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jules-verne-viaggio-al-centro-della-terra-ita-libro, Part (2)

Capitolo 2. Quello studio era un vero museo. Vi si trovavano schedati in ordine perfetto, secondo le tre grandi suddivisioni di infiammabili, metallici e litoidi, tutti i campioni del regno minerale. Le conoscevo bene, io, tutte quelle carabattole mineralogiche! Quante volte, invece di andare a giocare coi miei coetanei, m'ero divertito a spazzolare le grafiti, le antraciti, le ligniti e le torbe! E i bitumi, le resine, i sali organici che dovevano essere difesi contro i pulviscoli della polvere! E i metalli, dal ferro sino all'oro, il cui valore relativo spariva di fronte alla assoluta eguaglianza dei campioni scientifici! E tutte quelle pietre sarebbero state sufficienti a ricostruire la casetta di Konigstrasse, persino con una camera in più, nella quale mi sarei sistemato come un pascià! Ma non pensavo a queste meraviglie mentre varcávo la soglia dello studio. Solo lo zio occupava i miei pensieri. Se ne stava sprofondato nella sua enorme poltrona tappezzata di velluto di Utrècht e teneva tra le mani un libro che stava esaminando con ammirazione profondissima. Che libro! Che libro! gridava lo zio, estasiato. Questa esclamazione mi fa ricordare che ho dimenticato di dirvi che il professor Lidenbrock è anche bibliomane nei momenti di svago: ma un libro valeva qualche cosa per lui soltanto se era introvabile o per lo meno illeggibile. Mi disse: Come? Non lo vedi? Stamattina frugando nella botteguccia di quell'ebreo, Hevelius, ho trovato un tesoro che non ha prezzo. Magnifico! risposi con scarso entusiasmo. Perché far tanto baccano per un vecchio volume in-quarto con il dorso e le plance di volgarissima vacchetta, un libraccio ingiallito da cui pendeva un segnapagina tutto sbiadito? Le meraviglie del professore si protraevano a lungo. Guarda! diceva, facendosi da solo la domanda e la risposta. Non è bello? Sì, è meraviglioso! E che rilegatura! Questo libro si apre facilmente? Sì, perché resta aperto a ogni pagina. E si chiude bene? Sì, perché copertina e fogli formano un insieme compatto, che non si separa né lascia interstizi in nessun punto! E questo dorso? Non ha una scalfittura, una sola, dopo settecento anni di vita! Ecco una rilegatura di cui Bonzerian, Closs o Purgold sarebbero andati fieri! Mentre diceva queste parole, lo zio non faceva che aprire e chiudere in continuazione il libro. Non potevo fare a meno di chiedere quale fosse il suo contenuto, benché la cosa non m'importasse neanche un po'. E qual è il titolo di questo splendido volume? domandai con una premura troppo entusiasta per essere sincera. Quest'opera, riprese lo zio infervorandosi, è l'Heims-Kringla di Snorre Turleson, famoso scrittore islandese del XII secolo; è la storia dei sovrani norvegesi che regnarono in Islanda. Accipicchia! dissi cercando di dare un senso ammirativo alla mia esclamazione. Con ogni probabilità è tradotto in tedesco, non è vero? Una traduzione? E che me ne farei della tua traduzione? Chi si preoccupa della tua traduzione? Questa è l'opera originale, è in islandese, una lingua magnifica, semplice e ricca nello stesso tempo, una lingua che permette combinazioni grammaticali svariatissime e varie modificazioni di parole! Come il tedesco, osservai. Sì, rispose lo zio con un'alzata di spalle, senza contare che l'islandese ammette i tre generi, come il greco, e declina i nomi propri come il latino! Ah! esclamai, un po' scosso nella mia indifferenza. E sono armoniosi i caratteri del libro? Caratteri? E chi ha mai parlato di caratteri, disgraziato? Si tratta di ben altro. Ecco qui: ti sembrano stampati? Ignorante! E' un manoscritto, un manoscritto runico! Runico? Sì, e adesso mi chiederai di spiegarti cosa significa. Me ne guarderò bene, replicai, ferito nel mio amor proprio. Ma lo zio non si fermò e si mise a insegnarmi nozioni che non mi interessavano affatto. Le rune, riprese a dire, erano caratteri di scrittura usati anticamente in Islanda e, secondo la tradizione, furono inventati dallo stesso Odino, il dio più importante della mitologia germanica e scandinava che ha molti caratteri comuni col Giove della mitologia greca. Guarda qui, sciagurato, ammira queste lettere uscite dalla fantasia di un dio! Non sapevo cosa ribattere e stavo per annuire, secondo quel modo di rispondere che deve piacere agli dèi e ai re, perché ha il grosso vantaggio di non imbarazzarli mai, qualora un imprevisto venga a sviare la conversazione. In quel momento fece la sua apparizione una pergamena tutta unta, che scivolò fuori dal libro e cadde a terra. Lo zio ci si precipitò sopra con una avidità facilmente comprensibile. Un vecchio documento, forse nascosto lì da chissà quanto tempo, aveva ai suoi occhi un valore immenso. Distese subito sulla tavola quel pezzo di pergamena, che era lungo cinque pollici e largo tre, e su cui si schieravano in righe orizzontali delle lettere alfabetiche incomprensibili. Ecco qui la loro esatta riproduzione. Voglio che si conoscano questi segni bizzarri perché da loro dipese la decisione del professor Lidenbrock e di suo nipote a intraprendere la più strana spedizione avvenuta nel XIX secolo. Per qualche minuto il professore esaminò i segni; poi sollevò gli occhiali e disse: E' runico. Sono lettere assolutamente identiche a quelle del manoscritto di Snorre Turleson. Chissà cosa vogliono dire? Poiché il runico era, secondo me, una invenzione dei dotti per abbindolare gli sprovveduti, fui proprio contento di vedere che anche lo zio non ci capiva un bel niente. Almeno così mi sembrò dal movimento delle sue dita che cominciavano ad agitarsi freneticamente. Mormorava tra i denti: Si tratta senza dubbio di islandese antico... E non credo si sbagliasse poiché era ritenuto un autentico poliglotta. Non che parlasse correntemente le duemila lingue e i quattromila dialetti che si parlano sulla terra, ma una buona parte di essi gli era nota. Stava per abbandonarsi a tutta l'impetuosità del suo caratteraccio di fronte a questa difficoltà, e già prevedevo la scenata che avrebbe iniziato, quando la pendola del caminetto scandì le due. E in quello stesso momento Marthe aprì la porta dello studio e annunciò: La minestra è in tavola. All'inferno la minestra! scoppiò lo zio. All'inferno chi l'ha fatta e chi se la mangerà! Marthe scappò precipitosamente. Io le corsi dietro e, senza rendermene conto, mi trovai