. La sera prima, il compiacente signor Thomson ci aveva portato pressanti commendatizie per il conte Trampe, governatore dell’Islanda, per il signor Pictursson, coadiutore del vescovo, e per il signor Finsen, sindaco di Reykjavik. In compenso mio zio gli concesse le più calorose strette di mano. Il giorno 2, alle sei del mattino, i nostri preziosi bagagli venivano portati a bordo della Valkyria. Il capitano ci condusse in due cabine abbastanza strette, collocate sotto una specie di tugal, il ripostiglio, che si ricava nell’ultimo angolo della poppa o della prua nei piccoli bastimenti. Avremo buon vento? domandò mio zio. Eccellente, rispose il capitano Bjarne, una brezza di Sud-est. Usciremo dal Sund col vento in poppa e a vele spiegate. Poco dopo infatti la goletta spiegò le vele di trinchetto, di randa, di gabbia, il velaccio e, con tutte le vele al vento, s’inoltrò nello stretto. Un’ora dopo, la capitale della Danimarca pareva affondare nei flutti lontani, e la Valkyria rasentava la costa di Elsinore. Nella disposizione di nervi in cui mi trovavo, mi pareva di vedere l’ombra di Amleto vagare sulla leggendaria terrazza. Sublime insensato, dicevo, tu certamente ci approveresti: forse ci seguiresti per venire a cercare nel centro del globo una soluzione al tuo eterno dubbio! Ma nulla apparve sulle antiche muraglie. Del resto il castello è molto più giovane dell’eroico principe di Danimarca. Serve ora di sontuosa portineria al portiere di quello stretto del Sund, per il quale passano ogni anno quindicimila navi di tutte le nazioni. Il castello di Krongborg non tardò a scomparire nella nebbia, come pure la torre di Helsinborg, innalzata sulla riva svedese, e la goletta s’inchinò leggermente sotto la brezza del Cattegat. La Valkyria era un bel veliero; ma con una nave a vela non si sa mai su che cosa contare. Essa trasportava a Reykjavik carbone, utensili domestici, vasellame, vestiti di lana e un carico di frumento. Cinque uomini di equipaggio, tutti danesi, bastavano per la sua manovra. Quanto durerà la traversata? chiese lo zio al capitano. Una decina di giorni, rispose quest’ultimo, se però non incontriamo troppi groppi di Nord-ovest quando attraverseremo le Faroer. Ma infine, non vi capita di subire ritardi considerevoli? No, signor Lidenbrock: state tranquillo, arriveremo. Verso sera la goletta aggirò il capo Skagen nella punta nord della Danimarca, attraversò durante la notte lo Skagerrak, rasentò l’estremità della Norvegia di traverso al capò Lindesnes e passò nel mare del Nord. Due giorni dopo, avvistammo le coste della Scozia all’altezza di Peterhead, e la Valkyria si diresse verso le Faroer passando tra le Orcadi e le Shetland. La goletta non tardò ad essere battuta dalle onde dell’Atlantico; dovette bordeggiare contro il vento del Nord e non senza fatica raggiungere le Faroer. Il giorno 8 il capitano avvistò Mygannes, la più orientale di quelle isole, e da quel momento fece rotta direttamente verso il capo Portland, sulla costa meridionale dell’Islanda. La traversata non ebbe alcun incidente degno di nota. Io sopportai abbastanza bene la prova del mare; mio zio invece, con suo gran dispetto e vergogna anche più grande, si sentì sempre male. Non poté quindi interrogare il capitano Bjarne sulla questione dello Sneffels, sui mezzi di comunicazione, sulle facilità di trasporto: dovette rimandare quelle spiegazioni al suo arrivo e passare tutto il tempo coricato nella cabina, le cui pareti scricchiolavano ai grandi colpi di beccheggio. Bisogna confessare che quella sorte un poco se la meritava. Il giorno 11, rilevammo capo Portland. Il tempo, allora chiaro, ci permise di scorgere il vulcano Myrdal che lo domina. Il capo è formato da un grande poggio isolato, con erti pendii, e si erge solitario sulla spiaggia. La Valkyria si tenne a ragionevole distanza dalla costa, seguendola verso l’Ovest, tra numerosi branchi di balene e di squali. Presto apparve un’immensa roccia traforata attraverso la quale il mare spumeggiante batteva con furia. Gli isolotti di Westman parvero uscire dall’oceano, come un seminato di scogli sul piano liquido. Da quel momento la goletta prese campo per aggirare a buona distanza il capo Reykjaness, che forma l’angolo occidentale dell’Islanda. Il mare, molto forte, impediva a mio zio di salire sul ponte per ammirare quelle coste frastagliate, battute dai venti di Sud-ovest. Quarantott’ore dopo, uscendo da una tempesta che obbligò la goletta a fuggire a vele ammainate, fu avvistato verso l’Est il gavitello di pericolo della punta di Skagen, i cui pericolosi scogli si prolungano a grande distanza sotto i flutti. Un pilota islandese venne a bordo, e tre ore dopo la Valkyria gettava l’ancora a Reykjavik nella baia di Faxa. Il professore uscì finalmente dalla cabina, un po' pallido, un po' disfatto, ma sempre entusiasta, con un lampo di soddisfazione negli occhi. La popolazione della città, straordinariamente interessata all’arrivo d’una nave nella quale ognuno ha qualche cosa da aspettare, era raggruppata sulla banchina. Mio zio aveva fretta di abbandonare la sua prigione galleggiante, per non dire il suo ospedale. Ma prima di lasciare il ponte della goletta mi trascinò sul davanti, e là, nella parte settentrionale della baia, m’indicò col dito un’alta montagna a due punte, con un doppio cono coperto di nevi eterne. Lo Sneffels! esclamò. Lo Sneffels! E dopo avermi raccomandato col gesto un silenzio assoluto, discese nel canotto che l’aspettava. Io lo seguii, e poco dopo mettevamo il piede sul suolo dell’Islanda. Subito comparve un signore di bella presenza, con una divisa da generale. Ma si trattava di un funzionario civile, il governatore dell’isola, il barone Trampe in persona. Il professore capì subito con che genere di persona aveva a che fare. Presentò al governatore le sue lettere di Copenaghen, e fra i due si intrecciò una breve conversazione in danese, alla quale io rimasi, si capisce, assolutamente estraneo. Ma da quel primo colloquio risultò che il barone Trampe si mise completamente a disposizione del professor Lidenbrock. Mio zio ebbe pure un’accoglienza amabilissima dal sindaco, il signor Finsen, dalla divisa non meno militare di quella del governatore, ma altrettanto pacifico per temperamento e per condizione. Quanto al coadiutore, il signor Pictursson, dovevamo rinunciare per il momento a essergli presentati perché stava facendo un giro episcopale nella provincia del Nord. Ma un uomo simpaticissimo, il cui aiuto fu per noi assai prezioso, fu il signor Fridriksson, professore di scienze naturali nella scuola di Reykjavik. Quel modesto scienziato parlava solo l’islandese e il latino; venne a offrirmi i suoi servizi nella lingua d’Orazio, e io sentii che eravamo fatti per intenderci. Fu infatti il solo personaggio col quale potei intrattenermi durante il mio soggiorno in Islanda. Delle tre camere di cui si componeva la sua casetta, quell’eccellente uomo ne mise due a nostra disposizione, e subito ci stabilimmo là coi nostri bagagli, la cui quantità stupì un poco gli abitanti di Reykjavik. Ebbene Axel, mi disse lo zio, le cose vanno bene e il più difficile è fatto. Come il più difficile? esclamai. Ma certo: ora non ci resta che discendere. Se la prendi così, hai ragione... Ma infine, dopo essere discesi, bisognerà risalire, m’immagino... Oh, questo non mi dà nessun pensiero. Vediamo un po'...Non c’è tempo da perdere. Io vado alla biblioteca. Forse vi si trova qualche manoscritto di Saknussemm, e mi farebbe piacere consultarlo. Frattanto io vado a visitare la città. Tu non hai intenzione di fare altrettanto? Oh, la cosa m’interessa molto poco. Quello ch’è degno di curiosità in questa terra d’Islanda non è il sopra, ma il sotto. Io uscii e mi misi a girovagare a caso. Non sarebbe stato facile smarrirsi nelle due vie di Reykjavik. Non fui dunque obbligato a fammi indicare la strada, ciò che nella lingua dei gesti, espone a molti equivoci. La città si allunga fra le due colline, su un suolo abbastanza basso e acquitrinoso. Un’immensa colata di lava la costeggia da un lato e discende a rampe abbastanza dolci verso il mare. Dall’altro si estende quella vasta baia di Faxa, limitata a Nord dall’enorme ghiaccio dello Sneffels, e nella quale la Valkyria si trovava sola all’ancora in quel momento. Di solito i guardacoste inglesi e francesi vi si tengono ancorati al largo; ma erano allora in servizio sulle coste orientali dell’isola. La più lunga delle due vie di Reykjavik è parallela alla spiaggia: ivi dimorano i mercati