subito al mio posto abituale in camera da pranzo. Aspettai qualche attimo. Il professore non venne. Era la prima volta, per quel che mi ricordavo, che non prendeva parte alla solenne cerimonia del pranzo. E che pranzo, poi! Minestrina al prezzemolo; frittata al prosciutto con acetosella e noce moscata, una lombatina di vitello e per finire gamberetti dolci, il tutto innaffiato da un eccellente vino della Mosella. Un vecchio scartafaccio imponeva la rinuncia a tutto questo ben di Dio. Da parte mia, da bravo nipote affezionato qual ero, mi credetti in obbligo di mangiare la parte dello zio oltre alla mia e lo feci proprio coscienziosamente. Mai successa una cosa simile! diceva la brava Marthe. Il professor Lidenbrock che non viene a tavola! E' incredibile. Sarà successo qualche cosa di grave, aggiungeva la domestica scuotendo la testa. La mia opinione personale era che stava per succedere solo una scenata spaventosa nel momento in cui lo zio si fosse reso conto che il suo pranzo era stato già divorato. Gustavo l'ultimo gamberetto quando una voce rimbombante mi strappò alle delizie del dessert. Con un salto entrai nello studio. Capitolo 3. Evidentemente è proprio runico, diceva il professore aggrottando le ciglia. Ma deve esserci un segreto e io lo scoprirò, altrimenti... Un gesto violento terminò il suo pensiero. Mettiti lì, aggiunse indicandomi il tavolino, e scrivi. Fui pronto in un attimo. Adesso ti detterò tutte le lettere del nostro alfabeto con la corrispondenza in lingua runica. Staremo a vedere. Ma, per San Michele non ti sbagliare, o saranno guai! Cominciò a dettare; mi dedicai al mio compito con la maggiore attenzione possibile. Una dopo l'altra furono dettate tutte le lettere. Si formò in questo modo questa incomprensibile sequenza di parole: m.rnlls esreuel, sgtssmf unteief, kt,samn atrateS, emtnael nuaect, Atvaar .nscrc ccdrmi eeutul, dt,iac oseibo, seecJde, niedrke, Saodrrn, KediiY. Terminata questa fase del lavoro, lo zio prese il foglio su cui avevo scritto e lo esaminò lungamente, con molta attenzione. Che cosa significa? ripeteva tra sé. Io certo non avrei potuto dirglielo, ve lo giuro. D'altra parte lui non mi chiese niente e continuò a parlottare da solo: Secondo me questo è un crittogramma, in cui il significato è nascosto sotto lettere appositamente disordinate, le quali tuttavia, messe nella giusta successione, potrebbero formare una frase comprensibile. E pensare che forse qui c'è l'indicazione o la spiegazione d'una grande scoperta! Da parte mia pensavo che non ci fosse proprio un bel niente, ma tenni per me la mia opinione, non si sa mai... A questo punto il professore prese libro e pergamena e ne fece un esame comparativo. Le due scritture non sono della stessa mano. Il crittogramma è posteriore al libro. Eccone una prova inconfutabile. Infatti la prima lettera è una doppia emme, lettera che cercheremmo inutilmente nel libro di Turleson, dato che fu aggiunta all'alfabeto islandese solo nel XIV secolo. Perciò tra manoscritto e documento corrono a dir poco due secoli. Questo discorso, lo ammetto, mi sembrò abbastanza logico. Sono quindi portato a pensare, riprese lo zio, che sia stato uno dei possessori del libro a scrivere il crittogramma. Ma chi diavolo sarà stato? Forse potrebbe aver messo il suo nome in qualche punto del manoscritto antico. Lo zio si tolse gli occhiali, prese una potente lente di ingrandimento e cominciò a esaminare con attenzione le prime pagine del libro. Sul retro della terza, l'occhiello, scoprì una specie di sgorbio che pareva a prima vista una macchiolina d'inchiostro. Tuttavia, esaminandola da vicino, vi si notavano alcune lettere cancellate a metà. Lo zio si rese conto che l'indizio era interessante; si accanì a decifrare lo sgorbio e con l'aiuto della lente riuscì a decifrare queste lettere dell'alfabeto runico che lesse senza esitare: Arne Saknussemm! esclamò trionfante. Ma questo è il nome di uno scienziato islandese del XVI secolo, un famoso alchimista! Guardai lo zio con una certa ammirazione. Gli alchimisti, proseguì, come Avicenna, Bacone, Lullo, Paracelso erano i soli, i veri scienziati del loro tempo. Questo Saknussemm potrebbe quindi aver nascosto sotto il crittogramma incomprensibile qualche meravigliosa invenzione. Dev'essere così. E' così. A quest'ipotesi la fantasia del professore si accendeva. Certo, risposi, ma che interesse poteva avere lo scienziato a nascondere in questo modo una scoperta meravigliosa? Perché? Perché? Eh, come posso saperlo. Forse Galileo non ha fatto altrettanto per Saturno? E poi staremo a vedere; scoprirò il segreto di questo documento: non mangerò, non dormirò finché non lo avrò decifrato.... Ah, perdinci! pensai. ...e naturalmente anche tu, Axel, concluse. Meno male che ho pranzato per due! dissi tra me e me. Prima di tutto, proseguì lo zio, bisogna trovare la chiave di questo messaggio cifrato. Non dovrebbe essere difficile. A queste parole drizzai subito le orecchie. Lo zio continuò il suo monologo. Anzi, è abbastanza facile. In questo documento ci sono 132 lettere, di cui 79 consonanti e 53 vocali. Ora le parole delle lingue meridionali rispettano più o meno questa proporzione, mentre i linguaggi nordici sono molto più ricchi di consonanti. Si tratta dunque d'una lingua meridionale. Conclusione giustissima. Ma qual è questa lingua? Era qui che ti volevo, caro zietto, anche se sei un analista dottissimo! Lui continuò: Questo Saknussemm era un dotto; e allora, se non scriveva nella sua madrelingua, doveva scegliere di preferenza la lingua delle persone colte della sua epoca, e cioè il latino. Se sbaglio tenterò col francese, lo spagnolo, I'italiano, il greco e l'ebraico. Ma gli scienziati del XVI secolo generalmente scrivevano in latino. Quindi ho il diritto di affermare a priori: questo è latino! Feci un salto sulla sedia. I miei ricordi di latinista si ribellavano all'insinuazione che quella serie di parole contorte potessero appartenere alla musicalissima lingua di Virgilio. Per esser latino, è latino, riprese lo zio. Ma è latino contraffatto. Adesso ci siamo! pensai. Se riuscirai a trovare l'originale sarai proprio bravo, caro zio. Esaminiamo con calma la situazione, e mentre diceva queste parole mi prese di mano il foglio su cui avevo scritto. Ecco una serie di 132 lettere che si presentano in gran disordine apparente. Vi sono parole in cui si incontrano solo consonanti come la prima m.rnlls, altre invece