e i negozianti, in casette di legno costruite con travi rosse disposte orizzontalmente; l’altra via, più a Ovest, corre verso un laghetto, in mezzo tra la casa del vescovo e quella di altri personaggi estranei al commercio. Feci presto a percorrere quelle vie cupe e tristi. Intravedevo ogni tanto un tratto di prato scolorito, come un vecchio tappeto di lana logoro per l’uso, o anche un’apparenza di orto, i cui rari legumi, patate, cavoli e lattughe, sarebbero stati benissimo su una tavola lillipuziana; anche alcuni girasoli malaticci tentavano di prendere un po' di sole. Verso la metà della via non commerciale trovai il cimitero pubblico, cinto da un muro di terra nel quale il posto non mancava di certo. Dopo pochi passi, arrivai alla casa del governatore, una casupola in paragone al palazzo municipale di Amburgo, ma un palazzo a confronto delle capanne islandesi. Tra il laghetto e la città s’innalzava la chiesa, costruita secondo il gusto protestante e fatta di pietre calcinate, delle quali gli stessi vulcani fanno le spese di estrazione. Evidentemente ai forti venti dell’Ovest il suo tetto di tegole rosse doveva disperdersi per aria con grave danno dei fedeli. Su una vicina prominenza scorsi la Scuola Nazionale, nella quale, come seppi poi dal nostro ospite, s’insegnava l’ebraico, l’inglese, il francese e il danese, quattro lingue delle quali, con mia vergogna, non conoscevo nemmeno una parola. Sarei stato l’ultimo dei quaranta allievi del piccolo collegio, indegno di dormire con essi in quei letti a due scompartimenti tutti chiusi in cui dei tipi delicati morirebbero soffocati già nella prima notte. In tre ore visitai, non soltanto la città, ma anche i dintorni. L’aspetto generale era straordinariamente triste: niente alberi, niente vegetazione per così dire, e da per tutto le creste vive delle rocce vulcaniche. Le capanne degli islandesi sono fatte di terra e di torba, e i muri sono inclinati in dentro: sembrano tetti posati sul suolo. Ma quei tetti sono prati relativamente fecondi. Mercé il calore dell’abitazione, l’erba vi cresce con sufficiente perfezione, e viene falciata accuratamente all’epoca della fienagione, altrimenti gli animali domestici andrebbero a pascolare su quelle dimore verdeggianti. Durante la mia escursione, incontrai pochi abitanti: tornando nella via dei commercianti, trovai gran parte della popolazione occupata a seccare, salare e insaccare merluzzo, principale articolo di esportazione. Gli uomini sembravano robusti, ma pesanti, una specie di tedeschi biondi dall’occhio pensoso, che si sentono un po' fuori dell’umanità, poveri esiliati, relegati su quella terra di ghiaccio, la cui natura avrebbe dovuto formare degli Eschimesi, poiché li condannava a vivere sul limite del circolo polare. Tentai invano di sorprendere sul loro volto un sorriso: ridevano talvolta per una specie d’involontaria contrazione dei muscoli, ma non sorridevano mai. Il loro costume consisteva in un grossolano camiciotto di lana nera, noto in tutti i paesi scandinavi con il nome di vadmel, un cappello a larga tesa, un paio di calzoni con la fascia rossa e due pezzi di cuoio ripiegati in modo da formare le calzature. Le donne, col viso triste e rassegnato, abbastanza piacevole ma senza espressione, vestivano un corpetto e una gonna di vadmel scuro: le fanciulle portavano sui capelli intrecciati a ghirlanda un berrettino di lana a maglia bruno; le maritate avevano la testa avvolta con un fazzoletto colorato, sormontato da una specie di cimiero in tela bianca. Dopo una buona passeggiata tornai nella casa del signor Fridriksson, dove si trovava già mio zio in compagnia dell’ospite. Capitolo 10. Il pranzo era pronto Ah! Le sue opere non le abbiamo. Come! In Islanda! Non esistono né in Islanda né altrove. E perché? Perché Ame Saknussemm fu perseguitato per eresia, e nel 1573 le sue opere furono bruciate a Copenaghen per mano del carnefice. Benissimo! Perfetto! esclamò mio zio, con grande scandalo del professore di scienze naturali. Eh? fece questo. Sì, tutto si spiega, tutto si concatena, tutto è chiaro, e ora capisco perché Saknussemm, messo all’indice e costretto a nascondere le scoperte del suo genio, abbia dovuto celare in un incomprensibile crittogramma il segreto... Quale