in cui le vocali abbondano, per esempio la quinta unteief, o la penultima, oseibo. Ora questa disposizione non può essere casuale: è prodotta matematicamente dalla ignota ragione che ha ispirato la successione di queste lettere. Credo di poter affermare con sicurezza che la frase originale deve essere stata scritta regolarmente, poi scomposta secondo una legge che dobbiamo trovare. Se uno scopre la chiave di questo messaggio cifrato, potrà leggerlo correntemente. Ma quale sarà questa chiave? Ce l'hai tu la chiave, Non risposi niente a questa domanda. Avevo una eccellente ragione: stavo guardando un bel ritratto che era appeso al muro, il ritratto di Grauben. La figlioccia dello zio si trovava in quel momento ad Altona presso una sua parente. La sua lontananza mi rendeva triste perché... e va bene, ve lo confesserò! Io e la bella virlandese ci volevamo bene con tutta la paziente flemma dei tedeschi. Senza che lo zio sapesse nulla, ci eravamo fidanzati. Lo zio era troppo attaccato alla geologia per capirci. Grauben era una gran bella ragazza: bionda, con gli occhi azzurri, col carattere piuttosto riservato e chiuso; eppure mi voleva molto bene. Da parte mia l'adoravo, se questo verbo esistesse nella lingua tedesca. L'immagine della mia graziosa virlandese mi aveva fatto sognare a occhi aperti trasportandomi nell'universo della fantasia e dei ricordi. Rividi la mia fedele compagna di giochi e di studi. Mi aiutava ogni giorno a tenere in ordine i preziosi minerali dello zio e vi attaccava i cartellini in mia compagnia. Era anche lei una mineralogista, la signorina Grauben! Avrebbe potuto dare lezioni a un professore universitario. Le piaceva molto approfondire i più ardui problemi scientifici. Quante dolcissime ore avevamo passato a studiare insieme! E quante volte avevo invidiato la sorte delle pietre insensibili che erano sfiorate dalle sue tenere manine! Quando veniva l'ora della ricreazione uscivamo insieme, ci incamminavamo per gli ombreggiati viali dell'Alster e andavamo al vecchio mulino incatramato, così suggestivo, all'altra estremità del lago. Strada facendo chiacchieravamo tenendoci per la mano. Quando eravamo arrivati in riva all'Elba, davamo la buona sera ai cigni che nuotavano tra le grandi ninfee bianche e ritornavamo in città col vaporetto. Ero arrivato proprio a questo punto culminante del mio sogno, quando lo zio batté un pugno sul tavolino e mi riportò violentemente alla realtà. Vediamo... la prima idea che viene in mente per camuffare le parole d'una frase è, mi pare, quella di scriverla verticalmente anziché in modo orizzontale. Perbacco! pensai. Vediamo se questo sistema funziona. Axel, scrivi una frase qualunque su quel pezzo di carta; ma invece di sistemare le lettere delle parole una dopo l'altra in senso orizzontale, mettile in successione in senso verticale, in modo da poter riunire le lettere in gruppi di cinque o sei. Mi resi conto di quello che desiderava e subito scrissi dall'alto in basso: Tiomca iobiod vmealb oonpae gleiGn lt,cr! Va bene, fece il professore senza leggere quello che scrivevo. Adesso metti le parole su una riga orizzontale. Obbedii e ottenni la frase seguente: Tiomca iobioa vmealb oonpae gleiGn It,cr! Benissimo! approvò lo zio. E mi tolse il foglietto dalle mani. Ecco assomiglia già a quel vecchio documento; le vocali e le consonanti sono raggruppate con lo stesso disordine. Vi sono anche maiuscole e segni di interpunzione proprio in mezzo alle parole esattamente come nella pergamena di Saknussemm! Devo ammettere che quelle considerazioni mi sembrarono molto ingegnose. Ora, continuò rivolgendosi a me direttamente, per leggere la frase che hai scritto, e che io non conosco, mi basterà prendere in successione la prima lettera d'ogni singola parola, poi la seconda, poi la terza, e così di seguito. E lo zio, con suo grande stupore, e mio ancor maggiore! lesse: Ti voglio molto bene, mia piccola Grauben! Come sarebbe?! esclamò il professore. Eh, sì, senza volerlo, senza accorgermene, da quell'innamorato sventato che ero, avevo scritto una frase compromettente. Ah! Allora ami Grauben? proseguì col classico tono di tutti i tutori di questo mondo. Sì... no... balbettai. Ami Grauben... ripeté macchinalmente. Benissimo, voglio dire, applichiamo lo stesso metodo al documento. Ricaduto nella sua mania indagatrice, lo zio s'era già scordato le mie parole imprudenti. Dico imprudenti perché la testa d'uno scienziato non poteva forse capire le cose del cuore. Ma per fortuna la smania di fare la scoperta del significato nascosto nel documento prevalse in lui. Al momento di fare la sua esperienza più significativa, gli occhi del professor Lidenbrock mandavano lampi attraverso gli occhiali. Le sue dita ebbero un leggero tremito quando prese la vecchia pergamena. Era profondamente commosso. Poi tossì con forza e con voce solenne, leggendo in successione la prima lettera e poi la seconda d'ogni parola, mi dettò la frase seguente: mmessunkaSenrA.icefdoKsegnittamurtn ecertserrette,rotaivsadua,edneesedsadne lacartniiilu JsiratracSarbmutabiledmek meretarcsilucoYsleffenSnJ Mentre finivo di scrivere, confesso d'essermi sentito emozionato. Le lettere dettate una per una non mi avevano suggerito alcun significato; mi aspettavo dunque che il professore lasciasse uscire dalle labbra con la sua solita magniloquenza una stupenda frase latina. Invece... e chi se lo sarebbe mai aspettato? Un pugno da scaricatore di porto fece traballare il tavolino. L'inchiostro schizzò fuori dal calamaio, la penna mi scappò di mano. Lo zio gridò: Non ci siamo! Non ha senso! Poi, attraversando lo studio con la velocità d'una palla da cannone, scendendo le scale come una valanga, si precipitò in Konigstrasse e se la dette a gambe levate. Capitolo 4. E' andato via? gridò Marthe, che era accorsa al fracasso del portone sulla strada. Era stato richiuso con tanta grazia che la casetta aveva tremato. Sì, risposi. Se n'è proprio andato. Ma... e il pranzo? Non pranzerà. E la cena? Non cenerà. Come? disse Marthe congiungendo le mani. No, cara la mia Marthe: non mangerà più. Anzi nessuno mangerà più in questa casa. Lo zio Lidenbrock ci terrà tutti digiuni fino al momento in cui avrà decifrato un vecchio scartafaccio di cui non si capisce niente! Gesù! E allora non ci resta che crepare di fame. Non osai confermarle che, data la testardaggine dello zio, quel destino appariva come inevitabile. Terribilmente preoccupata, la vecchia serva tornò in cucina. Guaiva come una cagna. Rimasto solo mi venne il pensiero di andare a riferire ogni cosa a Grauben. Ma come fare a lasciar la casa? Il professore poteva ritornare da un momento all'altro. E se m'avesse chiamato? E se avesse voluto ricominciare da capo quel logogrifamento a cui nemmeno il vecchio Edipo sarebbe stato capace di trovare una soluzione? Se mi chiamava e non mi trovava in casa, che avrebbe fatto? Era meglio rimanere. Un mineralogista di Besancon ci aveva appena mandato una collezione di geodi silicei, raggruppamenti irregolari di cristalli nella pietra silice, che dovevano essere classificati. Mi misi al lavoro. Ripulii, misi l'etichetta e disposi nella loro vetrina tutte quelle pietre cave, dentro le quali vibravano minuscoli, infiniti cristalli. Ma questo lavoro non mi distraeva dai miei pensieri. La faccenda di quel vecchio documento continuava stranamente a preoccuparmi; mi ribolliva in testa, mi sentivo un non so che, presentivo una catastrofe molto prossima. Dopo un'ora i geodi erano perfettamente in ordine nella vetrina. Mi buttai allora io, nella vecchia poltrona di Utrecht, con le braccia penzoloni e la testa all'indietro. Accesi la pipa dal lungo cannello ricurvo, che aveva scolpita sul cannello una voluttuosa najade sdraiata con indolenza; mi divertii poi a seguire con lo sguardo la carbonizzazione che lentamente trasformava la najade in una negretta. Ogni tanto mi mettevo ad ascoltare se si sentiva rumore di passi su per le scale. Ma niente. Dove sarà stato lo zio in quel momento? Me lo immaginavo mentre correva sotto gli alberi del bel viale di Altona gesticolando, battendo contro i muri col bastone, frustando l'erba delle aiuole con un violento movimento del braccio, decapitando i cardi e turbando il riposo delle cicogne solitarie. Sarebbe ritornato a casa con l'aria trionfante o scoraggiata? Chi avrebbe vinto? lui o il segreto? Rivolgevo a me stesso queste domande, quando presi distrattamente il foglio tra le mani. Mi ripetevo: che cosa significherà? Cercai di riunire le lettere in modo da formare parole di senso compiuto. Niente da fare. Provai a riunirle a gruppi di tre, di quattro, di cinque, di sei lettere: niente, non ricavai niente che avesse un senso. Vi erano però la quattordicesima, la quindicesima e la sedicesima che formavano la parola inglese ice, che vol dire ghiaccio. L'ottantaquattresima, l'ottantacinquesima e l'ottantaseiesima formavano la parola sir. Infine, nel corpo del documento alla terza riga notai le parole latine rota, mutabile, ira, nec, atra. Diavolo, pensai, queste ultime parole sembrerebbero dar ragione allo zio riguardo la lingua del documento! Inoltre alla quarta riga vedo anche la parola luco, cioè bosco sacro. E' anche vero però che alla terza riga si legge la parola tabiled di struttura tipicamente ebraica. E all'ultima riga i vocaboli mer, arc, mère sono schiettamente francesi. Che rompicapo diabolico! Quattro diverse lingue in quella frase assurda. Che rapporto poteva esserci tra ghiaccio, signore, collera, crudele, bosco sacro, mutabile, madre, arco o mare? Solo la prima e l'ultima si accostavano facilmente: non c'era da meravigliarsi se in un documento scritto in Islanda si facesse riferimento a un mare di ghiaccio. Ma da questo ad aver trovato la chiave per interpretare il crittogramma, ci correva. Mi dibattevo dunque contro una difficoltà insolubile; il mio cervello era in ebollizione; gli occhi avrebbero bucato il foglio; le centotrentadue lettere sembrava che mi ballassero il valzer attorno come quelle goccioline argentee che sembra si smuovano nell'aria attorno alla nostra testa, quando il sangue vi affluisce con eccessiva rapidità. Ero in preda a una sorta d'allucinazione; mi pareva di soffocare: avevo bisogno d'aria. Mi feci vento macchinalmente con quei fogli di carta, di cui si presentarono ai miei occhi successivamente diritto e rovescio. Con quanta meraviglia m'accorsi che in uno di questi veloci movimenti, nell'attimo in cui il rovescio era rivolto verso di me, apparivano parole perfettamente leggibili, parole latine, tra cui craterem e terrestre! La mia mente s'illuminò di colpo. Questi indizi bastarono a farmi intravedere la verità. Avevo decifrato il crittogramma. Per capire quel documento non era neanche necessario leggerlo attraverso il retro del foglio! Poteva essere letto correntemente così com'era, così come m'era stato dettato. Si avveravano dunque tutte le ingegnose supposizioni del professore. Aveva avuto ragione sia per quanto riguardava la disposizione delle lettere che per la lingua del documento! Per un soffio non era riuscito a leggere questa frase latina, e quel soffio... a me l'aveva offerto il caso. Immaginatevi quanto ero emozionato! I miei occhi si confondevano. Non potevo nemmeno leggere. Avevo steso il foglio sul tavolo: uno sguardo e mi sarei impadronito di quel segreto. Finalmente riuscii a calmarmi. Mi imposi di fare per due volte il giro della stanza allo scopo di distendere i nervi. Poi tornai a sprofondarmi nella grande poltrona. Dopo aver inspirato profondamente, esclamai: Leggiamo! Mi chinai sulla tavola, posi il dito in successione sulle varie lettere e senza fermarmi, senza esitare un attimo, pronunciai tutta la frase a voce alta. Ma quale stupore, quale paura m'invasero! Era come se fossi stato colpito da una bastonata in testa. Com'era possibile? Era proprio accaduto quel che avevo letto? Un uomo aveva avuto il coraggio temerario di penetrare sino... No e no! esclamai, balzando in piedi. Eh, no! Lo zio non lo saprà! Ci mancherebbe altro che venisse a conoscenza d'un simile viaggio. Di certo poi vorrebbe provarci anche lui! E niente potrebbe fermarlo! Figurarsi, un geologo ostinato come lui! Partirebbe in ogni caso, nonostante tutto e tutti! E mi porterebbe con sé. E non faremmo più ritorno. Mai, mai! Ero in uno stato di sovraeccitazione che non riesco a descrivere. No, no! Non avverrà mai! continuai con energia. Poiché ho il mezzo di impedire che il mio tiranno possa avere un'idea simile, lo farò. Voltando e rivoltando questo documento potrebbe per caso scoprirne la chiave! Distruggiamolo! Nel caminetto c'era un po' di brace. Presi non soltanto quel foglio di carta, ma anche tutta la pergamena di Saknussemm; stavo per buttare con mano febbrile quelle carte sui tizzoni e distruggere così quel pericoloso segreto, quando s'aprì la porta dello studio. Entrò mio zio.