segreto? domandò vivamente il signor Fridriksson. Un segreto che... di cui... balbettò mio zio. Avrebbe per caso qualche documento particolare? insistè il nostro ospite. No, no... Facevo una piccola supposizione. Bene... rispose il signor Fridriksson, che ebbe la finezza di non insistere notando il turbamento del suo interlocutore. Poi aggiunse: Spero che non lascerete la nostra isola senza aver attinto alle sue ricchezze mineralogiche. Certo, rispose mio zio, ma arrivo un po' tardi: altri scienziati ci saranno già passati, no? E' vero, signor Lidenbrok; i lavori di Olafsen e Povelsen eseguiti per ordine del re, gli studi di Troil, e ultimamente le osservazioni degli scienziati Gaimard e Robert a bordo della corvetta francese La Recherche, che fu mandata nel 1835 dall’ammiraglio Duperré per ritrovare le tracce della spedizione di de Blosseville e de La Lilloise, di cui si erano perdute le tracce, e, di recente, le osservazioni degli scienziati imbarcati sulla fregata Regina Ortensia hanno certamente contribuito a far conoscere l’Islanda. Però, credete a me c’è ancora molto da fare. Credete? domandò mio zio con accento bonario, cercando di moderare il lampo dei propri occhi. Ma sì. Quante montagne, quanti ghiacciai, quanti vulcani da studiare, ancora poco conosciuti! Guardate, senza andare troppo lontano, guardate quel monte che s’innalza all’orizzonte: è lo Sneffels! Ah! fece mio zio. Dite lo Sneffels? Sì, uno dei vulcani più curiosi, di cui si visita raramente il cratere. Spento? Oh, spento da cinquecento anni! Ebbene, disse mio zio, che incrociava freneticamente le gambe per non saltare in aria, ho voglia di cominciare i miei studi geologici da quel Seffel... Fessel... come avete detto? Sneffels, rispose l’eccellente signor Fridriksson. Questa parte della conversazione era avvenuta in latino; cosicché io avevo capito tutto, e mi riusciva a stento di restar serio vedendo mio zio trattenere la soddisfazione che gli traboccava da ogni parte: tentava d’assumere una piccola aria d’innocenza che pareva la smorfia d’un vecchio diavolo. Sì, rispose, le vostre parole mi decidono. Tenteremo di scalare quello Sneffels, forse anche di studiare il cratere. Mi rincresce, rispose il signor Fridriksson, che le mie occupazioni non mi permettano di assentarmi. Vi avrei accompagnato con piacere e anche con profitto. Oh, no! Oh, no! rispose vivamente mio zio. Noi non vogliamo disturbare nessuno, signore: in ogni modo vi ringrazio con tutto il cuore. La presenza di uno scienziato pari vostro ci sarebbe stata molto utile, ma i doveri della vostra professione... Mi piace credere, che nell’innocenza della sua anima islandese, il nostro ospite non comprendesse la malizia di mio zio. Approvo toto corde, signor Lidenbrok, riprese l’ospite, che vogliate cominciare da quel vulcano: vi farete un’ampia messe di curiose osservazioni. Ma ditemi, in che modo fate conto di raggiungere la penisola dello Sneffels? Per mare, attraversando la baia. E' la strada più breve. Certo; ma è impossibile prenderla. Perché? Perché a Reykjavik non abbiamo neppure un canotto. Diavolo! Bisognerà andare per terra, seguendo la costa. Sarà una strada più lunga ma più interessante. Bene. Vedrò di procurarmi una guida. Ne ho appunto una da proporvi. Un uomo sicuro, intelligente? Sì, un abitante della penisola. E' un cacciatore di edredòni, l’uccello palmipede che nidifica sugli scogli, e che che tappezza i nidi del suo finissimo piumino, molle, soffice, con cui s’imbottiscono guanciali. Un uccello che vive nelle regioni artiche nell’emisfero settentrionale. Questo cacciatore è molto abile, e ne sarete contento. Parla perfettamente il danese. E quando potrò vederlo? Anche domani, se vi fa piacere. Perché non oggi? Perché arriverà appunto domani. A domani dunque, concluse mio zio con un sospiro. Quell’importante conversazione terminò poco dopo con calorosi ringraziamenti del professore tedesco al professore islandese. Durante il pranzo, mio zio aveva saputo cose importanti, tra l’altro la storia di Saknussemm e la ragione del suo misterioso documento, poi, che il suo ospite non lo avrebbe accompagnato nella spedizione e che l’indomani una guida sarebbe stata ai suoi ordini.

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