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Capitolo 2. Quello studio era un vero museo. Vi si trovavano schedati in ordine perfetto, secondo le tre grandi suddivisioni di infiammabili, metallici e litoidi, tutti i campioni del regno minerale. Le conoscevo bene, io, tutte quelle carabattole mineralogiche! Quante volte, invece di andare a giocare coi miei coetanei, m'ero divertito a spazzolare le grafiti, le antraciti, le ligniti e le torbe! E i bitumi, le resine, i sali organici che dovevano essere difesi contro i pulviscoli della polvere! E i metalli, dal ferro sino all'oro, il cui valore relativo spariva di fronte alla assoluta eguaglianza dei campioni scientifici! E tutte quelle pietre sarebbero state sufficienti a ricostruire la casetta di Konigstrasse, persino con una camera in più, nella quale mi sarei sistemato come un pascià! Ma non pensavo a queste meraviglie mentre varcávo la soglia dello studio. Solo lo zio occupava i miei pensieri. Se ne stava sprofondato nella sua enorme poltrona tappezzata di velluto di Utrècht e teneva tra le mani un libro che stava esaminando con ammirazione profondissima. Che libro! Che libro! gridava lo zio, estasiato. Questa esclamazione mi fa ricordare che ho dimenticato di dirvi che il professor Lidenbrock è anche bibliomane nei momenti di svago: ma un libro valeva qualche cosa per lui soltanto se era introvabile o per lo meno illeggibile. Mi disse: Come? Non lo vedi? Stamattina frugando nella botteguccia di quell'ebreo, Hevelius, ho trovato un tesoro che non ha prezzo. Magnifico! risposi con scarso entusiasmo. Perché far tanto baccano per un vecchio volume in-quarto con il dorso e le plance di volgarissima vacchetta, un libraccio ingiallito da cui pendeva un segnapagina tutto sbiadito? Le meraviglie del professore si protraevano a lungo. Guarda! diceva, facendosi da solo la domanda e la risposta. Non è bello? Sì, è meraviglioso! E che rilegatura! Questo libro si apre facilmente? Sì, perché resta aperto a ogni pagina. E si chiude bene? Sì, perché copertina e fogli formano un insieme compatto, che non si separa né lascia interstizi in nessun punto! E questo dorso? Non ha una scalfittura, una sola, dopo settecento anni di vita! Ecco una rilegatura di cui Bonzerian, Closs o Purgold sarebbero andati fieri! Mentre diceva queste parole, lo zio non faceva che aprire e chiudere in continuazione il libro. Non potevo fare a meno di chiedere quale fosse il suo contenuto, benché la cosa non m'importasse neanche un po'. E qual è il titolo di questo splendido volume? domandai con una premura troppo entusiasta per essere sincera. Quest'opera, riprese lo zio infervorandosi, è l'Heims-Kringla di Snorre Turleson, famoso scrittore islandese del XII secolo; è la storia dei sovrani norvegesi che regnarono in Islanda. Accipicchia! dissi cercando di dare un senso ammirativo alla mia esclamazione. Con ogni probabilità è tradotto in tedesco, non è vero? Una traduzione? E che me ne farei della tua traduzione? Chi si preoccupa della tua traduzione? Questa è l'opera originale, è in islandese, una lingua magnifica, semplice e ricca nello stesso tempo, una lingua che permette combinazioni grammaticali svariatissime e varie modificazioni di parole! Come il tedesco, osservai. Sì, rispose lo zio con un'alzata di spalle, senza contare che l'islandese ammette i tre generi, come il greco, e declina i nomi propri come il latino! Ah! esclamai, un po' scosso nella mia indifferenza. E sono armoniosi i caratteri del libro? Caratteri? E chi ha mai parlato di caratteri, disgraziato? Si tratta di ben altro. Ecco qui: ti sembrano stampati? Ignorante! E' un manoscritto, un manoscritto runico! Runico? Sì, e adesso mi chiederai di spiegarti cosa significa. Me ne guarderò bene, replicai, ferito nel mio amor proprio. Ma lo zio non si fermò e si mise a insegnarmi nozioni che non mi interessavano affatto. Le rune, riprese a dire, erano caratteri di scrittura usati anticamente in Islanda e, secondo la tradizione, furono inventati dallo stesso Odino, il dio più importante della mitologia germanica e scandinava che ha molti caratteri comuni col Giove della mitologia greca. Guarda qui, sciagurato, ammira queste lettere uscite dalla fantasia di un dio! Non sapevo cosa ribattere e stavo per annuire, secondo quel modo di rispondere che deve piacere agli dèi e ai re, perché ha il grosso vantaggio di non imbarazzarli mai, qualora un imprevisto venga a sviare la conversazione. In quel momento fece la sua apparizione una pergamena tutta unta, che scivolò fuori dal libro e cadde a terra. Lo zio ci si precipitò sopra con una avidità facilmente comprensibile. Un vecchio documento, forse nascosto lì da chissà quanto tempo, aveva ai suoi occhi un valore immenso. Distese subito sulla tavola quel pezzo di pergamena, che era lungo cinque pollici e largo tre, e su cui si schieravano in righe orizzontali delle lettere alfabetiche incomprensibili. Ecco qui la loro esatta riproduzione. Voglio che si conoscano questi segni bizzarri perché da loro dipese la decisione del professor Lidenbrock e di suo nipote a intraprendere la più strana spedizione avvenuta nel XIX secolo. Per qualche minuto il professore esaminò i segni; poi sollevò gli occhiali e disse: E' runico. Sono lettere assolutamente identiche a quelle del manoscritto di Snorre Turleson. Chissà cosa vogliono dire? Poiché il runico era, secondo me, una invenzione dei dotti per abbindolare gli sprovveduti, fui proprio contento di vedere che anche lo zio non ci capiva un bel niente. Almeno così mi sembrò dal movimento delle sue dita che cominciavano ad agitarsi freneticamente. Mormorava tra i denti: Si tratta senza dubbio di islandese antico... E non credo si sbagliasse poiché era ritenuto un autentico poliglotta. Non che parlasse correntemente le duemila lingue e i quattromila dialetti che si parlano sulla terra, ma una buona parte di essi gli era nota. Stava per abbandonarsi a tutta l'impetuosità del suo caratteraccio di fronte a questa difficoltà, e già prevedevo la scenata che avrebbe iniziato, quando la pendola del caminetto scandì le due. E in quello stesso momento Marthe aprì la porta dello studio e annunciò: La minestra è in tavola. All'inferno la minestra! scoppiò lo zio. All'inferno chi l'ha fatta e chi se la mangerà! Marthe scappò precipitosamente. Io le corsi dietro e, senza rendermene conto, mi trovai subito al mio posto abituale in camera da pranzo. Aspettai qualche attimo. Il professore non venne. Era la prima volta, per quel che mi ricordavo, che non prendeva parte alla solenne cerimonia del pranzo. E che pranzo, poi! Minestrina al prezzemolo; frittata al prosciutto con acetosella e noce moscata, una lombatina di vitello e per finire gamberetti dolci, il tutto innaffiato da un eccellente vino della Mosella. Un vecchio scartafaccio imponeva la rinuncia a tutto questo ben di Dio. Da parte mia, da bravo nipote affezionato qual ero, mi credetti in obbligo di mangiare la parte dello zio oltre alla mia e lo feci proprio coscienziosamente. Mai successa una cosa simile! diceva la brava Marthe. Il professor Lidenbrock che non viene a tavola! E' incredibile. Sarà successo qualche cosa di grave, aggiungeva la domestica scuotendo la testa. La mia opinione personale era che stava per succedere solo una scenata spaventosa nel momento in cui lo zio si fosse reso conto che il suo pranzo era stato già divorato. Gustavo l'ultimo gamberetto quando una voce rimbombante mi strappò alle delizie del dessert. Con un salto entrai nello studio. Capitolo 3. Evidentemente è proprio runico, diceva il professore aggrottando le ciglia. Ma deve esserci un segreto e io lo scoprirò, altrimenti... Un gesto violento terminò il suo pensiero. Mettiti lì, aggiunse indicandomi il tavolino, e scrivi. Fui pronto in un attimo. Adesso ti detterò tutte le lettere del nostro alfabeto con la corrispondenza in lingua runica. Staremo a vedere. Ma, per San Michele non ti sbagliare, o saranno guai! Cominciò a dettare; mi dedicai al mio compito con la maggiore attenzione possibile. Una dopo l'altra furono dettate tutte le lettere. Si formò in questo modo questa incomprensibile sequenza di parole: m.rnlls esreuel, sgtssmf unteief, kt,samn atrateS, emtnael nuaect, Atvaar .nscrc ccdrmi eeutul, dt,iac oseibo, seecJde, niedrke, Saodrrn, KediiY. Terminata questa fase del lavoro, lo zio prese il foglio su cui avevo scritto e lo esaminò lungamente, con molta attenzione. Che cosa significa? ripeteva tra sé. Io certo non avrei potuto dirglielo, ve lo giuro. D'altra parte lui non mi chiese niente e continuò a parlottare da solo: Secondo me questo è un crittogramma, in cui il significato è nascosto sotto lettere appositamente disordinate, le quali tuttavia, messe nella giusta successione, potrebbero formare una frase comprensibile. E pensare che forse qui c'è l'indicazione o la spiegazione d'una grande scoperta! Da parte mia pensavo che non ci fosse proprio un bel niente, ma tenni per me la mia opinione, non si sa mai... A questo punto il professore prese libro e pergamena e ne fece un esame comparativo. Le due scritture non sono della stessa mano. Il crittogramma è posteriore al libro. Eccone una prova inconfutabile. Infatti la prima lettera è una doppia emme, lettera che cercheremmo inutilmente nel libro di Turleson, dato che fu aggiunta all'alfabeto islandese solo nel XIV secolo. Perciò tra manoscritto e documento corrono a dir poco due secoli. Questo discorso, lo ammetto, mi sembrò abbastanza logico. Sono quindi portato a pensare, riprese lo zio, che sia stato uno dei possessori del libro a scrivere il crittogramma. Ma chi diavolo sarà stato? Forse potrebbe aver messo il suo nome in qualche punto del manoscritto antico. Lo zio si tolse gli occhiali, prese una potente lente di ingrandimento e cominciò a esaminare con attenzione le prime pagine del libro. Sul retro della terza, l'occhiello, scoprì una specie di sgorbio che pareva a prima vista una macchiolina d'inchiostro. Tuttavia, esaminandola da vicino, vi si notavano alcune lettere cancellate a metà. Lo zio si rese conto che l'indizio era interessante; si accanì a decifrare lo sgorbio e con l'aiuto della lente riuscì a decifrare queste lettere dell'alfabeto runico che lesse senza esitare: Arne Saknussemm! esclamò trionfante. Ma questo è il nome di uno scienziato islandese del XVI secolo, un famoso alchimista! Guardai lo zio con una certa ammirazione. Gli alchimisti, proseguì, come Avicenna, Bacone, Lullo, Paracelso erano i soli, i veri scienziati del loro tempo. Questo Saknussemm potrebbe quindi aver nascosto sotto il crittogramma incomprensibile qualche meravigliosa invenzione. Dev'essere così. E' così. A quest'ipotesi la fantasia del professore si accendeva. Certo, risposi, ma che interesse poteva avere lo scienziato a nascondere in questo modo una scoperta meravigliosa? Perché? Perché? Eh, come posso saperlo. Forse Galileo non ha fatto altrettanto per Saturno? E poi staremo a vedere; scoprirò il segreto di questo documento: non mangerò, non dormirò finché non lo avrò decifrato.... Ah, perdinci! pensai. ...e naturalmente anche tu, Axel, concluse. Meno male che ho pranzato per due! dissi tra me e me. Prima di tutto, proseguì lo zio, bisogna trovare la chiave di questo messaggio cifrato. Non dovrebbe essere difficile. A queste parole drizzai subito le orecchie. Lo zio continuò il suo monologo. Anzi, è abbastanza facile. In questo documento ci sono 132 lettere, di cui 79 consonanti e 53 vocali. Ora le parole delle lingue meridionali rispettano più o meno questa proporzione, mentre i linguaggi nordici sono molto più ricchi di consonanti. Si tratta dunque d'una lingua meridionale. Conclusione giustissima. Ma qual è questa lingua? Era qui che ti volevo, caro zietto, anche se sei un analista dottissimo! Lui continuò: Questo Saknussemm era un dotto; e allora, se non scriveva nella sua madrelingua, doveva scegliere di preferenza la lingua delle persone colte della sua epoca, e cioè il latino. Se sbaglio tenterò col francese, lo spagnolo, I'italiano, il greco e l'ebraico. Ma gli scienziati del XVI secolo generalmente scrivevano in latino. Quindi ho il diritto di affermare a priori: questo è latino! Feci un salto sulla sedia. I miei ricordi di latinista si ribellavano all'insinuazione che quella serie di parole contorte potessero appartenere alla musicalissima lingua di Virgilio. Per esser latino, è latino, riprese lo zio. Ma è latino contraffatto. Adesso ci siamo! pensai. Se riuscirai a trovare l'originale sarai proprio bravo, caro zio. Esaminiamo con calma la situazione, e mentre diceva queste parole mi prese di mano il foglio su cui avevo scritto. Ecco una serie di 132 lettere che si presentano in gran disordine apparente. Vi sono parole in cui si incontrano solo consonanti come la prima m.rnlls, altre invece in cui le vocali abbondano, per esempio la quinta unteief, o la penultima, oseibo. Ora questa disposizione non può essere casuale: è prodotta matematicamente dalla ignota ragione che ha ispirato la successione di queste lettere. Credo di poter affermare con sicurezza che la frase originale deve essere stata scritta regolarmente, poi scomposta secondo una legge che dobbiamo trovare. Se uno scopre la chiave di questo messaggio cifrato, potrà leggerlo correntemente. Ma quale sarà questa chiave? Ce l'hai tu la chiave, Non risposi niente a questa domanda. Avevo una eccellente ragione: stavo guardando un bel ritratto che era appeso al muro, il ritratto di Grauben. La figlioccia dello zio si trovava in quel momento ad Altona presso una sua parente. La sua lontananza mi rendeva triste perché... e va bene, ve lo confesserò! Io e la bella virlandese ci volevamo bene con tutta la paziente flemma dei tedeschi. Senza che lo zio sapesse nulla, ci eravamo fidanzati. Lo zio era troppo attaccato alla geologia per capirci. Grauben era una gran bella ragazza: bionda, con gli occhi azzurri, col carattere piuttosto riservato e chiuso; eppure mi voleva molto bene. Da parte mia l'adoravo, se questo verbo esistesse nella lingua tedesca. L'immagine della mia graziosa virlandese mi aveva fatto sognare a occhi aperti trasportandomi nell'universo della fantasia e dei ricordi. Rividi la mia fedele compagna di giochi e di studi. Mi aiutava ogni giorno a tenere in ordine i preziosi minerali dello zio e vi attaccava i cartellini in mia compagnia. Era anche lei una mineralogista, la signorina Grauben! Avrebbe potuto dare lezioni a un professore universitario. Le piaceva molto approfondire i più ardui problemi scientifici. Quante dolcissime ore avevamo passato a studiare insieme! E quante volte avevo invidiato la sorte delle pietre insensibili che erano sfiorate dalle sue tenere manine! Quando veniva l'ora della ricreazione uscivamo insieme, ci incamminavamo per gli ombreggiati viali dell'Alster e andavamo al vecchio mulino incatramato, così suggestivo, all'altra estremità del lago. Strada facendo chiacchieravamo tenendoci per la mano. Quando eravamo arrivati in riva all'Elba, davamo la buona sera ai cigni che nuotavano tra le grandi ninfee bianche e ritornavamo in città col vaporetto. Ero arrivato proprio a questo punto culminante del mio sogno, quando lo zio batté un pugno sul tavolino e mi riportò violentemente alla realtà. Vediamo... la prima idea che viene in mente per camuffare le parole d'una frase è, mi pare, quella di scriverla verticalmente anziché in modo orizzontale. Perbacco! pensai. Vediamo se questo sistema funziona. Axel, scrivi una frase qualunque su quel pezzo di carta; ma invece di sistemare le lettere delle parole una dopo l'altra in senso orizzontale, mettile in successione in senso verticale, in modo da poter riunire le lettere in gruppi di cinque o sei. Mi resi conto di quello che desiderava e subito scrissi dall'alto in basso: Tiomca iobiod vmealb oonpae gleiGn lt,cr! Va bene, fece il professore senza leggere quello che scrivevo. Adesso metti le parole su una riga orizzontale. Obbedii e ottenni la frase seguente: Tiomca iobioa vmealb oonpae gleiGn It,cr! Benissimo! approvò lo zio. E mi tolse il foglietto dalle mani. Ecco assomiglia già a quel vecchio documento; le vocali e le consonanti sono raggruppate con lo stesso disordine. Vi sono anche maiuscole e segni di interpunzione proprio in mezzo alle parole esattamente come nella pergamena di Saknussemm! Devo ammettere che quelle considerazioni mi sembrarono molto ingegnose. Ora, continuò rivolgendosi a me direttamente, per leggere la frase che hai scritto, e che io non conosco, mi basterà prendere in successione la prima lettera d'ogni singola parola, poi la seconda, poi la terza, e così di seguito. E lo zio, con suo grande stupore, e mio ancor maggiore! lesse: Ti voglio molto bene, mia piccola Grauben! Come sarebbe?! esclamò il professore. Eh, sì, senza volerlo, senza accorgermene, da quell'innamorato sventato che ero, avevo scritto una frase compromettente. Ah! Allora ami Grauben? proseguì col classico tono di tutti i tutori di questo mondo. Sì... no... balbettai. Ami Grauben... ripeté macchinalmente. Benissimo, voglio dire, applichiamo lo stesso metodo al documento. Ricaduto nella sua mania indagatrice, lo zio s'era già scordato le mie parole imprudenti. Dico imprudenti perché la testa d'uno scienziato non poteva forse capire le cose del cuore. Ma per fortuna la smania di fare la scoperta del significato nascosto nel documento prevalse in lui. Al momento di fare la sua esperienza più significativa, gli occhi del professor Lidenbrock mandavano lampi attraverso gli occhiali. Le sue dita ebbero un leggero tremito quando prese la vecchia pergamena. Era profondamente commosso. Poi tossì con forza e con voce solenne, leggendo in successione la prima lettera e poi la seconda d'ogni parola, mi dettò la frase seguente: mmessunkaSenrA.icefdoKsegnittamurtn ecertserrette,rotaivsadua,edneesedsadne lacartniiilu JsiratracSarbmutabiledmek meretarcsilucoYsleffenSnJ Mentre finivo di scrivere, confesso d'essermi sentito emozionato. Le lettere dettate una per una non mi avevano suggerito alcun significato; mi aspettavo dunque che il professore lasciasse uscire dalle labbra con la sua solita magniloquenza una stupenda frase latina. Invece... e chi se lo sarebbe mai aspettato? Un pugno da scaricatore di porto fece traballare il tavolino. L'inchiostro schizzò fuori dal calamaio, la penna mi scappò di mano. Lo zio gridò: Non ci siamo! Non ha senso! Poi, attraversando lo studio con la velocità d'una palla da cannone, scendendo le scale come una valanga, si precipitò in Konigstrasse e se la dette a gambe levate. Capitolo 4. E' andato via? gridò Marthe, che era accorsa al fracasso del portone sulla strada. Era stato richiuso con tanta grazia che la casetta aveva tremato. Sì, risposi. Se n'è proprio andato. Ma... e il pranzo? Non pranzerà. E la cena? Non cenerà. Come? disse Marthe congiungendo le mani. No, cara la mia Marthe: non mangerà più. Anzi nessuno mangerà più in questa casa. Lo zio Lidenbrock ci terrà tutti digiuni fino al momento in cui avrà decifrato un vecchio scartafaccio di cui non si capisce niente! Gesù! E allora non ci resta che crepare di fame. Non osai confermarle che, data la testardaggine dello zio, quel destino appariva come inevitabile. Terribilmente preoccupata, la vecchia serva tornò in cucina. Guaiva come una cagna. Rimasto solo mi venne il pensiero di andare a riferire ogni cosa a Grauben. Ma come fare a lasciar la casa? Il professore poteva ritornare da un momento all'altro. E se m'avesse chiamato? E se avesse voluto ricominciare da capo quel logogrifamento a cui nemmeno il vecchio Edipo sarebbe stato capace di trovare una soluzione? Se mi chiamava e non mi trovava in casa, che avrebbe fatto? Era meglio rimanere. Un mineralogista di Besancon ci aveva appena mandato una collezione di geodi silicei, raggruppamenti irregolari di cristalli nella pietra silice, che dovevano essere classificati. Mi misi al lavoro. Ripulii, misi l'etichetta e disposi nella loro vetrina tutte quelle pietre cave, dentro le quali vibravano minuscoli, infiniti cristalli. Ma questo lavoro non mi distraeva dai miei pensieri. La faccenda di quel vecchio documento continuava stranamente a preoccuparmi; mi ribolliva in testa, mi sentivo un non so che, presentivo una catastrofe molto prossima. Dopo un'ora i geodi erano perfettamente in ordine nella vetrina. Mi buttai allora io, nella vecchia poltrona di Utrecht, con le braccia penzoloni e la testa all'indietro. Accesi la pipa dal lungo cannello ricurvo, che aveva scolpita sul cannello una voluttuosa najade sdraiata con indolenza; mi divertii poi a seguire con lo sguardo la carbonizzazione che lentamente trasformava la najade in una negretta. Ogni tanto mi mettevo ad ascoltare se si sentiva rumore di passi su per le scale. Ma niente. Dove sarà stato lo zio in quel momento? Me lo immaginavo mentre correva sotto gli alberi del bel viale di Altona gesticolando, battendo contro i muri col bastone, frustando l'erba delle aiuole con un violento movimento del braccio, decapitando i cardi e turbando il riposo delle cicogne solitarie. Sarebbe ritornato a casa con l'aria trionfante o scoraggiata? Chi avrebbe vinto? lui o il segreto? Rivolgevo a me stesso queste domande, quando presi distrattamente il foglio tra le mani. Mi ripetevo: che cosa significherà? Cercai di riunire le lettere in modo da formare parole di senso compiuto. Niente da fare. Provai a riunirle a gruppi di tre, di quattro, di cinque, di sei lettere: niente, non ricavai niente che avesse un senso. Vi erano però la quattordicesima, la quindicesima e la sedicesima che formavano la parola inglese ice, che vol dire ghiaccio. L'ottantaquattresima, l'ottantacinquesima e l'ottantaseiesima formavano la parola sir. Infine, nel corpo del documento alla terza riga notai le parole latine rota, mutabile, ira, nec, atra. Diavolo, pensai, queste ultime parole sembrerebbero dar ragione allo zio riguardo la lingua del documento! Inoltre alla quarta riga vedo anche la parola luco, cioè bosco sacro. E' anche vero però che alla terza riga si legge la parola tabiled di struttura tipicamente ebraica. E all'ultima riga i vocaboli mer, arc, mère sono schiettamente francesi. Che rompicapo diabolico! Quattro diverse lingue in quella frase assurda. Che rapporto poteva esserci tra ghiaccio, signore, collera, crudele, bosco sacro, mutabile, madre, arco o mare? Solo la prima e l'ultima si accostavano facilmente: non c'era da meravigliarsi se in un documento scritto in Islanda si facesse riferimento a un mare di ghiaccio. Ma da questo ad aver trovato la chiave per interpretare il crittogramma, ci correva. Mi dibattevo dunque contro una difficoltà insolubile; il mio cervello era in ebollizione; gli occhi avrebbero bucato il foglio; le centotrentadue lettere sembrava che mi ballassero il valzer attorno come quelle goccioline argentee che sembra si smuovano nell'aria attorno alla nostra testa, quando il sangue vi affluisce con eccessiva rapidità. Ero in preda a una sorta d'allucinazione; mi pareva di soffocare: avevo bisogno d'aria. Mi feci vento macchinalmente con quei fogli di carta, di cui si presentarono ai miei occhi successivamente diritto e rovescio. Con quanta meraviglia m'accorsi che in uno di questi veloci movimenti, nell'attimo in cui il rovescio era rivolto verso di me, apparivano parole perfettamente leggibili, parole latine, tra cui craterem e terrestre! La mia mente s'illuminò di colpo. Questi indizi bastarono a farmi intravedere la verità. Avevo decifrato il crittogramma. Per capire quel documento non era neanche necessario leggerlo attraverso il retro del foglio! Poteva essere letto correntemente così com'era, così come m'era stato dettato. Si avveravano dunque tutte le ingegnose supposizioni del professore. Aveva avuto ragione sia per quanto riguardava la disposizione delle lettere che per la lingua del documento! Per un soffio non era riuscito a leggere questa frase latina, e quel soffio... a me l'aveva offerto il caso. Immaginatevi quanto ero emozionato! I miei occhi si confondevano. Non potevo nemmeno leggere. Avevo steso il foglio sul tavolo: uno sguardo e mi sarei impadronito di quel segreto. Finalmente riuscii a calmarmi. Mi imposi di fare per due volte il giro della stanza allo scopo di distendere i nervi. Poi tornai a sprofondarmi nella grande poltrona. Dopo aver inspirato profondamente, esclamai: Leggiamo! Mi chinai sulla tavola, posi il dito in successione sulle varie lettere e senza fermarmi, senza esitare un attimo, pronunciai tutta la frase a voce alta. Ma quale stupore, quale paura m'invasero! Era come se fossi stato colpito da una bastonata in testa. Com'era possibile? Era proprio accaduto quel che avevo letto? Un uomo aveva avuto il coraggio temerario di penetrare sino... No e no! esclamai, balzando in piedi. Eh, no! Lo zio non lo saprà! Ci mancherebbe altro che venisse a conoscenza d'un simile viaggio. Di certo poi vorrebbe provarci anche lui! E niente potrebbe fermarlo! Figurarsi, un geologo ostinato come lui! Partirebbe in ogni caso, nonostante tutto e tutti! E mi porterebbe con sé. E non faremmo più ritorno. Mai, mai! Ero in uno stato di sovraeccitazione che non riesco a descrivere. No, no! Non avverrà mai! continuai con energia. Poiché ho il mezzo di impedire che il mio tiranno possa avere un'idea simile, lo farò. Voltando e rivoltando questo documento potrebbe per caso scoprirne la chiave! Distruggiamolo! Nel caminetto c'era un po' di brace. Presi non soltanto quel foglio di carta, ma anche tutta la pergamena di Saknussemm; stavo per buttare con mano febbrile quelle carte sui tizzoni e distruggere così quel pericoloso segreto, quando s'aprì la porta dello studio. Entrò mio zio.

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